Classe e coscienza: dalla teoria all'intervento politico

Alla faticosa ripresa di un serrato dibattito nazionale sui maggiori problemi del proletariato e del movimento rivoluzionario riemergono polemiche e discussioni che troppo facilmente erano state date per superate.

Ciò che noi diamo per acquisito nel corpo di tesi del movimento comunista è tuttora oggetto di discussioni che, oltre che riecheggiare - come vedremo - polemiche già avvenute nell'ambito del Partito socialdemocratico russo negli anni 1902-1903 e fra le stesse forze che concorsero nel 1921 alla costituzione del P.C.d'I., evidenziano soprattutto la eterogeneità di formazione dei gruppi e delle tendenze che in qualche modo dobbiamo comprendere nel campo rivoluzionario.

Senza porci il problema, qui, di dar ragione del perché di questa situazione, affronteremo un tema fondamentale, oggetto di polemica alla prima conferenza internazionale di Milano (1): il rapporto tra “essere e coscienza” della classe e dunque il rapporto classe-partito. Ci riferiremo quindi alle conseguenze che da quei rapporti scaturiscono relativamente all’operatività concreta dei rivoluzionari e agli strumenti di lavoro e di intervento che essi si danno.

Le polemiche sul “Che fare?”

Ci siamo richiamati ad antiche discussioni in seno al movimento proletario e da queste ci avviamo.

Plechanov in “La classe operaia e gli intellettuali socialdemocratici” (2) sembra raddrizzare alcuni “eccessi” di Lenin del “Che fare?”. Fra i passi incriminati sarebbe quello secondo cui:

in Russia la dottrina teorica della socialdemocrazia sorse del tutto indipendentemente dalla crescita spontanea del movimento operaio, sorse come risultato naturale e inevitabile del pensiero negli intellettuali socialisti rivoluzionari. (3)

A tanto, Plechanov risponde:

la crescita spontanea del movimento operaio esercitò su di esso [il movimento rivoluzionario - ndr] un fortissimo influsso proprio quando la vecchia teoria populista cominciava a disgregarsi sotto la pressione delle nuove esigenze della vita, che essa non aveva previste. Nella pubblicistica rivoluzionaria della fine degli anni settanta si possono trovare alcuni esempi assai istruttivi del fatto che l'inattesa comparsa sulla nostra scena storica del proletariato con tutte le esigenze che gli sono proprie metteva in imbarazzo gli autori populisti e cosi avvicinava il momento della grande revisione del programma populista. (4)

E più avanti:

Marx ed Engels hanno riconosciuto nel proletariato la principale forza rivoluzionaria del nostro tempo, una forza la cui missione storica è quella di sostituire il modo di produzione capitalista con quello socialista. Ma affinché potessero riconoscere nel proletariato questa forza erano necessarie due condizioni: prima di tutto l'antagonismo delle classi e la rapida “crescita spontanea del movimento operaio”, in secondo luogo, da parte loro, cioè da parte di chi era chiamato a porre il socialismo su basi scientifiche, un esame attento di questi fenomeni.

Nel confronto scontro fra citazioni sembra uscire vittorioso Plechanov: Lenin ha ecceduto. Se il nocciolo del “Che fare?” stesse tutto in quella frase di Lenin citata e presa di mira dal suo rivale, quanti rifiutano “in toto” il leninismo e gli essenziali concetti leninisti riguardo il partito avrebbero ragione: quei concetti si fonderebbero infatti su una premessa metodologica errata. Ma così non è. La chiave di lettura del “Che fare?” non può affatto essere quella di comodo che fornirono Plechanov e - come vedremo - Martynov e via elencando i menscevichi.

Ed era stato lo stesso Plechanov a dirlo a Martynov nel corso del II congresso del POSDR (luglio-agosto 1903) che ebbe a centro di discussione proprio le tesi del “Che fare?”. Riportiamo la sua dichiarazione:

Lenin non ha scritto un trattato di filosofia della storia, ma bensì un articolo polemico contro gli economisti che dicevano: noi dobbiamo aspettare e vedere a che cosa arriverà la classe operaia da sola, senza l'aiuto del “bacillo rivoluzionario”. A quest'ultimo era proibito dire qualunque parola agli operai proprio perché è “bacillo rivoluzionario” cioè perché, ha una coscienza teorica. Ma se voi eliminate il bacillo, resta soltanto una massa inconscia, nella quale la coscienza deve essere immessa dall'esterno, se voleste essere giusti verso Lenin e aveste letto attentamente tutto il suo libro, avreste visto che egli dice proprio questo. Così parlando della lotta sindacale, egli sviluppa la stessa idea che l'ampia coscienza socialista può essere immessa soltanto da oltre i limiti della lotta immediata per il miglioramento delle condizioni di vendita della forza lavoro. (5)

Così Plechanov ci fornisce nel 1903 la migliore risposta ai propri scritti anti-Lenin del 1904.

Ma è interessante ripercorrere le successive contorsioni di Plechanov che meglio ci aiuteranno a comprendere la sostanza del problema.

Egli scrive, appunto nel 1904, (6) in falsa polemica con Lenin: “Il socialismo istintivo deve, secondo Kautsky, portare alla rivoluzione sociale” e prosegue, citando il tedesco là ove questi spiega la base della sua opera “Die Soziale Revolution”:

Volevo sapere quali conseguenze scaturiscano necessariamente dal dominio politico del proletariato in forza dei suoi interessi di classe e dei bisogni della produzione, del tutto indipendentemente dalla base teorica in cui si venisse a trovare il proletariato durante la sua vittoria. Ho quindi eliminato ogni ipotesi sull'influsso delle idee socialiste sul proletariato [“ascoltate duri, ascoltate!”, è un inciso di Plechanov rivolto ai leninisti - ndr]. Al principio della mia ricerca mi sono posto la domanda: quale uso dovrà fare del proprio potere il proletariato? Non quello che vorrà in base ad una determinata teoria o a un determinato stato d'animo, ma quello che dovrà intraprendere mosso dai suoi interessi di classe e dalla forza della necessità economica. (7)

Il metodo delle astrazioni

La citazione completa fatta dallo stesso Plechanov dimostra due cose:

(a) Kautsky ha esaminato con il suo libro (molto stimato dallo stesso Lenin) “La rivoluzione sociale” le necessarie misure economiche e politiche perché la rivoluzione assumesse il carattere comunista che solo la rende “rivoluzione sociale” In questo senso l'astrazione che Kautsky fa dal partito e dalle condizioni di coscienza della classe, non solo è perfettamente legittima, ma scientificamente necessaria, come è necessaria astrarre dalle particolari condizioni sperimentali (appositamente più volte mutate in laboratorio) per giungere alla definizione scientificamente corretta di una qualsiasi legge (per esempio termodinamica). La equazione di stato dei gas (PV = RnT), ci insegna Fermi, vale indipendentemente dal fatto che:

nessun gas reale obbedisce esattamente alla equazione. Si chiama gas perfetto o ideale una sostanza che obbedisce esattamente alla equazione. (8)

Le leggi della termodinamica ci dicono quali sono le condizioni ideali del gas che verificherebbero esattamente la equazione. Ma per poter proseguire nella esposizione dei principi di questa disciplina è necessario astrarre dai concreti casi sperimentali per poter enunciare quelle leggi che ci consentiranno di tornare ad essi con il bagaglio di cognizioni necessario allo stesso progredire della tecnica produttiva, (macchine termiche, calcoli relativi al rapporto altezza/tempera tura dell'aria, fisica delle soluzioni, ecc.)

Fa specie che si debba ricorrere ad esempi così ovvi. D'altronde il concetto di “astrazione” fa mostra di non essere conosciuto anche in rapporto alle attuali discussioni sulla teoria del valore-lavoro.

Ogniqualvolta si tratta di arzigogolare in politica per sfuggire alle ferree posizioni marxiste, si dimentica il carattere scientifico che le contraddistingue.

Plechanov fa altrettanto giungendo a darsi la zappa sui piedi. Infatti:

(b) la citazione di Kautsky non dimostra ciò che Plechanov avrebbe desiderato.

Kautsky cioè insiste sulla necessità: il proletariato, indipendentemente da se vorrà, dovrà intraprendere quel che scaturisce dalla necessità economica. Ma proprio astraendo dalle condizioni reali di coscienza, egli lascia per un attimo aperto il problema del come “il socialismo istintivo, deve portare alla rivoluzione sociale”. È esattamente ciò a cui risponde Lenin nel “Che fare?” che Plechanov accetta al II Congresso del P.O.S.D.R. come già visto.

Nel “Che fare?” si trova la risposta chiara al problema che così possiamo formulare: posto che la coscienza teorica del socialismo è il prodotto della elaborazione esterna alla dinamica quotidiana della classe di quanto concretamente emerge come problema o questione politica, come si realizza la congiunzione fra l'una e l'altra?.

14 mesi dopo l'uscita del libro (20-3-1902/4-8-1903) al secondo congresso, seduta nona, Martynov disse:

Il compagno Karskij ha detto che la mia concezione del rapporto della classe operaia e della ideologia socialista si riduce alla tesi che la classe operaia da sola giunge ad elaborare la teoria del socialismo scientifico. Io non ho mai detto niente di simile. Io ho soltanto rilevato che i vari strati del proletariato hanno elaborato autonomamente le forme della lotta economica e politica di classe e hanno trasformato le idee del socialismo borghese in idee comuniste. (9)

Che, fra l'altro è esattamente ciò che gli aveva rimproverato Karskij. La specifica successiva infatti puzza lontano un miglio di opportunismo, poiché al comunismo arrivano non meglio specificati “vari strati del proletariato” però... anche gli “ideologi” sono serviti. Dice infatti:

La funzione degli ideologi è consistita nell'aver sintetizzato questi elementi della lotta di classe, nell'aver dato un fondamento teorico a questa lotta. Questo lavoro è stato compito, si intende, non dagli operai, ma da Marx e da Engels ed è consistito nella trasformazione delle passate teorie filosofiche e scientifiche nella teoria del socialismo scientifico.

Dunque, procedendo con il buon metodo delle astrazioni sistematiche:

  1. non ci sono gli ideologi come momento distinto. In questo caso i “vari strati” del proletario trasformano ancora le idee del socialismo borghese in idee comuniste? Dalla seconda parte della citazione si direbbe di no.
  2. cambia la forma ma il problema è lo stesso. Senza “fondamento teorico” alla lotta di classe, la trasformazione delle idee da borghesi a comuniste ad opera di quella stessa lotta è ancora possibile? Sempre Martynov ci dice di no.

Conclusione, Martynov, come poi Plechanov, gira attorno al problema senza venirne a capo, tanto meno a soluzione.

Ritorni delle vecchie polemiche

Per Lenin, quando si accingeva a scrivere il “Che fare?”, era chiaro il rapporto dialettico che lega la “vita” della classe con la sua dottrina politica. La sua colpa fu eventualmente di averlo dato per scontato e di essersi accinto esclusivamente a una opera...

interamente dedicata alla critica dell'ala codista della socialdemocrazia di allora, alla indicazione e alla confutazione degli errori particolari di quest'ala. (10)

Le premesse implicite collimano perfettamente con l'intervento citato di Plechanov al II congresso e con gli stessi insegnamenti del Kautsky della “Rivoluzione sociale” oltre che con la tradizionale impostazione esattamente marxista del problema. Sono le seguenti.

L'esistere obiettivo della classe e la sua lotta quotidiana contro i capitalisti pongono da una parte le premesse oggettive alla elaborazione scientifica della dottrina comunista e del programma per il comunismo, d'altra parte sono il terreno concreto di cultura dell'istinto di classe del proletario stesso che può giungere sino ad una indistinta volontà di sovversione della società. Sulla base della esistenza (la “vita” di Plechanov) del proletario si sviluppa il pensiero comunista in forma di strumento di critica, principi politici e organizzativi per la realizzazione del programma. Marx ha sì elaborato la fondamentale tesi relativa alla dittatura del proletario sulla base della esperienza del proletariato parigino, ma quella tesi non sarebbe stata tale senza un Marx, soggetto della elaborazione dottrinaria. Lo stesso Lenin avviò (e lasciò incompiuta) la tesi relativa alla forma sovietica del potere (il potere dei consigli) sulla scorta della esperienza russa del 1905 e più ancora nella tempesta del febbraio 1917. Ma che sarebbe stato della lotta successiva senza elaborazione da parte di Lenin delle Tesi di Aprile e senza l'immediato operare del partito bolscevico su di esse? Il “fattore esterno” alla classe, che riprenderemo ampiamente più avanti, è dunque un prodotto del moto spontaneo della classe nel senso che questo fornisce il materiale grezzo di esperienza e di dati che quello elabora in dottrina-programma per renderlo in questa forma al movimento reale del proletariato. La necessità del “fattore esterno” è data dal quadro storico medesimo dominato dallo scontro, dall'urto fra le classi, poiché non esiste realtà sociale che non trovi la sua espressione politica.

Dove sta l'interesse per quella sorta di “scavi archeologici” sin qui fatti? Sta nelle sorprendenti analogie con le argomentazioni capziose e apparentemente, ma solo apparentemente, puntigliose, che ricorrono ancor oggi fra quanti non hanno ancora assimilato (come accennato in apertura) tesi per noi acquisite alla dottrina comunista.

Consideriamo qui le tesi della CCI perché con questa corrente abbiamo avuto modo di discutere direttamente e di pubblicare i documenti relativi a questa discussione. (11)

I compagni della CCI dicono (12):

Se pensiamo che la classe operaia di per sé stessa può essere solo trade-unionista e che non può arrivare ad una coscienza rivoluzionaria che sola può venire dal partito, come elemento estraneo della classe, con questa concezione dobbiamo concepire la relazione tra partito e classe come è stata tra partito e resto della società nella società borghese (...) La concezione di un partito borghese è quella di un partito che sa dove va e di una massa che non sa dove si va.

Due rilievi subito:

  1. il rapporto non è esattamente quello indicato. Il partito borghese è per la borghesia l'organizzatore politico di ciò che la borghesia sa, o comunque vuole.
    Nei confronti del proletario, in cui peraltro può raccogliere e raccoglie oggi vaste adesioni, è il punto di forza sul quale si polarizza il rapporto obiettivo di dipendenza delle masse sfruttate dalla “ideologia dominante, della classe dominante” (Marx). Che ciò non piaccia, si può anche capire, ma è un dato obiettivo immodificabile, ci insegna Marx, fino alla rivoluzione e oltre.
  2. Fatta dunque questa distinzione e verificato nuovamente che la massa è soggetta alla ideologia dominante, quale sarebbe il “rapporto diverso”? La risposta della CCI è nel concetto più volte ribadito: “il ruolo del partito per noi è di contribuire effettivamente, di giocare effettivamente il ruolo per la classe per il quale è stato creato e cioè di essere un acceleratore, un catalizzatore del processo di presa di coscienza della classe operaia”.

Ne consegue che la coscienza è già tutta nella classe medesima e resta solo da accelerarne la crescita: è un di più.

Partito come strumento

Marx, Engels, lo stesso Plechanov citato del 1903 insorgono. E allora i nuovi Martynov della CCI ci dicono:

Il partito è un organo della classe operaia indispensabile per la stessa, senza cui non è possibile per la classe prendere il potere.

Dalle argomentazioni di cui sopra risulterebbe invece che senza il partito la presa dei potere è solo ritardata, a meno di ammettere che questo “catalizzatore, acceleratore” è un elemento esterno alla classe il cui ruolo è appunto quello di importare la coscienza teorica e il programma.

Non si dice però come e perché il Partito è “indispensabile” quindi la affermazione di per sé non risolve nulla, salvo mostrare quella stessa pericolosa confusione fatta da Martynov al II Congresso del POSDR e da Plechanov un anno dopo, e che non a caso segnò l'avvio della loro esperienza menscevica.

D'altra parte nel documento stesso presentato alla conferenza, la CCI dice:

Su una questione primordiale come quella del partito rivoluzionario il pensiero comunista deve oggi tener conto degli apporti delle diverse frazioni e integrarli in un tutto coerente.

Quindi... il partito non è la “coscienza”, né “lo stato maggiore” né il “rappresentante” della classe. Cos’è allora?

È uno strumento che la classe si dà nel suo processo di presa di coscienza per accelerare, generalizzare e approfondire questo processo. Raggruppando gli elementi comunisti della classe, allorché 'le idee dominanti sono le idee della classe dominante' (Marx) esso non può che costituire che una minoranza di questa. In questo senso, il concetto di “partito di massa” (...) non può essere proprio del partito al momento della rivoluzione proletaria.

Siano all'assurdo: la dialettica diventa contemporaneità di fenomeni oggettivi (lotte operaie) e soggettivi (maturazione rivoluzionaria), con grossolane forzature teoriche. Il “darsi” presuppone quantomeno la coscienza della necessità. La classe dunque dovrebbe maturare la coscienza della necessità preventivamente rispetto al processo di maturazione stessa!! Le cosiddette integrazioni svaniscono quindi per lasciare il posto a ingombranti confusioni.

Accettiamo dunque per un momento che la classe possa pervenire alla coscienza di sé e del suo divenire e quindi “per sé”. (13)

Allora il partito o non servirebbe o sarebbe l'organizzazione nella quale si configurerebbe quello stesso processo di crescita. Il proletariato comunista si organizzerebbe al momento opportuno - quando cioè fosse appunto comunista - nel modo adeguato allo svolgimento della rivoluzione.

Dunque un partito tutt'altro che di minoranza: di massa, anzi proiettato a comprendere la totalità della classe. È una forma in cui si può sintetizzare il risultato della “evoluzione” di certi ex-programmisti cripto-bordighisti di Francia, la cui parabola ben si presta ad esemplificare il concetto dialettico della trasformazione della quantità in qualità. Non è ciò che dice la CCI, naturalmente.

Dalle argomentazioni della CCI si trae allora un altro assunto di partenza: dalla classe operaia intesa come “sistema chiuso” non cresce alcunché che non siano variazioni (e di tono minore) della stessa ideologia borghese. Benevolmente attribuendo alla CCI la comprensione di quanto deriva immediatamente dalla citazione di Marx da essa stessa riportata, da quali cieli piove allora questo famoso “strumento” che non è “né coscienza”, “né stato maggiore”?

Va qui chiarito, visto che è stato tirato in campo, anche il concetto di strumento che la classe si dà.

Gli strumenti della classe

Il proletariato non manca nei momenti ascensivi della lotta di classe di darsi strumenti adeguati alla conduzione di questa. Effettivamente sono gli stessi operai che “si danno uno strumento” quando si organizzano in comitato di sciopero, coordinamenti di lotta, casse di resistenza, ecc. Il concreto muoversi della classe, il concreto rapportarsi degli operai alle situazioni che vivono, si configura in un darsi materialmente da parte del proletariato organizzazioni speciali, ciascuna delle quali avente scopi ben definiti e limiti precisi.

Nella fase che definiamo ascensiva del capitale, quando cioè la stessa lotta fra proletari e borghesi muoveva i primi passi, fu lo stessa proletariato ad esprimere le prime organizzazioni sindacali, a dotarsi cioè degli strumenti atti a condurre la forma elementare della lotta di classe sul piano della contrattazione “commerciale” (Engels). Che oggi il sindacato sia strumento contro-rivoluzionario non cambia la sua origine storica e la sua medesima funzione. Anzi è proprio la funzione “mediatrice” del sindacato che, fondandosi sulla esistenza stessa del rapporto salariale, lo trasforma in difensore del capitalismo. Quando le contraddizioni giungono al cuore stesso del sistema, mettendo all'ordine del giorno l'eversione del rapporto di classe esprimentesi nella contrattualità del salario, l’organismo specifico della contrattazione si schiera sul fronte controrivoluzionario.

Oggi, pur in situazione complessivamente ancora controrivoluzionaria, in assenza cioè di reali spinte eversive, il sindacato opera direttamente in senso antioperaio in virtù delle permanenti incompatibilità delle rivendicazioni operaie con la conservazione capitalista.

Nella conduzione dello sciopero, è prassi comune, anche se non sempre verificata, che gli operai si diano strumenti adeguati come i comitati di lotta. Essi esauriscono la loro funzione con l'esaurirsi della lotta e con essa scompaiono, o vengono riassorbiti dalle normali organizzazioni sindacali.

Il proletario russo, nel 1905, all'apice della sua lotta contro l'autocrazia zarista e contro i capitalisti che lo legavano a condizioni spaventose di miseria, consegnò alla storia la prima formazione dei Soviet. Così ne parla Trotsky:

Il Consiglio dei deputati operai fu costituito per rispondere ad una necessità obiettiva suscitata dalla congiuntura di allora: occorreva avere una organizzazione fornita di autorità indiscutibile, libera da ogni tradizione che riunisse subito le moltitudini disperse e prive di legami; questa organizzazione doveva essere il punto di confluenza di tutte le correnti rivoluzionarie all'interno del proletariato; doveva essere capace di iniziativa e di controllarsi automaticamente - l'essenziale infine era di poterla mettere in piedi in 24 ore. (14)

La classe dunque si è data, e si darà le proprie organizzazioni di combattimento per l'assalto proletario prima e di esercizio del potere poi.

Ma sulla base di quell'organismo nato dalla classe, il partito bolscevico elaborò la propria linea che, prontamente affinata, di settimana in settimana, fra il febbraio e l'aprile del 1917, culminando nelle Tesi di Lenin, consentì la vittoria di Ottobre.

Il 1905 fu il laboratorio storico in cui la classe espresse i dati concreti della propria esperienza e la propria tensione rivoluzionaria. Il partito bolscevico fu l'elaborazione cosciente e il momento attivo del congiungimento fra istinto e coscienza, fra spinta dal basso e programma storico del comunismo.

L'elemento esterno

Indubbiamente il partito bolscevico esisteva. Non è il 1905 ad averlo originato.

Altrettanto indubbiamente dal 1905 esso ha tratto nuovo elemento teorico, politico e organizzativo. Come coniugare i due fatti? Come risolvere il problema che la CCI lascia visibilmente insoluto? Ancora una volta si tratta di riandare al punto essenziale della dottrina comunista - sul quale hanno insistito i nostri interventi al dibattito di Milano - in base al quale esiste una profonda differenza fra “istinto di classe” e “coscienza di classe”.

L'uno nasce e si sviluppa all'interno delle lotte operaie come patrimonio dei proletari medesimi; è posto in essere dall'antagonismo degli interessi materiali e si nutre delle crescenti contraddizioni economiche, sociali e politiche originate da quello stesso antagonismo; chiede infine, per esserci, che i rapporti fra proletari e capitalisti siano sufficientemente tesi da comportare una certa generalizzazione delle lotte operaie e una certa durezza degli scontri. L'altra, la coscienza, nasce dall'esame scientifico delle contraddizioni di classe, cresce con il crescere della conoscenza delle contraddizioni; vive e si nutre con l'esame e la elaborazione dei dati promananti dalle esperienze storiche della classe.

Detto questo, appaiono quantomeno infantili le argomentazioni della CCI secondo le quali (15) dalla concezione leninista del Partito, scenderebbe “la negazione della classe operaia come classe rivoluzionaria” e “coerentemente, la fissità del programma indipendentemente dallo sviluppo della lotta di classe” (16).

Ora, sebbene possibile, il passaggio dall'istinto di classe alla coscienza di classe non è affatto automatico, né bastano ulteriori radicalizzazioni degli scontri o pluralità di esperienze negative, come sembra emergere talvolta nei testi della CCI. (17)

Valga a riprova di ciò il maggiore episodio di lotta di classe in Italia: l'occupazione delle fabbriche nel 1920. Da Mirafiori partivano telegrammi al sindacato e al PSI reclamanti l'avvio di azioni rivoluzionarie, l'istinto della classe era largamente orientato alla rivoluzione e molte altre cose erano pronte (armi e piani di armamento degli operai esistevano, la piccola borghesia era incerta e sull'orlo di schierarsi con il proletariato se la sua iniziativa fosse andata oltre, il disorientamento delle forze armate della borghesia era al giusto grado).

Mancò tuttavia e non poteva originarsi dalle fabbriche, la forza che tempestivamente trasformasse la quantità di dati rivoluzionari in capacità politiche organizzative e militari per la vittoria proletaria.

Esistevano nel PSI uomini e forze in grado di farsi carico di questo ruolo. Ma non furono allora pronte; non erano cioè ancora “elemento esterno” né alla classe né al... PSI. La frazione “astensionista”, maggiore componente delle forze che confluirono a Livorno nel P.C.d'I., non aveva avuto il tempo di svolgere quel lavoro nella classe che avrebbe comportato il convergere dell'istinto della classe e della coscienza scientifica dei suoi esponenti politici sul terreno delle sue indicazioni rivoluzionarie.

La coscienza è dunque esattamente un “elemento importato nella lotta di classe del proletariato dove le condizioni lo permettono” (Kautsky citato da Lenin, polemicamente citato da Rivoluzione Internazionale n. 12). Le argomentazioni della CCI in contrario non dimostrano ciò che essa vorrebbe, dimostrano invece che la dialettica è cosa affatto sconosciuta a questi compagni. Scrivono infatti:

Non stiamo qui a contestare ovviamente l'estrazione sociale dei compagni Marx o Engels o di tanti altri rivoluzionari. Quello che vogliamo sottolineare è invece la militanza politica di classe che colloca tutti i rivoluzionari nella classe, nella misura in cui aderiscono al suo programma storico e non di questo o quel riformatore del mondo. Infatti la stessa opera colossale di Marx ed Engels trae tutti i suoi elementi non già “dalla filosofia tedesca, l'economia politica inglese e il socialismo francese” (Lenin) quanto invece dalle “condizioni reali di una lotta di classe esistente, di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi” (Marx).

La buffa contrapposizione di Marx e Lenin è priva di ogni senso perché le due dizioni non sono affatto contraddittorie: gli elementi indicati da Lenin sono stati inoppugnabilmente necessari a Marx proprio per esaminare quel movimento storico, per svelare scientificamente la realtà di quelle condizioni di lotta. E sin qui arrivano anche gli scolari delle Frattocchie.

Ma il punto essenziale che indica le scarse attitudini alla dialettica della CCI è l'altro, quello cioè in cui ci si ostina a vedere come alternativi e reciprocamente escludentisi il fatto che i “teorici” della classe non siano operai e il fatto che tuttavia essi siano tali se e in quanto militano politicamente con il proletariato.

In altri termini quanto dice la CCI non nega per nulla (né lo potrebbe) il fatto che “il detentore della scienza non è il proletariato” (sempre Kautsky e Lenin citati dalla CCI), e dimostra invece che il Marx dell'”Ideologia Tedesca” non è stato affatto capito, nonostante citato ogniqualvolta torni comodo.

Sono o non sono le idee dominanti le idee della classe dominante? È vero o non è vero che i “detentori dei mezzi della produzione materiale detengono con ciò e in pari tempo i mezzi della produzione intellettuale” e che il proletariato è invece classe sfruttata e quindi anche ideologicamente dominata?

Se è così, allora è anche vero che:

il socialismo contemporaneo è nato nel cervello di questi ceti (gli intellettuali borghesi) ed è stato da essi comunicato ai proletari più elevati per il loro sviluppo intellettuale, i quali in seguito lo introducono nella lotta di classe del proletariato.

Ancora Kautsky e Lenin

Questo è un dato, indipendentemente dal fatto che il linguaggio qui usato sia scarsamente dialettico.

Passiamo dunque al secondo termine del rapporto dialettico.

Il nesso dialettico

Gli “intellettuali”, i “teorici” della classe non lavorano di fantasia o sulla scorta di principi astratti privi di nesso con la realtà del proletariato. Noi diciamo che:

l'intellettuale rimane l'intellettuale di sempre, legato cioè alla sua matrice socioeconomica se non si inserisce nella classe, se non diventa un elemento formativo portando il suo contributo nell'ambito della classe. L'intellettuale diventa l'operaio intellettuale che deve lavorare nella e per la classe. (18)

È un altro modo per illustrare il medesimo concetto: la coscienza è il riflesso nel campo delle idee dell'obiettivo antagonismo proletari-borghesi; è quindi l'elemento soggettivo che consente il superamento della contraddizione mediante la distruzione rivoluzionaria del capitalismo. Lo scontro reale di interessi fra proletari e borghesi, la concreta esperienza di classe è la condizione “sine qua non” della coscienza e di ogni sua progressione.

Quando teoria, filosofia, morale ecc. entrano in contraddizione con i rapporti esistenti, ciò può accadere soltanto per il fatto che i rapporti sociali esistenti sono entrate in contraddizione con le forze produttive esistenti. (19)

Marx

Non è dato alla organizzazione rivoluzionaria, al partito, elaborare dottrine al di fuori del movimento reale della classe e delle sue reali esperienze storiche. È quindi solo vivendo all'interno del fenomeno classe che il partito può elaborare le linee della propria azione politica.

Se va dunque rigettata la tesi per la quale l'identità fra socialismo e proletariato consisterebbe nel fatto che la teoria è meccanico prodotto della classe (come ha sostenuto la CCI anche a Milano) (20), va anche rifiutata la tesi per cui la coscienza sarebbe un puro prodotto dello spirito di personaggi eccelsi.

Qui sta il falso problema: la coscienza socialista viene dalla classe o viene da coloro che sanno “riflettere le leggi della storia”? È un falso problema perché posto non in termini dialettici, in modo cioè da rendere davvero conoscibile la realtà sociale e storica. La sua soluzione sta infatti al di fuori dei termini alternativi in cui esso è formulato, e li comprende entrambi. La coscienza socialista è la riflessione scientifica sulle esperienze della classe e sui problemi che da questa emergono; condotta da quanti sono attrezzati a questa riflessione e si identificano politicamente nella classe.

È questa identificazione il nesso dialettico fra coscienza teorica del socialismo e materiale esistenza del proletariato e del suo movimento.

Incapaci evidentemente di usare strumento dialettico, i compagni della CCI continuano a dibattersi nella trappola di quella falsa alternativa senza poterne uscire in modo intimamente coerente.

Resta dunque un enigma insoluto il far quadrare la loro tesi con l'altra precisa affermazione di Marx che pare scritta per loro e che riportiamo per esteso alla memoria di tutti; operando noi alcune sottolineature:

dalla concezione della storia che abbiamo svolto otteniamo ancora i seguenti risultati:
1. nello sviluppo delle forze produttive si presenta uno stadio nel quale vengono fatte sorgere forze produttive e mezzi di relazione che nelle situazioni esistenti fanno solo del male, che non sono più forze produttive, ma forze distruttive (macchine e denaro) e, in connessione con tutto ciò, viene fatta sorgere una classe che deve sopportare tutti i pesi della società, forzata al più deciso antagonismo contro le altre classi; una classe che forma la maggioranza di tutti i membri della società e dalla quale prende le mosse la coscienza della necessità di una rivoluzione che vada al fondo, la coscienza comunista, la quale naturalmente si può formare anche fra le altre classi in virtù della considerazione della posizione di questa classe;
2. che le condizioni entro le quali possono essere impiegate determinate forze produttive sono le condizioni del dominio di una determinata classe della società, la cui potenza sociale, che scaturisce dal possesso di quelle forze, ha la sua espressione pratico-idealista nella forma di Stato che si ha di volta in volta, e che perciò ogni lotta rivoluzionaria si rivolge contro una classe che fino allora ha dominato;
3. che in tutte le rivoluzioni sinora avvenute non è mai stato toccato il tipo dell'attività e si è trattato soltanto di un'altra distribuzione di questa attività, di una nuova distribuzione del lavoro ad altre persone, mentre la rivoluzione comunista si rivolge contro il modo dell'attività che si è avuto finora [corsivo di Marx], sopprime il lavoro [corsivo di Marx] e abolisce il dominio di tutte le classi insieme con le classi stesse, poiché essa è compiuta dalla classe che nella società non conta più come classe, che non è riconosciuta come classe, che in seno alla società odierna è già l'espressione del dissolvimento di tutte le classi, nazionalista ecc.;
4. che tanto per la produzione in massa di questa coscienza comunista, quanto per il successo della cosa stessa è necessario una trasformazione in massa degli uomini, che può avvenire soltanto in un movimento pratico, in una rivoluzione; che quindi la rivoluzione non è necessaria soltanto perché la classe dominante non può essere abbattuta in nessun'altra maniera, ma anche perché la classe che l'abbatte può riuscire solo in una rivoluzione a levarsi di dosso tutto il vecchio sudiciume e a diventare capace di fondare su basi nuove la società.

I conseguenti problemi politici

Riprendiamo dunque il filo che lega la classe al suo partito. Se la coscienza si presenta nella sua forma più compiuta in veste di corpo di tesi e programma per il comunismo, come si esprime nel concreto la connessione fra questi e la classe la cui esistenza li ha originati? Ecco qui il punto su cui sorgono naturalmente le divergenze espressamente politiche con la CCI, quali inevitabile risultato delle... divergenze sul tema centrale della coscienza.

La classe combatte le sue battaglie rivendicative, si scontra in vari gradi con il capitale, le sue leggi le sue compatibilità, maturando in quelle lotte il proprio generico orientamento anticapitalista, il proprio istinto di classe. Ciò avviene ove e quando altri ostacoli non frenino la crescita delle lotte medesime. In queste semplici condizioni, tuttavia, è relativamente facile al capitale deviare le spinte obbiettive provenienti dalle masse verso soluzioni parziali od obiettivi di falso “rinnovamento”. Per far ciò si serve di alcune delle sue forze, che meglio riescono a svolgere quelle funzioni mistificatrici. Alla loro azione di freno e di guida mediante l'uso di una appropriata demagogia, verso risultati di stampo riformista (peraltro chimerici) è affidato il compito di scaricare la prima ondata alla quale lo stesso Stato fa seguire iniziative direttamente repressive. È ciò che si è sempre verificato in assenza di un partito rivoluzionario adeguatamente preparato al suo compito e radicato nella classe (Italia del 1920-22, Germania del 1919 e dopo il 1923; Spagna del 1936, Cina del 1927, ecc.) È ciò che ancora si verificherà se i rivoluzionari non sapranno provvedere a tempo: le forze “clandestine” del capitale sono già dispiegate all'interno della classe, quando ancora questa riceve colpi durissimi senza sensibili reazioni.

La ripresa delle lotte quindi se è certamente accompagnata dalla caduta di fiducia nei confronti delle forze ormai tradizionali della socialdemocrazia - il che è reso possibile dall'accedere di queste direttamente nell'area del potere, come operatrici materiali degli attacchi antioperai - essa non è necessariamente coincidente con l'orientamento della classe in senso organicamente rivoluzionario, verso cioè la piattaforma dottrinaria e politica per il comunismo. Ma questo speciale orientamento non viene dal Cielo, ma dalla riproposizione nelle lotte della scienza rivoluzionaria da parte del Partito che ne è l'elaboratore e il ripropositore. Nel dibattito di Milano, un delegato della CCI volle portare un paragone in termini di fisiologia umana, per convalidare la propria tesi “antileninista”. (21)

Sebbene azzardato (scienze “umane” e scienze naturali non sopportano parallelismi... avventati) il paragone torna semmai a verifica della posizione marxista, leninista e nostra. La testa (di cui il partito è l'immagine nel corpo-proletariato) riporta agli organi del moto gli impulsi frutto della elaborazione propriamente cerebrale dei molti dati dell'esperienza, accumulati dalla totalità del corpo medesimo: è la condizione naturale perché il corpo si muova come tale ovvero perché la classe agisca come tale.

Le forze politiche del capitale

Ora, come il partito ripropone nelle lotte della classe il contenuto essenziale della scienza comunista? Come stabilisce cioè il proprio rapporto con la massa proletaria? Per tornare al paragone caro alla CCI, il collegamento fra i centri nervosi del moto di classe e la testa-Partito è la condizione indispensabile a che il proletariato passi dal riflesso condizionato dagli shock della crisi al movimento coordinato rivoluzionario. La ricomposizione del movimento atomizzato dal dominio reale del capitale - problema presente e irrisolto nelle posizioni della CCI (22) - avviene soltanto attraverso l'opera di un centro che abbia potuto sfuggire l'opera distruttiva del corso controrivoluzionario e sappia stabilire i collegamenti con tutte le parti della classe ai fini di battere concretamente, sul terreno politico sul quale si svolgono, le manovre di quelle che abbiamo chiamato le forze clandestine del capitale all'interno del proletariato. Ciò che è facile per tutti noi individuare come sinistra del capitale - i gruppi gauchisti, le tendenze anarco-sindacaliste, il trotskismo - presenta aspetti formali (fraseologia, radicalismo) e strumentazione concreta di manovra all'interno della classe che rendono possibili le mediazioni - deviazioni delle lotte in termini di conservazione alle quali siamo sopra riferiti.

Ecco allora che il rapporto dialettico fra partito e classe viene precisandosi nei suoi aspetti politici. Sul terreno della lotta politica, in seno alla classe operaia, i rivoluzionari devono scendere debitamente attrezzati, sia dal punto di vista teorico sia dal punto di vista politico-organizzativo.

Non è cioè concepibile che l'organizzazione rivoluzionaria si limiti ad autogratificarsi di attributi quali “acceleratore e catalizzatore del processo di presa di coscienza” senza dotarsi degli strumenti utili a che realmente la classe operaia operi il famoso rovesciamento della prassi. (23)

La disputa sulla natura del partito e sul suo rapporto con la classe, infatti, si è originata dalla discussione circa gli strumenti di lavoro e di intervento dei rivoluzionari.

Compito del Partito, ignorato nei fatti dalla CCI, è esattamente quello di contrastare sul piano politico, della concreta operatività, l’“enorme capacita del capitalismo a riconquistare grazie ai suoi apparati di sinistra il terreno che aveva momentaneamente perduto” (nelle fasi ascensive di lotta del proletariato). (24)

All'interno della classe operaia questo lavoro si compie efficacemente solo disponendo di adeguati strumenti organizzativi e di lotta. Sono quelli che nella tradizione della sinistra italiana sono chiamati “gruppi di fabbrica comunisti”.

Non è casuale che la nostra risposta ai problemi della organizzazione e cioè degli strumenti di intervento del Partito nella classe, non sia capita dalla CCI come dalla CWO. Il fatto è che non viene seriamente preso in considerazione il problema dell'intervento in quanto tale. Dalle considerazioni della CCI precedentemente esaminate discende infatti una conclusione essenziale:

il partito è il prodotto vivente e organico di un movimento rivoluzionario di lotta di tutta la classe (anche se non ne raggruppa che una minoranza). (25)

Non è cioè il prodotto vivente e organico di tutta la esperienza storica della classe, come discende dalla concezione marxista del rapporto classe-coscienza, bensì il portato organizzativo di fasi contingenti (un movimento rivoluzionario della classe si sviluppa e può morire, come tante volte si è verificato), un fattore, cioè, legato non più alla sostanza dell'antagonismo di classe (permanenza del programma rivoluzionario) ma alle forme dello scontro stesso nelle sue alterne vicende.

Se quindi riconoscono “la necessità del partito” e la difendono a parole, essi si limitano alle enunciazione del compito di “permettere alla avanguardia reale uscita dalle lotte rivoluzionarie di riconnettersi con la continuità storica del movimento operaio”, a formare - allora sì- il Partito.

Frazione e partito

A riprova di ciò stanno le ricorrente polemiche che la CCI rivolge al presunto volontarismo di cui sarebbe stata affetta la costituzione del nostro Partito nel 1943.

Il Partito Comunista Internazionalista si formò nel corso della II guerra imperialista, al compiersi cioè del processo contro-rivoluzionario di formazione del capitalismo di Stato nel primo paese che aveva visto una rivoluzione proletaria vittorioso: l'Unione Sovietica.

La partecipazione dell'URSS alla guerra rappresentava la verifica storica definitiva di quanto la Sinistra Italiana era andata elaborando nel ventennio precedente a fronte dei drammatici problemi della Rivoluzione russa e della Internazionale: la mancata rivoluzione in Europa e in Cina e il conseguente isolamento della Unione Sovietica trascinavano ineluttabilmente lo Stato alla propria difesa sul terreno reale del capitalismo e il Partito, anziché distaccarsi dagli apparati del potere per salvaguardare le premesse di una ripresa rivoluzionaria internazionale, seguiva in posizioni di comando questo stesso processo involutivo di riaccartocciamento della rivoluzione su se stessa. La vittoria del capitalismo e dei relativi interessi nazionali avrebbe situato la Russia nel campo delle potenze imperialiste conducendola alla medesima politica di rapina e di distruzione. Nel 1939 - se non fosse bastato il 1936 spagnolo - l'incendio mondiale brucia ogni residua riserva di ordine politico come psicologico e dà alle tesi della Sinistra la forza e la validità di una piattaforma politica organica ai problemi storici della classe e che alla classe deve tornare in forma di critica, indicazioni, parole d'ordine. Un ritardo in ciò avrebbe costituito un abbandono delle posizioni comuniste e del riferimento ai problemi della classe per abbracciare:

ipotesi poste al di fuori di ogni esigenza della lotta operaia perdentisi nelle nuvole di qualche paradosso teorico come quello, per esempio, che considera il partito e la sua legittimazione storica di esistenza meccanicamente legata alla contemporanea ricostruzione del proletariato in classe. (26)

Rivolgevamo queste parole ai compagni raggruppati attorno a “Parti de Classe” una delle tante effimere esperienze dell’“ex-programmismo”; ma si attagliano altrettanto bene ai compagni della CCI, la cui contraddittorietà teorica è direttamente proporzionale alla inadeguatezza politica. La quale si rivela in tutto candore laddove si limitano i compiti dei comunisti in quella incandescente fase della guerra e del primo dopoguerra alla elaborazione dottrinaria per il ricongiungimento con le tradizioni più feconde delle opposizioni di sinistra, e alla altrettanto dottrinaria contrapposizione di tesi alla corposa politica imperialista dei partiti legati all'Unione Sovietica. Non è certo un caso che l'Italia sia stato l'unico paese a vedere operante in seno al proletariato una linea di classe, una politica rivoluzionaria tesa a capovolgere l'asse dell'azione proletaria in senso rivoluzionario. Avremmo dovuto attendere per muoverci - e muoverci come rivoluzionari organizzati in partito - che la classe nel suo insieme ci venisse a cercare perché gli chiarissimo le idee circa la guerra che stava combattendo al servizio degli Alleati? Fuori d'ironia, i compagni che nel 1943 formarono il partito obbedirono all'imperativo marxista di operare nella realtà conosciuta per modificarla secondo le tendenze storiche della contrapposizione di classe. L'atto formale della costituzione in P.C.Int. non era che la dichiarazione di chiusura di una fase di passaggio nella continuità storica del partito di classe (vedi a questo proposito Prometeo citato a nota 26) rappresentata dalla vita di Frazione.

Che non si sia potuto rovesciare la tendenza e abbia potuto avvenire la ricostruzione capitalista in Italia e nel mondo, sì da riportarci alle soglie del terzo conflitto imperialista, è fatto che riguarda l'andamento reale delle lotte, e il conseguente radicarsi del partito in esse: ma non può riguardare l'esistere o meno del partito stesso. Tesi opposte possono portare soltanto all'impotenza reale dei rivoluzionari e quindi al tradimento del compito che loro spetta.

Tornando alla riconnessione della “avanguardia reale uscita dalle lotte rivoluzionarie” “con la continuità del movimento operaio” come avvenga questa riconnessione per la CCI resta un mistero.

D'altra parte la attuale fase del movimento rivoluzionario vede dubbi e incomprensioni relativi a questo problema generalizzati a più raggruppamenti su scala internazionale, a conferma del fatto che la ripresa delle lotte rivoluzionarie deve ancora passare attraverso lo sgombero delle macerie lasciate dalla Terza Internazionale sul campo del pensiero e della dottrina comunista.

Nel riconfermare dunque la validità della nostra posizione relativamente ai gruppi di fabbrica, quali organi di intervento e di collegamento fra partito e classe, affrontiamo gli equivoci di cui sta essa è vittima da più parti e (significativamente) in differenti modi.

1. Il sindacato

Il sindacato, tradizionalmente inteso dal movimento rivoluzionario quale organismo intermedio fra il partito e le grandi masse di lavoratori, si presentava così in considerazione di due fatti fondamentali. In primo luogo la sua origine storica, quale già l'abbiamo definita, che gli conferisce il ruolo di organizzazione per la difesa contrattuale delle condizioni di vita del proletariato, nella continuità dei rapporti capitalistici di produzione. In secondo luogo, e di conseguenza, era la forma di organizzazione con la quale grandi masse di proletari entravano in conflitto con il capitale nel primo stadio della lotta di classe: la lotta degli operai contro il padrone per strappare maggiore salario e migliori condizioni di lavoro. Era cioè la organizzazione per la conduzione delle prime potenziali esercitazioni di guerra di classe: gli scioperi.

Ora, se questi ultimi non hanno perso la loro caratteristica potenziale, di fatto il primo fattore si è modificato, modificando quindi anche il secondo. Il sindacato non difende più gli interessi proletari, neppure sul piano della contrattazione, perché è esattamente questa che gli si nega, nella fase imperialista, del dominio totalitario del capitale finanziario. L'organizzazione si e così trasformata in strumento del capitale in funzione anti-sciopero, anti-rivendicativa, di freno reale e potente delle lotte operaie.

Se dunque, all'origine del movimento comunista, il sindacato poteva ancora essere visto come conquistabile ad una direzione rivoluzionaria (cosa peraltro mai verificatasi, se non perifericamente, cioè in situazioni locali che non potevano più che “imbarazzare” i vertici nazionali), oggi non solo non e conquistabile, ma non ne è neppure ipotizzabile una ricostruzione su base di classe. Qualsiasi organizzazione economica che si riprometta di sostituire il sindacato nelle sue funzioni tradizionali ed essenziali (mediazione e contrattazione in difesa degli interessi., operai) non può che ricalcarne in tempi accelerati le orme: nascerebbe di fatto con le medesime funzioni obbiettivamente controrivoluzionarie del sindacato attuale in generale, il sindacato non è più in alcun modo l'organizzazione entro la quale il proletariato si esercita nelle forme elementari della sua lotta di classe, non è più cioè il terreno di cui i rivoluzionari si possono e si devono servire per veicolare le proprie indicazioni e le proprie parole d'ordine avvalendosi delle posizioni in esso conquistate.

Il fatto che il sindacato non possa più fungere da cinghia di trasmissione fra partito e classe non significa però che non serva più un organismo che definiamo intermedio, a meno di dichiarare errata e opportunista la politica delle stesse prime organizzazioni marxiste.

2. Dalle tesi di Roma ad oggi

Nelle Tesi di Roma e nella prassi del P.C. d'I. sotto la direzione di sinistra, erano già previsti ed operavano i “gruppi-sindacali comunisti” il cui scopo era così espresso:

Questi gruppi, partecipando in prima linea alle azioni degli organi economici di cui fanno parte, attirano a sé, e quindi nelle file del partito politico, quegli elementi che nello sviluppo della azione si rendono maturi per questo.

Essi tendono a conquistare nella loro organizzazione il seguito della maggioranza e le cariche direttive divenendo così il naturale veicolo di trasmissione delle parole d'ordine del partito. Tutto il lavoro e l'inquadramento dei gruppi comunisti tende a dare al partito il definitivo controllo degli organi dirigenti degli organismi economici, e in prima linea delle centrali sindacali nazionali, che appaiono come il più sicuro congegno di direzione del movimento del proletariato non inquadrato nelle file del partito. (27)

I gruppi sindacali comunisti erano cioè lo strumento di cui il Partito si serviva per far funzionare il sindacato tutto come organismo intermedio, perché esso svolgeva ancora le sue funzioni di organizzazione di lotta economica. Erano quindi innanzitutto i gruppi comunisti il vero mezzo di congiunzione tra la lotta economica del proletariato e la sua lotta politica. Oggi che il sindacato non è più organizzazione di lotta economica del proletariato, questa si svolge e si sviluppa anche e soprattutto al di fuori del sindacato. Compito dei gruppi, è dunque far si che ogni reale situazione di lotta (dentro o fuori il sindacato, condotta dall'assemblea di una fabbrica o da un coordinamento di operai di più fabbriche) si trasformi nell'ambiente di maturazione politica per i proletari che vi partecipano quale era il sindacato fino ai primi due decenni del XX secolo. Ciò che abilitava in questo senso il sindacato, infatti, non era la contrattualità della sua politica, il suo essere cioè strumento di contrattazione. Era bensì il fatto che la stessa contrattazione si svolgeva nel corso e a seguito di reali lotte di difesa della classe sul piano economico e normativo condotte dal sindacato medesimo. In tutti gli spazi in cui oggi questa lotta si verifica, i gruppi comunisti mantengono il loro ruolo essenziale di “naturale veicolo delle parole d'ordine del partito”. Non comprendere questo significa:

  1. non capire i reali termini del problema politico dell'intervento;
  2. essere di fatto fuori o ai margini della vita reale del Movimento operaio.

3. Gli organismi spontanei

È in particolare nelle fasi come quella che viviamo, in cui operano con successo le formazioni di sinistra del capitale all'interno della classe in forme apparentemente e verbalmente “antisindacali”, che più pericoloso - se non opportunista - è il rifiuto di intervenire organizzativamente da parte dei rivoluzionari nelle lotte operaie. Le esperienze complessive del periodo possono essere emblematicamente riassunte in una situazione-tipo. In una o più fabbriche si determinano le condizioni di una lotta rivendicativa (non importa il genere). Il sindacato opera immediatamente se non preventivamente per bloccare o sviare la rivendicazione e comunque comprimere la lotta. Può addirittura essere (vedi i “sabati” dell'Alfa Romeo) che sia lo stesso sindacato a determinare le situazioni contro cui deve appuntarsi la lotta operaia. Se le condizioni sono sufficientemente mature, la lotta parte comunque. Su di essa accorrono tutte le forze che si muovono nei paraggi: dal PCI, ai gruppi “gauchistes”, all'Autonomia Operaia. La politica collaborazionista, antioperaia della socialdemocrazia induce embrionali forme di opposizione che richiedono una decisa azione di orientamento perché non ricadano nelle capaci braccia per esempio della sinistra sindacale o della disperazione di certa “autonomia”. Come fare? La predicazione evidentemente non basta. Le avanguardie che in quella lotta si sono manifestate debbono trovare una organizzazione capace di proiettare in una visuale di classe complessiva le spinte che esse esprimono. Se ciò non avviene quella medesima lotta non sarà riuscita ad esprimere altro che un fuoco di paglia privo di continuità oppure a rafforzare le organizzazioni che si sono mosse in esse su linee devianti e di fatto borghesi. È, in altri termini, compito dei rivoluzionari evitare che gli elementi più combattivi e meno “imbottiti” che in quella lotta si sono evidenziati si disperdano inutilmente e invece contribuiscano alla reale “maturazione della coscienza di classe”. Ciò avviene con il loro confluire in una organizzazione che si muove su un piano rigidamente di classe. Tale organizzazione non può essere direttamente il Partito la cui base organizzativa, coerentemente alle tesi marxiste, è territoriale e non aziendale. Dovrà invece essere la rete di gruppi di fabbrica e fra più fabbriche, che si muove sulle posizioni generali ma precise di classe, in opposizione alla politica sindacale e socialdemocratica. La tesi oggi più diffusa e raccolta anche dalla CCI, è che a questa organizzazione di “avanguardie di fabbrica” la classe arriva spontaneamente attraverso il flusso e riflusso delle situazioni di lotta. Niente è più pericoloso sul terreno delle prospettive.

Il risalire la china in cui 50 anni di controrivoluzione hanno precipitato la classe operaia è impossibile - anche sul terreno di recupero dei principi base - se ci si affida alla spontaneità... con un pizzico di predicazione. Tanto più se - come avviene - gruppi e partitini frappongono ostacoli di ogni sorta e indicazioni organizzative di ogni genere.

I coordinamenti operai che sorgono spontaneamente, cari alla CCI, sono fra quegli organismi nei quali devono lavorare i rivoluzionari ai fini di una maturazione politica dei loro membri che si saldi alla vita di una organizzazione che esca dalla episodicità e coordini quelle stesse esperienze nell'ambito di una strategia di classe complessiva.

D'altra parte affidarsi soltanto a questi organismi “spontanei” relega l'intervento dei rivoluzionari a quelle situazioni - non certo generalizzate alla classe - in cui quegli organismi sorgono. E la Fiat? E le mille e mille fabbriche dove coordinamenti operai fuori dal sindacato non esistono, ma esistono le ragioni della lotta economica e la necessità della battaglia politica? Là i rivoluzionari dovrebbero - stando alle argomentazioni della CCI e di tanti altri spontaneisti - invitare i lavoratori più avanzati ad organizzarsi in non meglio precisati coordinamenti oppure ad iscriversi di corsa alla “organizzazione politica”.

Nel primo caso occorrerebbe indicare quali coordinamenti, previa ricerca dei più idonei ad ulteriore maturazione dei soggetti, con il risultato di frustrare possibilità di azione politica sul posto stesso. Nel secondo caso si limiterebbe l'intervento al proselitismo per la organizzazione politica stessa. Comunque resta senza risposta nelle tesi spontaneiste la necessità di lavoro politico sul posto teso ad orientare l'insieme delle maestranze e ad evidenziare in ogni modo, anche là, l’opposizione di classe alle manovre socialdemocratiche del capitale, fornendo un punto di riferimento per l'insieme dei lavoratori. Con il che si torna al problema di partenza: o si è conseguenti sulla “necessità del partito” o si è conseguenti sulle tesi della spontaneità e dell'autocoscienza.

4. La rete operaia rivoluzionaria

Perché non può essere il Partito tout-court la organizzazione cui chiamare tutti gli operai di punta delle fabbriche e delle situazioni di lotta? E perché, ciononostante, la rete dei gruppi di fabbrica è strumento e organismo che il partito dà a sé stesso e alla classe?

La piattaforma del partito è ampia e pur nella sua semplicità abbraccia problemi complessi del movimento comunista internazionale. I tempi di maturazione su di essa sono molto più lunghi e tali che se il Partito affidasse ad essi la propria capacità di incidere nelle lotte della classe operaia, prima di tutto perderebbe in partenza la partita. Chi fa politica rivoluzionaria deve valutare questi problemi al pari di quelli della teoria “astratta”. Può permettersi di non considerarli solo chi rifiuta la tesi secondo cui la incidenza pratica del partito sulla classe è condizione essenziale della maturazione rivoluzionaria. Ed è infatti ciò che avviene per la CCI. In secondo luogo, se la maturazione delle condizioni rivoluzionarie coincidesse meccanicamente con l'adesione di più operai al partito tornerebbe a galla la mai fustigata abbastanza teoria della rivoluzione come frutto di trasformazione comunista delle coscienze nella massa proletaria, teoria che se negata a parole riaffiora sempre nelle posizioni dei compagni “correntisti”.

Ciò che invece si richiede per organizzare operai nei gruppi di fabbrica internazionalisti è l’adesione ai principi generali della contrapposizione di classe, la consapevolezza della necessità di un punto di riferimento rivoluzionario capace di orientare e guidare dall'interno le future lotte operaie contro il capitale ed il suo stato, la volontà di battersi per questa prospettiva contro tutti gli ostacoli e le controtendenze messe in atto dal capitale e dai suoi “riflessi politici” in seno alle masse. Al contempo, questa rete operaia è il terreno ideale di cultura degli stessi quadri di Partito e strumento di questo. La piattaforma dei gruppi, pur limitata alle questioni generali della lotta proletaria, è squisitamente politica. Non si tratta cioè di un programma rivendicativo (soggetto come tale a continui mutamenti e ritocchi nel tempo e nello spazio) bensì di una base programmatica per la reimportazione nella classe di principi e posizioni comuniste rivoluzionarie che compiutamente si esprimono nella piattaforma del partito rivoluzionario.

Questa sua fondamentale caratteristica fa sì che la rete dei gruppi di fabbrica internazionalisti si presenti come terreno ideale di lavoro comune fra tutti i gruppi che si richiamano all'internazionalismo e alla Sinistra Italiana. Ciò è tanto lontano dal pan-sindacalismo quanto dal neo-frontismo di stampo “programmista”. Non è casuale che mentre la direzione di Programma Comunista rifiuta il terreno di incontro su questa base, si manifestino chiare tendenze in contrario e cioè alla collaborazione per la costruzione comune di questa rete organizzativa di operai. Mentre cioè la situazione matura progressivamente la coscienza dei militanti operai della necessità di lavorare all'interno della classe per sgombrare il campo dalle mille mistificazioni relativamente al sindacato e per la costruzione di una organizzazione capace di prospettare nei fatti la generalizzazione delle lotte, dallo stato di estrema atomizzazione attuale, coagulando attorno a questa prospettiva gli elementi di avanguardia e rivoluzionari delle fabbriche, la direzione di Programma Comunista si chiude nel suo chiesastico esclusivismo, coprendosi con la più che opportunista parola d'ordine del “Fronte Unito proletario” senza principi e senza prospettive che non siano quelle false del rivendicazionismo. È anche questo evidentemente un dato della decantazione politica dei rivoluzionari.

I gruppi, dunque, sono organi di Partito, perché i quadri del partito sono il “nucleo fondamentale” del gruppo sindacale che irradia la sua attività attraverso una rete di operai simpatizzanti che solidarizzano con le parole d'ordine del Partito e creano attorno a loro una zona di influenza politica fra gli operai. Contemporaneamente, sono organismi intermedi fra partito e classe perché strumenti di cui il partito si serve per importare nella classe principi, posizioni, parole d'ordine della strategia rivoluzionaria. Il loro ruolo è permanente in questo senso e si svolge dentro e fuori il sindacato, negli organismi spontanei di lotta, nei coordinamenti operai come, domani, - in situazione radicalmente mutata, con una classe ormai proiettata all'attacco e già organizzata nei consigli quali organi del potere - all'interno dei consigli stessi.

Appare semplicemente ridicola a questo punto la domanda che con tono professorale pone Rivoluzione Internazionale:

... i compagni di Battaglia parlano di “organismi intermedi”. Ma se un organismo è intermedio, cioè sta a metà strada fra classe e partito, come fa ad essere un organismo di partito? (29)

È interessante notare come le scarse attitudini alla dialettica si traducano qui, ancora una volta, in formule pedantesche. Il far politica da parte dei rivoluzionari costituisce il momento di ritorno della sovrastruttura alla struttura, dalla teoria alla prassi. Se questo passaggio deve avvenire in salda aderenza alla teoria, deve anche necessariamente legarsi alle mutevoli e irrazionali vicende del movimento operaio in quello sforzo di ridurre quanto più possibile lo spazio tra razionale e irrazionale che separa le masse operaie dalla coscienza del loro essere di classe. (30)

Mauro jr. Stefanini

(1) 30 aprile/1 maggio 1977 vedi Testi e resoconti sul n. 28-29 di Prometeo III serie.

(2) Apparso in due puntate sul n. 70 e 71 di Iskra nel 1904. Ora su “Che fare? e scritti di Akimov, Aksel'rod, P1echanov. Trotsky e altri” - Einaudi - 1971 - pagg. 360 e segg.

(3) Ibidem pag. 39.

(4) Ibidem pag. 363.

(5) Ibidem pag. 376.

(6) Articolo su Iskra 70-71 citato.

(7) La citazione di Plechanov è tratta da un articolo di Kautsky su “Die Neue Zeit” XXII vol. I n. 19 pag. 591. Le sottolineature sono di Kautsky.

(8) E. Fermi “Termodinamica” - Boringhieri 1958.

(9) “Che fare?” Einaudi pag. 273.

(10) Aggiunta da Lenin ad un articolo di Vorovskij apparso sul n. 11 del Marzo 1905 del Vpered - “Che fare?” Einaudi pag. 389.

(11) Prometeo 28-29.

(12) Ibidem pag. 52.

(13) Martynov - per esempio - come suo solito, citò Marx per sostenere che la coscienza sorgerebbe dalla classe stessa (cfr. “Che fare?” Einaudi pag. 247) Ma, come al solito, la citazione dal “18 Brumaio” non dimostra nulla perché riferita alla borghesia che produce come tale la propria coscienza in quanto “detentrice dei mezzi della produzione materiale” e non è riferibile al proletariato per le ragioni viste, che la CCI mostra di conoscere a sufficienza, e che - come vedremo più avanti - lo stesso Marx sintetizza nella “Ideologia tedesca”.

(14) Trotsky - 1905 - Parigi 1923 - pag. 94.

(15) Tesi formulata in Prometeo 28-29 pag. 57 e ripresa in Rivoluzione Internazionale n. 12 (aprile-giugno 1978) pag. 13.

(16) Per inciso va anche rilevato che nello stesso numero di Rivoluzione Internazione il “Che fare?” è nuovamente visto nel modo distorto che abbiamo già esaminato a proposito di Plechanov e di Martynov, sino al punto di stravolgere i fatti asserendo che la concezione espressa nel “Che fare?” sarebbe stata contraddetta dalla prassi dello stesso Lenin nel 1917!!

(17) Vedi lo stesso documento presentato alla conferenza in Prometeo 28-29.

(18) Prometeo 28-29 pag. 49.

(19) Ibidem pag. 56 (intervento della CCI).

(20) Marx-Engels-Opere - Editori Riuniti vol. V pag. 30.

(21) Prometeo 28-29 pag. 58.

(22) Vedi a questo proposito Revolution Internationale n.7 del '74: “Taches generales dès revolutionnaires dans la periode a venir” e in particolare il punto 6 a pag. 25.

(23) “Solo nell'azione rivoluzionaria stessa il proletario si spoglierà di tutto ciò che ancora gli è rimasto dalla sua presente situazione sociale” (Marx), cioè di sfruttato e di oppresso economicamente e ideologicamente (Cfr. Marx-Engels-Opere citato pag. 74).

(24) Revolution Internationale n. 29 - “Les taches presentes des revolutionnaires” pag. 5.

(25) Revolution Internationale n. 7 del 1974 citato pag. 25.

(26) “Non si ricostruisce il partito della Rivoluzione giocando al paradosso” Prometeo III serie n. 18.

(27) “Tesi di Roma” - Edizioni del Partito Comunista Internazionalista - 1945 - pag. 10.

(28) Dalla “Piattaforma dei gruppi” in “I comunisti internazionalisti e la questione sindacale” - Edizioni Prometeo.

(29) Rivoluzione Internazionale pag. 19.

(30) “Zone di irrazionalità nel mondo della sovrastruttura” Prometeo III serie n. 19-20 pag. 5.

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