Il fine giustifica i mezzi?

Il fine che giustifica i mezzi pone la domanda: che cosa giustifica il fine? Nella vita pratica come nel processo storico, il fine e i mezzi si scambiano di posto incessantemente. La macchina in costruzione è il “fine” della produzione, per divenire poi, installata nella fabbrica, un “mezzo” di produzione. La democrazia è in certe epoche il “fine” perseguito nella lotta di classe, di cui diviene poi il “mezzo”. Senza avere niente di immorale, il principio attribuito ai gesuiti non risolve il problema morale...

Il mezzo non può essere giustificato se non dal fine. Ma anche il fine ha bisogno di una giustificazione. Dal punto di vista del marxismo, che esprime gli interessi storici del proletariato, il fine è giustificato se porta all'accrescimento del potere dell'uomo sulla natura e alla soppressione del potere dell'uomo sull'uomo.

Questo significa forse che per raggiungere questo fine tutto è consentito? domanderà sarcasticamente il filisteo dimostrando di non aver capito niente. È consentito, risponderemo, tutto ciò che porta realmente alla liberazione degli uomini. Poiché questo fine non può essere raggiunto che per via rivoluzionaria, la morale emancipatrice del proletariato ha necessariamente un carattere rivoluzionario. Come ai dogmi della religione, questa morale si oppone irriducibilmente a tutti i feticci dell'idealismo, questi gendarmi filosofici della classe dominante. Essa deduce le norme della linea di condotta dalle leggi dello sviluppo sociale, cioè anzitutto dalla lotta di classe, che è la legge delle leggi.

Il moralista insiste ancora: Ciò significa forse che, nella lotta di classe contro il capitalismo, tutti i mezzi sono consentiti? La menzogna, la falsificazione, il tradimento, l'assassinio, eccetera?

Rispondiamo: sono ammissibili e obbligatori solo i mezzi che aumentano la coesione del proletariato, gli ispirano nella coscienza un odio inestinguibile per ogni forma di oppressione, gli insegnano a disprezzare la morale ufficiale e i suoi sostenitori democratici, gli danno piena consapevolezza della sua missione storica, accrescono il suo coraggio e la sua abnegazione. Ne consegue per l'appunto che non tutti i mezzi sono consentiti.

Quando diciamo che il fine giustifica i mezzi, ne consegue per noi che il grande fine rivoluzionario respinge, tra questi mezzi, i procedimenti e i metodi indegni che sospingono una parte della classe operaia contro un'altra; o che tentano di fare la felicità delle masse senza la loro partecipazione; o che minano la fiducia delle masse in se stesse e nella loro organizzazione sostituendovi l'adorazione dei “capi”. Al di sopra di ogni altra cosa, la morale rivoluzionaria condanna irriducibilmente il servilismo nei confronti della borghesia e l'altezzosità nei confronti dei lavoratori, cioè una delle caratteristiche più radicate nella mentalità dei pedanti e dei moralisti piccolo-borghesi.

Questi criteri, va da sé, non definiscono quello che è consentito o no in una data situazione. Non esistono risposte automatiche di questo genere. Le questioni della morale rivoluzionaria si confondono con le questioni di strategia e di tattica rivoluzionaria. L'esperienza viva del movimento, illuminata dalla teoria, dà la giusta risposta.

Il materialismo dialettico non separa il fine dai mezzi. Il fine lo si deduce del tutto naturalmente dal divenire storico. I mezzi sono organicamente subordinati al fine. Il fine immediato diviene il mezzo del fine ulteriore.

Ferdinando Lassalle nel suo dramma “Franz von Sickingen” fa dire a uno dei suoi personaggi: “Non indicare solo il fine. indica anche la via - perché il fine e la via sono talmente uniti - che l'uno muta con l'altro e si muove con esso - e che una nuova via rivela un altro fine”.

I versi di Lassalle sono molto imperfetti, ma l' interdipendenza del fine e dei mezzi è bene espressa. Bisogna seminare un chicco di grano per ottenere una spiga di grano.

... L'elemento decisivo ai nostri occhi non è il movente soggettivo, è l'utilità oggettiva. Un tale mezzo può condurci al fine? ... Così nella Questione più grave - quella dell'omicidio - le norme morali assolute sono del tutto inoperanti. Il giudizio morale è condizionato, come il giudizio politico, dalle necessità interne della lotta.

L'emancipazione degli operai non può essere opera che degli operai stessi. Non esiste quindi crimine più grande di quello di ingannare le masse, di far passare le sconfitte per vittorie, gli amici per nemici, di comprare i capi, di fabbricare le leggende, di montare dei processi di impostura - di fare, in una parola, quello che fanno gli staliniani.

Trotsky

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