La Francia e il piano Monnet

Il problema che si pone al capitalismo francese in questo dopoguerra, più che vertere sulla ricostruzione di un apparato industriale non irrimediabilmente colpito dal conflitto, consiste nella sua modernizzazione e riattrezzatura per far fronte ad una situazione profondamente mutata rispetto al 1938. Problema dunque, per molti aspetti simile a quello che lo svolgimento della guerra ha posto al capitalismo britannico e sotto il cui profilo vanno viste le iniziative (già illustrate su questa rivista) per la nazionalizzazione di alcune fra le più importanti branche industriali.

In realtà, la Francia è giunta al secondo conflitto mondiale con un apparato industriale e, in genere, economico, la cui produttività era di gran lunga inferiore a quella dei principali paesi del mondo, condizionando in misura notevole anche le capacità militari di difesa dell'Impero.

Come per l'Inghilterra, sebbene in forma diversa, la minor produttività del lavoro, l'arretratezza tecnica degli impianti, il grado non elevato di concentrazione ed integrazione dell' intera struttura economica, trovavano un compenso nell' alto reddito degli investimenti all'estero, che la guerra ha tuttavia seriamente ridotto. In questa situazione, la crisi dell'economia capitalistica francese - e perciò anche del prestigio politico e dell'efficienza militare della IV Repubblica - non poteva essere risolta, sia pure temporaneamente, che attraverso misure di modernizzazione e di riattrezzatura: in una parola, di pianificazione dell'apparato industriale. Aumentare l'efficienza economica del Paese, esportare di più, reggere vittoriosamente all'urto della concorrenza internazionale, far fronte il più rapidamente possibile ai debiti, erano le condizioni tanto del risanamento economico quanto di quella “sicurezza” che è l'insonne preoccupazione del grande capitalismo francese.

A questa esigenza nazionale risponde il Piano Monnet, diventato la bandiera dei governi socialisti di Blum e Ramadier, e in certo modo già presupposto dalle famose “riforme di struttura” di cui hanno menato vanto i socialisti, i nazionalcomunisti, ed i... rivoluzionari del programma transitorio: i primi due, portati dalla storia ad agire come “raddrizzatori del sistema capitalistico”; gli altri, sempre pronti a scambiare per misure “progressive” i più evidenti tentativi di stabilizzazione del capitalismo. Il piano, del resto, non nasconde i suoi fini: il suo nome è “Plan de Modernisation et d'Equipement”; la sua dichiarata ambizione è di aumentare il rendimento dell'operaio francese (che prima della guerra produceva nell'unità di tempo solo un terzo di un operaio americano e due terzi di un inglese) attraverso il rinnovamento tecnico del macchinario e dei sistemi di lavoro, e di poggiare così su solide basi la sicurezza militare del Paese.

Il piano prevede il raggruppamento alla fine del 1947 del livello di produzione del 1938, a metà del 1948 il superamento di un terzo del livello massimo del 1929, e nel 1950 il superamento di quest'ultimo del 25%. I settori-chiave del piano sono la produzione del carbone, dell'elettricità, dell'acciaio, del cemento e delle macchine agricole, e il sistema dei trasporti, ma il piano prevede un aumento sensibile della produzione anche nel settore delle raffinerie del petrolio, delle industrie automobilistica e tessile e delle costruzioni. Le principali cifre fissate dal piano sono le seguenti:

- 1929 1947 1950
Carbone, mil. tonn. 55 55,5 65
Elettricità, mrd. kwh. 14,4 26 37
Acciaio, mil. tonn. 9,7 7 11
Cemento, mil. tonn. 0,5 1 5
Vagoni ferr., mil. tonn. 224 160 240
Navi, mil. tonn. 50,2 28 58

Nel campo agricolo, più che un'estensione delle superfici coltivate, il piano prevede un aumento del rendimento unitario rispetto al periodo 1934-38: del 25% per il grano, del 27% per l'avena, del 25% per gli altri cereali, del 37% per le patate; e ad un potenziamento del patrimonio zootecnico.

La prima condizione di successo del piano è, evidentemente, una mobilitazione delle forze lavorative che consenta di immettere nel processo produttivo un complesso di più di un milione di braccia, sia attraverso un rigido controllo del mercato del lavoro, sia con la riduzione del personale amministrativo dello Stato, sia con l'immigrazione e l'impiego di mano d'opera femminile, anche a sostituzione dei prigionieri di guerra oggi impiegati in alto numero sopratutto nelle miniere. La seconda condizione è l'aumento del tempo di lavoro con il ritorno alla settimana di 48 ore in luogo di quella di 40. L'ultima è rappresentata da un forte investimento di capitali nella riattrezzatura degli impianti e nell'introduzione di più efficienti metodi di lavoro, tale tuttavia da non dar luogo a fenomeni inflazionistici.

Il piano prevede un complesso di investimenti per la produzione e importazione di beni capitali di circa 3.000 miliardi di franchi, di cui 2.250 per la creazione di nuovi beni di produzione e 750 per il mantenimento e il rinnovamento degli impianti: la percentuale degli investimenti sul reddito nazionale dovrà essere del 23-25% contro il 16% del periodo 1929-38.

Dal punto di vista operaio, il raggiungimento di questi obiettivi importa conseguenze facilmente determinabili. Anzitutto, esso esige un tasso crescente di sfruttamento del lavoro, sia mediante il prolungamento delle ore lavorative, sia mediante l'aumento della produzione per unità di tempo. Sotto questo aspetto, il famoso esperimento Blum, iniziato a cavallo del 1946-47, può esser considerato la necessaria premessa alla politica di “modernizzazione e riattrezzatura” dell'economia francese: i ribassi del 5% sui prezzi (d'altronde a carattere schiettamente demagogico ed operettistico) sono stati la moneta di scambio per la reintroduzione della settimana di 48 ore. L'aumento della produttività operaia postula d'altra parte una “tregua” alle agitazioni rivendicative e a tutto ciò che, in un modo o nell'altro, possa incidere sul pacifico svolgimento della produzione nazionale - e Ramadier è stato chiarissimo nel minacciare le più energiche misure contro gli scioperi - allo stesso modo che postula una stabilizzazione dei salari e perciò dei costi, - e anche in questo il secondo governo socialista è stato netto: nessun aumento generale dei salari, ma aggiustamenti parziali là dove il salario risulti “anormalmente” basso (come se il salario non fosse sempre, in regime capitalistico, e soprattutto in periodi di crisi come l'attuale, anormalmente basso!). In altre parole, il piano è l'altra faccia di una politica di stretto controllo delle organizzazioni e delle lotte del proletariato: esige uno sfruttamento maggiore e, nel contempo, una sottomissione ancor più supina della classe operaia alle direttive dello Stato e agli interessi della Nazione.

D'altro canto, il suo finanziamento implica una riduzione forzata dei consumi per l'impiego di una più alta percentuale del risparmio negli investimenti produttivi: ergo, un peggioramento del tenor di vita che si giustificherà come momentaneo in attesa degli alti rendimenti futuri, ma che sarà comunque fortemente risentito e che una politica finanziaria di equilibrio del bilancio renderà ancora più duro finchè non si arriverà alle misure care al totalitarismo nazista di rendere obbligatorio il risparmio. Nello stesso senso agirà la necessità di incrementare le esportazioni, per pagare tanto le importazioni previste dal piano, quanto l'interesse dei prestiti esteri che il suo finanziamento esige a completamento dei capitale “nazionale” messo a disposizione dello Stato. E il problema dell'incremento dell'esportazione ne pone un altro: potrà mantenersi e svilupparsi l'esportazione su un mercato internazionale dove la concorrenza tende di giorno in giorno a farsi più acuta poichè tutti i grandi paesi capitalistici sono premuti dalla stessa necessità di vendere all'estero, dagli Stati Uniti all'Inghilterra e alle nazioni minori?

Infine, la realizzazione degli obiettivi previsti condiziona una politica estera aggressiva, soprattutto nei confronti della Germania. È vero che la produzione nazionale di carbone è aumentata, ma rimane tuttavia al disotto del livello 1938, e chi ne risente è l'industria siderurgica, cioè una delle industrie-chiavi del piano. Quando si pensi che il piano Monnet prevede per il 1950 un consumo di carbone di 86 milioni di tonnellate, di cui solo 65 potranno essere prodotte (nella migliore delle ipotesi) dalle miniere francesi, le quali lavorano ora in buona parte con prigionieri tedeschi ma dovranno ben presto fare appello ad operai nazionali in regime normale di lavoro, e che d'altra parte le miniere della Saar hanno una capacità di produzione (per ora non più raggiunta) di 20 milioni di tonnellate, si comprende tanto lo sforzo francese di incorporare la Saar, quanto le pressioni esercitate dal governo sugli Alleati per assicurarsi una quota stabile di importazione dalla Ruhr anche a costo di ridurre l'industria e perciò il proletariato tedesco alla completa paralisi.

Il piano Monnet corona dunque degnamente l'opera di intensificato sfruttamento del proletariato francese già iniziato dai governi democratici con la politica delle nazionalizzazioni, e, sul piano internazionale, acuisce i contrasti imperialistici nel presente e più ancora nelle prospettive avvenire. La sua riuscita è condizionata a fattori interni che si riassumono nella rinuncia della classe operaia alla lotta di classe e nella sempre più decisa trasformazione in senso autoritario del meccanismo politico della “democrazia”, e a fattori esterni che si sintetizzano in un'esasperazione della concorrenza sul piano internazionale e in un irrigidimento della politica della “sicurezza” (1).

Inutile dire che al timone di questo esperimento politico, sociale ed economico devono esserci dei partiti “di sinistra”. Come dice il progetto, “La modernizzazione non è uno stato di cose, è uno stato d'animo”: la creazione di questo stato d'animo, l'educazione delle masse operaie ad accettare osannando la loro nuova prigione, sono e rimarranno il particolare privilegio dei Blum e dei Thorez, dei Ramadiere dei Frachon, degli uomini della “politica di grandezza della Francia”.

(1) Le difficoltà di realizzazione del Piano Monnet nel quadro di una generale instabilità dei fattori che stanno alla sua base sono documentate dal fatto che, per il 1947, il governo ha deciso per ora di anticipare appena il 60% degli investimenti previsti per tale anno (265 miliardi di fran-chi invece di 475) in attesa di garanzie sufficienti riguardo all'approvvigionamento do mano d'opera e di combustibile e agli sviluppi del mercato nazionale e internazionale del danaro e dei capitali. Inutile dire che i 30 miliardi per spese militari saranno erogati subito...

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