Kronstadt 1921

Immagine - Un "sabato comunista" - 1920

Analisi senza complessi di un sollevamento popolare nella Russia di Lenin

Ricorre il 60o anniversario della rivolta di Kronstadt che, come è noto, data l'ormai lontano marzo del 1921. Noi non siamo tra i celebratori del mito di Kronstadt e nemmeno per una spiccia sottovalutazione del significato profondamente politico che la ribellione assunse. Abbiamo, da sempre, una posizione chiara e inequivocabile sulla questione la cui riproposizione, beninteso, lungi dal rappresentare per noi una mera soddisfazione di interessi storicistici e vagamente "culturali" è un'occasione al contrario, per ridiscutere di problemi di scottante attualità: problemi che devono interessare tutti i rivoluzionari impegnati nell'immane - data la situazione - e urgente compito della costruzione del partito di classe. Una rivisitazione del problema Kronstadt equivale pertanto ad una ennesima e, se si vuole, salutare verifica di posizioni, si, acquisite, ma sempre soggiacenti alle necessità di un vaglio critico soprattutto nella fase che, come quella che stiamo vivendo, necessita di chiarezza e di punti di riferimento precisi.

Sulla confusione non nasce il partito di classe ma solo tentativi o aborti di esso. Sulla confusione nasce nuova confusione e l'inevitabile sconfitta della classe operaia cui necessitano invece programmi di estrema pertinenza classista e strategie politiche che siano state epurate delle scorie inquinanti che correnti estranee al marxismo rivoluzionario di volta in volta hanno disgraziatamente depositato.

Cosa può voler dire oggi ridiscutere di Kronstadt? Innanzitutto significa parlare della famosa fase di transizione. Dei problemi cioè che ai rivoluzionari si porranno dopo la sconfitta della classe borghese e allorquando si dovrà, passo dopo passo, impostare il processo di trasformazione in senso socialista della struttura economica e di quelle di tutta la società, comprendendo in ciò anche quel "semi-stato" destinato, con l'andare del tempo, a scomparire insieme allo scomparire delle classi.

Significa altresì, parlare del rapporto che dovrà intercorrere tra lo stato in quanto sintesi del potere operaio massimamente centralizzato e le forme specifiche della dittatura proletaria (i soviet), in quanto momenti, invece, della gestione ed esercizio dello stesso potere di classe a livello particolare e periferico (due termini dialetticamente intrecciati di una medesima questione: il potere dei soviet si realizza mediante una rigorosa centralizzazione politica nello stato operaio; lo stato operaio è l'espressione dei soviet ma regola gli stessi mediante un ritorno delle istanze di base, della periferia del potere stesso, secondo gli schemi di un giusto rapporto basato sul centralismo democratico, opportunamente armonizzate con gli interessi generali di tutta la società).

Ma soprattutto significherà parlare dello spinoso problema del rapporto partito-classe, partito-soviet e infine tra partito e stato operaio.

Quale dovrà essere il ruolo del partito che avrà portato alla vittoria il proletariato, ossia dopo la presa del potere?

Le risposte delle varie organizzazioni rivoluzionarie qui si intrecciano in maniera più che contraddittoria, spesso antitetica.

Dittatura della classe? Dittatura del Partito in quanto diretta espressione delle istanze più genuinamente classiste? Oppure: è lo Stato in quanto tale che si deve riferire al partito o viceversa è il partito che si deve identificare nello Stato e negli organi della gestione rivoluzionaria?

Potremmo elencare tutta una serie di problemi e su questi discutere per un tempo indeterminato. Ma tutti questi problemi sono racchiusi nel pieno di quel processo che ha portato come suo culmine alla ribellione dei marinai di Kronstadt.

Mediante un'analisi dei fatti reali cercheremo pertanto di dare risposta organica a tutto ciò per ricercare conferma a quel complesso organico di posizioni che sono il bagaglio storico dell'elaborazione teorica compiuta dalla sinistra comunista italiana. E anche - ma questo ci interessa già meno - per dare risposta esauriente a quelle fonti di accuse che ci tacciano, a fronte del problema Kronstadt, di imbarazzo, reticenza o di autoconclamato autoritarismo leninista di cui ovviamente andiamo fieri se non si accetta il leninismo come i pretuncoli d'ogni sorta accettano misticamente i loro vangeli.

Non esiste episodio storico che come Kronstadt abbia tanto fatto discutere i rivoluzionari di tutto il mondo. Profonde lacerazioni si sono addirittura prodotte nel movimento operaio internazionale.

Ciò è nato, e nasce tuttora, da madornali sviste sulla complessità del problema che non è liquidabile con contrapposte faziosità che si pongono sul piano di una gnoseologia irriducibilmente idealistica, portata alla identificazione di altrettante contrapposte separazioni del tutto nelle categorie teologiche del bene e del male - concetti questi reversibili a seconda del punto di vista da cui ci si pone.

Pertanto Kronstadt da tali posizioni diventa: il simbolo della purezza rivoluzionaria (ma cosi non è e lo vedremo) contrapposto all'autoritarismo più o meno congenito del leninismo assurto a potere statale. Oppure: il simbolo della controrivoluzione (nemmeno questo è vero) contrapposto a un potere proteso verso il socialismo che, tra mille difficoltà, tentava di superare una gravissima crisi dovuta a fattori molteplici e assai complessi.

La realtà è ben diversa ed è quindi necessario riportarci alla situazione obiettiva della Russia di quel periodo, iniziando ad esaminare l'esperienza dura e sconvolgente della fase di passaggio dalla guerra civile (il cosiddetto comunismo di guerra) a quella della "normalizzazione" culminata con la Nep (Nuova politica economica).

La fine del comunismo di guerra

Con la sconfitta dell'ultimo dei generali bianchi, il barone Pietro Wrangel, termina in Russia nell'autunno del 1920 la guerra civile. I bolscevichi, con la conquista della Siberia, dell'Ucraina e del Turkestan erano riusciti vincitori dall'immane prova potendo cosi vantare un effettivo controllo sul cuore degli sterminati territori della Russia.

In tale periodo però comincia a svanire la speranza in un allargamento a livello internazionale dell'esperienza rivoluzionaria che s'era iniziata nel 1917 con la rivoluzione d'ottobre e che era continuata con aspri moti di classe in vari paesi d'Europa come l'Italia, la Germania, l'Ungheria ecc.

La rivoluzione russa, già drammaticamente isolata, boicottata dalla forza di un accerchiamento totale da parte delle potenze capitalistiche, provata da un lungo periodo di guerra civile che le aveva impedito di sviluppare le forze produttive e gli originari programmi di trasformazione in senso socialista della società, comincia a subire il peso di una crisi senza precedenti nella sua storia.

Sebbene avesse vinto sul piano militare, la Russia era veramente sull'orlo del collasso economico. Le ferite della guerra contro le guardie bianche erano ben visibili in tutto il paese mentre si aggiungevano i danni di una grande carestia e di gravi epidemie che facevano aumentare a dismisura il tasso di mortalità, già notoriamente alto. Si potevano pertanto contare altri milioni di morti che si andavano ad ammucchiare a quelli caduti nel corso dei combattimenti.

La produzione agricola era diminuita drasticamente e l'industria non si trovava certo in una situazione migliore. Lo stesso dicasi per il settore dei trasporti più sgangherato e disagiato che mai.

Con la fine della guerra civile sorgeva anche il problema di abbandonare la politica del cosiddetto "comunismo di guerra".

Cosa fu il comunismo di guerra? Fu un programma messo in atto dai bolscevichi per far fronte allo stato di necessità e di emergenza della guerra civile. Imposto dalla scarsità economica e dalle necessità militari era contrassegnato da una estrema centralizzazione dei controlli governativi su tutti i settori della vita sociale e recava, contemporaneamente, il duro marchio della più severa disciplina realizzata (e ottenuta) con l'irregimentazione e la repressione.

La sua più marcata caratterizzazione fu il sistema delle requisizioni forzate (di grano, cavalli, foraggio, carri, ecc.) operate sui contadini; in particolare, la requisizione forzata del grano rappresentò il punto cruciale di questa situazione: distaccamenti armati venivano inviati nelle campagne per prelevare il "surplus" prodotto onde nutrire la città e rifornire l'Armata Rossa che contava 5 milioni di uomini.

I contadini nella loro stragrande maggioranza mal si ebbero ad adattare a tale politica cosicché la rottura coi bolscevichi ne fu l'inevitabile conseguenza. Pur di non farsi "depredare"preferivano spesso "boicottare il governo" bruciando le esigue eccedenze che erano riusciti ad accumulare (nel 1920, ad esempio, più di un terzo del raccolto fu nascosto alle squadre di requisizione); inoltre si erano smaliziati al punto da coltivare unicamente quel tanto di terra necessario ai propri bisogni. Il risultato ottenuto fu che verso la fine dello stesso anno l'arca delle seminazioni rappresentava soltanto i tre quinti di quella seminata nel 1913, ultimo anno di normalità prima dello scoppio della I guerra mondiale imperialista.

Nel 1921 la produzione totale era scesa a meno della metà, il bestiame a meno di due terzi, la produzione nel settore del lino e della barbabietola da zucchero era crollata sino a percentuali che stavano tra un quinto e un decimo rispetto alle cifre di anteguerra.

Il problema dei contadini era sempre stato, sin dall'indomani dell'ottobre rosso, un grosso problema per il potere bolscevico, il quale tentava di portare avanti il programma di socializzazione, contraddittorio e stentato quanto si vuole, in un paese come la Russia in cui il proletariato rappresentava un'esigua minoranza di fronte al mare di contadiname ivi presente.

Lenin si era reso ben conto del pericolo in cui versava la neonata dittatura del proletariato, sicché aveva pensato ad un'alleanza tattica con questi; pur di assicurarsi l'appoggio o almeno la neutralità dei contadini, era ricorso ad innumerevoli espedienti: dalla formazione di un governo di coalizione coi socialisti rivoluzionari di sinistra (dicembre 1917) sino alla distribuzione generale della terra iniziata coi decreti sulla terra del 26 ottobre 1917 e del 19 febbraio 1918 che prevedevano l'abolizione della grande e media proprietà terriera e imponevano che la terra fosse suddivisa in modo uguale tra tutti coloro che la lavoravano senza impiego di forza-lavoro salariata (già nel 1920 la terra era stata suddivisa in più di 20 milioni di piccole proprietà attribuite ad altrettante unità familiari ).

È ovvio che un simile programma, che per molti versi si allacciava a quello dei socialisti rivoluzionari (il partito più vicino alle istanze piccolo-borghesi dei contadini), molto poco aveva a che fare, per spirito e contenuti, con quello che mosse il partito bolscevico sino alla soluzione rivoluzionaria del 1917. Ma ben si comprenderanno e si giustificheranno tali contraddizioni non appena si va a guardare alla situazione reale delle classi e all'ovvia considerazione delle difficoltà per la classe . operaia a detenere un potere in un paese in cui si era venuta a trovare ristretta minoranza rispetto alla diffusissima e soffocante stratificazione contadina della Russia all'inizio del secolo.

Lo stesso Lenin aveva avvisato del contenuto “essenzialmente piccolo borghese” della parola d'ordine “La terra a chi la lavora”; cosi come aveva avvisato più tardi del contenuto estremamente pericoloso, dal punto di vista del consolidamento dell'alleanza classe operaia-contadini, del programma del comunismo di guerra la cui essenza era vista, tout court come “sottrazione delle eccedenze, ma a volte non solo di queste, ai contadini”. Lo stato di necessità fu il solo alibi dietro cui erano costretti a nascondersi i bolscevichi a scopo giustificativo. Ma terminata la fase della guerra civile le requisizioni non ebbero termine immediatamente poiché “non aveva avuto termine immediatamente lo stato di necessità”.

Vaste sollevazioni contadine colpirono tutta la Russia rurale. Violente rivolte ebbero luogo nella provincia di Tambov, nella zone del medio Volga, in Ucraina, nel Caucaso settentrionale, nella Siberia occidentale - le quali acquistarono sempre più forza nel corso dell'inverno 1920-1921. Durante questo periodo come osservava Lenin, “decine e centinaia di migliaia di soldati sbandati” come conseguenza della mobilitazione di quasi la metà degli effettivi dell'Armata Rossa, ritornarono nei loro villaggi natali e rafforzarono le file delle forze della guerriglia. Nel febbraio del 1921, alla vigilia della rivolta di Kronstadt la Ceka riferiva la presenza di centodiciotto diversi sollevamenti contadini in varie parti del paese (ricordiamo fra queste quelle capeggiate da Antonov, ex socialista rivoluzionario, che contava oltre 50 mila insorti, e dall'anarchico Nestor Makhno).

Non meno drammatico si presentò l'applicazione del comunismo di guerra nelle città provate da sei anni di gravi tensioni e disordini.

Verso la fine del 1920 il prodotto totale dell'industria era caduto a circa un quinto dei livelli del 1913. Difficoltà enormi esistevano pure nel campo degli approvvigionamenti di combustibile e di materie prime. I campi petroliferi di Baku e il bacino carbonifero del Doner erano stati riconquistati ma avevano subito ingenti danni. Per cui la produzione totale di carbone ìn Russia era, sempre nello stesso periodo, soltanto un quarto e quella del petrolio un terzo del livello prebellico. La produzione di ghisa era scesa al 3 per cento e quella del rame s'era completamente arrestata.

Pertanto, con simili gravi problemi, le fabbriche potevano lavorare ad orario ridotto mentre si assottigliava incredibilmente il numero di operai impiegati.

Nelle industrie dei beni di consumo la produzione totale cadde a un quarto, la produzione di scarpe a un decimo (sempre rispetto al 1913) e solo una su venti fabbriche tessili era in grado di produrre, ma a ritmo allentato.

Ad aggravare il disastro bisogna aggiungere gli effetti giugulatori del blocco degli Alleati imposto dopo il trattato di Brest-Litovsk del 1918 e la completa disorganizzazione di tutto il settore terziario, trasporti compresi.

La crisi alimentare s'era ormai generalizzata, col comunismo di guerra era stato abolito ogni commercio privato e il normale scambio di merci tra città e campagne aveva virtualmente cessato d'esistere. Al suo posto era subentrato il mercato nero che s'era talmente sviluppato da soppiantare i canali ufficiali di distribuzione.

In pari tempo l'inflazione era salita ad altezze vertiginose: un rublo aureo che nel 1917 valeva sette rubli e ottantacinque kopeki di carta, tre anni dopo ne valeva oltre diecimila.

Il salario reale di un operaio delle fabbriche di Pietrogrado era caduto all'8,6 per cento rispetto all'anteguerra; e via via che il valore della moneta si dissolveva, agli operai veniva pagata in natura una parte crescente dei salari.

Vi fu un ritorno massiccio nelle campagne e per il partito bolscevico, partito della classe operaia per eccellenza, questo processo era pieno di pericolose implicazioni. Infatti ciò rendeva meno solide le basi del potere sovietico e in più, il contatto tra operai e contadini, contribuiva ad accrescere le tensioni.

Il risultato fu un'ondata crescente di moti rurali, di agitazioni nell'industria e di gravi inquietudini tra i militari (processo questo che ci porta diretti all'esplosione di Kronstadt nel marzo del 1921).

Il malcontento della classe operaia aveva motivi da vendere, è ovvio, anche se ci si pone la domanda, tra l'altro senza sicura risposta, se era possibile fare diversamente.

Crediamo comunque che, pur tra le difficoltà enormi che si erano venute a creare, le scelte del partito non sempre furono strettamente attinenti allo "stato di necessità" continuamente paventato; gravi errori sono stati commessi anche se, certamente, non di molto sarebbe potuta cambiare la situazione che era e si prospettava sempre più difficile.

Scelte come quelle della irreggimentazione del lavoro, propugnate e applicate da Trotsky, sotto il sistema del comunismo di guerra, non nascevano già forse in una fase di progressiva degenerazione? E prima che risultato della volontà umana non era forse il frutto di una precisa situazione obiettiva? (la situazione obiettiva che è pronta, da li a poco, ad accogliere il nuovo corso - tatticamente giustificato sinché si vuole - che va sotto il nome di nuova politica economica).

I sintomi di tale degenerazione sono infatti presenti ovunque. Le fabbriche, che erano state nazionalizzate (si badi, non socializzate), erano comunque sotto il ferreo controllo della classe operaia. In meno di due anni questo controllo si era allentato sempre di più e il suo posto veniva preso dalla direzione individuale e da una rigorosa disciplina del lavoro (la militarizzazione del lavoro voluto da Trotsky). Nel 1920 quattro quinti delle grandi imprese erano di nuovo dirette secondo il principio della direzione individuale: gli "specialisti borghesi" erano stati restituiti alle loro funzioni mentre il rapporto tra operai e impiegati cominciava a modificarsi sostanzialmente (la proporzione di questi ultimi rispetto ai primi diventa doppia rispetto al 1917).

Una nuova burocrazia aveva comiciato a fiorire e ad entrare a far parte del partito con funzioni sempre piú importanti e direttive.

Il sogno della dittatura proletaria, temporaneamente realizzato a partire dal 1917 stava lentamente estinguendosi; al posto di questa stava instaurandosi si, la dittatura, ma una dittatura che rispecchiava sempre meno gli interessi del proletariato. Ritornavano i metodi coercitivi e burocratici del capitalismo i quali si diffondevano in tutte le istanze della rivoluzione - soviet e sindacati compresi. Nelle fabbriche ritornavano i metodi odiosi del taylorismo per aumentare l'efficienza e la produttività; sotto lo sguardo attento delle squadre armate pronte a far rispettare la volontà delle direzioni aziendali e decise ad ottenere la "disciplina di ferro" (teorizzata come motivo di vanto rivoluzionario), si cominciava a consumare la tragedia della classe operaia russa, di quel proletariato che per la prima volta nella storia era riuscito a sconfiggere le forze del capitale.

Questa situazione non mancava di turbare un compagno della tempra rivoluzionaria di Lenin che nel febbraio del 1921 si esprimeva così:

Dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia la dura realtà. Il partito è malato, il partito è scosso dalla febbre; e a meno di riuscire a curare in modo rapido e radicale la propria malattia si verificherà una rottura che potrà rivelarsi fatale per la rivoluzione.

Lenin, opere complete, vol. 32o, pag. 31

Le ragioni della rivolta

La situazione precedente l'insurrezione di Kronstadt era caratterizzata, e non poteva essere diversamente, dalla differenza abissale tra quelle che erano state ed erano le speranze della rivoluzione e la dura situazione che, come abbiamo avuto modo di dire, era di progressivo deterioramento a livello obiettivo e, come diretta conseguenza, di progressiva degenerazione nell'apparato politico, statale e amministrativo (partito, soviet, sindacati, ecc.) sul piano soggettivo.

Questa differenza, subita da una generazione che non aveva assolutamente perso il senso dei diritti acquisiti con la rivoluzione, costituì il fondo psicologico essenziale della rivolta.

Infatti l'occasione della rivolta della marina a Kronstadt si appiglia a un conflitto secondario; le motivazioni di base, anche se, come vedremo, andranno a subire il fascino di ideologie controrivoluzionarie, erano state maturate nel corso di lunghi anni di profonda disillusione.

Dopo la pace di Brest-Litovsk, il governo aveva iniziato una totale riorganizzazione dell'esercito sulla base di una severa disciplina (non dimentichiamo che su questo preciso problema i marinai della flotta del baltico avevano incentrato tutta la loro azione di rivolta sin dal 1905) ritenuta incompatibile con il principio di eleggibilità degli ufficiali da parte dei soldati. Era stata reintrodotta una scala gerarchica che annullava di fatto lo spirito rivoluzionario che pure, gli stessi bolscevichi, avevano contribuito Massimamente ad introdurre.

Nella marina, per vari motivi, ma anche per la mancanza di nuovi reclutamenti, una simile riorganizzazione risultava difficile, soprattutto a Kronstadt dove i vecchi costumi rivoluzionari erano ancora vivi e i marinai potevano godere dei resti di quelle conquiste ottenute nel 1917.

Questo stato di cose portò ad una profonda divergenza tra la base della marina e il comando supremo dell'esercito, divergenza destinata ad approfondirsi soprattutto dopo la liquidazione dei fronti della guerra civile nella Russia europea.

I tentativi per "disciplinare" la marina introducendovi "i costumi dell'esercito" (che dire del giustissimo postulato leninista evidenziato in "Stato e Rivoluzione" secondo il quale la classe operaia avrebbe dovuto esercitare la propria dittatura coi mezzi di una organizzazione su basi insurrezionali e mai e poi mai su quelle di un esercito permanente?) incontrarono una tenace resistenza che si manifestò in maniera assai aspra nel corso della preparazione delle elezioni per l’VIII Congresso dei Soviet del dicembre 1920.

Il 15 febbraio 1921, la seconda conferenza comunista della flotta baltica votò questa durissima e severa risoluzione:

La seconda conferenza dei marinai comunisti pensa che il lavoro del Pubalt [sezione politica della flotta - nda] sia talmente trascurato da provocare quanto segue:
1. Il Pubalt si è staccato non solo dalle masse, ma anche dai funzionari attivi e si è trasformato in un organo burocratico, che non gode più di alcuna autorità tra i marinai.
2. Nel lavoro del Pubalt si può constatare un'assenza totale di pianificazione e di sistematicità e inoltre la mancanza di coordinamento con il centro e con le risoluzioni del IX Congresso del Partito Comunista.
3. Il Pubalt, poiché si è completamente staccato dalle masse del partito ha soffocato ogni iniziativa locale e ha trasformato tutto il lavoro politico in lungaggini burocratiche con conseguenze negative sulla organizzazione di massa della marina. Dal periodo da giugno a novembre i! 20% dei comunisti ha abbandonato il partito.
4. La conferenza ritiene che le cause che hanno determinato questi fatti risiedono nel principio stesso dell'organizzazione del Pubalt e che questo principio debba essere cambiato nel senso di una maggiore democrazia.

Come si può ben notare non esistevano ancora motivi di rottura evidenti. Viene richiesto semplicemente un cambiamento gestionale degli organi competenti della sezione politica della flotta. I marinai erano disposti dunque a fare enormi sacrifici, così come li stavano già facendo duramente, ma richiamavano l'attenzione, giustamente, su un fattore importante come quello che regola i rapporti tra classe e potere; tra la funzione dirigenziale della classe, funzione che andava sempre più snaturandosi con organi del potere che progressivamente si sostituivano a quelli della classe stessa realizzando l'aberrazione politica di una ferrea dittatura di partito; ma di un partito che cominciava ad accogliere istanze divergenti da quelli che erano gli interessi storici e immediati, del proletariato preso nel suo complesso.

Ma se non si riscontrano segni evidenti di rottura, si riscontrano, altresì, segnali allarmanti di uno stato d'animo ormai generalizzato. Non dimentichiamo che il documento si riferisce alla conferenza di un particolare strato di marinai, quelli comunisti, che erano per "perspicacia e coscienza politica" un gradino più alto rispetto a quello dei senza partito e a quelli direttamente o indirettamente influenzati dai menscevichi, dagli anarchici e dai socialisti rivoluzionari. Ciononostante le file del partito comunista cominciavano a subire la perdita di molti iscritti tra operai, marinai e contadini e a ricevere invece l'apporto inquinante di classi esterne alfa rivoluzione proletaria (tecnici, piccolo-borghesi e funzionari carrieristi). Per contro, dai documenti e dalle decisioni del Partito (e di molti suoi dirigenti) traspariva la volontà di rimanere insensibili alle ragioni del grande malcontento dei lavoratori c di applicare metodi opposti alle richieste del documento di cui sopra. Si adottarono infatti metodi militari che si estesero alla vita quotidiana come all'industria e alle organizzazioni sindacali.

I segnali dello stato d'animo particolare che serpeggiava tra i comunisti della flotta baltica dovevano tramutarsi in dissenso aperto che si manifestò alle elezioni per il X congresso del partito in cui, quasi compattamente, votarono contro Trotsky (commissario del popolo alla guerra e alla marina) e Raskol'nikov (capo della flotta baltica) entrambi d'accordo sulla militarizzazione dei sindacati. Nello stesso tempo i marinai protestarono contro la situazione abbandonando in massa il partito Comunista. Secondo le informazioni del commissario di Pietrogrado, nel mese di gennaio del 1921, cinquemila marinai uscirono dal partito.

Non a caso abbiamo citato Pietogrado. Vedere la situazione della capitale russa ma sopratutto della città che si trovava a un tiro di schioppo da Kronstadt, ci consente meglio di capire non solo le ragioni della rivolta quanto le stesse ragioni della sua strategia, per l'affermazione della quale i marinai ribelli erano costretti a contare proprio sulla classe operaia di Pietrogrado particolarmente provata dalla grande crisi del periodo immediatamente successivo alla guerra contro le guardie bianche.

La popolazione di Pietrogrado era diminuita di circa due terzi; buona parte di questo massiccio e graduale esodo era da riferirsi agli operai che ritornavano nelle campagne in seguito al dissestamento dell'apparato industriale. Ciononostante la città soffriva di una carenza cronica negli approvvigionamenti dovuta alla insufficienza di derrate alimentari prodotte dalla campagna e allo stato catastrofico del sistema dei trasporti che rendeva impossibili le importazioni. Dunque vi regnava la fame più nera.

L'inverno del 1920-21 fu particolarmente duro, anche da un punto di vista climatico. A centinaia si contarono i morti per assideramento sopratutto tra le persone più anziane, per mancanza dei mezzi più elementari di riscaldamento. Le malattie infettive colpivano gli organismi più malnutriti e la gente si procacciava qualcosa da mangiare ricorrendo al mercato nero (la stragrande maggioranza delle botteghe alimentari erano chiuse e poste sotto sigillo).

Le razioni statali per chi lavorava nell'industria erano limitate a pochi etti di pane nero al giorno e precisamente 800 grammi per gli operai delle industrie a ciclo di lavorazione continua, 600 grammi per gli operai dei gruppi d'assalto, da 400 a 200 grammi per i possessori dei vari tipi di tessera (i dati sono del servizio di approvvigionamenti della città dell'epoca).

In questa situazione drammatica (che si contrapponeva alla nota rapacità degli organi di rifornimento) molti operai avevano cominciato a mugugnare; ben presto si dovette arrivare alla tradizionale arma della lotta di classe: lo sciopero.

Il primo sciopero scoppia nella fabbrica di Trubocnij il 23 febbraio con tanto di manifestazione di piazza. Lo sciopero si estende alla fabbrica Baltiskij, alla Laferne e in una serie di altri stabilimenti. Seguono il calzaturificio Skorokod, le officine Admiralteiskij, Borman e Metaliseskij. Il 28 febbraio entrano in sciopero anche le officine e i cantieri Putilov. Le parole d'ordine degli scioperanti riguardavano la necessità di riorganizzazione dei rifornimenti (ma rimproveri pesanti venivano lanciati contro la milizia che coi posti di blocco impediva agli operai di portarsi a casa quel poco che erano riusciti a procacciarsi al mercato nero). Ma accanto a queste parole d'ordine economiche numerose fabbriche formularono rivendicazioni anche più politiche come la libertà di parola, di stampa e la liberazione dei prigioneri politici.

Di fronte a queste iniziative nate dalla disperazione Zinov'ev e il comitato locale del Partito non trovarono altro mezzo che le misure militari...

per sconfiggere i nemici della rivoluzione che tentavano, servendosi di una parte poco cosciente del proletariato, di strappare il potere alla classe operaia e alle sue avanguardie, il partito comunista.

La citazione appartiene a Puchov, storico ufficiale della rivolta di Kronstadt, che non spiega chi fosse "quella parte poco cosciente del proletariato" dal momento che gli scioperi avevano investito le più grandi concentrazioni operaie di Pietrogrado, le stesse che qualche tempo prima avevano appoggiato incondizionatamente la politica dei bolscevichi.

Fu costituito un Comitato di difesa della zona fortificata di Pietrogrado (24 febbraio) che proclamò lo stato d'assedio e fece affiggere un manifesto su cui si poteva leggere:

1. La circolazione nelle strade della città è categoricamente vietata dopo le 23.
2. Sono vietate tutte le riunioni, gli assembramenti, i comizi, sia all'aperto che in locali chiusi, senza autorizzazione speciale del Comitato di difesa.
Le persone colpevoli di trasgredire quest'ordine saranno giudicate con tutta la severità delle leggi di guerra.

Seguì la mobilitazione dei membri del partito, furono arrestati gli scioperanti più attivi e si misero in stato di allerta i distaccamenti speciali.

Questa la situazione a Pietrogrado. I marinai di Kronstadt erano naturalmente molto interessati a tutto ciò che succedeva nella capitale; vuoi per la vicinanza geografica, vuoi per la possibilità di dare un più largo respiro alla protesta che già cominciava a prendere corpo e consistenza. Furono pertanto inviati il 26 febbraio dei delegati per essere informati sul carattere degli scioperi nel mentre l'equipaggio della nave da guerra "Petropavlovsk" votava la seguente risoluzione che doveva costituire in seguito il programma dei rivoltosi:

Sentiti i rappresentanti degli equipaggi delegati dall'Assemblea generale delle navi a riferire sulla situazione di Pietrogrado, i marinai decidono:
1. Poichè i soviet attuali non esprimono la volontà degli operai e dei contadini, di organizzare immediatamente nuove elezioni per i soviet, a voto segreto avendo cura di organizzare una libera propaganda elettorale.
2. Di esigere la libertà di parola e di stampa per gli operai e contadini, per gli anarchici e i partiti socialisti di sinistra.
3. Di esigere la libertà di riunione e la libertà di organizzazione sindacale e contadina.
4. Di organizzare al più tardi entro il 10 marzo 1921 una conferenza degli operai senza partito, dei soldati e marinai di Pietrogrado, di Kronstadt e della provincia di Pietrogrado.
5. Di liberare tutti i prigionieri politici dei partiti socialisti, come pure tutti gli operai e i contadini, i soldati rossi e i marinai appartenenti ai diversi movimenti operai e contadini.
6. Di eleggere una commissione per la revisione delle pratiche dei detenuti nelle prigioni e nei campi di concentramento.
7. Di sopprimere tutti i Politotdel (sezioni politiche), in quanto nessun partito deve godere privilegi nella propaganda delle sue idee, né ricevere dallo stato finanziamenti a questo scopo. Al loro posto devono essere creati circoli culturali a spese dello Stato.
8. Di sopprimere immediatamente tutti i posti di blocco.
9. Di dare uguali razioni a tutti i lavoratori, con la sola eccezione per coloro che svolgono mestieri insalubri o pericolosi.
10. Di sopprimere i distaccamenti di combattimento comunista nelle unità militari e il servizio di guardia comunista nelle officine e nelle fabbriche. In caso di bisogno, questi servizi di guardia verranno designati in ogni unità militare da ogni compagnia, tenendo conto del parere degli operai.
11. Di dare ai contadini la completa libertà d'azione sulle loro terre e inoltre il diritto di avere del bestiame, che dovranno curare da soli senza ricorrere al lavoro dei salariati.
12. Di chiedere a tutte le unità militari e ai compagni Kursanti di associarsi alle nostre risoluzioni.
13. Di esigere che venga data sulla stampa una larga pubblicità a tutte le risoluzioni.
14. Di designare un ufficio di controllo revocabile.
15. Di autorizzare la libera produzione artigianale, a condizione che non impieghi lavoro salariato.

Questa risoluzione, come si può vedere, forse eccettuato il punto 11 che è direttamente ricollegabile al programma dei socialisti rivoluzionari, è largamente conforme a quello che era lo spirito della strategia politica e delle parole d'ordine dei bolscevichi nel periodo della presa del potere. Forse vi campeggiano qua e là emozioni libertarie, ma nella sostanza non vi è niente di importanle ricollegabile ad una qualche "strategia controrivoluzionaria" denunciata, durante la ribellione, dagli organi di potere statale controllati dai bolscevichi. Almeno nella forma. Nella sostanza invece si riallaccia a veri problemi d'ordine pratico (e di prospettive politiche) che vedremo meglio in seguito.

La situazione intanto metteva in moto gli effetti innescanti della rivolta. Il soviet di Kronstadt avrebbe dovuto essere rinnovato il 2 marzo. Il primo marzo venne convocata una riunione preliminare della e 2a brigata delle navi di linea che avrebbe dovuto decidere l'atteggiamento da tenere in riferimento alle elezioni. Sedicimila persone assistettero alla riunione presieduta dal comunista Vassil'ev, presidente del soviet locale, e in cui venne resa nota e accettata dalla maggioranza dell'assemblea, la risoluzione della "Petropavlovsk".

Il giorno dopo, 2 marzo, ebbe luogo la riunione dei delegati sulla designazione dei quali i marinai insistettero sulla "necessità" di tenere elezioni regolari e non truccate. Erano presenti Vassil'ev e Kuzmin, commissario politico della flotta baltica i quali, vista la piega della situazione pronunciarono dei discorsi molto duri. L'assemblea - e ciò dimostra che per la designazione dei delegati non si era proceduti ad alcun "trucco" - per tale motivo li obbligò ad abbandonare la riunione mettendoli, certamente con fare non certo accomodante, in stato di arresto. Venne nuovamente adottata, a larga maggioranza, la risoluzione della "Petropavlovsk" dopo di che l'assemblea si metteva ad esaminare in deltaglio la questione delle elezioni del nuovo soviet. Il lavoro veniva però interrotto bruscamente da voci false e tendenziose (su tal punto sono ormai concordi tutti gli storici di Kronstadt, di qualunque colore politico) secondo cui i comunisti stavano preparando un attacco a mano armata contro la riunione (in realtà, in quel momento, i Kursanti della Scuola politica superiore lasciavano Kronstad in direzione del forte Krasnaja Gorka).

La situazione diventò incandescente e fu da pretesto per scavalcare ogni procedura, soprattutto per scavalcare i Comunisti e ogni forma di potere locale. Fu creato un Comitato rivoluzionario provvisorio di cui fu presidente Patricenko (figura equivoca passato in seguito, baracca e burattini dalla parte della controrivoluzione) che assorbì il presidium dell'assemblea dei delegati e iniziò i suoi lavori a bordo della Petropavlovsk.

Sotto l'egida di questo Comitato i marinai occupavano i punti strategici della città e si impadronivano degli edifici statali, delle sedi degli stati maggiori, del telegrafo. In ogni edificio di guerra e in ogni corpo d'armata venivano organizzati dei comitati a tre, le famose troike. Veniva occupata anche la tipografia delle "Izvestija" cosi che l'indomani, 3 marzo, poté uscire il primo numero del giornale, sotto la responsabilità politica del Comitato rivoluzionario provvisorio su cui si poteva leggere:

Il Partito Comunista, padrone dello Stato si è staccato dal le masse e si è dimostrato incapace di far uscire il paese dalla confusione. Il partito non conta più nulla dopo le agitazioni verificatesi a Pietrogrado e a Mosca, le quali dimostrano chiaramente che esso ha perso la fiducia delle masse operaie. Il partito non tiene più conto delle rivendicazioni operaie, poiché crede che queste agitazioni abbiano origine da intrighi controrivoluzionari. Ma si sbaglia profondamente.

Il tono è evidentemente esagerato pur non mancando di evidenziare i segni della degenerazione già presenti nel partito. Ma lungi dall'essere vista come la conseguenza di un processo di natura obiettiva, il tutto viene considerato come deviazionismo seguente alla sete di potere di taluni "capi" i quali, quasi avessero le divinatorie capacità di invertire il corso della storia, si erano messi nell'ottica di sottomettere la società ai propri perversi voleri.

Da questo limite non solo i marinai di Kronstadt non seppero mai venir fuori, ma è stato il filo conduttore, la critica a senso unico, portata avanti da tutti coloro i quali, anarchici in testa, mitizzando fuor misura la ribellione, non videro altro, nell'epilogo della vicenda, che la vittoria del male sul bene, il concetto di autorità prevalere sul suo opposto, quello di libertà che si sarebbe esplicato in maniera totale nella regione fortificata di Kronstadt.

Una simile analisi contiene di tutto; e il tutto è a sua volta impregnato di idealismo della peggior fatta. La storia del materialismo dialettico, diventa una mera cronologia di fatti, inficiata, a livello di giudizio, dalla particolare visualizzazione moralistica o meno di chi si pone a giudicare. All'interno di illusorie "categorie dello spirito" non esiste la verità rivoluzionaria, ma la sua brutta copia. La realtà è sempre qualcosa di più complesso e si serve, per potersi evidenziare nei suoi giusti termini, di precisi rapporti dialettici all'interno della sfera oggettiva del proprio esistere; la quale esprime poi, subordinandoli, le idee, i giudizi, i comportamenti.

Lo stesso giorno radio Mosca lanciava al paese questo appello:

Per la lotta contro il complotto della guardia bianca: l'ammutinamento del vecchio generale Kozlovsky e della nave Petropavlovsk è stato organizzato, come le altre insurrezioni della guardia bianca, dalle spie dell'Intesa. Ciò si deduce dal fatto che il giornale francese Le matin ha pubblicato, due settimane prima della rivolta del generale Kozlovsky, questo dispaccio proveniente da Helsinki: "Ci trasmettono da Pietrogrado che, in seguito alla recente rivolta di Kronstadt, le autorità militari bolsceviche hanno preso una serie di misure per isolare la città e per impedire ai soldati e ai marinai di Kronstadt di entrare a Pietrogrado". È dunque chiaro che la rivolta di Kronstadt è diretta da Parigi [...] e che vi è implicato il controspionaggio francese. La storia si ripete. I socialisti-rivoluzionari, diretti da Parigi, preparavano il terreno per un'insurrezione contro il potere dei soviet; ma non appena l'hanno preparato è apparso dietro di loro il vero padrone: il generale zarista. La storia di Kolciak che instaura il suo potere subentrando ai socialisti-rivoluzionari si ripete di nuovo.

Da quanto scriveva sulla Izvestija il Comitato rivoluzionario provvisorio e dalla citazione di quanto veniva trasmesso per radio dai bolscevichi si hanno le due esatte versioni del modo opposto di vedere i fatti.

Anche dall'appello dei bolscevichi risulta un'esagerazione nelle accuse lanciate ai rivoltosi, pur contenendo delle verità incontestabili di cui ci occuperemo più avanti quando tratteremo dei rapporti di Kronstadt con la controrivoluzione internazionale incarnata dalle capacità (o incapacità) organizzative dei profughi russi prima ancora che dall'operato delle "spie dell'intesa".

Una cosa invece si può dire subito: del ruolo non marginale, ma politicamente non determinante ricoperto da Kozlovsky che la radio ufficiale pretendeva a capo dell'insurrezione. Generale d'artiglieria, era passato poi dalla parte dei comunisti per ragioni di convenienza. Al momento dell'insurrezione comandava l'artiglieria di Kronstadt. Essendo fuggito il comandante comunista della fortezza, secondo il regolamento, Kozlovsky avrebbe dovuto sostituirlo. Ma sembra accertato che si sia rifiutato poichè non ha voluto riconoscere l'autorità del comitato rivoluzionario. Comunque rimase a Kronstadt dove fu utilizzato come tecnico e specialista di artiglieria; ma il suo ruolo a Kronstadt non fu diverso da quello dei vecchi ufficiali del vecchio regime zarista utilizzati come tecnici dai bolscevichi, anche nel reprimere l'insurrezione dei marinai di Kronstadt.

E arriviamo cosi nella fase che segna il culmine della rivolta. Fase preceduta da molte peripezie che non stiamo qui ad elencare per ovvie ragioni di spazio.

Il 5 marzo il comitato di difesa di Pietrogrado lanciava un appello agli insorti per invitarli, non troppo, cortesemente, a sottomettersi al potere centrale. Il titolo dell'appello suonava cosi: “Ci siete arrivati!”; dal contenuto stralciamo qualche rigo in cui si può leggere:

Vi raccontano storie dicendovi che Pietrogrado è con voi e che la Siberia e l'Ucraina vi sostengono. Tutto ciò è una menzogna! a Pietrogrado vi ha abbandonato anche l'ultimo marinaio non appena ha saputo che siete guidati da generali del tipo di Kozlovsky...

Ciò corrispondeva a verità: gli insorti non avevano l'appoggio nè degli operai nè dei marinai di Pietrogrado. Su ciò aveva pesato ovviamente la massiccia propaganda negativa del partito e anche l'atteggiamento intransigente dello stesso che si era ampiamente prodigato a seminare una forma di terrore, (psicologico più che militare) contro chiunque avesse manifestato simpatie per gli insorti di Kronstadt.

L'appello continuava:

Tutti i generali come Kozlovsky e Burkser, tutte le canaglie come Petricenko e Turin fuggiranno all'ultimo minuto in Finlandia, dalle guardie bianche [mai profezia, come vedremo, risultò più esatta - nda]. E voi,semplici marinai e soldati rossi, dove andrete? Se vi hanno promesso la salvezza in Finlandia, vi hanno ingannato... Arrendetevi subito senza perdere un solo istante! Raccogliete le armi e venite dalla nostra parte! disarmate e arrestate gli intriganti criminali e soprattutto i generali zaristi. Chi si arrenderà immediatamente sarà perdonato. Arrendetevi subito!.

Certamente il tono è inequivocabilmente da ultimatum. Ma esiste anche la preoccupazione di evitare inutili spargimenti di sangue.

Preoccupazione che fu alla base dell'atteggiamento degli stessi comunisti di Kronstadt come conferma il pur duro appello del soviet di Pietrogrado agli operai, ai marinai e ai soldati rossi insorti:

Un pugno di avventurieri e di controrivoluzionari ha compromesso Kronstadt. Dietro alle spalle dei marinai della Petropavlovsk agiscono certamente spie del controspionaggio francese. Dicono ai marinai che si tratta della lotta per la Democrazia, che non vogliono versare sangue e che nell'insurrezione non si spara un solo colpo di fucile, tutto in nome di una Democrazia qualsiasi. Per una simile democrazia possono battersi le spie dei capitalisti francesi, i generali zaristi e i loro fedeli tirapiedi, i menscevichi e i socialisti rivoluzionari. I caporioni del complotto dicono che hanno preso il potere senza sparare un colpo di fucile. Ciò è potuto succedere perché il potere dei soviet ha voluto liquidare il conflitto pacificamente. Ma non potrà durare a lungo. La borghesia internazionale alza la testa, nel campo dei nemici del proletariato si esulta [come effettivamente esultavano i supereazionari fuggiti dalla Russia dal 1917 in poi - nda] [...] Compagni, ancora una volta il soviet di Pietrogrado vi dice: solo da voi dipende che non si versi il sangue dei fratelli e che malgrado il vile desiderio dei nemici della classe operaia i loro intenti sanguinari si rivolgano contro di loro. Questo è il nostro ultimo avvertimento. Il tempo passa, decidetevi in fretta: venite con noi contro il nemico comune., altrimenti perirete vergognosamente insieme ai controrivoluzionari.

La risposta del comitato rivoluzionario provvisorio fu il lancio di un messaggio indirizzato, si badi, non alla classe, ma "a tutti, tutti, tutti"; il tono, sicuramente rivoluzionario, si scaglia contro un "gruppo di comunisti insensati" ma, al contempo non rivendica una strategia comunista nel senso leninista del termine (dal periodo pre e immediatamente post-insurrezionale con cui anche Kronstadt era a suo tempo d'accordo).

Contro un "partito comunista degenerato" avrebbe potuto apparire sin troppo ovvia la rivendicazione del diritto a epurare lo stesso dai germi corrosivi e corruttori della degenerazione identificata nei burocrati carrieristi provenienti dalle file della piccola borghesia. Invece la protesta trascende una corretta impostazione rivoluzionaria e si affida a un senso genericamente libertario ed egualitarista che vede nel partito (in quello comunista in particolare: è chiara e nota la rivendicazione al diritto di esistenza e rappresentanza degli altri "partiti operai" nei soviet e negli organi di rappresentanza dello stato) l'incarnazione del male; la naturale tendenza obiettiva a tramutarsi da organo emancipatore in organo di oppressione. Incapacità, come abbiamo già detto, a trarre giuste conclusioni dai processi reali avviatesi dalla difficile situazione della Russia dell'epoca? Forse. Ma ciò non basta a capire il senso della rivolta di cui all'estero negli ambienti della reazione antibolscevica, si aveva conoscenza della sua attuazione almeno un mese prima che ciò accadesse (di ciò documenteremo più avanti). Ma se v'è stata connivenza tra i responsabili della rivolta coi capi della controrivoluzione internazionale, come mai i documenti ufficiali di Kronstadt si presentarono come atteggiamenti Politici inequivocabilmente improntati ad uno spirito di classe? Forse che i reazionari che appoggiavano la rivolta si erano convertiti alla parola d'ordine già leninista "tutto il potere ai soviet"? No! La realtà è che la base di Kronstadt era sicuramente animata di sincero spirito rivoluzionario. Parole d'ordine contrarie a questo spirito sarebbero state bocciate in maniera inequivocabile. L'importante era in quel frangente cominciare a minare le basi del potere bolscevico, non importa come. Ciò spiegherebbe l'atteggiamento scaltro dei capi della rivolta che a sinistra del partito comunista a parole, con la repressione della rivolta, riparati in Finlandia, cadono ( o meglio rientrano) nelle braccia della controrivoluzione di cui condividono idee e atteggiamenti politici: da programmi nazionalisti vagamente riformisti a pratiche di terrorismo e lotta armata contro "il potere dei rossi".

Il 7 marzo l'Armata Rossa, dopo vani patteggiamenti tra il soviet di Pietrogrado e il comitato rivoluzionario provvisorio, dopo l'ordine di resa inviato telegraficamente da Trotsky (presidente del consiglio rivoluzionario militare della Repubblica sovietica) e Sergej Kamenev (comandante in capo) alle guarnigioni insorte, si lanciava all'assalto delle fortezze di Kronstadt

Per la particolare posizione di Kronstadt e dei numerosi fortini siti strategicamente nelle vicinanze, i combattimenti furono assai aspri. Anche il morale dei soldati dell'Armata Rossa, inviati a combattere contro i propri fratelli, non facilitava una soluzione immediata dello scontro. Qualche reggimento si dimostrava alquanto perplesso (il 561o) mentre in qualcun 'altro la stragrande maggioranza della truppa era passata a combattere con gli insorti (560o). Il partito inviava nell'esercito i suoi quadri migliori per tenere alto il morale dei soldati che dovevano attraversare, malvestiti e ancor peggio calzati, immense distese di ghiaccio e territori innevati. Per di più, allorquando si era a tiro delle mitragliatrici di Kronstadt, nonostante le mimetizzazioni per confondersi col ghiaccio, si diventava facile bersaglio si che le perdite, tra le file dell'Armata Rossa risultavano altissime.

Secondo i dati della direzione della Sanità militare del distretto di Pietrogrado furono in quei giorni ricoverati negli ospedali della città 4127 feriti e 158 contusi tra cui 527 decedettero.

Queste cifre non comprendono i morti in combattimento sotto il fuoco degli insorti o annegati nelle acque gelide per il rompersi del ghiaccio per effetto dei colpi dei 150 cannoni funzionanti a Kronstadt.

Una stima valuterebbe le perdite dell'Armata Rossa in 25 mila tra morti e feriti ma sembrerebbe attendibile la fonte consolare americana che li ridurrebbe invece a circa 10 mila uomini.

Tra gli insorti le perdite furono minori. Non esistono cifre attendibilissime ma si è parlato di 600 morti, un migliaio di feriti e oltre 2500 prigionieri che furono sottoposti ai severissimi giudizi dei Tribunali militari.

I combattimenti durarono sino al 18 marzo. Il 17, però i giochi erano fatti; la sera stessa il nerbo dei dirigenti della rivolta (i membri del comitato rivoluzionario, tra cui Petricenko, Korlovsky e Solovianov) riparavano in Finlandia facendo avverare la già citatata previsione dei capi bolscevichi.

Alla notizia della fuga dei propri capi, all'ordine dei comandanti della Petropavlosk e della Sevastopol di bruciare le navi, gli uomini si rifiutarono di esguire l'ordine, arrestarono gli ufficiali e fecero sapere al comando sovietico che erano pronti ad arrendersi.

L'episodio, significativo in sè, fu l'epilogo di un lungo, aspro combattimento che si concludeva l'indomani con la liquidazione delle ultime sacche di resistenza; fu il risveglio da un sogno rivoluzionario tramutatosi entro breve termine in un pauroso, agghiacciante incubo.

La nave Aurora che diede il segnale per l'assalto al Palazzo d'Inverno
La nave Aurora che diede il segnale per l'assalto al Palazzo d'Inverno

Le correnti politiche a Kronstadt

La rivolta di Kronstadt si situa nel processo storico della Russia sovietica in un momento cruciale. La sua esplosione coincide con l'aggravarsi della crisi delle istituzioni rivoluzionarie, già riflesso di una crisi strutturale maturata con l'accerchiamento capitalistico e con la mancata espansione a livello internazionale della rivoluzione comunista.

Come giudicare pertanto, complessivamente, l'esperienza fatta dai marinai e dagli operai di Kronstadt? Il giudizio non può essere categorico da un punto di vista politico. La rivolta è insieme, poichè intrecciata dialetticamente tra le pieghe di una realtà complessa e contraddittoria, momento di ripresa dell'iniziativa di massa su basi rivoluzionarie e momento di degenerazione della stessa poichè invischiata per molti aspetti con ideologie controrivoluzionarie o, quanto meno, è esperienza di un ribellismo confusionario che trova non pochi agganci con programmi politici ampiamente contrapposti tra loro.

Non sono nostre le considerazioni secondo cui la Nep, se fosse stata varata anticipatamente avrebbe evitato un cosi largo spargimento di sangue. Il giudizio era sulla bocca sia dei bolscevichi - i quali però vi sono ricorsi per sopperire alle urgenti necessità prodotte dagli effetti della crisi - sia su quella di coloro che presero parte alla rivolta (ovvero sulla bocca dei partigiani di Kronstadt che utilizzano anche oggi l'episodio per fare dell'anticomunismo gratuito e di piccolo cabotaggio politico).

Ma cosa è stata la Nep? Una soluzione alla degenerazione politica che per avere cause obiettive rinviava i suoi effetti anche nei ranghi e nelle sfere del partito? Tutt'altro! La Nep fu l'estremo colpo di grazia - e oggi lo possiamo dire col senno del poi - a ciò che rimaneva delle conquiste rivoluzionarie del 1917. Eppure molte delle richieste dei "comunardi" di Kronstadt coincidevano coi provvedimenti presi con la nuova politica economica. Se la situazione non permise in seguito di ritornare indietro, viste le prime difficoltà di natura immediata (crisi, carestia, fame), con la Nep si consolidò fino in fondo quel processo, visto lucidamente da Lenin il quale premeva affinchè non perdesse i suoi caratteri di transitorietà, che avrebbe portato inesorabilmente verso forme lampanti di capitalismo. Sino a divenire il modus vivendi, la realtà che, ininterrottamente, passata per lo stalinismo, ha fatto della Russia quella potenza imperialista che tutti conosciamo.

Ma andiamo oltre e cerchiamo di vedere un pò meglio le correnti politiche che aleggiavano all'interno della rivolta. Non tanto per riferirle ai personaggi che diressero la rivolta (Petricenko venne definito con insistenza socialista rivoluzionario, Valk e Romanenko menscevichi, Orescin populista, Lamanov, uno dei maggiori ideologi del movimento, massimalista e socialrivoluzionario) quanto per dedurre lo stato di incompatibilità col regime sovietico diretto dai bolscevichi. Solo così potremo giustificare o condannare, attenuanti o aggravanti del caso a parte, la conclusione della tristissima vicenda. È chiaro che le rivendicazioni dei marinai non sono state dettate, direttamente, da nessun gruppo o partito politico. Ma è altrettanto vero che le idee di diverse correnti si sono propagate all'interno dell'area della rivolta dando risultati ovviamente contradditori e contrapposti. La loro attuazione avrebbe confermato un'antagonismo che non avrebbe potuto sviluppare che nuove lotte al coltello a totale beneficio di chi, in quel momento tramava per vedere dissolto il potere bolscevico. Prendiamo in considerazione, ad esempio, i menscevichi. Come si sarebbe potuta conciliare la richiesta di liberi soviet con il loro conclamato parlamentarismo gradualista, da instaurarsi come progressiva evoluzione verso "più alte forme di democrazia"? Tale programma altro non stava a significare che un ritorno alle condizioni poste dalla rivoluzione di febbraio di uno stato capitalistico ritenuto necessario al fine di creare le condizioni più favorevoli al socialismo. L'accusa dei bolscevichi di controrivoluzione è più che fondata e giustificata da un punto di vista politico rivoluzionario.

I menscevichi ebbero comunque scarsa influenza a Kronstadt e tentennarono molto sull'atteggiamento da prendere. Infatti, temendo molto più che i bolscevichi un ritorno dei bianchi, nei fatti si resero estranei alle vicende. Essi pensavano di poter imprimere, finiti i disordini, con una propria partecipazione a un qualche governo di coalizione (come nel periodo immediatamente seguito alla rivoluzione d'ottobre), una marcata tendenza "democratizzatrice" alle istituzioni del potere sovietico. Un'ala considerevole di dissidenti però si spinse oltre rispetto alla impostazione del comitato centrale firmando il seguente volantino:

Abbasso le menzogne sulla controrivoluzione. Dove sono i veri controrivoluzionari? Sono i bolscevichi, i commissari, il potere dei soviet. Contro di loro si leva la vera rivoluzione. Siamo tutti obbligati a sostenerlo. Kronstadt chiede soccorso. Il nostro dovere è di aiutarla. Viva la rivoluzione! Viva l'assemblea costituente!

Chi si adoperò più attivamente per tentare di cavalcare la tigre della rivolta furono i socialisti rivoluzionari di destra la cui parola d'ordine principale di "trovare una via d'uscita al ripugnante sanguinoso regime della dittatura bolscevica", si collegava all'appello diretto "a tutti coloro che vogliono tracciare la via della libertà, verso la democrazia che ha come suo coronamento la Costituente". È chiaro che tali parole d'ordine non avrebbero potuto trovare spazio nella base dei marinai e degli operai di Kronstadt che avevano aperto un varco nelle tendenze degeneranti che si erano impadronite del potere dei soviet in Russia.

Cionondimeno Cernov, ex presidente della dissolta Costituente e leader riconosciuto di questo partito che vedeva i soviet come un sostegno della Costituente, “un potente legame tra questa e il paese”, pensava al disprezzo che a Kronstadt si aveva per la Ucredilka (dispregiativo della Costituente) come ad una sopravvivenza dell'influsso avuto "nel passato" dai bolscevichi.

Pertanto inviava, da una nave privata, un messaggio al comitato rivoluzionario provvisorio da cui stralciamo qualche passo:

Il presidente della Costituente, Victor Cernov, invia il suo saluto fraterno agli eroici compagni, marinai, soldati rossi e operai che dal 1905 scuotono per la terza volta il giogo della tirannia. Propone di inviare soccorsi in uomini e un suo intermediario per assicurare il rifornimento di Kronstadt, con l'aiuto delle organizzazioni cooperative russe che si trovano all'estero. Fate sapere di che cosa avete bisogno e in che quantità. Sono pronto a venire personalmente per mettere a disposizione della rivoluzione popolare la mia forza e la mia autorità. Confido nella vittoria finale del popolo lavoratore. Da ogni parte arrivano notizie sulla volontà delle masse pronte a insorgere in nome dell'Assemblea Costituente. Non lasciatevi ingannare aprendo con il potere bolscevico trattative che verranno utilizzate allo scopo di guadagnare tempo e di concentrare intorno a Kronstadt le formazioni militari più sicure della guardia sovietica privilegiata. Gloria a coloro che per primi hanno alzato lo stendardo della liberazione popolare! Abbasso il dispotismo di sinistra e di destra! Viva la libertà e la democrazia!

In un secondo appello aggiungeva:

I socialisti rivoluzionari sono pronti a dividere la vostra sorte e a vincere o morire nelle vostre file. Fate sapere in che senso il nostro aiuto è desiderabile. Viva la rivoluzione popolare, viva i soviet liberi e la Costituente.

Il comitato rivoluzionario via radio inviava questa risposta:

Ricevuto da Reval (Tallin) il saluto del compagno Cento v, il Comitato rivoluzionario provvisorio della città di Kronstadt esprime a lutti i nostri fratelli che si trovano all'estero, la sua profonda riconoscenza per la simpatia manifestata. Il Comitato rivoluzionario provvisorio ritiene suo dovere ringraziare il compagno Cernov per le sue proposte, ma gli si chiede di astenersi provvisoriamente dal venire, e ciò finchè la questione non sia chiarita. Per il momento la sua proposta è presa in considerazione.

Firmato: il presidente del Comitato rivoluzionario provvisorio, Petricenko, 3 marzo 1921

Petricenko non aveva accettato l'offerta di aiuto perché sa-peva che sarebbe stato difficile far digerire una cosi pesante intromissione esterna ad un movimento che aveva caratteristiche, si, confusioniste, ma autenticamente rivoluzionarie. Infatti non aveva rifiutato a priori la proposta di Ccrnov ma gli aveva personalmente comunicato di aspettare 12 giorni, in capo ai quali la situazione di Kronstadt sarebbe divenuta tale che sarebbe stato possibile lanciare la parola d'ordine richiesta dai socialisti rivoluzionari. Prendendo per fame i marinai, quindi, non ci sarebbero state eccessive difficoltà, visto il reale stato di urgenza, per aprire definitivamente le porte alle forze della democrazia borghese e, dunque, a quelle della controrivoluzione che al di là degli stessi Cernov e compagni, si stava prodigando a tessere oscure trame reazionarie (tutto ciò viene riconfermato da uno dei componenti il Comitato rivoluzionario provvisorio caduto nelle mani dei bolscevichi, Perepelkin, il quale aggiungeva addirittura che il presidente dello stesso Comitato rivoluzionario provvisorio aveva segretamente inviato a Cernov una risposta positiva).

Riguardo i socialisti rivoluzionari di sinistra invece bisogna evidenziare che, pur senza aver preso parte attiva alla rivolta il loro è forse il movimento politico che più si riconosceva nel programma di Kronstadt (risoluzioni della Petropavlovsk). Cosi come è vero che fu il più conseguente movimento politico di reale espressione contadina (ci riferiamo ovviamente ai suoi programmi), altrettanto vero è che la sollevazione di Kronstadt fu un movimento fortemente influenzato dalle ragioni storiche del contadiname russo ancor prima che da quelle del proletariato industriale. E ciò è spiegato dalla estrazione sociale della stragrande maggioranza dei marinai quasi tutti di provenienza contadina e formatisi nelle realtà anguste delle piccole comunità rurali.

Anche idee anarchiche non mancavano di far sentire la loro presenza. Lo stesso Perepelkin, membro del Comitato rivoluzionario provvisorio professava idee anarchiche del tipo “non occorre nessun potere: ci vuole l'anarchia”; È abbastanza ovvio che per motivi di profonda disillusione provata dai marinai dall'ottobre rosso in poi, molti si avvicinassero a un tale modo di pensare, aggravando la situazione più di quanto già non fosse. La coscienza comunista fuori dalla presenza viva e operante di un partito realmente radicato, non solo nella sua mera fisicità, nel profondo della classe è destinata ad abortire. Come tendeva ad abortire a Kronstadt dove per "reinventare" una rivoluzione già in fase di fallimento , dottrine eclettiche, gravate da una visione pesantemente idealistica (quando non opportunista) furono il risultato del disgraziato porsi al di fuori dell'impostazione dialettica. Rivendicazioni di libertà e di democrazia diventarono così generici idealismi, ai margini di una corretta impostazione dei termini del problema che le stesse evocavano. Perdendo, non a parole, ma nei fatti, i loro contenuti eminentemente classisti e rivoluzionari.

Gli anarchici in Russia non fecero che aumentare la confusione. Non solo a Kronstadt dove un'ala dell'anarchismo (gli "anarchici sovietici") per lo meno si era dimostrata incline ad una soluzione pacifica della contesa invitando i "compagni bolscevichi" alla riflessione; ma sin dai tempi delle sollevazioni contadine (cui abbiamo precedentemente dato cenno) capeggiate da molti esponenti anarchici (Machno, Antonov, Grigoriev, ecc...).

Kronstadt dopo la repressione del 1905
Kronstadt dopo la repressione del 1905

Il partito veniva visto come un organo destinato ad interpretare il potere in maniera assolutista e dittatoriale. La sua tendenza a degenerare, al di là di motivate analisi sul processo degenerativo che ha complessivamente portato al fallimento la rivoluzione russa, ora veniva addotto a conferma inconfutabile delle loro analisi di sempre. Il conflitto lungi dall'essere di classe, si configura universalmente come contrasto di tendenze opposte. Autorità da una parte, libertà dall'altra. Il fatto che della prima sia universalmente portatrice la classe dominante non ha, nella visione anarchica, motivazione plausibile.

Kronstadt e l’emigrazione russa

Secondo la stampa sovietica dell'epoca, i marinai erano influenzati dai menscevichi e dai socialisti rivoluzionari presenti nelle loro file. Alle spalle di questi, aggiungeva la Pravda, “i generali ex-zaristi hanno mostrato il loro ghigno”. Si affermava che costoro facevano parte di un complotto accuratamente organizzato dagli emigrati russi, d'accordo con i servizi francesi di controspionaggio e con le forze imperialiste dell'Intesa.

Accusati di agire a sostegno del complotto vi era una rete di organizzazioni della Croce rossa: la Croce rossa internazionale, la Croce rossa americana, quella russa con sede in Finlandia.

Come prova che il sollevamento era stato organizzato dai gruppi antisovietici di Parigi, i bolscevichi si appoggiarono a una ondata di notizie su una rivolta a Kronstadt, apparse sulla stampa francese due settimane prima che ciò accadesse. Anche il "New York Times" riportava notizie analoghe e giungeva ad affermare che i "ribelli" avevano assunto il totale controllo anche a Pietrogrado riuscendo a contrastare anche le truppe inviate da Trotsky "per sloggiarli".

Niente del genere s'era in realtà verificato: nè a Kronstadt, nè in qualsiasi altra base del Baltico nel febbraio del 1921.

Voci del genere non erano rare in quel periodo: il capitalismo internazionale tentava in tutti i modi di screditare il regime dei soviet; l'unico regime al mondo che, pur tra mille difficoltà interne rimaneva l'unico punto di riferimento del proletariato mondiale. Ma tali voci prevedevano con ben strano fenomeno di coincidenza quanto sarebbe realmente accaduto di lí a poco. Tutto ciò va messo in relazione con gli espatriati russi che si erano organizzati in vari gruppi. Tra questi ve n'era uno conosciuto col nome di Centro Nazionale (o Unione Nazionale), una coalizione eterogenea di cadetti (costituzional-democratici) e numerose altre specie e sottospecie di moderati e reazionari, con sede centrale - guarda caso -proprio a Parigi. Il suo scopo era quello di "abbattere il potere bolscevico". Il centro nazionale aveva formulato veramente dei piani per un sollevamento a Kronstadt dove aveva concentrato (oltre che a Mosca, Pietrogrado, e nelle fortezze di Krasnaja Gorka) il nerbo delle sue forze (e non era nuovo a iniziative del genere: nel 1919 era stato coinvolto nel tentativo del generale Tudenic, aiutato dagli inglesi con mezzi e con appoggio navale, di conquistare Pietrogrado). Negli archivi di questa organizzazione si è trovato un documento manoscritto con l'indicazione "segretissimo" con il titolo "Memorandum sulla organizzazione di una rivolta a Kronstadt".

Il memorandum propone un piano minuzioso di emergenza per far partire la rivolta ed è databile in base al contenuto, al gennaio, massimo ai primi di febbraio, del 1921. L'autore è bene informato sulla situazione di Kronstadt e vi descrive particolareggiatamente le sue fortificazioni. Ma eccone qualche significativo passo:

Informazioni provenienti da Kronstadt ci sollecitano a ritenere che nella prossima primavera vi sarà a Kronstadt una rivolta. Se la sua preparazione avrà un qualche appoggio esterno, si può contare con certezza sul successo della rivolta, date le seguenti circostanze favorevoli...
Si possono osservare tra i marinai numerosi e inequivocabili segni di uno scontento di massa nei confronti dell'ordine esistente. I marinai entreranno unanimamente a far parte delle file degli insorti, se un piccolo gruppo di individui si impadronirà del potere a Kronstadt con un'azione rapida e decisiva. Tra i marinai un gruppo di tal genere è già costituito, ed è pronto e capace a compiere le azioni più energiche...
Se ci si impadronirà del potere nella flotta e nelle fortificazioni di Kronstadt si acquisterà un sicuro ascendente della ribellione su tutti gli altri forti che sono siti nelle immediate vicinanze dell'isola di Kotlin. Le artiglierie di questi forti hanno un angolo di tiro che impedisce loro di sparare su Kronstadt, mentre le batterie di Kronstadt possono concentrare il loro fuoco sugli altri forti (il forte "Obrucev", che si era ribellato nel maggio del 1919, si arrese mezz'ora dopo che le batterie di Kronstadt aprirono il fuoco contro di esso)...
Da quanto precede risulta chiaro che esistono condizioni eccezionalmente favorevoli per il successo di una rivolta a Kronstadt:
1. la presenza di un gruppo estremamente compatto di organizzatori energici della rivolta;
2. una corrispondente tendenza alla ribellione tra i marinai;
3. la ristrettezza della zona di operazioni, delimitata dal limitato perimetro di Kronstadt, che assicurerà il totale successo della rivolta;
4. la possibilità di preparare la rivolta in tutta segretezza, assicurata dal fatto che Kronstadt è isolata dalla Russia e dalla omogeneità e solidarietà dei marinai...
Oltre al pericolo che Kronstadt si arrenda ai bolscevichi qualora vengano a mancare i rifornimenti di cibo, vi è anche quello del crollo del morale tra gli stessi ribelli; il che potrebbe provocare la restaurazione del potere sovietico a Kronstadt. Un tale crollo sarà inevitabile se i marinai non riceveranno testimonianze di sostegno e simpatia dall'esterno, in particolare dall'esercito russo al comando del generale Wrangel; e lo stesso accadrà se i marinai dovessero sentirsi isolati dal resto della Russia rendendosi conto dell'impossibilità di un ulteriore sviluppo della ribellione al fine del rovesciamento del potere sovietico nella stessa Russia...
Se si pensa che da Kronstadt trarranno le mosse operazioni militari per abbattere il potere sovietico in Russia, anche a questo fine sarà necessario l'invio di forze armate russe del generale Wrangel. A tale proposito è bene ricordare che per tali operazioni - o anche per la minaccia di esse - Kronstadt può servire come una base invulnerabile. Il prossimo obiettivo di un'azione di Kronstadt sarebbe l'indifesa Pietrogrado, la cui conquista significherebbe che una buona metà della battaglia contro i bolscevichi sarebbe vinta...
In riferimento a quanto sopra, occorre non dimenticare che, anche se il comando francese e le organizzazioni russe antibolsceviche non parteciperanno alla preparazione e alla direzione della rivolta, questa avrà comunque luogo nella prossima primavera a Kronstadt, ma, dopo un breve periodo di successo, sarà condannata alla sconfitta. E questa rafforzerebbe grandemente il prestigio del potere sovietico e sottrarrebbe ai suoi nemici una rara occasione - che probabilmente non potrà più ripetersi - di impadronirsi di Kronstadt e di infliggere al bolscevismo un colpo durissimo,dal quale non sarà in grado di riprendersi.

Ogni commento risulta superfluo. L'autore del documento sarebbe stato identificato nella persona di Tseidler un espatriato russo direttore della Croce rossa russa in Finlandia (l'organizzazione che si era preoccupata di raccogliere le sottoscrizioni per aiutare gli insorti). Egli era strettamente legato a Daniel Grimm, agente principale del Centro nazionale a Helsingfor e rappresentante ufficiale del noto generale Wrangel in Finlandia (il Centro Nazionale lavorava in contatto con altre organizzazioni tra cui faceva spicco per veemenza antibolscevica la Russiunion, l'organizzazione dei giornalisti emigrati che avevano il loro organo nell'"Obshchee Delo", sempre pronto a divulgare "notizie false e tendenziose").

Ma, da chi era composto quel gruppo "strettamente unito" presente a Kronstadt su cui il Memorandum puntava le proprie speranze? Molti storici, tra i quali anche quelli non sospetti di simpatie verso i bolscevichi, hanno additato Petricenko e i suoi collaboratori. L'accordo tra il Centro e l'ex Comitato rivoluzionario di Kronstadt dopo la repressione lo starebbe a provare (nel Maggio 1921, Petricenko e parecchi suoi compagni del forte Ino, si arruolarono come volontari nelle armate del generale Wrangel). Inoltre molti suoi membri (11 su 15) hanno trovato un rifugio sicuro in Finlandia e ciò potrebbe significare la continuazione di un rapporto di lunga data. Non si dimentichi inoltre che il comitato rivoluzionario aveva accettato le offerte della Croce rossa poiché questa era "un'organizzazione filantropica e non politica". È tutt'altro discorso il fatto che i rifornimenti non siano potuti arrivare per l'indecisione dimostrata dagli stati dell'Intesa, i quali non volevano alienarsi le possibilità di sviluppare rapporti commerciali con la Russia che, dopo la vittoria sulle guardie bianche, era costretta ad aprirsi ai mercati esteri per ovvie ragioni di sopravvivenza; e i mercati vergini di questo immenso paese, mancante di tutto o quasi, dovevano far proprio gola ai capitalisti di tutto il mondo.

Il successo della rivolta dovette apparir loro assolutamente poco probabile: il governo bolscevico, nelle mire degli imperialisti, sarebbe stato il "legittimo" interlocutore.

E ciò tristemente preludeva all'ordine di cose di cui i capitalisti avevano sentore: il fallimento della rivoluzione russa, il ritorno all'indietro del processo di costruzione del socialismo, la riapertura, graduale ma inesorabile, del mercato capitalistico e conseguente sviluppo capitalistico di tutta la struttura economica di quella Russia che, come la Comune di Parigi quasi 50 anni prima, aveva osato dare "l'assalto al cielo".

Terza rivoluzione o trame reazionarie?

La tesi secondo cui i bolscevichi consideravano la sollevazione di Kronstadt, tout court, come una cospirazione delle spie dell'Intesa è certamente vera. Numerosissimi documenti del governo dell'epoca lo provano. Ma se ciò serve ai detrattori di Lenin per evidenziare la tendenziosità di tali tesi, bisogna altresì aggiungere - e chiunque si sia appena interessato del problema lo può dimostrare - che al di là della propaganda di regime, la situazione era ben presente, nei suoi reali termini, ai rappresentanti del partito. Lo stesso Lenin il 15 marzo, nei lavori del decimo congresso affermava perentoriamente:

a Kronstadt non vogliono nè le guardie bianche, nè il nostro potere.

Anche se poi metteva in evidenza la strumentalizzazione della spontanetà dei marinai già "onore e gloria della rivoluzione russa" (Trotsky), operata dai centri della controrivoluzione internazionale che, come abbiamo visto, aveva a Kronstadt un nutrito nugolo di capaci golpisti. Opinione che si allineava a quella di Victor Serge, testimone degli avvenimenti il quale nel 1937 scriveva:

Sperando di scatenare gli elementi di una tempesta purificatrice i marinai non poterono in realtà far altro che aprire le porle ad una controrivoluzione di cui prontamente avrebbero potuto approfittare i Bianchi dell'intervento straniero. Kronstadt insorta non era controrivoluzionaria; ma la sua vittoria avrebbe portato infallibilmente alla controrivoluzione.

Nel luglio del 1921, al III Congresso dell'internazionale comunista, anche Bucharin riprese l'argomento.

I documenti che sono stati portati alla luce - disse - mostrano chiaramente che gli eventi furono istigati da centri che erano esclusivamente di guardie bianche, ma in pari tempo l'ammutinamento di Kronstadt fu una ribellione piccolo borghese contro il sistema socialista di organizzazione dall'alto dell'economia.

In pari tempo aggiungeva:

Chi dice che la rivolta di Kronstadt era una rivolta bianca? No. In nome dell'idea, in nome dei nostri compiti, siamo stati costretti a reprimere la rivolta dei nostri compagni fuorviati. Non possiamo considerare i marinai di Kronstadt come nostri nemici. Li amiamo come nostri veri fratelli, come nostra carne e nostro sangue.

Questa interpretazione era abbastanza diffusa nel partito; soprattutto nei ranghi dirigenziali. Il più feroce oppositore a certi tentativi di recupero dello spirito, si, confusionista ma al tempo stesso rivoluzionario di Kronstadt, si dimostrò forse Trotsky.

Per due motivi. Il primo si lega a tutta la politica precedente alla sollevazione (irregimantazione del lavoro, militarizzazione dei sindacati ecc...) di cui lo stesso fu uno dei principali promotori e verso cui più dura fu la critica dei marinai e degli operai di Kronstadt. Il secondo motivo ha un evidente senso giustificativo essendo stato, lo stesso Trotsky, il più deciso sostenitore della necessità della repressione; repressione che si consumò sotto la sua diretta responsabbilità in quanto rappresentava la massima carica dei vertici militari.

Pertanto...

A meno che non vogliamo ingannare noi stessi con parole d'ordine pretenziose, con false etichette ecc... - scriveva nel 1938 dal suo esilio messicano - dobbiamo vedere che la sollevazione di Kronstadt non è stata altro che la reazione armata della piccola borghesia alle asperità della rivoluzione sociale e alla severità della dittatura del proletariato.

Questa analisi riduttiva non mancava comunque di una spietata lucidità riguardo alle prospettive della rivolta.

Gli insorti -- continua -- non avevano un programma cosciente e non l'avrebbero potuto avere per la natura stessa della loro composizione piccolo borghese.

E giustamente rilevava che la "coscienza" era indubbiamente posseduta "dagli elementi di destra, che agivano dietro le quinte" e che non avevano altro scopo che quello di rovesciare il potere dei soviet per la "restaurazione del regime borghese".

Tra i rivoltosi si respirava aria naturalmente diversa. Opposti erano i termini con cui si esprimevano.

A Kronstadt è stata posta la prima pietra della terza rivoluzione, la quale - scrivevano sull'"Izvestija" dell'8 marzo 1921 - spezzerà le ultime catene che legano le masse lavoratrici e aprirà una nuova via per la creazione del socialismo.

Le nostre risposte

Riassumendo. Che cosa è stata in definitiva la rivolta di Kronstadt? Una insurrezione controrivoluzionaria mirante a riportare in Russia il capitalismo? Oppure un evento "purificatore" che ha tentato di raddrizzare una situazione già molto compromessa da un punto di vista rivoluzionario? E ancora: un tentativo rivoluzionario che avrebbe, però, irrimediabilmente aperto le vie alla reazione nazionale ed internazionale? Da queste domande è facile dedurre le seguenti risposte: Kronstadt è stata un'insurrezione popolare, fortemente caratterizzata da uno spirito autenticamente rivoluzionario e contenente al proprio interno elementi di confusione di per sé stessi assai nocivi. La rivolta prendeva le mosse da una sistematica politica repressiva e autoritaria, sia a livello economico che a livello politico, la quale insidiava giorno dopo giorno le conquiste rivoluzionarie dell'ottobre rosso. La politica dei bolscevichi, a sua volta, era conseguenza diretta di un processo di degenerazione che, a livello obiettivo tendeva naturalmente a fagocitare tutto il processo di trasformazione in senso socialista della società. Processo che non poteva non colpire lo stesso partito comunista impotente ad ostacolare un corso storico già drammaticamente delineato (isolamento della Russia, mancata espansione della rivoluzione a livello internazionale). Cionondimeno la politica dei bolscevichi s'è resa responsabile di errori assai gravi che, come abbiamo visto, ha accelerato il processo di degenerazione rivoluzionaria. In tal senso Kronstadt è la risposta alla degenerazione ma è figlia di questo stesso processo: Kronstadt dimentica gli insegnamenti del marxismo-leninismo e si pone in una dialettica sociale caratterizzata da una vaga prospettiva di democrazia operaia di stampo meramente anarcoide. Ciò che non ha potuto fare il partito comunista a maggior ragione sarebbe stato interdetto alle forze spontanee della rivolta. Il processo involutivo non si sarebbe potuto arrestare con pur ammirevoli atti di buona volontà, ma con un modificarsi a livello oggettivo della situazione internazionale che invece mostrava una classe operaia già in fase di ritirata, di progressiva e inesorabile sconfitta e un orientamento, tra le forze della borghesia imperialista, verso inquietanti forme di militarismo e di assestamento in senso apertamente reazionario. E a Kronstadt le forze della reazione erano ben presenti. Tramava l'emigrazione russa appoggiata indirettamente dalle forze imperialiste dell'Intesa, e tramavano i golpisti presenti tra i rivoltosi direttamente. Considerando questi ultimi aspetti, la repressione della rivolta, pur aprendo un capitolo di lacerazioni profonde nel movimento operaio, ha dei motivi in più per essere ampiamente giustificata. Altre soluzioni avrebbero permesso un ancora più rapido precipitare tra le maglie della controrivoluzione in una fase storica che non aveva completamente esaurito i motivi di una ripresa della rivoluzione internazionale il cui espandersi avrebbe potuto dare fiato e respiro all'agonizzante "socialismo" russo (ricordiamo che gli ultimi aneliti del proletariato mondiale passano attraverso la rivoluzione tedesca del 1923 e quella cinese del 1927 che chiude definitivamente il capitolo dell'iniziativa rivoluzionaria di classe). Ma queste sono le risposte dirette che direttamente, appunto, scaturiscono dalla vicenda di Kronstadt. Le quali pongono problemi di natura ideologica e più squisitamente politica.

In apertura del presente lavoro ci eravamo posti delle precise domande circa lo stato dei rapporti esistenti tra il partito e le istanze, centrali e periferiche, del partito operaio e, conseguentemente, lo stato dei rapporti esistenti tra lo stesso partito e le masse proletarie. Soprattutto in relazione a quanto si era già modificato, o si stava modificando, rispetto alle originarie acquisizioni leniniste sulla natura e la funzione stessa del partito di classe.

Lo stato di progressiva degenerazione del partito può facilmente essere spiegato col processo di risucchio subito dallo stesso in concomitanza al rincartocciarsi su se stessa dell'esperienza rivoluzionaria avviatasi con l'Ottobre.

Processi di natura oggettiva, è chiaro, finiscono con l'avere ragione delle istanze soggettive e di tutti gli altri livelli moventesi nella società. Ma una siffatta formulazione farebbe del materialismo dialettico la sua brutta copia e del determinismo una propria riduzione in veste di meccanicismo della peggior fatta.

Il partito, in quanto concretizzazione e realizzazione della coscienza comunista, deve possedere le armi adeguate per resistere a tali processi. I propri quadri se non potranno, con puri atti di volontà, invertire tendenze storiche determinate da modificazioni strutturali, possono altresì impedire il coinvolgimento dell'organo rivoluzionario nei fattori degenerativi e nelle stesse ragioni della degenerazione.

Il partito è, si, espressione della lotta di classe, sopratutto in quanto piattaforma politica unitaria della classe operaia. Ma è organizzativamente, un prodotto della volontà umana, espressa da propri militanti, propri organi direttivi per l'affermazione del programma comunista mediante il rovesciamento della prassi che è quanto dire, appunto, citando Damen, “il ritorno della volontà umana sulle cose”.

L'inevitabilità del suo degenerare è pertanto una vecchia barzelletta che puzza di opportunismo lontano un miglio e che è adusa alle analisi dei vecchi arnesi del meccanicismo antimarxista.

Il partito verrà senza dubbio influenzato da fattori esterni ma non è meccanicamente legato a questi da rapporti diretti di causa-effetto.

Ci rendiamo conto delle difficoltà incontrate dai compagni bolscevichi; tra mille spinte e controspinte che la realtà produceva, un giusto orientamento non solo diventava difficile ma addirittura problematico. Consideriamo anche che, molto spesso, delle concessioni di natura tattica, avevano lo scopo di prender tempo sull'incombere di problemi di cosi vasta portata e di così assillante urgenza, che un atteggiamento differente da quelli adottati avrebbe potuto significare anche una sconfitta immediata.

Quindi, tutto sommato, le ricette bell'e pronte non esistono ma, forse, l'unica sicurezza che possiamo rilevare, al di là delle obbiettive difficoltà, sta nell'interruzione di quel rapporto dialettico che deve comunque esistere primieramente all'interno del partito. Quel giusto rapporto chiamato "semplicemente" centralismo democratico il quale, al di là del rappresentare un metodo di regolamentazione della vita interna del partito, racchiude in sè il metodo gestionale della società nella fase di transizione.

Quello stesso metodo che si esprime fuori dal partito e che investe il rapporto di vicendevole implicazione tra questi e la classe e, nella fase di transizione, ancora, tra partito e stato operaio rappresentato da un processo di sintesi delle istanze del potere rivoluzionario: i Soviet.

Qual'era nel periodo in cui è esplosa la rivolta di Kronstadt, lo stato dei rapporti tra il partito e la classe? E tra il partito e i soviet? Lo abbiamo già visto. Il partito comunista si era avviato in quella fase, allora già avanzata, di distacco dalle masse. Distacco come conseguenza della rottura di quell'equilibrio , sempre precario, tra la coscienza comunista e la spontaneità della classe. Sicché da una parte la coscienza non trovava più il giusto apporto delle istanze creative (nel senso marxista del termine che si riferisce sempre c comunque alla lotta di classe, alla partecipazione diretta al potere rivoluzionario) di cui le masse sono portatrici (nel caso specifico parliamo di masse che avevano condotto una rivoluzione proletaria vittoriosa).

Il rapporto dialettico che avrebbe dovuto continuamente implicare i due termini non esisteva più. Quindi si continuava ad assistere al crescere di bisogni che non coincidevano tra loro. Il riferimento del partito cominciava a non essere già più la classe e la classe cominciava a non identificarsi più nel partito.

La simbiosi tra spontaneità e capacità realizzatrice, tra potenzialità realizzatrici e scienza rivoluzionaria, subiva un colpo durissimo, una separazione sempre più netta.

Ma se il riferimento del partito non era la classe, a cosa dunque si riferiva quello che era stato l'organo rivoluzionario più efficiente che il proletariato sia mai riuscito ad esprimere? E qui è opportuna una premessa che dovrebbe rappresentare uno dei dati tra i più acquisiti per un partito rivoluzionario ma che purtroppo non si dimostra in quanto tale. Quando si parla di dittatura del proletariato tale definizione deve riassumere una realtà ben precisa: la realtà di una classe che, direttamente, organizzato un proprio stato, tende a trasformare la società capitalista in una comunità associativa di "liberi e di eguali". Una concezione basilare del marxismo-leninismo, questa, che però sembra mal digerita da molti sedicenti rivoluzionari i quali fanno il seguente ragionamento, esempio lampante di rigore logico-formale lontano mille miglia da una concezione marxisticamente rivoluzionaria: Il partito comunista non ha altri interessi se non quelli della classe: è altresì - giustissimo -la parte più avanzata della classe stessa. Dittatura del proletariato : che altro può significare se non dittatura del partito?

Siamo in ambito ideologico che definire opportunista è come fare un complimento. L'identificazione del partito comunista russo col potere proletario non ha forse avuto come suo epilogo il degenerare di entrambi?

Il problema non è quello di vedere cosa sarebbe successo se il partito si fosse posto diversamente rispetto alla classe e agli organi della sua dittatura. È invece quello di considerare, proprio rispetto a quell'esperienza quali avrebbero dovuti essere i metodi di preservazione del partito rispetto al corso storico che si andava progressivamente avviando. Ossia: il fallimento rivoluzionario, che è quanto dire il modificarsi in senso capitalistico della struttura economica della Russia, sopratutto con l'aprirsi dell'esperienza della Nep, non poteva avere come conseguenza che l'attrazione a se di tutte le istanze sovrastrutturali della società civile, partito in testa, proprio in quanto "gestore diretto" di quella specifica situazione. Iniziali sforzi per contrastare l'andamento di questa stessa situazione urtarono contro lo scoglio delle ragioni obiettive che restava no a monte e che le assicuravano le caratteristiche di irreversibilità (salvo ripresa del moto di classe a livello internazionale; cosa che purtroppo non s'è verificata).

Persa nei fatti la partita cosa rimaneva da fare? Assecondare il processo di degenerazione (ciò che è avvenuto) o sfoderare tutto il coraggio rivoluzionario di cui i comunisti devono essere costantemente in possesso e "passare all'opposizione"?

Disinserirsi, cioè, da tutti i rapporti vischiosi di un potere ormai diretto verso obiettivi che non corrispondevano alle prospettive storiche del socialismo, e considerare la possibilità di riarmare il partito, i propri quadri, la propria piattaforma, la strategia e tattica verso una nuova prospettiva di lotta che avrebbe dovuto culminare in una nuova soluzione rivoluzionaria. Ossia frapporre tra il partito e lo stato dei burocrati, dei Kulak e del contadiname la frattura di classe, il senso profondo della inconciliabilità di interessi contrapposti, o meglio, di interessi che continuavano a divergere sino all'assoluta incompatibilità, all'assoluto antagonismo in una situazione che a livello oggettivo, stava per risolvere il problema degli strati sociali che si andavano confermando come classe dominante, come classe che avrebbe dovuto esercitare la più ferrea dittatura sul proletariato dell'Unione Sovietica.

La situazione in Russia prese invece la direzione opposta. I soviet, esautorati della loro funzione, lungi dall'essere strumenti rivoluzionari del potere, organizzati e diretti dal basso, sotto la guida del partito della classe operaia, erano diventati appendici di quest'ultima. organi di decisione e di programmazione politica affatto diversi da sezioni partitiche salvo che per differenziazioni puramente formali che dovevano confermare, ma solo come paravento, la natura profondamente diversa; quella che nella realtà avrebbero dovuto possedere; sia per ruolo che per intrinseca essenza.

Tra partito e soviet non vi può e non vi deve essere confusione alcuna, sia nella fase pre-rivoluzionaria che in quella della transizione al socialismo. Come non vi deve essere confusione tra partito e classe. Una confusione tra questi due ultimi termini porta inevitabilmente alla confusione tra i primi due.

Non esiste nessun partito che, trascinato nelle maglie della controrivoluzione, nello stesso tempo riesca a conservare tutta la sua originaria integrità, ideologica e politica. I processi di coinvolgimento sono paralleli al degenerare stesso della situazione obiettiva. Sicché, assistiamo nella Russia di Lenin ad un inserimento, (o meglio, ad una conquista graduale) di rappresentanti di quegli strati espressi dalla situazione (nel caso: le forze del capitalismo, burocrati, carrieristi, contadini ricchi) che tendono ad influenzare la vita, la tattica e la strategia del partito rivoluzionario nel senso più conforme ai propri interessi di classe.

Fino a che punto il partito bolscevico si è reso responsabile di un cointeressamento con queste forze controrivoluzionarie? Il discorso va diviso in due: assistiamo ad una prima fase in cui il partito avrebbe potuto respingerle con ancora buon margine di agibilità politica, fase che viene resa difficoltosa dal comunismo di guerra ma in cui, in ogni caso, si consumano profondi errori che andranno ad influire sul futuro corso dell'organo politico della classe. Invece che rilanciare, quindi, un'iniziativa di classe in grado di allontanare tendenze interne ed esterne al partito in netto contrasto con lo spirito rivoluzionario dello stesso, assistiamo all'affermarsi di un'indirizzo "tattico" che blocca ogni iniziativa proletaria e inserisce la vita della classe stessa nel duro gioco della militarizzazione forzata del lavoro (Kronstadt, in questo senso, è una risposta precisa agli indirizzi politici del governo bolscevico). La seconda fase, che è legata da stretta continuità alla prima, si inserisce nel processo di consolidamento della Nep: il termine "errore" non ha più senso giustificativo e il partito comincia a muoversi in sempre più stretta sintonia con le forze controrivoluzionarie ormai ramificate nel partito come nei soviet e in ogni istanza del potere bolscevico. (Si inizia cosi il corso storico dello stalinismo e le giustificazioni d'ordine tattico diventano giustificazioni d'ordine strategico, sino a costituire il modus vivendi dello Stato russo, di uno Stato ormai irrimediabilmente votato alla causa della controrivoluzione internazionale).

Concludendo, possiamo affermare, senza tema d'essere smentiti, che ci compete l'impostazione più "convincente" la risposta più esauriente da un punto di vista teorico e politico insieme, al problema spinoso che investe il rapporto partito classe. Quel rapporto che sta alla base di una corretta impostazione del problema del potere nella fase di transizione verso il socialismo; problema che si concretizza in una giusta collocazione del partito nel momento in cui si rapporta alla dittatura della classe e, quindi, agli organi del potere rivoluzionario. In ultima istanza parliamo del rapporto che deve intercorrere tra il partito di classe e lo stato della classe operaia.

Lo stato della dittatura proletaria sorto da un riuscito moto rivoluzionario è realizzazione del proletariato internazionale -- si legge nella Piattaforma Politica del nostro Partito -- [pertanto...] solo lo stato proletario, mantenuto sui binari della continuità rivoluzionaria dai quadri del partito, che non dovranno in nessun caso confondersi nè fondersi in esso, potrà sistematicamente attuare tutte quelle successive misure di intervento nei rapporti dell'economia sociale con le quali si effettuerà la sostituzione del sistema capitalistico con la gestione socialista della produzione e della distribuzione [poichè...] il proletariato [...] non delega ad altri la sua missione storica; nè rilascia procure "generali", neppure al suo partito politico.

Piattaforma politica del P.C.Int. ed. Prometeo, Milano 1952

È questo l'insegnamento che ci viene da quella sinistra comunista italiana che ha annoverato tra le sue file varie generazioni di valorosissimi compagni i quali, per aver vissuto in prima persona le fasi tormentate dei processi storici di quegli anni, bui e gloriosi insieme, ci hanno lasciato quel patrimonio di esperienze e quel bagaglio teorico sgorgati dal vivo delle lotte e verificati dal continuo scontro delle contraddizioni operanti all'interno del modo di produzione capitalistico.

In quanto all'episodio di Kronstadt, al di là di valutazioni di parte al di là delle strumentalizzazioni per evidenziare la "giusta impostazione" del proprio spirito di cappella, è esso il risultato di cause obiettive, è vero, ma è anche una conseguenza dell'irrisolutezza dei succitati problemi, tutti contenuti nel profondo delle ragioni della rivolta stessa.

È la conseguenza, infine dello scontro di classe, sempre presente (finchè il comunismo non sarà) portato ai suoi "eccessi".

Ma il punto principale -- sostiene Trotsky -- è che gli "eccessi" scaturiscono dalla natura stessa della rivoluzione che in se non è altro che un "eccesso" della storia.

Franco Migliaccio

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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