Frazione partito nell’esperienza della Sinistra Italiana

Un po’ di storia

Quando il fascismo, dopo la crisi Matteotti, ruppe gli indugi con le leggi eccezionali, il P.C. d’Italia fu colto quasi di sorpresa. A rendere più pesante la sconfitta, oltre all’impreparazione organizzativa dell’Ufficio Uno (ufficio clandestino retto da Bruno Fortichiari) e di tutta la struttura del partito, giocò un ruolo determinante l’oscillante ambiguità della politica della Terza Internazionale Comunista verso i vecchi partiti socialisti, disorientando ulteriormente il proletariato italiano e chiudendo allo stesso partito centrista ogni concreta possibilità di limitare i danni con una più ordinata ritirata. La notte dell’8 Novembre 1926 fu arrestato il gruppo parlamentare quasi al completo. Ferrari, Picelli, Riboldi, Alfani, Molinelli, Borin, Srebnic, Maffi, Losardo, Fortichiari, Damen e Gramsci furono assicurati alle galere di Mussolini, solo Grieco, Gennari e Bendini riuscirono a salvarsi. Già nei mesi precedenti la reazione fascista si era sbarazzata di Bordiga, Scoccimarro, Terracini, Oberti, Bagnolati, Allegato, Flecchia e Roveda; sfuggirono perché a Mosca i soli Togliatti e Gnudi. Eliminata così, in un sol colpo, la vecchia direzione di sinistra e quella centrista di Gramsci e Togliatti, il regime di Mussolini ebbe mano libera nello smantellare tutta la struttura organizzativa del partito composta da centinaia di quadri intermedi che operavano su scala nazionale. Nello spazio di una settimana, a Roma, tra fermi ed arresti, furono seimila i militanti comunisti caduti nelle mani della polizia di regime, a Milano furono più di duemila, Torino trecentocinquanta, Padova duecento, Verona duecentosessanta. Con il processone di Roma (maggio 1927) altri 570 militanti vennero arrestati, tra i quali Licausi, da poco cooptato nella nuova direzione, Stefanini (corriere segreto) e R . Ferragni (avvocato del Soccorso Rosso) .Le leggi eccezionali e le loro conseguenze pratiche segnarono il punto più alto della controrivoluzione in Italia negli anni venti, non solo per ciò che concerneva l’aspetto più palesemente repressivo, quanto per il processo di decomposizione politica che si determinò, anche e soprattutto sotto la spinta degli avvenimenti internazionali (Russia in primo luogo) all’interno del P.C.d’I. con caratteri e toni di tragica accelerazione.

Al colpo di maglio della reazione borghese italiana, punta avanzata, in quegli anni, di un analogo processo su scala europea, andò sommandosi il progressivo isolamento dell’esperienza soviettista con il suo conseguente scivolamento verso posizioni controrivoluzionarie. Sulla base di questo isolamento di classe che durava ormai da un decennio, gli espedienti tattici del partito bolscevico e della I.C. assunsero gradatamente il ruolo di visione strategica, stravolgendo completamente il fine rivoluzionario per il quale era sorta. Fino al secondo congresso l’I.C. aveva agito come punta emergente della lotta di classe a livello mondiale, legando ogni soluzione tattica ad un unico fine strategico: la rivoluzione internazionale. La stessa esperienza russa non veniva considerata come un punto di riferimento fisso, ormai acquisito, ma come il primo momento di rottura del fronte imperialistico internazionale, che per sopravvivere e progredire aveva bisogno che altre esperienze simili si verificassero in Europa e possibilmente nei paesi maggiormente industrializzati. Non soltanto ciò non avvenne, ma la stessa I.C., sulla base di una situazione oggettiva che andava evolvendosi in senso negativo, adottò una serie di risoluzioni tattiche, dal terzo congresso in poi, che nello spazio di pochi anni cessarono di essere un espediente opportunista per assumere in concreto i connotati di una impostazione politica controrivoluzionaria.

Per cui, dalla prospettiva rivoluzionaria internazionale, dalla lotta senza quartiere alla socialdemocrazia, dalla dittatura del proletariato, come uniche forme e strumenti di garanzia per la costruzione del socialismo, di congresso in congresso, si prevenne all’elaborazione teorica e al tentativo di attuare la politica compromissoria del fronte unito, del governo operaio, e buon ultima, la possibilità di edificare, alla faccia dall’internazionalismo proletario, il socialismo nella isolata Russia.

Le leggi eccezionali giunsero solo pochi mesi dopo il VI Esecutivo allargato dell’I.C., in cui questo processo di decomposizione politica era cosa ormai fatta. All’interno dell’I.C., come dello stesso partito bolscevico, la destra Bucharin-Stalin stava ormai per prendere il sopravvento definitivo nei confronti della sinistra di Trotsky-Kamenev-Zinoviev, con la conseguente possibilità di far passare in Russia una politica economica di tipo capitalistico e di contrabbandarla a livello mondiale, attraverso le “appendici centriste”, come la costruzione del socialismo in un solo paese.

Di quanto stava avvenendo in Russia in quegli anni e della lotta che le minoranze di sinistra andavano conducendo contro le farneticazioni tattiche di Stalin e compagni, il proletariato italiano, al pari di quello europeo, non ne era a conoscenza. Come non era a conoscenza dei reali motivi per cui nel giugno del 1923, su indicazione di J.H.Droz, Bordiga, con quasi tutto il C.E. che non era disposto ad accettare le indicazioni tattiche provenienti da Mosca, venne sostituito da elementi di provata fede destrorsa, quali Vota, Tasca e Togliatti, e contemporaneamente invitato ad entrare nel Presidium dell’I.C. Persino la critica, a volte feroce, che Bordiga condusse all’interno dell’I.C., fu molto spesso taciuta, come nella risoluzione finale dei lavori del VI Esecutivo allargato, dove l’esponente della sinistra italiana si ripeté nelle critiche sulla questione russa ed internazionale, sul rapporto tra l’E.K.K.I. ed il partito bolscevico, sul fronte unito e sul concetto di stato operaio. Per Mosca, quanto per la direzione centrista, era importante, per isolare la sinistra nel partito, che certe problematiche e certe discussioni fossero propinate parzialmente o che non giungessero del tutto alla base. Al riguardo, è significativa la lettera che Togliatti inviò alla segreteria del partito:

Lo studio della questione russa mi ha convinto che essa riguarda argomenti che sono di importanza fondamentale per le prospettive e per la tattica del proletariato nel momento presente. Non è possibile non porre questi problemi alle masse senza correre il rischio di staccarci dalle masse stesse. (1)

Giusta preoccupazione se si tiene conto che ancora nel 1926, nonostante il successo pilotato del centrismo al III congresso del partito a Lione, il nuovo apparato dirigente sembrava essere un vertice ancora staccato dalla base che, pur confusa e disorientata, era più incline alle sollecitazioni politiche della sinistra che non ai funambolismi tattici della nuova direzione. È opportuno inoltre ricordare che, a quasi un anno di distanze dalla prima ristrutturazione ai vertici del partito, al convegno di Como dei quadri responsabili dell’organizzazione (1924), 35 su 45 segretari di Federazione si schierarono sulle posizioni della sinistra, e che, un anno dopo, all’iniziativa di Repossi, Damen e Fortichiari per il Comitato d’Intesa, risposero, oltre agli elementi della sinistra, intere federazioni, tra le quali: Milano, Torino, Roma, Napoli, Cremona, Pavia, Alessandria, Novara, Trieste, Foggia e Cosenza. È a questo punto che Gramsci, in preparazione del III congresso del partito, userà il pugno di ferro imponendo agli aderenti al Comitati d’Intesa di rinunciare all’iniziativa, pena 1’espulsione,e ricattando tutti coloro che a Como si erano schierati sulle posizioni della vecchia direzione uscita a Livorno.

Il 4 giugno, Gramsci convoca i segretari interregionali e pone loro l’aut-aut: o seguire le indicazioni che provenivano dal centro, la qual cosa significava, dal lato pratico, rimanere all’interno dell’organizzazione, usufruire della sua copertura a dello stipendio quale funzionario di partito, o essere espulsi con quelle conseguenze che il fascismo era lì pronto a mostrare qualora se ne presentasse l’occasione. Naturale, quindi, che elementi, quali Gramsci e Togliatti, avessero tutto l’interesse a sottacere quanto stava avvenendo in Russia (caso Trotsky) e a colpire con tutti i mezzi gli elementi più attivi della sinistra. Dopo le leggi eccezionali ed il processone di Roma, la rottura tra il centro e la sinistra, al di là delle polemiche, dei richiami più o meno ufficiali, dei ricatti e delle espulsioni, divenne un dato di fatto che assunse, a seconda dalla specifiche condizioni di smobilitazione generale, caratteri definitivi.

All’interno delle carceri, ai confini di polizia, nelle colonie penali, i due schieramenti si fronteggiavano sia sul piano politico che organizzativo; persino nella ore di “aria”, questo atteggiamento di intransigenza non veniva meno. Il centrismo riprodusse nelle galere, per quanto obiettivamente gli fu possibile, quel minimo di legami organizzativi sulla base di un’adesione sempre più cieca ed acritica nei confronti dell’I.C. e senza mai rinunciare al discredito politico e all’isolamento nei confronti dei bordighisti o trotskisti, sinonimi, di lì a pochi anni, di agenti dell’imperialismo. La sinistra, chiusa nella morsa centrismo-fascismo, seppe resistere sull’orlo dal baratro che si era aperto, trasformando, là dove fu possibile, la galera fascista in vera e propria università del marxismo, in momenti di proselitismo, in un duro quanto improbo lavoro di forgiatura di quadri rivoluzionari. Altri riuscirono a riparare all’estero, in modo particolare in Francia a Belgio, dando origine a quel fenomeno di migrazione politica che molta importanza ebbe nel dibattito tra le opposizioni di sinistra che nacquero in quegli anni sia all’interno che all’esterno dell’I.C.

La degenerazione della III Internazionale Comunista

Il processo di degenerazione politica che coinvolse con l’I.C. più o meno rapidamente tutti i partiti comunisti, ebbe nell’evolversi in senso negativo degli accadimenti europei la sua molla acceleratrice. Dal 1921 al 1926 non ci fu episodio di sconfitta o insuccesso che non accrebbe le disponibilità di Mosca a modificare in parte o totalmente i punti programmatici usciti dal suo secondo congresso.

Così come gli episodi della rivoluzione spartachista e di quella ungherese ispirarono la conferma della necessità di una politica e di una tattica che, per essere vincenti sul piano rivoluzionario, avrebbero dovuto basarsi sul concetto più autentico di autonomia politica ed organizzativa dei rivoluzionari per il raggiungimento dell’unico fine possibile, la dittatura del proletariato, senza fasi intermedie, così il fallito tentativo di esportare con la forza la rivoluzione in Polonia (sconfitta dall’Armata Rossa a Varsavia, agosto 1920), il fallimento rivoluzionario in Italia dopo l’episodio dell’occupazione dalla fabbriche (settembre 1920) ed il progressivo svuotarsi della sollevazione dei minatori della Rhur (marzo l92l), il persistere, dopo cinque anni, dell’isolamento della rivoluzione russa, con una situazione interna catastrofica, sia sul piano economico che di gestione dalla tensioni sociali, funsero de presupposto alle prime, larvate “rettifiche di tiro” nella tattica dell’E.K.K.I.

Al terzo congresso dall’I.C. (Mosca, giugno/luglio 1921) ad al successivo esecutivo allargato, pur considerando la situazione ancora suscettibile di fornire soluzioni rivoluzionarie (2) all’importante problema di dare un seguito di massa ai neonati partiti comunisti, si rispose con la formula tattica del fronte unito con le forze della socialdemocrazia per un governo di coalizione, temporaneo (governo operaio), con la falsa pretesa di smascherare così agli occhi dei lavoratori, l’atteggiamento opportunista ed obiettivamente controrivoluzionario dei “partiti operai” legati alla Seconda Internazionale.

In effetti le teorizzazioni del fronte unito e del governo operaio non furono un ripiegamento tattico, “necessariamente” pericoloso, al fine di spianare la strada ai vari partiti comunisti per la conquista delle masse ancora legate ai vecchi partiti socialdemocratici, ma il primo passo di un processo di revisione politica tanto più drastico ed irreversibile, quanto più lento ad improbabile era il verificarsi di un evento rivoluzionario su scala internazionale. La verifica fu al quarto congresso dall’I.C. (Mosca e Pietrogrado, Nov.-Dic. 1922) in cui la socialdemocrazia dei Kautskv, Turati e Van der Velde cessò di essere un bastione della conservazione, l’ala sinistra della borghesia (Zinoviev) e tanto meno la sorella minore dal fascismo (Stalin), ma venne riconsiderata come un “settore importante del movimento operaio”. Su questa falsariga il fronte unito, da momentanea alleanza strumentale, divenne lo strumento più idoneo al progetto di unificazione tra i due tronconi dal movimento operaio in un unica struttura organizzativa che potesse meglio recuperare il terreno perduto nei confronti delle masse, togliendole dalla confusione e dal disorientamento.

Ma perché un simile progetto avesse qualche minima possibilità di andare in porto non si poteva pretendere che gli aderenti ai vecchi partiti socialisti accettassero la riunificazione sulla base di un programma rivoluzionario che era stato, due anni prima, alla base della scissione, bensì bisognava limitare la pretesa, per cui, anche il governo operaio doveva diventare un Giano bifronte che assecondasse le smanie democraticiste a progressiste dei socialisti e tranquillizzasse la base rivoluzionaria sul contenuto della nuova parola d’ordine. Ed ecco il governo operaio diventare una tappa necessaria verso la dittatura del proletariato.

Gli affetti del cambiamento di rotta non tardarono a manifestarsi. Nell’ottobre 1923 in Germania, il K.P.D., sotto la guida di Brandler, mise in pratica le indicazioni tattiche dell’ I.C. partecipando ai governi di coalizione in Turingia e in Sassonia, rimediando un clamoroso insuccesso e confondendo ulteriormente le idee al proletariato tedesco. Il fallimento della rivoluzione tedesca alimentò il formarsi di opposizioni all’interno dall’I.C. che già si erano manifestate, più o meno palesemente, all’epoca del terzo congresso. La contraddizione di fondo - potere proletario esercitato su di una struttura economica che, con la N.E.P., ufficialmente marciava, anche se “sotto controllo”, verso il potenziamento di rapporti di produzione capitalistici - sino a che punto avrebbe potuto essere contenuta da una politica più duttile, e in che misura il carattere di eccezionalità della situazione non avrebbe finito per esercitare un’influenza negativa non solo per i problemi russi ma anche per i partiti comunisti europei? A parte l’episodio disastroso dell’ottobre tedesco, l’I.C., aveva mostrato di avere imboccato una strada senza uscita. Invece di insistere sul terreno della più assoluta intransigenza tattico-strategica come unica garanzia per la risoluzione dei problemi del proletariato internazionale e quindi russo, pose la Russia e la sua enorme contraddizione, in quanto unico paese in cui vittoriosa era stata la rivoluzione proletaria, al centro di quel processo che, da rivoluzionario, andava assumendo i connotati di strumento di difesa dello stato proletario, rovesciando di 180 gradi i termini reali dalla questione. E proprio sulla base di quanto stava avvenendo in Russia in quegli anni cruciali, sul significato della nuova tattica riguardo alle aspettative della rivoluzione internazionale, che all’interno dello stesso partito bolscevico, così come in Italia, Germania e Olanda, si organizzavano le prime opposizioni, che, pur partendo da una comune preoccupazione degli avvenimenti successivi, imboccavano strade divergenti ed in alcuni casi opposte. In questo senso a poco valse la rettifica del V congresso dell’I.C. (Mosca giugno/ luglio 1924). Enorme era stata l’eco della disfatta tedesca. Per l’I.C. fu necessario fare marcia indietro, anche se solo formalmente. Si accusò Brandler e Radek di avare male interpretato le indicazioni sul fronte unico e di essere, quindi, i soli responsabili della disfatta. Toccò all’imbarazzatissimo Zinoviev cambiare ancora una volta le carte in tavola. Nel suo discorso la socialdemocrazia, da “parte importante del movimento operaio”, divenne “social-fascismo”, per cui ne discendeva una nuova interpretazione del fronte unico che, da processo di riunificazione organizzativo di tipo verticistico con i socialdemocratici, si trasformava in un fronte unito dal basso delle masse operaie. Stessa sorte toccò al governo operaio che, da tappa intermedia e di avvicinamento alla dittatura proletaria, divenne sinonimo di questa, come se fosse soltanto una questione di terminologia.

I Fascisti sono la mano destra ed i socialdemocratici la mano sinistra della borghesia. Ecco il fatto nuovo... Il fatto essenziale è che la socialdemocrazia è diventata un’ala del fascismo. (3)

Il governo operaio e contadino non è altro che un metodo di agitazione, di propaganda e di mobilitazione delle masse... uno pseudonimo della dittatura del proletariato. (4)

Bene si espresse al riguardo Bordiga in sede congressuale (5):

Ma cosa può comprendere del governo operaio, un lavoratore o un semplice contadino quando, dopo tre anni, noi, capi del movimento operaio, non siamo ancora riusciti a intendere e a dare una definizione soddisfacente su che cosa sia questo governo operaio? Io chiedo semplicemente il funerale di terza classe per la tattica e, insieme, per la parola del governo operaio.

Anche se il V congresso uscì sbilanciato a sinistra, l’I.C. riprese a marciare sulla strada imboccata al III e, per quanto riguarda la tattica, il processo si concluse al VI e VII esecutivo allargato con la teorizzazione del socialismo in un solo paese. È a questa fase ultimata che Stalin prende definitivamente il sopravvento, gettando le basi della costruzione, pezzo per pezzo, del capitalismo di stato, contrabbandandolo per socialismo.

Le opposizioni di sinistra

Tutto ciò non avvenne senza che in Russia, come fuori di essa, la contraddizione tra la mancata rivoluzione europea, che giungesse a togliere dai pasticci il governo dei soviet, e la concreta possibilità di avviare un processo di trasformazione economica, tra l’estendersi, dalla N.E.P. in poi, di rapporti di produzione capitalistici, ed una sovrastruttura politico amministrativa sorta per adempiere a prospettive opposte, operarono dissensi e fratture, tanto maggiori e difficilmente componibili, quanto più rapido ed irreversibile appariva il maturare delle contraddizioni stesse.

Non fermarsi al manifestarsi, sia pure importantissimo, degli aspetti sovrastrutturali dell’agitarsi politico degli organismi dell’I.C. (abbandono dei principi, revisionismo, opportunismo in politica estera), ma legare questi avvenimenti alla matrice obiettiva che andava determinandoli, avrebbe dovuto essere il compito primario, in quella fase storica, delle varie opposizioni che sorsero un po’ in tutta Europa. Facile fu il tranello di attribuire al centralismo del partito bolscevico o alla struttura partitica in quanto tale la responsabilità del graduale allontanamento dalla linea rivoluzionaria, e quindi dell’impossibilità della costruzione dal socialismo, come se, nella Russia degli anni 20, questo enorme problema consistesse essenzialmente nella forma organizzativa, nella maggiore o minore agibilità democratica o ad errori di tattica. Nei fatti, in Russia non si compì il processo di trasformazione economica in senso socialista, non perché il partito comunista di Lenin e di Trotsky soffocò i consigli o esercitò la dittatura sul proletariato anziché esser ne l’espressione più alta, o perché eliminò al proprio interno (dopo dure lotte) ogni forma di opposizione, al contrario, l’isolamento dalla repubblica dei soviet e la conseguente pratica impossibilità di dare inizio a questa trasformazione, furono le cause portanti della degenerazione che si impadronì del partito, come delle strutture dello stato operaio, aprendo un solco sempre più profondo tre la classe e i suoi organi di potere. Questo errore di interpretazione dialettica fu, più o meno intensamente, alla base di alcune opposizioni di sinistra, come quella anarco-sindacalista che attecchì un po’ in tutta Europa, ed in particolare in Francia, quella consiliarista olandese di Gorter a Pannekoek, ed in parte anche nell’esperienza del K.A.P.D. in Germania, o determinarono conclusioni affrettate come nel caso di Korsch e della sua tendenza. (6)

Prescindendo dalle differenze ideologiche a volta sottili, ma molte spesso sostanziali, tra le varie opposizioni di sinistra, nel 1929,dopo l’espulsione di Trotsky dalla Russia, il panorama delle opposizioni era già molto ampio e copriva un arco che andava dal più vieto anarco-sindacalismo di stampo sorelliano alla riproposizione più intransigente del leninismo dell’ottobre bolscevico.

Questo è il quadro sommario delle più importanti opposizioni dì sinistra e la loro matrice. (7)

  • Olanda. La già citata opposizione consiliarista di Gorter a Pannekoek che prese le mossa dopo il III congresso dell’I.C.
  • Russia. A parte l’opposizione operaia della Kollontaj e di Miasnikov, quella che diede una maggiore impronta politica fu l’opposizione di Trotsky (dal 1924 al 1929 in territorio sovietico, del 1929 al 1940 fuori dai suoi confini). (8)
  • Francia. Sindacalista ( Monatte-Rosmer), che pubblicava la “Rivoluzione proletaria”. Trotskista (Naville-Rosmer), che si organizzò nella “Lega Comunista”. (9)
  • Germania. Gruppo Katz (anarco-sindacalista), pubblicava la rivista “Spantaco”. Gruppo Schwarz. Era un gruppo di impronta operaista al quale si unirono i resti del disciolto K.A.P.D. e che pubblicava la “Sinistra decisa”. Gruppo Korsch. Dopo una prime adesione al gruppo Schwarz a alle posizioni del K.A.P.D, Korsch diede origine ad una formazione autonoma, la “Politica Comunista”. Gruppo Urbans. Costituito della vecchia sinistra del K.P.D. che si oppose alla tattica opportunista di Brandler-Radek in occasione del fallimento della rivoluzione tedesca dell’ottobre del 23. Sotto la direzione di Maslov, Fisher, Sholen e Urbans pubblicava la “Bandiera del comunismo”.
  • America. Si costituì un’opposizione di sinistra guidata da Cannon, che basava il suo programma politico sull’intervento di Trotsky al V congresso dell’I.C.

La Frazione di Sinistra del Partito Comunista d’Italia

Come abbiamo accennato nelle prima parte di questo lavoro, dopo le leggi eccezionali per gli elementi della sinistra italiana che non erano “ospiti” delle galere fasciste, continuare a fare politica significava prendere la via dell’esilio. Francia a Belgio furono i paesi che, più per ragioni di vicinanza geografica che per tolleranza di regime, funsero da rifugio all’emigrazione politica italiana.

Nell’aprile del 1928 i gruppi che già operavano politicamente nel circondano di Parigi, Lione e Marsiglia, assieme agli elementi “belgi”, costituiscono a Pantin, nei sobborghi della capitale francese, la “Frazione della sinistra italiana”. Nel giugno dallo stesso anno uscì il primo numero di “Prometeo”, organo politico dalle Frazione. (10)

Da un punto di vista ideologico la Frazione continuò la battaglia politica ingaggiata dalla sinistra contro il progressivo allontanamento dai principi rivoluzionari dell’I.C. e del partito centrista di Gramsci e Togliatti, nel tentativo di salvare dallo sfacelo generale quanto di positivo e politicamente irrinunciabile era emerso all’interno del movimento operaio internazionale sino al suo II congresso. Al rifiuto della capitolazione senza riserve delle indicazioni uscite da Lione sulle questioni fondamentali quali l’analisi della socialdemocrazia, il significato tattico del fronte unito e del governo operaio, la bolscevizzazione del partito, la possibilità di sviluppare una economia socialista all’interno di un solo paese, si rispose con la riproposizione di tutto il lavoro teorico che la “Sinistra” espresse prima e dopo Livorno, nelle “Tesi di Roma” e nell’iniziativa del “Comitato d’Intesa”.

Per la Frazione le ragioni che indussero il movimento rivoluzionario del 1920 a rompere ogni legame col riformismo e a darsi un’organizzazione partitica e politica autonoma che fosse lo strumento idoneo per la classe operaia a raggiungere l’obiettivo ultimo della lotta di classe - l’istituzione della dittatura proletaria - continuavano a sussistere, in quanto non potevano essere considerate soluzioni tattiche legate allo svolgersi degli avvenimenti di quel momento, ma principi informatori della lotta di classe validi per tutto l’arco storico occupato dal capitalismo. D’altra parte, il nuovo corso dell’I.C. non aveva fatto altro che collezionare disastrosi insuccessi.

Dopo il fallimento insurrezionale tedesco dell’ottobre del 23, la tattica del fronte unito portò il proletariato cinese, inerme militarmente a politicamente disorganizzato, al massacro, operato proprio de quel Chang Kai-Schek che nella propaganda stalinista veniva presentato come il capo della rivoluzione comunista cinese. Con le stragi di Canton e di Shangai del 1927, praticamente si chiuse un periodo storico di tensioni sociali e di aspettative rivoluzionarie apertesi con la crisi che portò al primo conflitto mondiale.

La nuova situazione aggiunse ulteriori problemi alla Frazione. Che il capitalismo mondiale, a parte l’esperienza dell’ottobre bolscevico, uscito praticamente indenne dal grave periodo di crisi post-bellica, si incamminasse verso un lungo periodo di ricostruzione economica, era pressoché accettato da tutti.

Anche all’interno dell’I.C, prima ancora che si verificassero i tragici avvenimenti cinesi, al VI Es. allargato sufficientemente chiara emerse nella relazione di Bucharin la tesi secondo la quale ogni tentativo di ripresa rivoluzionaria avrebbe dovuto cedere il passo alla stabilizzazione capitalista, con il conseguente risultato di vedere il proletariato internazionale, sconfitto e disorientato, entrare più o meno compatto nei meccanismi economici del nuovo ciclo di accumulazione.

Mentre per i dirigenti dell’E.K.K.I. le nuova fase non poteva che confermare la giustezza delle indicazioni tattiche precedenti, per le opposizioni di sinistra si aprirono nuove e più complesse problematiche. Per la Frazione la questione di fondo non era più quella di far seguire ai deviazionismi di Mosca, quasi in un gioco di contrapposizione ideologica, i principi del marxismo rivoluzionario, bensì bisognava dare una risposta precisa a quanto stava accadendo all’interno del paese in cui vittoriosa era stata la rivoluzione proletaria, al significato da dare all’opportunismo che si era impadronito dei partiti centristi, al ruolo che le opposizioni di sinistra dovevano assumersi in questa particolare fase storica. In altri termini, bisognava rispondere a quei quesiti che la rivoluzione russa aveva posto in essere ma non risolti.

a) La contraddizione tra la rivoluzione vittoriosa in un solo paese ed il suo totale isolamento dal resto del proletariato internazionale, sino a che punto, in una fase di riflusso della lotta, avrebbe potuto mantenersi entro i limiti di una esperienza classista, e in che misura invece si sarebbe potuta risolvere al di là di questi limiti, per assumere anche nei contenuti economici, oltre che nelle forme dell’opportunismo politico, i connotati capitalistici del “mondo esterno” che l’aveva generata.

b) Il processo di degenerazione politica che si era fatto strada all’interno dell’I.C. e dei partiti centristi avrebbe potuto essere tamponato in presenza di una ripresa della lotta di classe, oppure doveva essere considerato come un processo irreversibile, tanto più veloce e profondo, quanto più e lungo si fosse protratto l’isolamento della Repubblica sovietica.

c) Quale avrebbe dovuto essere il rapporto corretto tra il Centro internazionale, sempre più preoccupato di salvaguardare i propri interessi in quanto stato proletario, e i restanti partiti comunisti.

d) Quale atteggiamento avrebbero dovuto tenere le opposizioni di sinistra, sorte a scala internazionale nei confronti dei partiti centristi dai quali erano uscite o espulse.

Ai primi tre quesiti Bordiga aveva tentato di dare una risposta già nel settembre del 1924 (11) e subito dopo il V congresso dell’I.C. dove affrontò di petto questi problemi:

Noi dovremmo discutere sull’operato e sulla tattica di tutta l’Internazionale, sul rapporto di attività dell’organo massimo, l’Esecutivo, tra i due congressi. Si dovrebbe sottoporre ad un esame molto attento l’attività, l’operato del centro dirigente dell’Internazionale. In realtà noi vediamo che qui non si fa affatto il processo all’Esecutivo, ma che è sempre l’Es. a fare il processo a ciascun partito, a ciascuna sezione. (12)

Nel citato articolo del 1924, Bordiga, così come individuava lo svilupparsi dell’opportunismo nel ristagno della lotta di classe sul fronte europeo, così legava ogni possibilità di recupero alla ripresa della stessa; in caso negativo, nulla avrebbe potuto arrestare il processo di degenerazione.

Nel febbraio del 1926, in occasione del sesto esecutivo allargato, Bordiga si ripropose sui medesimi problemi, ponendo l’accento sulla questione russa in confronto alla situazione internazionale e denunciando il falso rapporto che andava stabilendosi tra Ì’E.K.K.I e il partito comunista russo.

Anche Trotsky entra nel merito della questione. Nel gennaio del 1924, il dirigente bolscevico iniziava una dura polemica con i massimi responsabili del partito sul rapporto democrazia-centralismo, sull’impossibilità di coesistenza politica tra i vecchi quadri bolscevichi e i nuovi quadri di partito e sulla crescente burocratizzazione che ammorbava i gangli direttivi dell’organizzazione (13). Nel 1926, subito dopo la conclusione dei lavori del sesto esecutivo allargato (14), Trotsky toccava tutti i punti nodali che travagliavano la vita politica russa, dall’interpretazione della N.E.P. ai problemi di politica estera.

  1. Difesa dagli interessi operai nei confronti dei contadini ricchi (N.E.P.).
  2. Sviluppo del settore socialista nell’economia e maggiore controllo su quella a libero mercato.
  3. Inasprimento fiscale nei confronti dei kulaki (contadini ricchi)
  4. Attacco alla burocrazia e difesa della democrazia all’interno dal partito
  5. Deviazionismo di destra in politica estera.
  6. Rifiuto della teoria del socialismo in un solo paese.

Anche Trotsky lega indissolubilmente la possibilità di trasformazione economica in senso socialista nella repubblica sovietica all’evento rivoluzionario internazionale.

Ma agli inizi degli anni 30, quando tutti questi problemi non potevano essere solo enunciati o denunciati, bensì “risolti” sul piano della analisi e della pratica politica, la Frazione si trovò e fronteggiare questo immane compito praticamente da sola, con un Bordiga che si era eclissato (15) ed un Trotsky sempre più disposto a fare carte false pur di organizzare l’unità delle opposizioni internazionali (16).

I problemi della frazione

A livello europeo, quella che ebbe il maggior peso politico fu l’opposizione russa. L’enorme prestigio personale che giocava la figura di Trotsky, ebbe il potere di condizionare non poco le frazioni di sinistra che sorsero a cavallo degli anni 30, sulle base di un programma politico non sempre preciso e molto spesso legato al mutare degli avvenimenti su scala internazionale.

Agli inizi dal 1930 Trotsky tentò dì organizzare l’unione della Opposizioni di sinistra sulle base di comitati dì coalizione che avessero come scopo principale quello di raddrizzare i partiti centristi, non escludendo la possibilità per le opposizioni di ritornare all’interno delle organizzazioni legate all’Internazionale (entrismo) per meglio svolgere questo tipo di lavoro.

Dopo il 1933, con la salita di Hitler al potere, a Trotsky sembrò che il centrismo non fosse più in grado di rappresentare un argine difensivo valido nei confronti della Russia. Agli occhi di Trotsky il nascere, o peggio, il moltiplicarsi di governi fascisti ai confini dalla Russia, o comunque in Europa, significava aumentare l’isolamento della rivoluzione con la conseguente accelerazione del processo di burocratizzazione all’interno del partito e dello stato operaio. Da qui ha necessità di modificare la tattica delle opposizioni internazionali: non più recupero del centrismo, ma creazione di nuovi partiti con il concorso degli elementi sani delle opposizioni di sinistra e dei partiti socialisti, sul programma dei primi quattro congressi, con la prospettiva di creare una IV Internazionale che fungesse da contraltare a quella di Stalin e soci. È in questo periodo ricco di accadimenti che la Frazione, in polemica con l’opposizione trotskista, affrontò e risolse in parte i più grossi problemi politici che allora travagliavano il movimento operaio. Era evidente che in quegli anni, caratterizzati dal riflusso delle lotte di classe e, con una ripresa economica in atto e, soprattutto, con un movimento operaio politicamente acefalo, bisognasse non solo salvaguardare quanto di positivo in senso rivoluzionario era stato espresso, ma anche dare un senso politico a quanto stava avvenendo dentro e fuori lo stato sovietico, all’interno e all’esterno dei partiti legati all’I.C.

Nella situazione attuale, bisogna iniziare a dire chiaramente che la crisi terribile che attraversa il movimento operaio deriva dal fatto che si sono manifestati dei problemi che Lenin stesso non aveva potuto prevedere. A questi problemi il centrismo ha dato una soluzione controrivoluzionaria con la teoria del socialismo in un solo paese. Il proletariato ha subito, nel 1927, una sconfitta terribile non riuscendo ad impedire il successo controrivoluzionario del centrismo all’interno dei partiti comunisti. Se avesse vinto la sua battaglia in seno ai partiti, esso avrebbe assicurato la continuità del partito per la realizzazione del suo compito, dato che avrebbe risolto in una direzione rivoluzionaria i nuovi problemi posti dall’esercizio proletario in URSS. (17)

A parte i rapporti tra l’esecutivo dell’I.C. e il P.C.U.S., tra l’Internazionale e i partiti comunisti, e la buchariniana-staliniana frescata [mistificazione, bugia, inganno: nota per i compagni non italiani, n.d.r.] del socialismo in un solo paese, temi già contenuti nelle polemica trotskista, la Frazione si accingeva e dare soluzione ad un duplice problema: quale significato dare all’opportunismo che si era impadronito dei partiti comunisti e, nel contempo, che ruolo e funzione assegnare alle opposizioni di sinistra. Problema non facile, se si tiene conto che il “comunismo ufficiale” di Mosca - chiuso nell’infausta prospettiva di un socialismo “fatto in casa”, sino al punto di ribaltare di 180 gradi i termini dell’internazionalismo proletario, fornendo indicazioni tattiche non utili ad un assalto rivoluzionario (fronte unito, governo operaio, collusione con la socialdemocrazia) ma atto a creare governi di sinistra tolleranti nei confronti dello stato sovietico, in quanto, nelle prospettiva di Stalin, solo il rafforzamento del socialismo in Russia sarebbe stato la garanzia di uno sviluppo in senso socialista anche nel resto dell’Europa - aveva aperto una fase di disgregazione politica di cui il movimento operaio porta ancora oggi i segni. Restava comunque il fatto che, indipendentemente dalle polemiche più o meno ben condotte dalle opposizioni, per tentare dì dare una soluzione a questi quesiti che erano strettamente connessi gli uni con gli altri, bisognava partire dall’analisi di ciò che poteva rappresentare la Russia in quegli anni di predominio controrivoluzionario. Stabilire se il cancro dell’opportunismo che ingigantiva all’interno dei partiti comunisti avesse già portato a compimento il suo devastante lavoro, se fosse opportuno organizzare gli sforzi per costituire nuovi partiti o continuare nell’esperienza frazionistica, ed in tal caso che tipo di rapporto stabilire con i partiti centristi, di quali funzioni e limiti investire l’attività politica della Frazione, aveva un senso solo a condizione di aver stabilito, al dì là delle obiettive contraddizioni in cui si dibatteva da molto tempo la rivoluzione bolscevica, se si potesse parlare ancora di stato operaio degenerato o se si fosse ormai in presenza di una realtà economico-politica il cui grado di degenerazione aveva oramai chiuso la prima ad unica esperienza rivoluzionaria in senso comunista. Naturale quindi, che la Frazione si preoccupasse di partire dalla “questione russa” per arrivare a darsi una definizione ad eventualmente dei compiti. Nelle polemica con i trotskisti (18) sull’opportunità o meno di dare vita a nuovi partiti, la Frazione seguiva questo percorso politico senza cadere nell’errore di perdersi nei meandri dell’immediatismo tattico sempre ricco di pericoli opportunistici e parco di realizzazioni durature.

La III Internazionale è diretta da un partito che controlla uno stato operaio che resta tale fin quando la relazione tra rapporti di produzione e rapporti sociali sono basati sulla socializzazione dei mezzi fondamentali di produzione. (19)

Se questa era la posizione nei confronti dello stato sovietico, posizione che la Frazione mantenne fino al 1935, ne discendeva che i partiti comunisti adesso legati da mille fili, non ultimi quelli ideologici e finanziari, pur pregni di un opportunismo che li avrebbe condotti ad approdare sul terreno della controrivoluzione: “...il centrismo è la forza che porterà al tradimento dei partiti comunisti” (20), non potevano essere considerati, allo stato dei fatti, come organizzazioni che avessero definitivamente rotto, in tutto e per tutto, con gli interessi della classe operaia. Il fatto stesso di essere, anche se su di un piano opportunista, la lunga mano di uno stato operaio non ancora definitivamente degenerato, se li aveva posti sulla strada dell’abbandono degli interessi storici del proletariato, sino a quando questo processo non si fosse ultimato, sino a quando cioè il centrismo non si fosse rivolto agli interessi dell’altra classe, non si sarebbe potuto parlare di tradimento definitivo, ma soltanto di impossibilità a rappresentare lo strumento politico idoneo a condurre il proletariato alla conquista del potere per l’unica via possibile, quella rivoluzionaria.

La vittoria dell’opportunismo priva il partito, così trasformato, della capacità di guidare il proletariato verso la rivoluzione ma non sopprime nello stesso tempo la posizione di classe del partito, il partito la perde nel momento stesso in cui si rivolge agli interessi di un’altra classe. (21)

Il che stava a significare, secondo l’impostazione di questa analisi, che se lo stato operaio, nonostante l’irresolubilità delle sue contraddizioni, doveva considerarsi ancora come tale, in quanto basato sulla socializzazione dei mezzi di produzione, e che se i partiti comunisti, nonostante il morbo opportunista, non erano ancora passati, armi a bagagli, al servizio del nemico di classe, che non si potesse porre all’ordine del giorno la costruzione di nuovi, e che questa diventasse necessaria solo nel momento in cui ciò fosse avvenuto.

Secondo noi, le condizioni storiche per la creazione del secondo partito consistono nel tradimento dei vecchi partiti. (22)

Non solo, ma lo stesso Vercesi non escludeva la possibilità di rientrare nei vecchi partiti, alla condizione che il proletariato riuscisse a rimuovere l’incrostazione burocratica, evento peraltro giudicato difficile se non impossibile.

Noi rientreremo nei partiti solo se i proletari centristi riusciranno a cacciare la burocrazia che ci ha espulsi. (23)

Ma sino a quando il vecchio partito occupa una “posizione che si base su di un programma che non risponde più agli interessi della classe operaia ma che non rappresenta ancora gli interessi del nemico” (24), i rivoluzionari non devono correre avventure velleitarie, anticipando i tempi della forma organizzativa, ma continuare nel ruolo di frazione che “sono storicamente il solo luogo in cui il proletariato prosegue il suo lavoro per organizzarsi n classe”. (25)

La trasformazione della frazione in partito

Quindi la Frazione avrebbe dovuto occupare lo spazio storico nel quale si sarebbe compiuto definitivamente il tradimento del centrismo, sino a quando cioè si fosse risolta ha contraddizione di fondo che aveva dato fiato e strumenti all’opportunismo sino a permettergli di conquistare i partiti comunisti e di emarginare le sinistre. A quel punto e solo e quelle condizioni sarebbero potuti nascere i nuovi partiti. Nell’approfondire ulteriormente il problema, la Frazione (che parla sempre per bocca di Vercesi) prospettava due soluzioni, entrambe legate al mutarsi delle condizioni obiettive ed al mutare dei rapporti di forza all’interno della lotta di classe.

O queste condizioni...

risiedono nella vittoria rivoluzionaria di un proletariato diretto da una frazione di sinistra che riesce a spazzare via il centrismo al fuoco stesso dell’insurrezione [oppure] il centrismo sarà un fattore necessario per condurre il proletariato alla guerra e così la sua funzione si esaurirà totalmente. (26)

In altri termini, nella prospettiva di una ripresa della lotta di classe, i partiti centristi o vengono recuperati alla strategia rivoluzionaria grazie all’opera delle frazioni, per cui le stesse rientrano nei partiti sostituendosi al centrismo nella direzione, o i partiti guidati dal centrismo porteranno sino in fondo il loro tradimento trascinando il proletariato al macello mondiale sul terreno della più tragica difesa degli interessi della borghesia, ed allora le frazioni si costituiranno in partito. Nel frattempo, la frazione ha il compito di mettere a punto il programma politico, preparare i quadri ed intervenire in quegli spazi che l’opportunismo dei partiti centristi, in frizione con gli interessi della classe operaia, continuamente apre.

La Frazione...

ha soprattutto un ruolo di analisi, d’educazione, di preparazione dei quadri, che realizza il massimo della chiarezza nella fase in cui agisce per costituirsi in partito, nel momento in cui lo scontro delle classi spazza via l’opportunismo e lo fa apparire come scuola politica e, di conseguenza, come un’organizzazione di lotta che le (alla classe, n.d.r..) mostra il cammino della vittoria. (27)

Sino a questo punto i termini dalla questione sembravano essere sufficientemente chiari. Il problema frazione-partito fu “programmaticamente” risolto dalla dipendenza della prima al processo degenerativo che era in atto nel secondo, per cui la definizione del ruolo e dei compiti frazionistici rimaneva quella precedentemente esposta, non in virtù di una elaborazione teorica astratta, che elevasse quel tipo particolare di organizzazione dei rivoluzionari a forma politica invariante, valida per tutte le fasi storiche di ristagno della lotta di classe, bensì in stretto riferimento con i partiti opportunisti che continuavano ad essere, anche se in via di disgregazione, gli organi politici della lotta di classe e, perciò stesso, elementi condizionanti. Che si prospettasse la possibilità di trasformazione della frazione in partito solo in situazioni “obiettivamente favorevoli”, cioè in presenza di una ripresa della lotta di classe, era dovuto alla calcolata evenienza che, solo in una simile situazione o nella sue temporali adiacenze, si sarebbe verificato nei fatti il definitivo tradimento dei partiti comunisti. A quello stadio di sviluppo delle contraddizioni, risoltesi ormai in senso negativo, con un possibile riacutizzarsi degli antagonismi si classe, creati dall’impossibilità del capitalismo di comporre, senza limiti di tempo, le proprie contraddizioni, e con un proletariato privo del suo strumento politico fondamentale, il partito, perché schierato sul terreno degli interessi dell’avversario di classe, sarebbe stato un suicidio ritardare la trasformazione e con essa tutti i compiti politici ed organizzativi derivanti.

Fu nella seconda metà del 1935, sulla scorta di un’attenta analisi del concrescere delle contraddizioni del capitalismo internazionale, sull’esasperarsi delle tensioni intercapitalistiche e sul mutamento di rotta dei partiti centristi (partecipazione governativa), e sulla dichiarazione di Stalin del 14 luglio, che agli occhi degli elementi della Frazione sembrò essere arrivato il momento di gettare concretamente le basi di quel processo di trasformazione che sino a quel momento era stato solo ipotizzato.

In questo senso, al cospetto della crisi economica che stava preannunciandosi, andavano chiarendosi anche i ruoli che forze politiche, partiti e stati, avrebbero assunto nella prospettiva del secondo conflitto mondiale e della possibile ripresa della lotta di classe, prima, durante e dopo il verificarsi di questo evento, ed in modo particolare dello stato operaio e delle sue appendici centriste. Ancor prima che la guerra civile spagnola offrisse l’esempio pratico del muoversi dell’imperialismo sullo scacchiere europeo, in un gioco di alleanze e di scontri pro e contro il “totem” della democrazia, anticipando i motivi formali del secondo conflitto mondiale, per la Frazione era acquisito che:

Fascisti, democratici, socialisti e centristi sono arrivati alla fine della loro opera: dopo aver, per vie differenti, intimamente collaborato all’opera di smantellamento e di strangolamento del proletariato mondiale, si congiungono e fraternizzano per dare a quest’opera la sola conclusione che permette un regime basato sulla divisione in classi: la guerra. Oh! Tutti, da Stalin a Van der Velde, da Mussolini a Hitler a Laval e Baldwin, tutti vorrebbero evitare di cadere nel precipizio dopo averlo, per anni a anni, scavato con le ossa dei proletari massacrati. (28)

Prosegue:

La Russia sovietica, in cui il recente sviluppo industriale non pone in modo acuto gli stessi problemi che, negli altri stati, diventano insolubili al di fuori della guerra, e dove la socializzazione dei mezzi di produzione si basa sull’accumulazione progressiva del plusvalore e non sull’aumento del tenore di vita dei produttori, elimina, nei cicli della produzione, le crisi ritmiche intermedie, per farli cadere direttamente nella guerra, la Russia sovietica si muove nel seno stesso del fronte dei contrasti imperialistici e non esita a legarsi a quegli schieramenti che considera più utili per proteggere i suoi interessi. La Russia sovietica non esita a chiamare i lavoratori ad unirsi attorno a quelle forze di “pace” che oggi si appellano alla difesa della via imperialistica inglese e che potranno domani appellarsi alla difesa dei principi di giustizia nell’interesse di quegli stati che furono vincitori a Versailles.

Conclude:

Il nostro congresso ha espresso, contemporaneamente, la risposta del proletariato italiano alla caduta dei partiti comunisti nel tradimento, e l’elevazione di questo proletariato che si appresta a riprendere il suo posto nelle lotte operaie mondiali dopo 14 anni di tortura fascista. A Stalin, il congresso ha risposto che la pietra tombale che egli ha posto sui partiti comunisti consegnati al nemico, apre alla fase che conduce alla trasformazione in partito della nostra Frazione in vista della fondazione della nuova Internazionale che sorgerà dalla vittoria rivoluzionaria. (29)

Va notato come tra le premesse e le conclusioni che hanno determinato il mutamento di giudizio nei confronti del centrismo appaia ancora sfumata l’analisi economica sulla Russia. Se non si avevano remore nel denunciare la politica estera di Stalin come agganciata al meccanismo imperialista, se nella prospettiva di un secondo conflitto mondiale, appariva sempre più chiaro il suo ruolo controrivoluzionario, non altrettanto perentorio era il giudizio sulla forma economica dominante nella repubblica dei soviet dopo l’introduzione della N.E.P. e dopo, soprattutto, quasi venti anni di assoluto isolamento passati nella vana attesa che altre esperienze rivoluzionarie venissero in soccorso di una classe operaia che, pur avendo creato le premesse politiche per uno sviluppo socialista della società, non ne aveva, da sola, l’obiettiva possibilità di realizzazione.

In pratica, perdurava ancora l’equivoco trotskista basato sulla divisione in compartimenti stagni fra una economia che rimaneva “socialista”, in quanto basata sulla socializzazione dei mezzi di produzione, e una gestione politica degenerata sul piano opportunista, i cui effetti più evidenti erano forniti dalla “metastasi” burocratica, dal deviazionismo di destra in politica estera e da una politica economica impostata a favorire gli interessi dei kulaki a discapito delle masse dei contadini poveri e del proletariato urbano

Fu solo nel bel mezzo della guerra civile spagnola che nella Frazione si fece strada, anche se in maniera confusa, la preoccupazione di legare l’atteggiamento revisionista a controrivoluzionario alla sua naturale matrice economica:

Il centrismo in Russia è l’espressione politica di una struttura economica che essendo basata sulle legge dell’accumulazione capitalistica, determina uno sfruttamento sul proletariato. Il fatto che il beneficiario di questo sfruttamento, la classe che può utilizzarlo nel l’interesse dell’organizzazione che le è propria non si trova all’interno delle frontiere dello stato sovietico, ma sia il capitalismo internazionale, non cambia gli effetti di un meccanismo produttivo fondato sull’estrazione crescente del plusvalore a del valore del lavoro. (30)

La confusione o imbarazzo, derivava dalla difficoltà di dare una sistemazione teorica al paradosso, per altro solo apparente, di uno sviluppo economico capitalistico in presenza di una socializzazione dei mezzi di produzione e in mancanza di una classe che amministrasse il plusvalore estorto alla classe operaia. (31)

Fu comunque indipendentemente dalla possibilità di sciogliere questo importantissimo nodo che il Congresso dalle Frazione, (settembre 1935) si assunse il compito di dare una risposta alla nuova fase politica, caratterizzata dal tradimento dei partiti centristi. Secondo lo schema sviluppato negli anni precedenti, la Frazione avrebbe dovuto esaurire il suo compito proprio in dipendenza di questo avvenimento per passare alla costruzione del nuovo partito. Ma all’atto pratico, anche se la prospettiva rimaneva quella, all’interno della Frazione si espressero alcune tendenze che si sforzavano di rimandare il problema piuttosto che di risolverlo nei suoi termini pratici.

Nella relazione di Jacobs su cui avrebbe dovuto svolgersi il dibattito, il tradimento dal centrismo e la parola d’ordine lanciata dalla Frazione di uscire dai partiti comunisti, in quanto con potevano essere considerati organi politici né degli interessi storici né contingenti dalla classe operaia, ma strumenti caduti nelle mani dell’avversario di classe, non doveva implicare...

il rientro nella Frazione e quindi la sua trasformazione in partito, né rappresenta la soluzione proletaria al tradimento del centrismo che sarà fornita dagli avvenimenti di domani per i quali la Frazione si prepara oggi, ma è una posizione che può portare allo snaturamento dei principi stessi della Frazione [in quanto] la conclusione del tradimento centrista non è un corso di lotte rivoluzionarie, ma la dissoluzione del proletariato che si ritroverà nella catastrofe della guerra. (32)

Se era vero che i danni provocati dal centrismo avevano finito per consegnare la classe, politicamente disarmata, nelle mani dal capitalismo e che in caso di conflitto mondiale le varie borghesie avrebbero avuto buon gioco, in assenza di organizzazioni rivoluzionarie, a trascinare il proletariato internazionale sul terreno conflittuale dei propri interessi, era altrettanto vero che l’unica possibilità di organizzare una qualche opposizione al tentativo dell’imperialismo di risolvere le proprie contraddizioni con la guerra, passava per le ricostruzione di nuovi partiti, i quali avrebbero dovuto avere il compito di operare negli spazi e nei tempi che il centrismo aveva determinati affinché l’alternativa guerra o rivoluzione non fosse soltanto uno slogan con il quale sciacquarsi la bocca.

Inutile sarebbe stato tutto il lavoro teorico e di analisi della Frazione sul tradimento del centrismo, sulle prospettive di un nuovo conflitto mondiale che avrebbe visto partecipe la stessa Russia, se non si fossero tratte le debite conseguenze sul piano operativo. L’insegnamento di Lenin, “ogni crisi capitalistica può avere una soluzione borghese in mancanza di una soluzione rivoluzionaria”, o nel peggiore dei casi “trasformare la guerra imperialista in rivoluzione di classe”, avrebbe dovuto avere maggior credito. Lascia ulteriormente perplessi che teorizzazioni di questo genere provenissero da elementi cresciuti nella tradizione leninista. Ma, per il relatore, la risposta al problema della crisi del movimento operaio, provocata dall’agganciamento della Russia sul piano imperialistico, della crisi incipiente del capitalismo che andava annunciandosi con l’acuirsi di guerre commerciali e di aperta aggressione nei confronti dei paesi sottosviluppati, dell’inevitabile secondo conflitto mondiale, non doveva consistere nello sforzo di tessere le sparse fila dei rivoluzionari per ridare al proletariato il suo organo politico indispensabile, il partito, necessità tanto più importante quanto maggiore era il disorientamento politico provocato dal centrismo, bensì lanciare la parole d’ordine ‘uscire dai partiti comunisti” senza nessun’altra indicazione, in quanto “non esiste una soluzione immediata al problema che questo tradimento pone”.

Viene spontaneo domandarsi a che serviva lanciare una simile parole d’ordine. Ammesso che il proletariato l’avesse seguita, si sarebbe trovato nel più totale disorientamento a mezza strada tra i vecchi partiti caduti nel pozzo borghese e organizzazioni che si rifiutavano di rappresentare un’alternativa concreta in senso politico e organizzativo solo perché non era l’ora dell’assalto rivoluzionario. Oppure la si sarebbe lanciata ben sapendo che il proletariato non si sarebbe mosso, perché ancora invischiato nei tentacoli del centrismo, ed allora sorge spontaneo il dubbio che la parola d’ordine in questione fosse stata lanciata con l’intima speranza che il proletariato con l’ascoltasse per non creare problemi che andassero contro lo schema astratto del relatore.

Secondo questo schema, che puzza di meccanicismo da qualsiasi parta lo si voglia accusare, il problema della costruzione dei partiti sarebbe da porsi in coincidenza con le prospettive della presa del potere:

Possiamo affermare che il partito possa fondarsi al di fuori di una prospettiva storica in cui si ponga il problema del potere? È evidente che se il partito si fonda sulla nozione della lotta contro lo stato capitalistico, se le condizioni per questa lotta scompaiono momentaneamente o per un periodo determinato, il problema del partito non si può porre, perché, per un marxista, quando un problema si pone, si pongono anche gli elementi per risolverlo. (32)

Per cui in tutte le altre situazioni (sempre) nella quali palese si manifesta la debolezza delle classe c’è posto solo per le frazioni. Ovvero partito e frazione sarebbero l’espressione della vita politica del proletariato rispettivamente nelle fasi rivoluzionarie e controrivoluzionarie. Tutto a posto in teoria, senonché quando si cerca di interpretare i problemi delle lotte di classe in chiave logico-formale, non solo ci si allontana dal marxismo ma si rischia di cadere in pericolosi circoli viziosi dai quali è difficile uscire. (34)

Le tesi di Jacobs crearono all’interno del congresso della Frazione una forte opposizione che, pur essendo d’accordo “che la lotta di classe non è il risultato di manovre di individui o di partiti, ma il prodotto di contrasti storici che minano le basi della società capitalistica” (35) divergeva sull’analisi attendista del relatore. Per Gatto, al di là dalla validità della parola d’ordine proposta da Jacobs e della necessità di cambiare il nome della Frazione a testimonianza di un maggior distacco dal centrismo, era urgente chiarire il rapporto Frazione-partito non in base a formulette meccaniche, bensì a precisi compiti che la nuova situazione richiedeva:

Noi siamo d’accordo che non si può passare immediatamente alla fondazione dal partito ma d’altra parte si possono presentare delle situazioni che ci pongano davanti alla necessità di passare alla sua costituzione. L’esasperazione del relatore può condurre ad una specie di fatalismo. (36)

Preoccupazione non vana, visto che la Frazione rimase nell’attesa sino all’atto del suo scioglimento nel 1945.

Così, per Tullio (37), il problema partito non poteva essere demandato alle calende greche, con il pericolo di essere superati dagli avvenimenti e con l’altro, non meno grave, di impedire alla classe operaia di avere un organo di guida anche nelle fasi controrivoluzionarie:

il partito di classe non si crea soltanto alla vigilia della presa del potere. Se noi diciamo che quando manca il partito di classe manca anche la guida, noi vogliamo dire che questo è ugualmente indispensabile in un periodo di depressione. (38)

Anche Piero (39), come risulta dal resoconto del congresso...

non è d’accordo con la definizione della costituzione del partito di classe soltanto nel periodo di ripresa proletaria.

Romolo (40) è...

convinto che se la situazione rivoluzionaria si dovesse determinare prima che si sia verificata la trasformazione della Frazione in partito, si andrà incontestabilmente verso una nuova disfatta.

A tagliare le testa al toro [a sciogliere il nodo, a tagliare il nodo gordiano: per i compagni non italiani, n.d.r.] intervenne Vercesi, che, pur pencolando verso la posizione di Jacobs, propose di trasformare il nome della Frazione da Frazione di Sinistra del Partito Comunista d’Italia in Frazione Italiana delle Sinistra Comunista, nella prospettiva che la ripresa della lotta di classe ponesse all’ordine del giorno la creazione dal partito. Su queste basi il congresso trovò un’unità fasulla che di lì a poco tempo portò alla ripresa delle discussioni.

Nei pochi anni successivi che condussero al II conflitto mondiale, la Frazione fu paralizzata dallo scontro delle due tendenze, con il risultato di farsi scavalcare dagli avvenimenti, subendo al contempo pericolose sbandate. Va notato come la corrente “partitista”, pur nel più assoluto immobilismo, rimase coerente con la posizioni espresse al congresso, mentre in quella “attendista”, ed in modo particolare nel suo esponente di maggior prestigio, Vercesi, non pochi furono i tentennamenti e i cambiamenti di rotta. Nel 1935 Vercesi vedeva la necessità di iniziare il processo della trasformazione della Frazione in Partito e lo collocava nella fase bellica “l’evoluzione è destinata a sfociare nella guerra dalla quale sorgerà la ripresa della lotta proletaria in una forma più avanzata”. (41)

Nel 1936, nel dirimere la controversia tra l’attendista Bianco (42) e Piero-Tito (partitisti), pencola più per questi ultimi:

bisogna considerare che, nella situazione attuale, benché noi non abbiamo e non possiamo ancora avere un’influenza di massa, ci troviamo davanti alla necessità di agire non più come Frazione di un partito che ha tradito ma come partito in miniatura. (43)

In pratica, in questa fase, Vercesi sembra aver abbandonato la visione meccanica di demandare alla guerra il compito di smuovere le masse per permettere alla Frazione di guidarle e di trasformarsi in partito, per avvicinarsi alle posizioni del 1933, in cui il rapporto partito-classe-Frazione era improntato ad una visione più dialettica, dove, al tradimento dei partiti centristi doveva sostituirsi la nascita di nuovi, non per guidare velleitariamente masse (che ancora non c’erano) verso la conquista del potere, non per inventare lotte che i meccanismi economici del capitalismo non avevano ancora prodotto, ma per rappresentare la continuità di classe che si era interrotta, per colmare quel vuoto politico che si era prodotto, per ridare alla classe operaia quel punto di riferimento politico indispensabile anche nelle fasi di riflusso, e che fosse in grado, anche se minuscolo, di concrescere con gli avvenimenti e di non attenderli messianicamente. Ma nel 1937 ritorna sui suoi passi, per riproporre nel “rapporto sulla situazione internazionale” le frazioni come unica espressione politica possibile del momento, con l’implicita rinuncia a qualsiasi tipo di trasformazione.

Dopo il 1939, a conclusione di questa parabola discendente, concluse con il classico “non c’è niente da fare”, in quanto nei periodi di guerra il proletariato scompare come classe, ribaltando ancora una volta di 180 gradi i termini della questione.

A parte le convulsioni personali di Vercesi (44), con lo scoppio della guerra la Frazione diventò praticamente inoperante. Cessarono tutte le pubblicazioni (bollettino interno, Prometeo, Bilan e Octobre) si diluirono sino quasi a cessare i contatti tra la sezione francese e quella belga. Nel 1945 la Frazione si sciolse senza aver risolto sul terreno pratico uno dei problemi più importanti per il quale era sorta a Pantin nel 1928. Il partito nacque lo stesso alle fine del 1942 per opera dei compagni della sinistra rimasti in Italia (Partito Comunista Internazionalista) nel quale confluirono dopo la fine della guerra molti elementi della disciolta Frazione.

Conclusioni

Ci sembra opportuno, a questo punto, entrare più precisamente nel merito del rapporto Frazione-partito, non solo per commentare quanto di positivo o di negativo è stato espresso all’interno della opposizione di sinistra italiana all’estero, ma anche per portare il nostro contributo ad un problema che ancora oggi si trascina assumendo a volte aspetti paradossali.

Il problema di come avrebbero dovuto organizzarsi i rivoluzionari in una particolare fase storica che constatava l’esistenza di un processo di degenerazione in atto sia nel paese che aveva vissuto la prima ed unica esperienza di classe del movimento operaio internazionale, che nei partiti comunisti che ad esso erano ideologicamente legati, aveva un senso sino a quando fattori oggettivi e soggettivi delle forze politiche che operavano sul terreno della sovrastruttura non avessero modificato sostanzialmente questo quadro di fondo. Giustamente per la Frazione, in polemica con le altre opposizioni di sinistra, ed in modo particolare con il trotskismo, il tentativo di dare vita a nuove organizzazioni partitiche poteva porsi solo a condizione che il centrismo avesse percorso sino in fondo la strada che lo portava ad abbandonare definitivamente ogni interesse di classe per porsi sul terreno controrivoluzionario della “necessità” economiche e storiche dell’avversario di classe. Sino a quel momento l’unica seria possibilità per salvaguardare la continuità politica di classe risiedeva nel lavoro di frazione. Uscire dal contesto di questo rapporto, determinato dalla contraddittorietà degli avvenimenti che avevano come epicentro l’isolamento della repubblica sovietica nel “mare magnum” delle impellenti necessità economiche del capitalismo mondiale, dovute al nuovo ciclo di accumulazione, poteva significare cadere nel volontarismo idealistico del trotskismo, teso ad anticipare i tempi in dissonanza storica con l’evolversi degli accadimenti, oppure approdare al più astratto meccanicismo, espresso dalla tendenza Jacobs-Vercesi, caratterizzato dalla propensione di rimandare continuamente il problema a “situazioni più favorevoli”, con l’unico risultato di essere scavalcati dagli avvenimenti stessi.

Per tutti gli aspetti della vita del movimento operaio, ma in modo particolare per il problema partito, idealismo e meccanicismo hanno sempre rappresentato i limiti estremi del corretto rapporto dialettico partito-classe.

Che senso ha legare la nozione di partito solo ed esclusivamente al concetto di potere o di possibilità di guida delle grandi masse, negando all’organo politico della lotta di classe ogni possibilità di vita se non nelle fasi rivoluzionarie, delegando ad organismi mai ben definiti o a surrogati il compito di rappresentare gli interessi di classe nelle fasi controrivoluzionarie? Il partito, proprio perché strumento politico della lotte di classe, non è un momento episodico, contingente, della vita e degli interessi del proletariato, ma è storicamente chiamato a svolgere le sue funzioni di guida e di punto di riferimento politico sino a quando le condizioni obiettive della determinazione economica pongono in essere le classi e l’inconciliabilità dei loro interessi. Compiti, funzioni, maggiore o minore possibilità di intervento, lo stesso legame con le masse non può essere deciso dal partito, che sceglie di “essere” o di “non essere”, di fare o di non fare, di agganciarsi alle masse o di rimanerne lontano, ma saranno le stesse condizioni obiettive a determinare l’assenza o la presenza di questi problemi e le modalità tattiche del loro superamento.

La dialettica delle cose ci insegna che il partito nasce come strumento della lotta di classe, come necessità politica per ritornare su di essa come momento di sintesi e di aggregazione che è al contempo struttura determinata e determinante nell’alterno andamento del conflitto tra la classi. Nei periodi storici in cui la borghesia sembra avere il sopravvento pressoché assoluto nei confronti del proletariato, il rapporto partito-classe è destinato ad assottigliarsi sino quasi ad estinguersi, nelle fasi in cui la classe operaia, spinta dall’ingigantirsi delle contraddizioni del sistema tende a rialzare la testa, maggiori sono le possibilità di riannodare o rafforzare il legame tra partito e classe. Al di fuori di questa visione dialettica che pone il partito e la classe come fattori storici costanti rispetto al perdurare della matrice economica che li ha posti in essere, c’è solo spazio per la confusione.

Sostenere che il partito può sorgere solo in corrispondenza di situazioni rivoluzionarie in cui è all’ordine del giorno la questione del potere, mentre nella fasi controrivoluzionarie il partito “deve” scomparire o cedere il passo alle frazioni, significa non solo privare la classe nelle fasi più buie a delicate di un minimo di riferimento politico, finendo per favorire il gioco conservatore della borghesia, ma creare volutamente quei vuoti di presenza che difficilmente possono essere colmati nello spazio di 24 ore. La storia ha sufficientemente dimostrato che se le crisi economiche hanno il potere di determinare nelle masse una maggiore radicalizzazione e disponibilità alla lotta, mai hanno concesso il tempo alle avanguardie rivoluzionarie di risolvere, in spazi forzatamente ristretti, tutti i problemi politici ed organizzativi tipici di queste delicatissime fasi. La grande tragedia della rivoluzione russa sta proprio a dimostrare che negli anni 1918-19, quando in Europa si ebbe il più alto grado di spontaneità delle masse lavoratrici, le avanguardie rivoluzionarie erano ancora indecise sul recupero dei partiti socialisti o sulle necessità di costituirne di nuovi sulla base della indicazioni politiche della III Internazionale. Quando i partiti comunisti nacquero sul finire del 1920, o addirittura nel 1921, esisteva ancora la crisi del capitalismo, ma le masse non erano più suscettibili di essere convogliate sul terreno dello scontro frontale con la borghesia.

In Italia, ed esempio, il Partito Comunista nato a Livorno nel ‘21, si trovò di fronte una classe operaia che aveva dato il meglio di sé nel biennio precedente, e impossibilitato a svolgere la funzione per la quale era sorto, stentò ad amministrare la stessa ritirata. Con un partito staccato dalle grandi masse, con un proletariato debilitato e disilluso dalle battaglie precedenti, ebbe buon gioco il disegno reazionario delle borghesia che si vestì per l’occasione con i colori dell’orbace [del fascismo, n.d.r.]. Così, nella fase del secondo grande ciclo di accumulazione che portò il capitalismo dalla prima alle seconda guerra mondiale, grazie anche al ruolo negativo giocato dal centrismo, le opposizioni di sinistra non seppero o non vollero operare per tempo nella direzione di creare i nuovi, indispensabili organismi politici dell’assalto rivoluzionario, rimanendo invischiati in schematiche quanto false problematiche, mentre il divenire della storia compiva il suo inevitabile corso e contro di esse. Per quanto riguarda l’esperienza della frazione di sinistra italiana, se si eccettua la tendenza Jacobs-Vercesi, che peraltro riuscì ad inibire a tutta l’organizzazione ulteriori sviluppi sulla base di una sterile problematica, possiamo dire che erano presenti tutti i fattori essenziali perché errori di questo genere fossero tempestivamente evitati. Dall’analisi dell’opportunismo al maturare delle condizioni del prossimo conflitto mondiale e alla necessità di passare alla creazione di nuovi partiti nel momento stesso in cui i vecchi avessero consumato sino in fondo il loro tradimento di classe, è il patrimonio politico che va riconosciuto alla Frazione. Tra gli altri, non ebbe torto Candiani, al congresso del 1935, a denunciare che:

Vercesi ha fatto un’affermazione grave quando ha detto che con l’estinzione della classe si verifica anche quella del partito. Al contrario, il partito resta in funzione grazie ad una attività teorica ed organica anche in un periodo di depressione,

per cui era ritenuta improponibile la tesi secondo la quale, nello sviluppo storico del movimento operaio in generale, e non soltanto in quello specifico che va dal ‘28 al ’35, la Frazione sarebbe l’espressione politica della lotta di classe nei periodi controrivoluzionari ed il partito nelle fasi di assalto al potere. Ma se questo importante problema ha avuto un senso ed una sua attualità in quella particolare situazione caratterizzata dal travagliato processo in atto, ma non concluso, del centrismo, riproporlo oggi, pari pari, avulso dalla matrice che lo aveva determinato, è un errore ancora più grave.

I partiti non nascono dall’oggi al domani, non si presentano all’appuntamento con la “situazione favorevole” con l’esperienza e l’ansia che può avere un giovane apprendista al suo primo giorno di lavoro. Né vale sostenere simili tesi capovolgendo l’esperienza della storia, attribuendo allo stesso partito bolscevico il ruolo di “frazione" della socialdemocrazia russa sino al '17. (45)

La Russia fu l’unico paese europeo, inserito nella crisi bellica del 1914-18, in cui, nonostante le condizioni meno favorevoli che altrove, si manifestò una rivoluzione proletaria, proprio perché ci fu un partito che operò come tale, per lo meno dal 1912 in poi. Il bolscevismo, sin dalla sua origine, non si limitò a combattere sul piano politico l’opportunismo menscevico, ad elaborare teoricamente i principi della rivoluzione, a costruire quadri e a fare del proselitismo, ma operò all’interno della classe operaia urbana, del contadiname povero, dell’esercito zarista, creando nel periodo più oscuro del fascismo dei Romanov, quei primi sottili fili di contatto tra partito e classe destinati a diventare più tardi, nel fuoco di una situazione montante, dei veri e propri canali collettori tra la spontaneità della classe e il programma tattico-strategico del partito.

Non il caso, ma una forza partitica che aveva saputo preparare il terreno favorevole sono alla base dell’ottobre bolscevico.

Già nel 1902 Lenin aveva gettato le basi tattico-organizzative sulle quali avrebbe devoto costituirsi l’alternativa all’opportunismo della socialdemocrazia russa, alternativa di partito, a meno che non si voglia contrabbandare il “Che fare?” come il decalogo del buon frazionista. Lo stesso Trotsky, nei primi mesi successivi alla vittoriosa rivoluzione bolscevica, rintuzzando le tesi idealistiche di ogni risma, vestitesi di rosso per l’occasione, secondo le quali inevitabile o “naturale” doveva considerarsi l’evento rivoluzionario di ottobre come un qualcosa che era maturato nell’aria per germinazione spontanea, mostrò come quel grandioso evento che aveva avuto nella crisi mondiale del capitalismo e nella guerra la base obiettiva su cui esplodere, aveva altresì avuto nel lungo lavoro preparatorio del partito di Lenin la condizione soggettiva favorevole alla vittoria.

La grande forza della borghesia è sempre consistita nel far credere alle masse l’impossibilità di infrangere con la forza le strutture economiche e politiche portanti del capitalismo, elevando questa forma produttiva a sistema unico e universalmente valido, con il risultato di far apparire la soluzione rivoluzionaria vana sul piano pratico, nonché utopistica su quello delle prospettive politiche. Il marxismo ci ha dimostrato scientificamente come il capitalismo sia una forma produttiva transitoria nata dall’impossibilità dell’economia feudale di sviluppare le forze produttive e destinata a scomparire quando, esaurito il compito storico, si presenta come ostacolo all’ulteriore sviluppo di quelle forze produttive che esse stessa aveva contribuito a determinare. Ma questa scomparsa o superamento del capitalismo non può essere considerato come un evento storico inevitabile, o peggio ancora collocabile in uno spazio temporale predeterminato, senza che l’elemento soggettivo della lotta di classe non ritorni con la coscienza della finalità strategica in senso rivoluzionario sulla base della determinazione economica. In questo senso il marxismo ha sempre figurato nella crisi dal capitalismo la condizione favorevole per la possibilità del suo superamento, ma ha anche denunciato che se le crisi comportano il dissesto economico, lo sfaldamento delle istituzioni tradizionali, insicurezza sociale e radicalizzazione delle masse, vanno considerate come condizioni necessarie per lo scontro finale - non ne sono al contempo per se stesse sufficienti.

Occorre la coscienza del fine, l’omogeneità della tattica verso un unico fine strategico, occorre che la disponibilità alla lotta delle masse, dovuta a un’unica situazione economica di crisi che le accomuna, ma differenti per interessi, motivazioni ed intensità di radicalizzazione, trovino un denominatore comune politico, occorre il partito di classe. Non solo, ma è necessario che il partito sappia in questi frangenti, legarsi alle masse, sappia porsi come punto di riferimento politico alla spontaneità della classe. In caso contrario finirebbe per essere emarginato dallo svolgersi della lotta di classe stessa, fungerebbe da corrente d’opinione senza avere alcun peso all’interno del processo in atto. Tutto ciò è possibile alla sola condizione che l’avanguardia politica abbia saputo preventivamente concrescere con il maturare degli eventi, creare cioè le premesse di quel legame dialettico tra partito e masse che le “situazioni obiettive” favoriscono ma non determinano meccanicamente. Delegare alla “situazione” lo scollamento delle istituzioni, la radicalizzazione delle masse e, al contempo, la nascita del partito e il legame tra quest’ultimo e le masse stesse, significa cadere nelle conseguenze dell’errore opposto, quello di credere di poter avere un partito di massa anche nelle situazioni controrivoluzionarie.

Fabio Damen

(1) Lettera di Togliatti (Ercoli) del 6/9/1926.

(2) Al III congresso dell’I.C. l’analisi della situazione internazionale e delle prospettive fu tenuta da Trotsky.

(3) Dal resoconto del V congresso dell’I.C.

(4) Ibidem.

(5) Dall’intervento di Bordiga al V congresso dell’I.C.

(6) K. Korsch pervenne, alla fine del '25 - '26, in uno dei momenti più delicati per la nascita delle opposizioni di sinistra, alla conclusione che quella dell’ottobre del '17 non fu una rivoluzione proletaria, ma soltanto democratico-borghese. Al riguardo, consultare la lettera di Bordiga a Korsch del 28 ottobre 1926, nella quale l’esponente della Sinistra Italiana confuta questa tesi.

(7) Ci limitiamo in questa breve carrellata a enunciare soltanto le più importanti opposizioni di sinistra che nacquero in Europa e in America alla fine degli anni '20.

(8) Dopo l’espulsione di Trotsky, in Russia si organizzò una corrente di sinistra che sopravvisse alle epurazioni staliniane. In questa corrente “Tendenza Reiss”, si camuffarono alcuni elementi trotskisti. Lo stesso Reiss, dirigente della GHEPEU in Europa, fu assassinato dagli agenti di Stalin, quando ruppe con la direzione del Partito per aderire alla IV Internazionale.

(9) A. Rosmer, dopo una prima esperienza di ispirazione sindacalista, ruppe con la corrente di Monatte, per dare origine in Francia a un’opposizione trotskista.

(10) Prometeo, già rivista teorica del P.C.d’I. creata e gestita dalla sinistra, venne soppressa da Togliatti alla fine del ’24 per “ragioni amministrative”. In realtà, ed è lo stesso Togliatti ad informare Mosca, le ragioni sono politiche: “Prometeo può diventare un organo di frazione”. Ne accenna anche J.H. Droz nel suo libro “Il contrasto tra il P.C.d’I. e la III Internazionale” (ed. italiana, Feltrinelli).

(11) “Il pericolo opportunistico e l’Internazionale”.

(12) Dall’intervento di Bordiga al V congresso dell’I.C.

(13) Lettera aperta di Trotsky, pubblicata sulla Pravda il 23 gennaio 1924.

(14) Luglio 1926, in occasione di una riunione del CC.

(15) Nel 1926 Bordiga venne arrestato e confinato nell’isola di Ponza. Durante la permanenza al confino compì il suo “ultimo” atto politico firmando una dichiarazione di adesione alle posizioni di Trotsky nella lotta contro Stalin. Dopo il suo rilascio (1929), Bordiga si ritirò a vita privata rifiutando ogni contatto con gli elementi dell’opposizione internazionale e della Frazione italiana e declinando l’invito di Trotsky di organizzare un centro di opposizione internazionale.

(16) Dopo la sua espulsione dalla Russia, Trotsky organizzò un Bureau International con lo scopo di riunire le varie opposizioni di sinistra (Parigi, aprile 1930).

(17) Articolo di Vercesi (pseudonimo di Ottorino Perrone) tratto da “Bilan” n. 1, rivista teorica di discussione internazionale della Frazione, la cui pubblicazione durò dal 1933 al 1938. Successivamente la Frazione pubblicò nei primi mesi del ’39, “Octobre”, di cui ne usciranno 5 numeri.

(18) Nel caso specifico, con la Lega dei Comunisti Internazionalisti del Belgio.

(19) Tratto da un articolo-documento firmato dal C.E. della Frazione di Sinistra del P.C.d’I.. apparso sul Bollettino d’Informazione della Frazione nel febbraio del 1933.

(20) Ibidem.

(21) Ibidem.

(22) Ibidem.

(23) Bollettino interno della Frazione, n. 1, febbraio 1931.

(24) Bilan n. 1, 1933.

(25) Ibidem.

(26) Ibidem.

(27) Da Bilan n. 17, 1935: “Progetto di risoluzione su problemi della Frazione di sinistra presentato da Jacobs”.

(28) Dal Manifesto della Frazione Italiana della sinistra comunista apparso in Bilan n. 23, sett-ott. 1935.

(29) Ibidem.

(30) Dal “Rapporto sulla situazione internazionale presentato dal compagno Vercesi al congresso della Frazione”, in Bilan n. 41, maggio-giugno 1937.

(31) In proposito va ricordato come la Frazione non seppe uscire con sufficiente chiarezza dall’indeterminatezza dell’analisi e come lo stesso Bordiga negli anni ’50 rimase invischiato nella falsa problematica del Capitalismo di Stato (cioè, per lui era “industrialismo di stato”). Spettò ai compagni della sinistra in Italia, gli stessi che costituirono le cuore della guerra il Partito Comunista Internazionalista, a dare una definitiva collocazione all’economia russa. In proposito, consultare la polemica Damen-Bordiga sulla Russia in Prometeo n. 3, aprile 1952 (ora in Onorato Damen, “Amadeo Bordiga, validità e limiti di un’esperienza”, nostre edizioni).

(32) Intervento di Jacobs dal resoconto del congresso della Frazione, in Bilan n. 23, sett-ott. 1935.

(33) Ibidem.

(34) Rimandiamo il commento di queste posizioni alle conclusioni nel paragrafo successivo.

(35) Gatto Mammone, pseudonimo di Virgilio Verdaro.

(36) Dall’intervento di Gatto al congresso della Frazione.

(37) Tullio, pseudonimo di Aldo Lecci.

(38) Dall’intervento di Tullio al congresso della Frazione.

(39) Piero: Piero Corradi.

(40) Romolo, pseudonimo di Renato Pace.

(41) Dal resoconto del congresso della Frazione.

(42) Pseudonimo di Bruno Bibbi.

(43) Dall’articolo di Vercesi apparso su Bilan nel febbraio-marzo 1936.

(44) Nel corso della guerra Vercesi aderì a un Comitato antifascista di Bruxelles.

(45) Tesi sostenuta dalla CCI in R.I. n. 3/1978.

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