La guerra mondiale “in fieri”

L’arresto della crescita del capitale significa condizioni di depressione. Per sopravvivere ed evitare la stagnazione, il capitale deve espandersi continuamente e, a misura che le possibilità nazionali si restringono, il processo di espansione diviene sempre più imperialistico. Imperialismo significa realizzazione di profitti addizionali attraverso lo sfruttamento di un numero maggiore di operai da parte di un numero minore di capitalisti; significa anche lotta per l’accaparramento della fetta maggiore del profitto creato dalla produzione mondiale; significa concentrazione del capitale su scala internazionale; e significa subordinazione di tutte le fasi della produzione e della distribuzione agli interessi dei paesi e monopoli capitalistici più potenti. Le riorganizzazioni capitalistiche dirette a potenziare le capacità di realizzo di profitto non possono venir sempre portate a termine “pacificamente”; e ciò vale in misura maggiore per il piano internazionale dove le resistenze dei gruppi capitalistici vittime della “razionalizzazione” sono ancor più potenti che sul piano nazionale. Questo è, materialisticamente parlando, il senso delle guerre: la difesa di certi gruppi capitalistici dall’attacco di altri gruppi, e viceversa. Al presente l’attacco viene dal capitale tedesco, ma ciò non avviene certo a causa di una particolare sorta di “aggressività tedesca”, bensì a causa delle precarie condizioni del capitalismo mondiale, che intensificano i vigorosi tentativi del sistema capitalistico tedesco di accrescere con mezzi politici e militari la sua potenza economica.

Cecoslovacchia: un passaggio obbligato

La Cecoslovacchia deve la sua esistenza come stato al trattato di Versailles e all’assetto imperialistico che ne stava alla base. La concentrazione fascista di tutti i poteri economici e politici in Germania condusse ad un salto di qualità nell’azione imperialistica del capitale tedesco, dotandola di mezzi “straordinari”. Per quanto riguarda i mezzi “ordinari”, negli ultimi sei anni la Germania è riuscita ad estendere notevolmente la sua influenza economica e politica sui paesi del Danubio e sulle nazioni balcaniche (1), battendo la concorrenza di paesi come Francia, Inghilterra ed America. Tuttavia, per poter continuare la sua avanzata, la Germania deve salvaguardare con mezzi militari gli investimenti di capitale, il controllo delle materie prime e i mercati, soprattutto nel caso che una eventuale debolezza economica impedisca il mantenimento di posizioni vantaggiose nel lungo periodo. Una Cecoslovacchia indipendente costituiva un ostacolo all’espansione tedesca nei Balcani e verso l’est. Dopo l’Anschluss dell’Austria l’attacco alla Cecoslovacchia, già pronto in tutti i suoi dettagli, divenne solo una questione di tempo.

Già la stessa situazione interna della Cecoslovacchia aveva intanto preparato il terreno affinché la Germania, assistita diplomaticamente anche dall’Inghilterra, potesse sferrare il suo attacco nelle condizioni più favorevoli. La Cecoslovacchia non era mai stata, del resto, uno stato unitario, bensì un’amalgama di diverse nazionalità come i cechi, gli slovacchi, i tedeschi, i magiari, gli ucraini e i polacchi. L’“antagonismo nazionale” esistente soprattutto tra tedeschi e cechi non era, in sostanza, altro che una espressione della lotta tra gruppi capitalistici più o meno indipendenti per l’accaparramento di una fetta di potere statale e, quindi, di controllo sul mercato interno ed estero. Questo conflitto coinvolgeva anche la maggior parte del proletariato, così come della piccola borghesia.

La vecchia industria austriaca era concentrata soprattutto nei distretti della catena montagnosa dei Sudeti. Dopo il crollo dell’impero austriaco, l’industria cecoslovacca non mantenne che la quarta parte dei precedenti mercati, poiché gli altri stati sorti dalle rovine dell’antico impero si affrettarono ad innalzare barriere doganali per proteggere le neonate industrie nazionali. Una relativa sovrindustrializzazione della Cecoslovacchia determinava la politica economica, influenzando i rapporti tra le differenti fazioni borghesi, il cui antagonismo corrispondeva alla disomogeneità dello sviluppo capitalistico cecoslovacco. A differenza dei territori di confine tedeschi, le regioni interne della Cecoslovacchia erano relativamente poco industrializzate. L’industria ivi esistente, prevalentemente diretta a soddisfare la domanda interna, risentì degli effetti della depressione molto meno delle industrie nelle regioni dei Sudeti, che vivevano soprattutto dell’esportazione. Inoltre, l’interno agricolo ceco godeva, oltre che degli effetti di uno sviluppo industriale recente - iniziato, cioè, come in tutto l’est europeo, dopo la guerra - protetto dallo stato, del vantaggio di essere la sede dell’industria di munizioni che, lavorando per anni a pieno ritmo, aveva notevolmente ridotto la disoccupazione fra gli operai cechi. Ma oltre ai contrasti tra vecchie e nuove industrie, era l’orientamento prevalentemente agricolo del governo - schiavo dei grandi agrari - a rendere insopportabile l’isolamento dell’industria dei Sudeti, che risposero all’ostilità del governo sviluppando un movimento di opposizione ai gruppi nazionalistici dominanti.

La vittoria dei nazisti in Germania non poteva non ripercuotersi pesantemente sulla politica interna ed esterna della Cecoslovacchia che venne a trovarsi ai diretti confini di uno stato dalla cui urgenza imperialistica di espansione non poteva aspettarsi niente di buono. La sua immediata reazione alle provocazioni tedesche fu l’ulteriore avvicinamento all’imperialismo della Francia e, di conseguenza, della Russia (riconoscimento diplomatico, patto di non-aggressione e di assistenza militare), così come agli stati della Piccola Intesa, oltre che la rottura delle relazioni diplomatiche con la Polonia che aveva stabilito rapporti di amicizia con l’imperialismo tedesco.

Il risultato ideologico dell’attività della Germania di Hitler fu l’irrigidimento nazionalistico della borghesia tedesca, operante sotto la maschera dell’antifascismo, attivamente appoggiato dal movimento operaio ufficiale che, del resto, non aveva mai negato la sua adesione alle manovre nazionalistiche del governo ceco. Lo stesso nazionalismo era presente anche nella socialdemocrazia delle regioni dei Sudeti, questa volta però in appoggio della borghesia tedesca; di conseguenza, qui i socialdemocratici divennero fascisti, in maniera sempre più aperta, per gli stessi motivi per i quali i cechi erano diventati antifascisti. E quando furono allacciati i rapporti diplomatici tra Russia e Cecoslovacchia, anche il Partito comunista di Cecoslovacchia si dichiarò pronto a collaborare con la borghesia in difesa del capitalismo e dell’indipendenza cechi. Le posizioni delle diverse organizzazioni operaie ceche escludevano così qualsiasi tentativo di risolvere le contraddizioni ceco-tedesche in una maniera socialista e rivoluzionaria.

Le ragioni della rapida crescita del fascismo nella regione dei Sudeti vanno ricercate nelle sue particolari condizioni economiche. La crisi dell’industria esportatrice dei distretti di frontiera aveva coinvolto l’intera vita economica e sociale della zona, provocando uno spaventoso impoverimento delle masse. Importanti centri di produzione di manufatti tessili e di cristalli un tempo famosi divennero veri e propri cimiteri industriali, mentre anche distretti meglio situati come quelli delle miniere di litantrace e delle industrie connesse mostravano segni di grave declino. Al continuo incremento della disoccupazione, correva parallela la riduzione dei salari già bassi prima della crisi (tra i più bassi d’Europa). Ma a costituire la base di massa del fascismo andarono soprattutto due strati sociali: la piccola borghesia impoverita e le masse contadine, la prima coinvolta nel declino dell’industria esportatrice - perlopiù piccola e media industria - e dissanguata dalla ottusa politica fiscale del governo, e le seconde rovinate dalle misure agrarie governative tendenti a favorire i grandi proprietari terrieri. Il fascismo tedesco non mancò tuttavia di conquistare - soprattutto col suo programma di lotta alla disoccupazione - una parte della stessa classe operaia, stanca della sterile politica di riforme dei socialdemocratici e della vuota fraseologia astrattamente rivoluzionaria dei comunisti. Fu così che il partito fascista divenne il partito più forte della regione dei Sudeti ed una importantissima componente della strategia d’attacco hitleriana.

Il futuro del Danubio

La Cecoslovacchia ha ormai cessato di costituire un ostacolo alla marcia di Hitler verso il sud-est, perché, anche se formalmente conserva la sua autonomia, non è più in grado di opporsi agli ordini della Germania alla cui economia e alla cui politica deve conformare, se non viene continuamente sostenuta da prestiti inglesi, anche le proprie scelte economico-politiche. Se necessario, Hitler è pronto, del resto, ad annettere direttamente l’intero paese, replicando la rappresentazione recentemente data sulla scena politica mondiale. La Cecoslovacchia fu sacrificata, secondo Chamberlain, nell’interesse della pace mondiale, dato che il mantenimento della sua indipendenza non era importante abbastanza da giustificare una conflagrazione generale. Ma ciò non è affatto vero. Il problema cecoslovacco è solo un aspetto di un problema molto più vasto che è, a sua volta, soltanto una tessera nel mosaico della politica mondiale. La “soluzione” escogitata nell’interesse della pace mondiale è solo temporanea e non ha niente a che fare con le tanto sbandierate tendenze pacifiste di una parte delle potenze capitalistiche dominanti, bensì è direttamente collegata con la loro preparazione alla guerra. Né la conferenza di Godesberg, né quella di Monaco si sono occupate del problema dell’indipendenza ceca; l’intera questione era già stata risolta da tempo. Le due conferenze si sono invece occupate dei problemi insorti dopo il soddisfacimento dei desideri della Germania. Benché un’azione concertata dell’imperialismo tedesco ed inglese sia alla lunga impossibile, attualmente all’Inghilterra conviene appoggiare, almeno parzialmente, l’espansionismo di Hitler, ed è di questo appoggio di massima che la Germania si avvale nel Danubio nonostante le contromisure politiche e finanziarie ufficialmente adottate da Francia e Gran Bretagna.

Il londinese “Times” del 26 agosto citava, a proposito dei rapporti tedesco-magiari, il seguente commento della “Deutsche Allgemeine Zeitung”:

L’Ungheria è il primo partner della Germania nella sua nuova politica commerciale basata sul baratto, cioè sullo scambio di merci senza uso dell’oro come mezzo di pagamento. In questo modo è stata posta la prima pietra di una nuova struttura economica nell’Europa centrale più corrispondente alla naturale unità dell’area del Danubio: il vecchio sistema liberale di scambio mondiale è crollato una volta per tutte! Del resto, non si può mettere in dubbio che l’Europa centrale formi un’arca economica naturale unitaria; e di essa una libera e forte Ungheria costituisce una pietra angolare.

In Ungheria, come altrove, la Germania ha già più volte sperimentato con successo metodi “non-ortodossi” per assicurarsi il controllo economico sui piccoli stati europei del sud-est che essa costringe ad acquistare merci tedesche essendo riuscita a contrarre debiti con questi paesi sulla base di uno scambio di merci non pagate con valuta. Impiegando tutta una serie di complicati trucchi, come crediti a lunghissima scadenza ecc., la Germania lega sempre più strettamente al proprio carro economico i destini di questi altri paesi e, allo stesso tempo, appoggia politicamente le rivendicazioni nazionali di alcuni di essi - ad esempio, della Polonia e dell’Ungheria - per costringerli a collaborare alla realizzazione dei suoi disegni territoriali. Non c’è dubbio che i tedeschi fanno estremamente sul serio per quanto concerne la loro espansione verso il sud-est e che essi pensano in termini di una Europa centrale controllata dalla Germania che renderebbe quest’ultima il paese più potente del vecchio continente, benché questo genere di “pianificazione imperialistica” sia ancora meno fondato dei suoi tentativi di “pianificazione nazionale”. Nel frattempo cresce però il risentimento delle nazioni danubiane e balcaniche nei confronti del controllo sempre maggiore esercitato dalla Germania, anche grazie ai crediti che Inghilterra e Francia concedono a questi paesi per cercare di controbilanciare in questo modo l’influenza tedesca. E nello sfondo, solo apparentemente indisturbata, vigila l’Italia, che sta attenta a non lasciarsi emarginare dal giuoco in questa tormentata zona d’Europa dove proprio adesso sta cominciando la vera lotta per il dominio. Altro che pace!

“They Dress Like Mourners, Yet Rejoice”

Non è più segreto per nessuno che la politica di sanzioni dell’Inghilterra durante il conflitto abissino scaturì più da esigenze di carattere elettorale che da una vera volontà di opporsi alla conquista da parte italiana. Altrettanto ovvio è che anche in Spagna, la politica inglese favorì più che impedire l’invasione italo-tedesca. Noto era anche che il governo britannico era favorevole alla cessione della regione dei Sudeti alla Germania, e che Rider poteva contare sul pieno appoggio di Chamberlain. Ma perché? Apparentemente queste mosse sembrerebbero andare contro gli interessi dell’Inghilterra in Europa, e in effetti questa politica di “ritirata” incontrò una forte opposizione e fu, dopo molte resistenze, accettata soltanto come espressione dell’ancora insufficiente preparazione militare dell’Inghilterra. Ma il governo inglese rifiuta di passare all’azione diretta non perché il paese sia debole, bensì proprio perché è ancora abbastanza forte e lo diventa ogni giorno di più insistendo su questa sua fantomatica debolezza. Se non ha ancora mosso guerra alla Germania, è perché ciò non corrispondeva ai suoi interessi, ed è ad esclusivo “uso e consumo” dell’equilibrio interno, oltre che per far capire alla Germania che la libertà d’azione concessale ha dei limiti ben precisi, che essa ha escogitato una parvenza di “resistenza” all’avanzata tedesca.

L’impero inglese è continuamente minacciato su molti fronti, e la sua difesa assorbe la maggior parte delle energie della Gran Bretagna determinandone la politica sia interna che estera. Per l’Inghilterra l’Europa è importante soltanto nel senso che essa non può permettersi di correre il rischio che una potenza europea diventi talmente forte da strapparle l’egemonia sul vecchio continente mettendo, quindi, in pericolo lo stesso impero. Infatti, allorché in seguito alla sconfitta della Germania nell’ultima guerra mondiale la Francia sembrò destinata a diventare la potenza egemone dell’Europa, l’Inghilterra fece ricorso a tutti i propri mezzi per ridurre nuovamente la Francia a stato vassallo del regno britannico; ed è a questa politica che si deve la rapida rinascita della Germania, che doveva servire da contrappeso al rafforzamento agli occhi inglesi eccessivo della Francia. Ma l’alleanza franco-russa, portata a termine attraverso la strumentalizzazione della questione cecoslovacca, permise alla Francia di mantenere un certo grado di indipendenza e le offrì perfino la possibilità di opporre alcune resistenze alla politica inglese. Contemporaneamente, l’alleanza franco-russa accresceva l’importanza e l’autonomia di manovra della Russia in Asia, minacciando di rendere la potenza russa un pericolo, per l’Inghilterra, maggiore di quanto non lo fosse la Germania. Del resto, l’imperialismo russo aveva una lunga tradizione di antagonismo con quello inglese, in Cina e in Persia, come in India e in Egitto, e come potenza inattaccabile per via mare non poteva non costituire in Asia una minaccia mortale per l’Inghilterra già impegnata a vigilare sugli esiti della guerra giapponese contro la Cina. In questo senso, l’avanzata tedesca avrebbe potuto essere non solo il “male minore”, ma addirittura la “soluzione” dei problemi imperialistici inglesi: una Germania potente avrebbe neutralizzato la minaccia russa in Asia. Certo, una Germania troppo forte, pur preferibile ad una forte Russia, potrebbe arrivare a scontrarsi con interessi vitali dell’Inghilterra, marciando ad esempio sui Dardanelli, ed eventualmente a ricattare quest’ultima costringendola ad abbandonare le colonie vecchie e nuove per il Volkohne Raum; tuttavia la Germania sta soltanto marciando ed è ben lontana dall’aver raggiunto mete troppo pericolose per l’Inghilterra che può quindi, almeno per un certo periodo, continuare a “giuocare con il fuoco nazista” finché ciò corrisponde ai suoi interessi. Nel frattempo l’avanzata tedesca ha realmente neutralizzato gli effetti del patto franco-russo, costringendo la Russia a ridimensionare le sue ambizioni in Asia e perdendo così di importanza anche agli occhi degli Stati Uniti, che non possono più giuocare l’alleanza con la Russia in funzione anti-inglese e sono quindi obbligati anche a sospendere - o almeno a fingere di sospendere - gli aiuti fin qui scopertamente dati al Giappone sempre per indebolire l’Inghilterra. Proprio nel rifiuto di appoggiare la Russia eliminando il pericolo tedesco viene chiaramente alla luce la lungimiranza della politica inglese, niente affatto in contrasto con la sua nota attitudine pragmatica perché poi, in ultima analisi, gli sviluppi futuri della situazione - sui quali anche l’Inghilterra può esercitare ben poco potere decisionale - possono benissimo costringere l’Inghilterra a riallinearsi al fianco di Russia ed America producendo un rimescolamento dell’assetto imperialistico europeo tale da condurre ad una nuova crisi bellica, o meglio, a una vera e propria seconda guerra mondiale.

Le combinazioni imperialistiche possibili sono comunque infinite. Hitler potrebbe, ad esempio, essere costretto da future circostanze interne ed esterne ad allearsi con la Russia e a rivolgersi una volta di più contro l’Occidente così come, eventualmente, contro l’Impero inglese. L’unica cosa che sulla base dell’attuale situazione e delle leggi di sviluppo del modo di produzione capitalistico si può prevedere con certezza è che la guerra è inevitabile, a meno che la rivoluzione sociale non strappi a livello internazionale le radici delle crisi che il capitalismo è in grado di superare soltanto temporaneamente. Ciò che qui ci interessa mettere in rilievo è soltanto che tutte le mosse fatte sulla scena politica internazionale non hanno niente a che fare con considerazioni ideologiche o ideali istituzionali, bensì sono esclusivamente il risultato degli interessi immediati e futuri delle varie nazioni imperialistiche. Per questo abbiamo tanto insistito sull’analisi delle mosse inglesi; esse sono particolarmente illuminanti in proposito. Possiamo quindi affermare che ancora una volta la politica inglese di “ritirata”, tutt’altro che dettata - come abbiamo visto - da considerazioni di carattere ideologico, ha dato dei frutti perfettamente corrispondenti agli interessi dell’imperialismo britannico. Benché l’Inghilterra debba dividere il trionfo con la Germania e l’Italia, nondimeno essa non solo non ha perso niente, ma è anche riuscita a rafforzare considerevolmente la sua posizione in Asia, riservandosi di impedire nel futuro un eccessivo consolidamento dell’attuale allineamento europeo ed eventuali richieste da parte della Germania e dell’Italia che essa stessa non sia disposta a soddisfare. Tuttavia, all’Inghilterra conviene apparire come vittima, piuttosto che come vincitrice, e cioè “dress like mourners, yet rejoice” [“fare come se piangesse, e invece gioire”]. Ciò crea, fra l’altro, un’altra “paradossale”, ma nondimeno favorevole, situazione nella stessa Inghilterra dove non Herbert Morrison, il dirigente operaio che invoca ipocritamente la guerra contro il “fascismo” - vale a dire per il fascismo inglese - bensì il “fascista” Neville Chamberlain rimane per il momento, proprio rinviando la guerra, il miglior difensore della “democrazia” inglese. E intanto prosegue a ritmo sempre più elevato la corsa al riarmo e la diffusione, cui contribuiscono anche i dirigenti operai, della peste nazionalista; presto sarà difficile distinguere la scena politica ed economica dei paesi “democratici” da quella dei paesi “fascisti”. La lotta per la “democrazia” contro il “fascismo” porta, ancora prima di cominciare, alla fascistizzazione dei “paesi democratici”, e sul concreto terreno di battaglia la lotta si rivelerà per quello che è realmente: la lotta fra due differenti schieramenti capitalistici.

L’“isolamento” americano

Ultimamente, soprattutto durante la crisi bellica europea, si tornò a discutere animatamente la questione dell’isolamento americano, sull’onda di una nuova campagna lanciata dagli isolazionisti per convincere il governo ad abbandonare qualsiasi forma di impegno in Europa - l’unico modo, secondo gli isolazionisti, di ottenere una pace ed una prosperità durature -, rinnegando quella politica della “sicurezza collettiva” che non favoriva, apparentemente, altri che gli inglesi e i russi. Ma l’America non è mai stata, e mai lo sarà, così isolata. Benché essa possa attualmente fare a meno dell’aggressione diretta per attuare i suoi disegni imperialistici, questi ultimi rimangono sempre la molla fondamentale della politica americana, la quale però si serve adesso, come strumento tatticamente più efficace, della propaganda per la “sicurezza collettiva e la “pace nel mondo”. Anche l’America pensa oggi, come ogni altro paese, alla guerra, una guerra che viene però sempre proclamata e combattuta nell’interesse della pace che qualche nazione vicina - distante spesso migliaia di chilometri - non manca mai di disturbare. Del resto, anche Hitler vuole la pace, una pace naturalmente tedesca. Roosevelt sostenne nel suo famoso discorso di Chicago che gli “aggressori dovevano essere posti in quarantena dall’azione concertata di tutte le nazioni amanti della pace”. E il sig. Hull, il Segretario di stato, in un recente discorso alla radio sui rapporti internazionali (16 agosto) sottolineava - con grande disappunto degli isolazionisti - che

nelle circostanze attuali, nessuna nazione e nessun governo possono sottrarsi al dovere di partecipare alla determinazione del corso degli eventi ... Diventa ogni giorno più evidente che la nostra stessa situazione è profondamente influenzata da ciò che accade in una qualsiasi altra parte del mondo.

Sulla base del riconoscimento dei “doveri dell’America”, la corsa agli armamenti si sta facendo, negli Stati Uniti, sempre più affannosa, come dimostra l’esempio della marina le cui unità da combattimento sono salite a 336, comprese 22 supercorazzate, 69 incrociatori, 149 cacciatorpediniere e 116 sottomarini.

La natura tecnica del messaggio navale del Presidente e del progetto di legge navale -- notava un comunicato di un gruppo di isolazionisti facente capo ai senatori Nye, Borah, Vandenberg e Hiram Johnson -- mostra che la legge può essere usata per rendere operante la quarantena e la politica di intervento in Asia; e se questa legge passerà (come di fatti è avvenuto), il Presidente avrà carta bianca, dopo l’aggiornamento del Congresso, nell’applicazione della politica di quarantena e nella politica interventista in Asia.

Per quanto riguarda l’esercito, il Segretario della Difesa Woodring ha messo recentemente in rilievo che sono già stati messi a punto i piani che prevedono la mobilitazione di un milione e mezzo di uomini in quattro mesi. Anche i piani di mobilitazione industriale sono pronti per l’immediata applicazione, e le fabbriche di munizioni lavorano a pieno ritmo. Ma l’opinione pubblica generale sostiene, premurosamente incoraggiata in questo senso dalla macchina propagandistica, che l’America prenderà eventualmente parte alla guerra al solo scopo di fermare una volta per tutte l’“illegalità” dei paesi aggressori, cioè per salvaguardare la “democrazia” nel mondo. E tali intenzioni verrebbero bene alla luce nel rifiuto di vendere elio alla Germania e nella scoperta di spie tedesche in America. (Anche se, nel frattempo, non si è affatto cessato di inviare rottami di ferro alle fabbriche giapponesi di munizioni). Ma il programma navale, pubblicamente presentato come una misura destinata ad aiutare la “minacciata” Inghilterra, è in realtà un’arma a doppio taglio proprio nei confronti dei probabili “alleati” inglesi che dovranno pagare a caro prezzo l’“aiuto” dell’imperialismo americano se quest’ultimo giudicherà conveniente schierarsi dalla loro parte.

Adesso siamo tutti marxisti

Dopo l’ultima guerra molti importanti statisti sono diventati leninisti: mentre Wilson si assumeva in prima persona la responsabilità di proclamare la validità universale del diritto all’autodeterminazione dei popoli, Francia ed Inghilterra mettevano in pratica il principio creando una serie di staterelli destinati a impedire il risorgere della minaccia tedesca. Nella loro eccitazione, esse trascurarono il fatto che i nuovi paesi opprimevano da parte loro un gran numero di minoranze. Ma anche questi problemi furono bene o male temporaneamente appianati e la ricostruzione del capitalismo mondiale garantì un lungo periodo di pace; finché, nel 1929, la depressione non preparò il terreno per nuovi movimenti imperialistici. Gli eventi cominciarono così ad accavallarsi: il Giappone prese la Manciuria ed iniziò la penetrazione della Cina; l’Italia si lanciò nelle avventure africana e spagnola; la Germania marciò verso la Spagna ed il sud-est. Lo slogan dell’“autodeterminazione”, nato in funzione anti-tedesca, venne ora usato dai tedeschi nel proprio interesse; così, la parola d’ordine concepita da Lenin per seminare l’irrequietudine nelle colonie inglesi contribuì a ridurre l’Austria e la regione dei Sudeti sotto il giogo della Germania fascista. Anche il movimento operaio riformista e orientato nazionalisticamente si rese conto della trasformazione subita dal significato di questo slogan leninista-wilsoniano; Otto Bauer affermò, poco prima di morire:

Non possiamo più servirci della parola d’ordine dell’autodeterminazione dei popoli, perché essa viene ora usata da Hitler per scopi imperialistici; doppiamo invece rilanciare lo slogan engelsiano del 1848 dell’alleanza di tutte le nazioni rivoluzionarie contro le nazioni controrivoluzionarie. (2)

Da un tale punto di vista “marxista” si deve dunque guardare alla Russia, all’America, all’Inghilterra e alla Francia come a nazioni “rivoluzionarie” ed appoggiarle nella loro “lotta rivoluzionaria marxista”‘ contro il fascismo “contro-rivoluzionario”. Ma un tale “ritorno a Marx ed Engels” indica soltanto che il vecchio movimento operaio, di ieri e di oggi, non è impegnato in una lotta veramente anti-capitalistica, bensì solo in una lotta per un capitalismo che garantisca il diritto di “organizzare il lavoro”. E proprio per questo la loro è una battaglia perduta in partenza, perché non si può combattere il fascismo senza combattere il capitalismo. Il vecchio movimento operaio tenta di vendere i suoi ignobili resti per scopi ancora una volta capitalistici ed imperialistici, e dà luogo già in tempo di pace a quello che fu l’aspetto più disgustoso dell’ultima guerra: uno sciovinismo ancora più grande di quello che la borghesia stessa riuscì a sviluppare. In tali condizioni, appare assolutamente irrealistico supporre che l’imminente guerra possa essere impedita dall’azione della classe operaia organizzata; a parte alcune voci nel deserto, gli operai non sentono parlare, a destra e a sinistra, che della necessità della guerra. Per fermare la guerra, essi dovrebbero opporsi non solo all’intero capitalismo internazionale in tutte le sue forme ed espressioni, ma anche all’intero movimento operaio organizzato internazionale in tutte le sue forme ed espressioni; un compito, ci sembra, troppo vasto perché possa venir portato a termine senza l’“educazione”, la forza e l’aiuto di una guerra ed una crisi gigantesche. E proprio l’imminente guerra potrebbe servire da base per una serie di nuovi tentativi da parte della classe operaia di dare una soluzione rivoluzionaria ai suoi problemi più urgenti.

Da Living Marxism. International Council Correspondence cit., n. 5, novembre 1938; ora in New Essays cit., vol. IV, pp. 129-138

(1) Assai illuminante dell’enorme crescita dell’influenza economica del “Terzo Reich” sui paesi danubiani, ci sembra la seguente tavola tratta da “L’Europe Nouvelle”, 16 luglio, p. 762 e 23 luglio, p. 785:

- Importazioni 1933 Importazioni 1933 Esportazioni 1937 Esportazioni 1937
Bulgaria 38,2% 55,0% 36,0% 40,0%
Romania 18,6% 30,8% 10,6% 20,2%
Turchia 25,5% 41,6% 18,9% 35,4%
Jugoslavia 13,2% 32,6% 13,9% 21,7%
Scambio economico tra Germania ed alcuni paesi dell’Europa sud-orientale

(2) Cfr. Otto Bauer, Selbsthestimmung fuhr die Sudeten Deutsche?, in “Der sozialistische Kampf”, 16 giugno 1937, p. 27.

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Testi di autori che, pur non appartenendo alla nostra corrente e mostrando rispetto ad essa divergenze politiche anche marcate, tuttavia riteniamo abbiano dato un contributo significativo alla critica classista di questa società.