Evoluzione e materialismo dialettico

Immagine - Faraone abbatte il nemico, Tavoletta di Narmer

Centenario della morte di Darwin

Il 19 aprile 1882 moriva Charles Darwin, il naturalista fondatore del metodo di analisi antropologica che va sotto il nome di “evoluzione per selezione naturale”

Dopo cento anni la sua teoria continua ancora ad essere al centro di una grande battaglia di idee: c’è chi la considera una vera scienza, chi una sorta di ipotesi metafisica, chi, addirittura, una bestemmia lanciata alla natura (in sé) “nobile” dell’uomo.

Prima di sviluppare un discorso su un tale complesso argomento, prima ancora di sintetizzare il pensiero dello studioso che più d’ogni altro ha tentato di frugare nel passato dell’uomo sino al tentativo di comprensione delle sue origini e degli stadi di successione evolutiva, è opportuno fare delle precisazioni - pur se con estrema sintesi - su ciò che era il grado di acquisizione scientifica o, più spesso, sulle convinzioni correnti circa la natura umana e le sue connessioni col vivente e con l’inorganico circostante: tanto per valorizzare appieno l’opera di Darwin quanto, eventualmente, per capirne i limiti, reali o presunti. Soprattutto per saggiare il grado di compatibilità col marxismo rivoluzionario e, quindi, con la concezione del materialismo dialettico.

Predarwinismo: tra scienza e superstizione

Nella storiografia della terra si possono distinguere due grandi concezioni generali: l’uniformiamo (o attualismo) e il catastrofismo. Secondo la prima, le cause che hanno agito nel passato modellando l’aspetto della terra sono identiche (qualitativamente e anche quantitativamente) alle cause che agiscono nel presente. Il catastrofismo (di più antica origine) suppone invece che la terra abbia subìto in passato sconvolgimenti che non hanno più avuto equivalenti attuali (eruzioni vulcaniche gigantesche, diluvi universali, sarebbero tra le cause improvvise e naturali dei mutamenti terrestri).

Entrambe le teorie non hanno alcuna validità scientifica poiché vi sono verità parziali che non si compenserebbero nemmeno se si tentasse un compromesso integrativo tra le due concezioni.

I metodi e le tecniche disponibili ai geologi del XIX secolo per suffragare le loro teorie erano piuttosto rudimentali ed erano collegate a ragioni soggettive, ideologiche e religiose.

Il difficile emergere dell’evoluzionismo trova una delle sue massime difficoltà nel fatto che il mondo occidentale era da parecchi secoli impregnato del pensiero cristiano e, particolarmente, dalla concezione cristiana del tempo, un tempo storico particolarmente segnato dagli unici avvenimenti che fanno accedere ad una sorta di eternità atemporale.

È così che i teologi invadono il campo della scienza, sostituendo la superstizione religiosa al metodo di studio scientifico: troviamo James Usher, arcivescovo di Armach (1581-1656) che fissa addirittura la data della Creazione all’anno 4004 a.C. e Lighfoot, vice cancelliere dell’università di Cambridge che stima l’apparizione dell’uomo sulla terra un... 23 ottobre, alle nove del mattino.

Furono i geologi che si cimentarono contro queste credenze allorquando la scoperta di fossili di animali estinti misero in evidenza che la terra avrebbe dovuto avere un’età più veneranda di quanto allora si pensasse.

Anche in questo caso la Chiesa tentò di uniformarsi cercando delle spiegazioni sempre armoniche coi contenuti della genealogia biblica. Appare nel 1696 la pubblicazione di Wiston annunciante

una nuova teoria della terra secondo la quale la creazione del mondo in sei giorni, il diluvio universale e la distruzione del mondo come sono descritti dalle Sacre Scritture possono essere considerati perfettamente accetti alla ragione e alla filosofia

poiché - suppone l’autore - i sei giorni della creazione sono molto più lunghi dei giorni normali e rappresentano delle “vaste ere”.

Ben presto tali contorsionistici tentativi vengono a cozzare con l’insorgere delle nuove idee espresse dai nuovi filosofi dell’illuminismo, partigiani ad oltranza del mito della ragione e della verità intesa nel senso della sua più immediata dimostrabilità.

Contrastati dal potere politico e religioso gli enciclopedisti non furono i soli a mettersi in urto coi contenuti della “Sacra Bibbia”. Nel 1755 Kant pubblica una Storia generale della natura e teoria del cielo, in cui si abbozza una cosmogonia evolutiva e la tesi di un graduale passaggio dal caos all’organizzazione secondo un processo che richiede tempi e spazi illimitatamente superiori. Nel 1796 con più grande competenza matematica Laplace riprende queste idee nella sua Esposizione del sistema del mondo. Sino al trionfo della rivoluzione francese (e degli enciclopedisti) che opera una grandiosa separazione tra Scienza e Religione.

Le basi della moderna geologia vengono così buttate. Il merito va riconosciuto sopratutto a quattro uomini: James Hutton, William Smith, Georges Cuvier e Charles Lyel (il maestro di Darwin), i quali esplorano campi diversi, contraddicendosi a volte, ma riuscendo nell’insieme delle loro opere a stabilire il quadro entro cui si definirà il pensiero evoluzionista darwiniano: ovvero i presupposti, tutti da superare, che consentiranno il passaggio da un metodo di analisi scarsamente oggettivo e impregnato di ideologismi a quello affondato nelle ragioni più reali della verità scientifica.

L’evoluzione per selezione naturale

L’evoluzionismo non nasce con Darwin. Tracce di pensiero evoluzionista si ritrovano in epoche remotissime. Dai Sumeri, elaboratori di una cosmogonia che anteponeva agli dèi gli elementi, ai greci antichi (1) che con le gnoseologie aristoteliche e platoniche hanno influenzato considerevolmente il modo di pensare e i metodi di studio di filosofi e ricercatori.

Il pensiero giudaico-cristiano ruppe ogni tentativo di spiegazione materialista della vita. Sicché riuscì ad impregnare di se molta della letteratura scientifica che va dall’avvento del cristianesimo sino a tutto il Rinascimento. E anche oltre. Infatti, pur riferendosi alla materia come base di vita, molti ricercatori (molto spesso si trattava di filosofi) non riuscivano a districarsi da pregiudizi che erano, direttamente o indirettamente, ispirati da una concezione essenzialmente superstizionistica. Così si sostituiva a Dio la Natura e all’atto divino della creazione le non meglio specificate “leggi di Natura” che permettevano ad esempio ad un Descartes di dissertare sul fatto che le mosche nascessero dalle carni putrefatte e ad un Bacon su quello che tutti gli insetti fossero animali che “nascono dalla putrefazione” (Ambroise Paré, per completare il quadro, sosteneva che i serpenti nascessero dai cadaveri e i rospi dall’umidità e Athanasius Kircher, un gesuita tedesco, aveva la formula per ottenere scorpioni vivi frantumando piccoli scorpioni morti irrorati da una soluzione a base di acqua e basilico).

Tali concezioni vengono definite come “teoria della generazione spontanea” e il loro accantonamento diventa il presupposto affinché si passi all’acquisizione del concetto di specie e all’elaborazione matematica di una nomenclatura e di una classificazione coerente di tutte le specie viventi. Sono questi i primi veri progressi che porteranno alla moderna biologia. Al di fuori da questo quadro la nozione di “trasmutazione della specie” sostenuta da alcuni naturalisti prima del XIX secolo non poteva che avere scarsi rapporti con l’evoluzionismo vero e proprio e non ne poteva preparare l’avvento in senso stretto.

Ma tra i precursori di Darwin lo scienziato che merita maggiore attenzione è senz’altro Lamarck, il quale propugnava l’evolversi della specie sotto l’influsso di condizioni create dall’ambiente. Secondo questo studioso la necessità di una data funzione crea l’organo atto a compierla, l’uso dell’organo stesso lo perfeziona e lo fortifica mentre il disuso provoca l’atrofia o la scomparsa degli organi che le condizioni ambientali, e di conseguenza il modo di vita, rendono inutili. Lamarck ammetteva che le modificazioni morfologiche create in un individuo dall’uso e dal disuso di un organo fossero ereditarie, che accumulandosi nel corso delle generazioni dessero origine a trasformazioni così profonde delle specie, da dare origine a forme nuove talora apparentemente assai diverse dalla specie originaria (teoria della “discendenza”). (2)

E qui arriviamo sicuramente al primo passo importante affinché il salto si compia e si renda possibile, storicamente, il presentarsi sulla scena dell’evoluzionismo darwiniano che, mentre spinge in avanti le teorie trasformiste, confuta parimenti i presupposti da cui queste si erano originate; aprendo così il campo alle più disparate discipline scientifiche nate per ampliamento delle teorie darwiniane o per successione intuitiva delle stesse. (3)

Ma cos’è in sintesi il darwinismo? Vediamone un po’ i suoi tratti essenziali che si riferiscono alla spiegazione dell’evoluzione attraverso due fattori essenziali: la lotta per la vita e la selezione naturale, i quali rappresentano due termini ampiamente dialettici - che vicendevolmente si implicano e si sintetizzano nel divenire delle specie - pur se di non pochi fraintendimenti come vedremo, sono stati causa e motivo.

La lotta per la vita scaturisce secondo Darwin, dal fatto che il numero degli individui delle singole (e qualsivoglia specie, è tale che se tutti procreassero la terra non avrebbe fonti sufficienti per il loro sostentamento (Darwin subì enormemente il fascino delle teorie economiche malthusiane sulla sovrapopolazione umana). Da qui una lotta dalla quale escono vittoriosi gli individui più forti e più idonei a vivere in quelle determinate condizioni ambientali. Si opera così una selezione naturale la quale fa affiorare i caratteri che rendono il soggetto più idoneo alla lotta per la vita.

La comparsa di questi nuovi caratteri, che porterà attraverso infinite generazioni a nuove razze e a nuove specie, è resa possibile dalle cosiddette variazioni fluttuanti o statistiche (4). Queste variazioni sono già nel germe e spiegabili - secondo Darwin - con le diverse condizioni ambientali nelle quali il germe è maturato (5).

Nelle successive generazioni la variazione si ripete sempre nello stesso senso, il quale è appunto quello conducente a caratteristiche che permettono una più valida lotta per la vita.

L’evoluzione è pertanto vista come volta a produrre una più elevata organizzazione e si presenta in tutta la sua unitarietà con le complesse teorie, quantunque oggi molte delle quali confutate dalle moderne scienze del settore, elaborate nel corso di tutta la sua vita, da Darwin. Non vi sono solo “errori” di attendibilità scientifica (ovvi per quel periodo) ma anche di carattere più generalmente metodologico, che vedremo più avanti.

Darwin si dedicò all’osservazione della natura e la sua prima grossa scoperta si riferisce al processo di formazione delle barriere coralline, (gli atolli) oggi, nella sua impostazione generale, ancora valida.

Ma l’argomento che ci interessa qui evidenziare è il contenuto della ricerca “antropologica” dell’illustre scienziato cui, non a caso, Marx voleva dedicare il secondo volume de “Il Capitale”. In cui applica le sue teorie di interdipendenza delle specie anche all’uomo, detronizzandolo pertanto dalla sua secolare posizione privilegiata in quanto essere privilegiato, in quanto creatura ad immagine e somiglianza divina, per relegarlo alla meno nobile posizione di essere tra gli esseri, anche se in cima ad una vertiginosa scala zoologica, i tanti che vivono ed abitano sul pianeta Terra.

Darwin ha ricavato molte delle sue prove sull’origine naturale dell’uomo dalla geologia mettendo a profitto le testimonianze di questa scienza sulla storia della terra e lo sviluppo della vita dalla materia inorganica come conseguenza di precisi quanto complessi intrecci di reazioni chimiche ed agenti fisici.

Gli studiosi di antropologia, contemporanei a Darwin avevano già trovato dei resti ossei umani di antichissima data. Disponevano ad esempio del cranio di Gibilterra (1848), della calotta cranica di Neanderthal (1856) e della mandibola di La Nolette (1866): i caratteri morfologici di tali reperti attestavano l’esistenza di una specie umana molto antica e con una struttura corporea estremamente primitiva. Non minore importanza ebbero le numerose scoperte di utensili litici della cui antichità, come aveva dimostrato Jacques Boucher de Perthes (1788-1818) non si poteva ormai più dubitare, quantunque non esistessero i moderni e attendibilissimi metodi di datazione in uso oggi (potassio-argo, carbonio 14, paleomagnetismo, stratigrafia, livello del fluoro, ecc.).

Oltre che di queste scoperte Darwin si servì dei dati della sistematica, che classifica gli organismi attuali e fossili secondo rapporti di somiglianza e stabilisce la presenza o l’assenza di rapporti di parentela tra i diversi gruppi di esseri viventi. Sintetizzati, tali dati, assieme a quelli della zoologia, della parassitologia, dell’embriologia, della patologia, ecc., permisero di affermare con certezza che gli antenati immediati dell’uomo erano “scimmie dell’era terziaria, vissute nell’area tropicale del vecchio mondo”. I nostri antenati più prossimi, secondo Darwin, furono le scimmie antropomorfe le quali, in seguito ad un cambiamento delle condizioni ambientali che aveva reso più rade le loro foreste, furono costrette a discendere dagli alberi per la ricerca del cibo e ad adottare un tipo di vita terricolo nella zona delle steppe arborate ed, in seguito, anche in regioni prive di alberi (analisi contenute nell’opera darwiniana “L’origine dell’uomo e la selezione in rapporto al sesso”). Cambiamenti di tale rilevanza non potevano non avere ripercussioni sul sistema di locomozione che gradualmente da semiquadrupede divenne bipede (6).

Soltanto un animale atto a camminare in posizione verticale, le mani del quale fossero libere e il cui cervello fosse superiormente sviluppato, avrebbe potuto dare origine all’uomo. Questi, nel corso del proprio perfezionamento, finì per occupare il primo posto fra tutti gli esseri viventi. Grazie alla propria intelligenza, affermava ancora Darwin, i nostri antenati hanno potuto fabbricare degli utensili, inventare ed utilizzare il linguaggio articolato: l’uomo è così giunto a dominare la Natura.

Il darwinismo dopo Darwin

È strano come proprio le teorie di Darwin, che schiudevano le porte a nuovi orizzonti da un punto di vista dell’interpretazione dell’origine umana tanto da farne un’arma potentissima contro ogni forma di superstizione oltre che religiosa anche di natura razziale, si siano dovute prestare a speculazioni di varia natura.

Ma ciò non è una novità. È nella natura (e nella capacità) delle classi dominanti di “appropriarsi”, storpiandone i contenuti più netti e intorbidendone le verità più cristalline, di tutte quelle armi che, se correttamente utilizzate, potrebbero esser loro rivolte contro. Stessa sorte non ha subito forse il marxismo che, al di là delle più svariate contrapposizioni (o semplicemente “interpretazioni”), è costretto a veder reggere la base di una delle più forti potenze imperialiste del mondo, l’Unione Sovietica, patria e sede di quella caricatura di socialismo beffeggiato dall’etichetta contraffatta di “socialismo reale”?

Si potrebbe obiettare, nel caso del darwinismo, con l’evidenziazione di imprecisioni malamente interpretate; ovvero di spazi vuoti in cui hanno avuto agio di insinuarsi i “correttivi” che ne avrebbero in seguito snaturato la reale natura. E ciò avrebbe qualche valida spiegazione (come vedremo in un prossimo capitoletto).

Così per la destra conservatrice il darwinismo fu la giustificazione al colonialismo poiché le “competizioni” ossia “le conquiste fra tribù e nazioni” non erano niente altro che forme di lotta per l’esistenza e di evoluzione mediante selezione naturale. Ma ci si spinse anche più oltre e si costruirono teorie del cosiddetto “darwinismo sociale” senza darsi la pena di includere, di Darwin, altro che il nome. Non fu che la giustificazione capitalistica di fronte al fatto che esistevano potenze imperialiste contrapposte a paesi poveri e poverissimi, classi dominanti contrapposte a classi dominate e costrette a vivere di stenti e al limite dell’indigenza.

I darwinisti sociali trovarono che il darwinismo si prestava a tale giustificazione: bastava affermare che Darwin non aveva scoperto solo le leggi dell’evoluzione biologica, ma anche quelle che governano la vita delle società umane.

La frase “lotta per la vita” si caricò di significazioni opposte a quelle che erano i motivi reali della sua utilizzazione e stava adesso ad indicare guerra, contese e spargimenti di sangue.

L’imperatore Costantino riceve la sottomissione di un capo barbaro
L’imperatore Costantino riceve la sottomissione di un capo barbaro

Così pure quella di “selezione naturale” non stava ad indicare altro, per Darwin, che contrapposizione alla selezione artificiale; selezione naturale significa riproduzione differenziata di portatori di diverse caratteristiche genetiche, dovuta alla loro adattabilità a un determinato ambiente. Chi sia il “più adatto” nella frase “la sopravvivenza del più adatto” è questione assai complessa ancora non del tutto chiarita. Ma sicuramente non è, come per i darwinisti sociali, un conquistatore vittorioso o un superuomo ma, molto più probabilmente, soltanto un genitore assai prolifico.

Per i darwinisti sociali non esistevano tali sottigliezze e distinzioni, per i quali “prosperità”, “potenza”, equivalevano ad idoneità biologica e al “laissez faire” economico; la più spietata concorrenza e le più spinte rivalità di classe alla “selezione naturale” (7).

Tutto il progresso umano era ridotto alla formuletta della competizione fra individui, classi sociali, stati e razze, vista come la forma più alta, specificamente umana, della selezione naturale.

Si iniziò a parlare di razze superiori e razze inferiorisoprattutto in Germania ed in Inghilterra.

Dal concetto di “Razza Superiore” di Chamberlain, di Spencer, di Wagner, arriviamo al “superuomo” di Nietzsche, le idee del quale spuntano come rami dello stesso albero genealogico che arriva a Hitler, al duce supremo di un’unica razza dominatrice (8).

Il darwinismo oggi, pur se tra resistenze persistenti (è famosa la diatriba fra evoluzionisti e creazionisti), ha ricomposto i suoi ranghi e si è rinserrato all’interno di ricerche e studi che riguardano specificamente l’ambito scientifico. Ciò non è dovuto ad una revisione critica delle classi “produttrici di cultura” finalmente rinsavite, quanto al fatto che speculazioni quali quelle dei darwinisti sociali, oggi non si presentano più come la divisa più idonea all’asservimento di paesi, classi o individui agli interessi del capitale. Semplicemente, oggi, l’imperialismo s’è dato nuovi strumenti (rispolverandone anche di vecchi e consunti ma sempre ben utilizzabili a determinati scopi previa ripulitura delle parti più arrugginite), che si presentano in questo momento più consoni al nuovo assetto sociale scaturito dal secondo conflitto mondiale e oggi in piena fase di esautoramento.

Il chè ha consentito studi approfonditi che ci consentono di conoscere meglio la natura umana e le tappe della sua evoluzione sino ai nostri giorni.

Con l’impegno di diverse discipline scientifiche che vanno dalla genetica alla biologia (ricerche sul codice genetico, sulla struttura del DNA, sulle mutazioni, sulla composizione molecolare dell’organico) dalla paleoantropologia all’anatomia comparata (ricerca e studio dei fossili che ha portato alla scoperta del più antico degli ominidi, l’ “australopithecus afarensis” meglio conosciuto col nome di “Lucy”, vecchio di quasi cinque milioni di anni che rimette in discussione datazioni acquisite su problemi quali: la separazione degli ominidi dal ceppo comune delle scimmie antropomorfe, uso della locomozione bipede e della stazione eretta, formazione dei primi nuclei “sociali”, ecc.), dalla zoologia all’etologia (classificazione delle specie e loro comparazione, studi del comportamento sociale di queste e ricerca delle loro caratteristiche innate, di quelle acquisite e così via). E si potrebbe continuare per molto tempo.

La scuola neodarwiniana è in continua “evoluzione” (è proprio il caso di utilizzare tale termine). Essa ha adepti ed eminenze in tutto il mondo e, pur con diverse sfumature interpretative, ha definitivamente acquisito facendole uscire dal ghetto della pura ipotesi, queste fondamentali conclusioni: la vita è un’unica complessa combinazione di materia non vivente, che si esprime con un caratteristico insieme di reattività chimica (auto-sintesi), riproduzione (autocatalisi) e adattamento. Il processo di adattamento a lunga scadenza ha prodotto, nei tre miliardi di anni dall’origine della materia vivente sino ad oggi, una grande varietà di forme viventi, molte delle quali sono oggi estinte. Questa diversità dimostra contemporaneamente che il cambiamento evolutivo è una proprietà fondamentale della vita, ma che al tempo stesso non contraddice la sostanziale uniformità di tutti i sistemi viventi. Ciò, è tutto all’interno del metodo di Darwin. E se immenso è il cammino che si è fatto dalla sua morte, tale cammino s’è reso possibile grazie al suo contributo e ai colpi inferti alle speculazioni soggettive degli “interpreti del mondo” che lo precedettero o che gli furono contemporanei.

Stalin contro Darwin

Sappiamo come il marxismo abbia, in generale, fatto proprie le teorie darwiniane. Gli stessi Marx ed Engels ne accettarono i princìpi ispiratori, le loro basi scientifiche, pur criticando teorizzazioni più strettamente legate all’uomo Darwin, un uomo legato al suo tempo e non mondo da pregiudizi e convinzioni (sociali) proprie, (8) soprattutto quel Darwin che, come abbiamo visto, aveva lasciato spazio, per incompletezza teorica e per non aver saputo e potuto meglio precisare il suo pensiero, a estremizzazioni e ad esemplificazioni sfociate in ideologie reazionarie e aberranti.

Ma il darwinismo è stato anche quell’arma potente che il governo rivoluzionario sovietico aveva utilizzato per dare ulteriore sostanza al materialismo e alla lotta contro la religione. Con il suo naturale portato di valori atei, la teoria dell’evoluzione riusciva bene a dimostrare le contraddizioni tra scienza e religione nell’interpretazione dei fenomeni naturali, sicché, subito dopo la rivoluzione d’ottobre, fù stata inserita in tutti i programmi di studio. I bolscevichi (Trotsky in particolare) non si limitarono a questo. Essi riuscirono a utilizzarla per analizzare le teorie marxiste sull’evoluzione della società e la ritennero, giustamente, come facente parte di un unico quadro, più generale, che riguardava lo sviluppo dell’intera società. Un integratore insomma del socialismo scientifico che, con Marx ed Engels, aveva effettuato il salto dalla sua fase primordiale, il salto famoso dall’utopia alla scienza.

È con questo profondo convincimento che Lenin dava battaglia al darwinismo sociale (caricatura del darwinismo) così come dava battaglia a tutti i tipi di revisionismo che tentavano di snaturare la reale essenza (rivoluzionaria) del marxismo.

Ma i bolscevichi si attendevano che l’estesa divulgazione delle teorie evoluzionistiche, in concomitanza ad un approfondimento scientifico degli studi collaterali delle discipline biologiche, potesse avere anche importanza pratica per l’agricoltura che notoriamente versava in condizioni di assoluta arretratezza. Si cominciava così ad appuntare l’attenzione sul problema delle colture estensive come su quello della selezione degli animali da fattoria nonché su quello del miglioramento degli allevamenti in genere.

Da questo intreccio di ragioni, filosofiche, politiche ed economiche, il darwinismo si rende parte essenziale della biologia sovietica negli anni che vanno dall’indomani, quasi, della rivoluzione d’ottobre sino all’inizio degli anni trenta. Sino a quando cioè non interviene un elemento perturbatore: la comparsa del neolamarckismo nelle teorizzazioni di Michurin e Lysenko. Teorizzazioni che inizialmente apparivano più come un dibattito nell’ambito della genetica che su quello della evoluzione vera e propria. Le asserzioni di Lysenko in particolare urtavano contro l’evoluzionismo per selezione naturale e andavano invece ad identificarsi coi principi dell’ereditarietà e della trasmissione dei caratteri acquisiti. La contrapposizione era resa possibile a causa del divario esistente allora fra teoria dell’evoluzione e conoscenze sulle leggi dell’ereditarietà: i geni non erano ancora identificati come molecole biochimiche (DNA) in grado di trasportare informazioni codificate. Erano ancora misteriose “particelle di ereditarietà” la cui esistenza e struttura veniva studiata con metodi, spesso indiretti, di ibridazione e non con l’analisi biochimica o coi metodi della moderna ingegneria genetica.

Occorre precisare che concorse in ciò anche e soprattutto una cattiva digestione del materialismo dialettico. Con un procedimento mentale più vicino alla logica formale che alla dialettica materialista, si antepone il carattere “ambientalistico” del marxismo alla sua straordinaria complessità interna alle contraddizioni connesse ai fenomeni. Compaiono generalizzazioni quali “l’ambiente determina l’essere” pertanto qualunque ambiente può essere motivo di modificazione di qualunque organismo vivente. È l’estensione (o l’aggiornamento) della cosiddetta teoria della “tabula rasa” esposta per la prima volta da John Locke (16321704): la mente di un neonato è una pagina bianca, quello che vi sarà scritto sarà opera dell’ambiente, delle condizioni e delle esperienze della vita.

Cristo concede la investitura a Ruggero II
Cristo concede la investitura a Ruggero II

È chiaro, in riferimento alla Russia stalinista, come tali principi si sarebbero potuti prestare alla facile demagogia e alla propaganda di un conquistato “socialismo” che avrebbe reso migliori tutti essendosi poste le basi per un ordine nuovo (un nuovo ambiente), in grado di scrivere la vita degli uomini diversamente che in passato proprio in funzione dei caratteri di determinazione dell’ambiente sugli individui e, quindi, del nuovo regime (stalinista) sul popolo.

Dai tempi di Locke in poi le polemiche (o meglio le contrapposizioni) tra ambientalisti ed ereditaristi ha continuato ad attrarre sempre nuovi “appassionati”. Soprattutto va ricordata l’eredità lasciataci dall’Età dell’Illuminismo, un’eredità che si può riassumere nella massima “tutti gli uomini nascono eguali” dove c’era un’altissima dose di demagogia politica atta ad evidenziare la necessità di un salto rivoluzionario, compiutasi con la Rivoluzione francese (9).

Un’eredità ben raccolta dal regime stalinista proprio nel periodo in cui massimamente si andavano evidenziando le differenziazioni classiste della società sovietica avviata verso la costruzione di un capitalismo di stato, tiranno e totalitario.

Sulla cenere di un sistema socialista mai appieno realizzato e che anzi aveva creato le condizioni più favorevoli per la realizzazione di un massimo accentramento produttivo in grado di risolvere anche quell’assetto sociale caratterizzato dall’emergere di nuove categorie economiche e politiche riconoscibili - pur se non immediatamente - nelle contrapposte e classiche categorie di qualsivoglia sistema capitalistico: quelle degli sfruttati e degli sfruttatori. Si ripristinava insomma la contraddizione fondamentale tra lavoro salariato e capitale.

L’egualitarismo era il vessillo dietro cui si mascheravano gli interessi di una classe dominante in via di emersione sociale e che si avvaleva del sistema delle statalizzazioni per occultare il distacco sempre più profondo che si veniva a creare da quelli che erano gli interessi propri rispetto a quelli di tutta la collettività.

Il neo-lamarckismo era, più che il darwinismo, atto a innestarsi su tale terreno in quanto più facilmente andava ad alimentare certune posizioni “ambientalistiche” che erroneamente, vengono a volte assimilate alle concezioni del marxismo rivoluzionario.

Ciò può non avvenire, come fu infatti per la Russia sovietica, sulla base di un calcolato e demoniaco disegno corruttore ma come riflesso di un “demoniaco” e “corruttore” sistema che, in fase di giustificazione di sé stesso, va ad invadere campi estranei e ad infarcire le coscienze dei singoli cittadini sino al ribaltamento totale di quelli che potevano sembrare già cognizioni acquisite e certezze (di classe o non) assolute. Quando poi tali “singoli cittadini” hanno le capacità intellettuali di un Lysenko i risultati possono essere disastrosi. Disastrosi furono infatti i risultati dell’applicazione in agricoltura di siffatte concezioni.

E pertanto passiamo da problemi più genuinamente “filosofici” e “antropologici” a ciò che potevano voler dire le teorie di Lysenko allorquando si pensò di passare “dalla teoria alla pratica”. Per quanto riguarda in particolare l’agricoltura, in base a quanto esposto precedentemente, i “biologi” russi sostenevano la possibilità di fare acquisire resistenza ad organismi assoggettati a condizioni ambientali non ideali alla propria natura. Se, ad esempio, le piante fossero assoggettate al freddo o alla siccità queste si sarebbero potute adattare a tali condizioni acquisendo, appunto, una più elevata resistenza: tali “mutazioni” sarebbero divenute trasmissibili ereditariamente.

Mentre il darwinismo classico poteva al massimo spiegare la comparsa di certune colture resistenti al gelo e alla siccità per via di mutazioni randomizzate, naturali e poi consolidate attraverso il meccanismo della selezione naturale, le teorie di Lysenko, al contrario, introducevano il concetto di “mutazione diretta” e guidata, il che ci riporta direttamente alla troppo famosa storiella di Buridano e del suo asinello digiunatore suo malgrado.

Insomma mentre sarebbe stato possibile sperimentare metodi di selezione e ibridazione in grado di produrre raccolti migliori in un arco di tempo relativamente lungo ed esemplari di ibridi diversi, Lysenko prometteva invece la realizzazione di raccolti più abbondanti quasi immediatamente (due o tre anni), grazie alla sola influenza esterna usando metodi colturali - che “creano”, “modellano” e “plasmano” l’essenza del mondo vegetale.

La trasmissibilità dei caratteri acquisiti diventa un dogma. E come tale spalanca le porte a più irrazionali sviluppi come quello della spontanea trasformazione di una specie partendo dal materiale cellulare di un’altra (trasformazione del frumento primaverile in quello invernale e, addirittura, dello stesso frumento in segale). Il “biologo” di Stalin è scatenato. Non si ferma qui. Siamo nel 1946 quando tenta di distruggere il darwinismo (e anche il lamarckismo nella sua forma pura) giungendo a teorizzare la collaborazione degli individui di una specie e delle specie tra loro alla sopravvivenza (più un’area è sovrappopolata maggiore sarà “l’aiuto reciproco”). Come questo fosse possibile Lysenko lo dimostra coi fatti: fa prima uso dei mezzi ufficiali di propaganda per affermare le sue idee, coopera poi con i servizi per la sicurezza dello Stato per diffamare, fare arrestare e addirittura giustiziare i suoi rivali e i suoi oppositori.

Tutto ciò in un sistema in cui, per avere “eliminato” le rivalità, tutti gli uomini avrebbero dovuto collaborare per affermare l’ideale di mutua cooperazione contrapposta alla sopravvivenza del più adatto per via di selezione naturale (se notoriamente l’idea di socialismo ne usciva umiliata e profondamente offesa, non migliore sorte, come si può notare, ebbe a toccare al darwinismo e alle teorie evoluzioniste in genere, anche quelle lamarckiane da cui, pure, il lysenkoismo aveva avuto origine).

Per concludere diciamo che la collaborazione tra Lysenko e lo stalinismo tocca il suo apice nel 1948, quando cioè il Politburo approva, con Stalin in persona, la relazione dello scienziato sui progressi della biologia. Dopo di che le sue teorie vengono inserite nei programmi di studio di tutte le università e le teorie darwiniane come una loro appendice, zeppa di note correttrici, interpretative e di chiarificazione. Sino alla realizzazione di un programma ventennale di “trasformazione della Natura” che promette radicali cambiamenti nell’agricoltura sovietica: fine della siccità, imboschimento delle steppe e dei deserti, colture tropicali, grandi barriere naturali contro il vento e via discorrendo.

I risultati non vennero. Non solo. Ma l’agricoltura sovietica subì un tale collasso che costrinse l’URSS a rivedere tutti i suoi programmi (e le basi scientifiche che gli presiedevano).

Il Lisenkoismo aveva resistito al processo di destalinizzazione ma non alla colpa dei risultati promessi e mai raggiunti che per una superpotenza come l’URSS significava non poter imporre la propria supremazia economica sul mondo, ma, al contrario, significava dipendenza da altri e, in particolare, dagli USA.

Col 1964, crollata la supremazia di Krusciov, crolla anche la supremazia “scientifica” di Lysenko; al suo posto ricompare il darwinismo, a dimostrazione della sua validità metodologica, con la quale mettersi al passo con gli altri e progredire sulla via tracciata da quelle discipline che hanno portato, passo, passo, ai più rivoluzionari risultati della modernissima ingegneria genetica.

Reagan contro Darwin

È sin troppo nota la polemica tra evoluzionisti e i cosiddetti creazionisti ancora purtroppo presenti in tutto il mondo. Si ripropone la contrapposizione tra teorie scientifiche, frutto di serissimi studi condotti tanto sulle decine di migliaia di reperti fossili disponibili (paleoantropologia) quanto a livello di approfondite indagini (in biochimica) su quello che è il materiale genetico della vita sulla terra (e si potrebbe continuare coi livelli di acquisizione di decine di discipline inerenti tale materia che vanno dall’embriologia all’anatomia comparata, dalla zoologia all’etologia, ecc. ecc.) e teorie superstizionistiche retaggio di concezioni religiose che affondano nei più oscuri meandri della fede e di un misticismo vissuto al limite del bigottismo.

La patria di questi ultimi - come poteva essere diversamente? - è l’America, gli stessi Stati Uniti che, contraddittoriamente, hanno atteso alle più sensazionali scoperte in campo scientifico e che per primi sono riusciti a far mettere piede all’uomo sulla luna. È proprio qui che i creazionisti sostenendo la necessità (e l’obbligatorietà) dell’insegnamento del racconto biblico come resoconto letterale della storia, come verità scientifica. Già in tre stati sono riusciti ad obbligare gli insegnanti a presentare il racconto della Creazione e del Diluvio universale parallelamente alle teorie dell’evoluzione, entrambe da considerarsi come dottrine scientifiche; in altri dieci stati sono in corso di presentazione analoghi provvedimenti o disegni di legge.

La reazione degli evoluzionisti è piuttosto energica ma la loro reazione si scontra con “l’ottusità” dei politici, quasi sempre di estrazione perbenistica e puritana e con, in più, la vocazione elettoralistica della caccia ai voti in un paese bigotto e “profondamente religioso” a livello generalizzato. Una reazione che parte dal presupposto che le leggi che rendono obbligatorio lo studio del creazionismo sarebbero anticostituzionali perché violanti il principio di separazione tra Chiesa e Stato e della “libertà accademica”.

Il I Parlamento: Edoardo I si consulta
Il I Parlamento: Edoardo I si consulta

Se nel primo processo del genere gli evoluzionisti hanno avuto la meglio in Arkansas, nello stato della Louisiana invece hanno dovuto subire la tracotanza dei creazionisti i quali, manco a dirlo, godono dell’appoggio diretto del presidente Ronald Reagan.

Quella dei creazionisti è dunque una sfida ad oltranza all’establishment culturale e scientifico americano.

Se prima abbiamo sintetizzato il pensiero evoluzionista adesso è il caso di vedere sinteticamente quello dei cosiddetti creazionisti che sostengono:

  1. la creazione improvvisa dal nulla dell’universo, dell’energia, della vita;
  2. l’incapacità e l’impossibilità delle mutazioni e della selezione naturale a produrre da un unico organismo lo sviluppo di tutte le specie viventi;
  3. la fissità dei caratteri originari sia delle piante che degli animali;
  4. la discendenza separata dell’uomo e della scimmia;
  5. la spiegazione della geologia della terra attraverso il catastrofismo compreso il Diluvio universale su tutto il globo;
  6. l’origine relativamente recente della Terra e degli organismi viventi.

Una letterale trascrizione del libro della genesi è la base della visione creazionistica del mondo. Tutto sommato poco lontana da quella che ne aveva, nella metà del secolo XVII, il già citato arcivescovo Usher d’Irlanda; come se nel frattempo nulla fosse cambiato e la scienza non avesse compiuto quei giganteschi passi che han consentito di produrre le prove più schiaccianti per demolire la più cieca delle fedi.

Ma la fede è purtroppo realmente cieca e non manca di abbagliare anche teste d’uovo (intellettuali meno sprovvisti) i quali tentano ancora oggi di “spiegare” le “apparenti” contraddizioni del creazionismo con le scoperte dell’astrofisica, della fisica nucleare, della geochimica e via discorrendo.

E spiegherebbero appunto la vetusta età della terra e le forme di vita sin qui succedutesi con una sorta di “storia istantanea” (per l’universo, la terra e la vita) inclusa dal Creatore nell’atto supremo della creazione.

Ma, com’è normale che sia, i creazionisti, incapaci di una seria analisi scientifica, più che far valere le proprie ragioni in base a precise teorie e dottrine, dedicano il loro tempo a trovare “punti deboli”, nell’evoluzionismo, soffermandosi sui dettagli, gridando e imprecando con orrore verso qualsiasi imprecisione degli avversari, quasi che l’evoluzionismo fosse un dogma o una fede rivelata invece di una teoria scientifica sempre in continuo stato di approfondimento.

Così si pensa che “i vari tipi” (le specie) nascerebbero “già compiuti” (“perché quei fossili chiamati ominidi non possiamo pensare che già fossero uomini come noi?”) che non sarebbero suscettibili di evoluzione e che la stessa evoluzione, ammessane per assurdo la sua possibilità di incidenza sullo sviluppo della vita, opererebbe nel senso contrario indicato da Darwin. In quanto non vi sarebbe progressione ma, casomai, alternativa:

alle nostre spalle c’è qualcosa di drammatico, non tutto si è svolto così gradualmente e morbidamente come pretendono gli evoluzionisti. (10)

È chiara la funzione anestetizzante del creazionismo. Come altre teorie scientifiche l’ipotesi di Darwin non riesce a spiegare tutto. Per due motivi principali:

  1. Gli anelli mancanti della catena evoluzionistica che danno pretesto ai creazionisti di rilevare la inspiegabilità scientifica di certi processi evoluzionistici, non sono “difetti teorici” bensì lacune obiettive. Il rimescolamento della crosta terrestre ha cancellato molte tracce di storia antecedente il Cambriano (oltre 600 milioni di anni fa).
  2. Il darwinismo ha lacune obiettive in sé stesso poiché lo sviluppo scientifico del periodo non consentiva teorizzazioni che si potessero spingere al di là dei limiti imposti da quelle specifiche condizioni. Quindi l’evoluzionismo non è, come pensava Darwin, un processo continuo e armonioso, che non ammette salti (l’ontogenesi, cioè la crescita del singolo individuo, ricapitolerebbe la filogenesi, cioè l’evoluzione dell’intera specie, faceva rilevare Ernst Heinrich Haeckel, seguace di Darwin; quindi l’evoluzione avverrebbe per aggiunta di “pezzi” alla fine dell’autogenesi).

Le cose sono in realtà più complesse e complicate. L’evoluzione avviene anch’essa in maniera contraddittoria e si esprime tanto a “salti”, quanto “a mosaico” e, soprattutto, secondo il neo darwinismo, per eterocronia (teoria dei sussulti dell’orologio genetico).

Ma queste teorie sono, per i creazionisti (creazionisti biblici o creazionisti scientifici come si suole definirli oggigiorno), “antibibliche” e “anticristiane” e sono servite come base “pseudo scientifica” dell’ateismo, dell’agnosticismo, del socialismo e di numerose altre pericolose e false filosofie dello scorso secolo.

Soprattutto in America, convive con la cultura scientifica delle università e dei laboratori che producono i premi Nobel, questa “cultura” che discende direttamente dal millenarismo e dal letteralismo dell’estrema sinistra della riforma che si manifesta nell’espandersi, piuttosto che restringersi, delle chiese fondamentalisti-che e del populismo pietistico. Una cultura, diciamolo pure, vecchia esattamente quanto è vecchia la nazione e che, come tutto ciò che è spettacolo, fa larga presa nella coscienza della popolazione americana. In quella coscienza entro cui sanno a piene mani pescare i politicanti di mestiere e i procacciatori di voti del grande e spettacolare gioco dell’elezionismo americano.

Evoluzionismo e dialettica

Marx ed io siamo stati presso a poco i soli a salvare dalla filosofia idealistica tedesca la dialettica cosciente e a trasferirla nella concezione materialistica della natura e della storia. (11)

Questa, che potrebbe sembrare una presuntuosa affermazione di Engels è nella realtà una grossissima verità. La filosofia (tedesca in particolare) imbrigliata ancora nelle pastoie dell’hegelismo non era riuscita a liberare la dialettica dal predominio del soggettivo sull’oggettivo, delle idee sul mondo delle cose. Pertanto anche di fronte alle più importanti scoperte scientifiche, le più avvaloranti (già solo empiricamente) una visione dialettica e materialistica della natura e della storia, ci si trovava di fronte ad una incapacità di fondo a comprendere i nessi generali che legavano i fenomeni, reciprocamente, gli uni agli altri.

Questa deficienza -- fa notare lo stesso Engels -- aveva il suo fondamento nello stesso sistema hegeliano che attribuiva uno sviluppo storico progressivo solamente allo ‘spirito’, ma d’altra parte anche nelle condizioni complessive delle scienze della natura in quel periodo.

Condizioni di arretratezza facenti si che le stesse teorie darwiniste fossero l’oggetto delle più aberranti contraffazioni. “L’epistemologo” Engels, come già Marx con le sue analisi sui processi di “evoluzione” delle società umane, non aveva comunque niente da inventare, ma solo il compito di sviluppare dalla stessa natura le leggi dialettiche già intrinsecamente in esse contenute (12).

L’apparire del darwinismo venne salutato da Marx ed Engels come il momento più favorevole per “la fine di ogni teleologia”, e per una separazione netta tra scienza e superstizione religiosa.

Ad insistere sul carattere idealistico dei processi interpretativi dei fenomeni storici e naturali fuori da una corretta concezione dialettica e materialistica sta questa frase, dello stesso Engels che, nel contempo, ridimensiona, stavolta con eccesso di modestia, la pretesa, eccessiva per i suoi detrattori, di aver salvato “la dialettica cosciente” da concezioni metafisiche o quasi tali:

Il progresso della scienza teorica della natura renderà in gran parte, o completamente, superfluo il mio lavoro. Infatti la rivoluzione che alla scienza teorica della natura è imposta dalla semplice necessità di ordinare le scoperte puramente empiriche che si accumulano in gran massa, è di tal fatta da dover far comprendere sempre maggiormente, anche all’empirista più riluttante, il carattere dialettico dei fenomeni naturali. (13)

Il Principe Lorenzo de’ Medici in un dipinto di Benozzo Gozzoli
Il Principe Lorenzo de’ Medici in un dipinto di Benozzo Gozzoli

Tra marxismo e darwinismo, tra concezione dialettica e teoria dell’evoluzione per selezione naturale v’è dunque piena coincidenza di intenti e di interessi. Le contraddizioni che tra questi due possono esistere non sono contraddizioni di principio (e a volte nemmeno di carattere metodologico) ma collaterali, inerenti cioè alla gioventù del darwinismo da una parte (che compirà alcune fondamentali sue maturazioni solo molto più tardi) e alla sua insistenza allorquando tenta di applicare alla storia della società alcuni dei principi che presiedono alla evoluzione delle specie. (Anche al marxismo devono essere annoverate delle “colpe” derivabili in gran parte dalle “condizioni delle scienze naturali in quel periodo”).

E quando Engels taccia di malthusianesimo Darwin dice cose ovvie ammesse dallo stesso Darwin su cui forte è stato l’influsso dell’autore della “legge della sovrapopolazione”. Una critica lungimirante la utilità della quale è confermata da ciò:

  1. lo stesso Darwin ha dovuto ammettere la scarsissima influenza della selezione naturale in riferimento a comunità organizzate quali quelle delle cosiddette società civili;
  2. anche a livello economico il malthusianesimo (ma non è materia da trattare qui) ha provato la sua debolezza teorica e la sua inconsistenza anche sul piano più strettamente empirico.

Vediamo la critica di Engels:

L’errore di Darwin consiste proprio nel fatto che egli nella selezione naturale o sopravvivenza del più adatto mescola due cose assolutamente diverse:
1. selezione naturale per la pressione della sovrapopolazione, nel qual caso forse sopravvivono in primo luogo i più forti ma anche quelli che sotto molti aspetti sono i più deboli possono farlo;
2. selezione per la maggiore capacità d’adattamento a circostanze modificate, nel qual caso i sopravviventi sono più adatti a queste circostanze, ma tale adattamento da un punto di vista complessivo può rappresentare tanto un progresso quanto un regresso (per esempio adattamento alla vita parassitaria, sempre regresso).
Punto fondamentale: che ogni progresso nell’evoluzione organica è nello stesso tempo un regresso, in quanto esso fissa un’evoluzione unilaterale, preclude la possibilità di evoluzione in molte altre direzioni. Questa però è legge fondamentale. (14)

Abbiamo sottolineato i più forti e i più deboli poiché la confusione dei due termini, quindi la loro forzata dipendenza qualitativa, è stato il campo di coltura da cui han potuto germogliare tanto i fraintendimenti teorici quanto le possibilità giustificative di un sistema, come quello capitalistico che, come abbiamo già visto, col darwinismo sociale rendeva i termini più antitetici come momento di sintesi evoluzionistica per “selezione naturale”. E dove “lotta per la vita” significava processualità adattiva, vi vide ovunque soltanto lotte. Ma, spiega Engels, come

l’azione mutua dei corpi inanimati include sia armonia che collisione, quella dei corpi viventi tanto collaborazione inconsapevole e consapevole, quanto consapevole e inconsapevole lotta che è solo una delle facce. Ma è assolutamente puerile il voler riassumere tutta la multiforme ricchezza dell’intreccio e dello sviluppo storico nella scarna, unilaterale espressione “lotta per l’esistenza”. Si dice così meno che niente. (15)

Necessità e casualità

Ciò che però la citazione contiene di importante è la separazione tra due opposti, che sono al contempo due facce di una stessa medaglia, i quali sottolineano il concetto di casualità sviluppato dal darwinismo a proposito dell’evoluzione, vista come un processo cieco non finalizzato, in cui concorrono contrapposte tendenze a favorire tanto fattori progressivi quanto regressivi.

Ma il concetto di casualità è problema sin troppo importante per non essere qui, almeno un pochino, approfondito. Poiché trattasi di un concetto che ha in natura (e perciò stesso nella storia del pensiero filosofico) la sua contrapposizione specifica e determinata in quello di necessità; entrambi sono il fondamento su cui si sono scontrate le scuole evoluzionistiche intorno alle problematiche inerenti alle priorità di importanza che avrebbero i fattori ambientali (corrispettivi in questo caso di necessità) su quelli ereditari (corrispettivi di casualità).

Casualità e necessità sono a prima vista due “determinazioni del pensiero” assolutamente contrapposte; il che ha sempre posto sia gli scienziati che i filosofi in posizione di netta propensione per l’una o per l’altra, considerandole appunto come due cose che si escludono l’una con l’altra e in modo definitivo. Qualsivoglia rapporto o progresso, o è casuale, o è necessario; difficilmente le due cose insieme. Esse sussistono in natura l’una accanto all’altra; e la natura contiene ogni sorta di progresso e di rapporto dei quali l’uno è necessario, l’altro casuale. Ma casualità e necessità sono due termini strettamente connessi che interagiscono a medesimi “scopi” (che, beninteso, a loro volta possono non essere considerati né casuali né necessari oppure necessari e casuali insieme).

Come per il pensiero metafisico che tralascia le connessioni dialettiche tra le cose, come le più stantie gnoseologie riducenti la complessità delle attribuzioni naturali e culturali dell’uomo (caratteri acquisiti ed ereditari) alle categorie del bene e del male, così, solitamente, anche gli scienziati sono portati ad operare simili demarcazioni tra ciò che è possibile e ciò che non è possibile (ma solo per ragioni di conoscenza) ricondurre sotto legge.

Risultato: è necessario solo ciò che si conosce, ciò che non si riesce a ricondurre sotto legge, che non si conosce, è casuale. I concetti si modificano solo con le nuove scoperte, col progredire delle scienze, ma è questo un atteggiamento antiscientifico proprio perché la scienza si deve occupare di ciò che noi non conosciamo.

Pretendendo di farla finita con la casualità assunta come principio imponderabile, il determinismo deteriore (nato dal materialismo francese nelle scienze) ha sostenuto invece, negando lo stesso principio di casualità in linea generale, quella di necessità diretta che “impera in natura”.

In questo modo -- sostiene Engels -- non si da ragione della casualità mediante la necessità, ma, piuttosto la necessità è degradata alla generazione del puramente casuale.

Chi scese in campo contro queste due concezioni riduttive fu Hegel sostenendo che il casuale ha una causa perché casuale, proprio tanto quanto non ha causa alcuna perché è casuale; che il casuale è necessario e che la stessa necessità si autodetermina come casualità, e che tra l’altro questa casualità è piuttosto una necessità, più o meno assoluta.

Questi princìpi, considerati come un vuoto gioco di parole e non come contenenti assunti dialettici suscettibili di più vasto sviluppo, sono stati trascurati dalle scienze naturali, sempre oscillanti tra un polo e l’altro della questione (casualità e necessità) al punto da far si che si escludessero a vicenda.

Lo stesso Darwin prende le mosse dal concetto di casualità per il quale l’idea che si aveva allora di necessità non si regge più poiché significava imporre alle leggi della natura un’arbitraria determinazione delle specie (come era avvenuto in fondo con Lamarck, estensore massimo del concetto di “necessità”) e, in ultima istanza, dell’uomo. Significava negare ogni necessità interna alla natura vivente (che non ha in sé nessuna necessità interna e pertanto alcuna finalizzazione: queste appartengono alla specie umana giunta a un certo grado di evoluzione e di sviluppo sociale) e proclamare unica legge della natura vivente il “caotico regno del caso” (il che contraddice il carattere di conflittualità tra ereditarismo e ambientalismo, fra mutazioni e adattamento: tutto ciò sta alla base delle più recenti scoperte in materia evoluzionistica ancor prima di una giusta impostazione dialettico-materialistica del problema).

Questo è uno degli appunti più rilevanti mosso dai fondatori del marxismo rivoluzionario a Darwin che, metodologicamente, era rimasto imbrigliato nella separazione categoriale dei contrapposti i quali sono invece condizionati l’un l’altro al pari di qualsivoglia fattore interagente col suo estremo.

Azione reciproca -- spiega ancora Engels -- è la prima cosa che ci si presenta se noi consideriamo la materia che si muove nel suo insieme.

Ancora riprendendo Hegel:

L’azione mutua è la vera causa finalis delle cose... solo partendo da questa azione mutua universale noi perveniamo al reale nesso casuale. Per comprendere i singoli fenomeni noi dobbiamo strapparli dalla connessione generale, studiarli isolatamente e allora i movimenti che si avvicendarono appaiono l’uno come causa, l’altro come effetto.

Chi taccia il marxismo di teleologia o finalismo è solo il livore di certuni “studiosi” imbevuti di scientismo fine a se stesso. Il fattore casualità è pienamente descritto e valorizzato in quanto tale. Chiunque neghi la casualità fa delle leggi della natura una pura ipotesi - afferma categoricamente Engels nella “Dialettica della Natura”. Ma per comprendere tali leggi bisogna ben conoscere le leggi della dialettica e il pensiero dialettico che è un riflesso del movimento che in natura si manifesta sempre in

opposizioni che con il loro continuo contrastare e con il loro finale risolversi l’una nell’altra, ossia in forme superiori, condizionano la vita stessa della natura.

Tanto per fare qualche esempio: attrazione e repulsione (magnetismo), cariche opposte (elettricità), eredità ed adattamento (evoluzionismo),

ogni progresso, fino alle più complicate piante da una parte, fino all’uomo dall’altra

Engels

è operato dal continuo contrasto degli opposti che operano reciprocamente e dunque interagiscono risolvendosi fra loro in virtù di una legge universale, quella della dialettica che domina la natura.

In definitiva contro la visione teleologica dell’evoluzionismo, proprio il marxismo è riuscito ad opporre una vera e propria barriera, eretta col metodo della dialettica, contrapposta alle difformità che avevano tentato di inficiare il darwinismo sin dal suo nascere. E mentre difese il darwinismo dal suo stesso autore allorquando questi elaborava le sue teorie sulla base di un’armonia che avrebbe accompagnato l’evoluzione sin dall’apparire delle prime forme viventi sulla terra, allo stesso modo si oppose contro la cosiddetta teoria delle “hard and fast lines” ossia delle “linee rigide e nette” ritenute giustamente incompatibili con l’evoluzionismo;

persino la linea di separazione tra vertebrati e invertebrati non è già più rigida, tanto poco quanto lo è quella tra pesci e anfibi, e quella tra uccelli e rettili scompare ogni giorno di più...”. “A un tale grado della concezione della natura, in cui tutte le differenze si risolvono l’una nell’altra attraverso gradini intermedi, il vecchio metodo di pensiero metafisico non basta più. La dialettica, che appunto non conosce hard and fast lines, né incondizionati e definitivi: o-o! che fa passare l’una nell’altra le differenziazioni metafisiche rigide... è l’unico metodo di pensiero appropriato ad essa nella sua istanza più elevata. (16)

Anche alla luce delle più recenti e avanzate scoperte scientifiche in materia, il metodo usato da Marx ed Engels risulta più valido che mai. È l’ideale correttore di sbandamenti all’interno di percorsi metodologici incontrasto tra loro poiché è l’unica visione della Natura che riesce a cogliere la complessità degli opposti e a ricondurli a quelle funzioni che sono proprie alle stesse leggi della natura. Proprio mentre i nuovi aedi della borghesia tentano di suonare campane a morto al marxismo rivoluzionario, questi dimostra, nei fatti, la sua più piena validità; anche e soprattutto nel campo specifico delle scienze naturali convalidando quanto, a conclusione della sua fatica intelletuale con la “Dialettica della natura”, ebbe a dire Engels già nel 1885:

... la scienza della natura è oggi così avanzata che non sfugge più alla sintesi dialettica.

E oggi è vero, come e più di ieri.

Il lavoro nel processo di formazione dell’uomo

Darwin aveva intuito che l’evoluzione umana era spiegabile anche con taluni fattori sociali. E aveva dato parecchia importanza all’analisi dell’influenza esercitata dalle abitudini sociali dell’uomo sullo sviluppo del suo senso morale, del suo senso del dovere e di altri tratti divenuti distintivi; ma rimase tuttavia prigioniero delle idee borghesi del suo tempo sullo sviluppo della società, ciò che gli impedì di apprezzare nel suo giusto valore l’influenza dei fattori sociali e lo tenne lontano dalla teoria, messa bene a fuoco nei suoi tratti essenziali dal marxismo, della genesi dell’uomo mediante il lavoro (il che naturalmente non diminuisce l’importanza della sua opera sulla soluzione del problema dell’antropogenesi).

Ma prima di passare all’analisi del problema del lavoro (e del lavoro comunitario) come base dello sviluppo dell’uomo e delle società umane, è importante riassumere i tratti distintivi che furono alla base dello sviluppo delle scimmie superiori che han trovato le loro espressione in:

  1. apprendimento di nuovi tipi di locomozione (dalla brachiazione alla cruriazione);
  2. l’acquisizione di una grande acutezza degli organi della vista e del tatto;
  3. un ritmo riproduttivo fortemente aumentato;
  4. lo sviluppo del gregarismo;
  5. il popolamento intensivo di vaste aree continentali;
  6. la comparsa di nuove specie (per mutazione e adattamento);
  7. il perfezionamento dei caratteri adattivi a condizioni ambientali continuamente variabili.

Inoltre è probabile che il progresso si sia manifestato negli antropoidi:

  1. mediante un’accentrazione della variabilità sotto l’influenza delle nuove condizioni ambientali;
  2. mediante l’aumento delle dimensioni corporee;
  3. per lo sviluppo del cervello;
  4. per l’aumento di complessità e di varietà del comportamento corporeo dovuto allo sviluppo dell’attività nervosa superiore e dell’intelligenza;
  5. per la comparsa dell’istinto di costruzione di rifugi e di quello materno (Nesturk 1972).

La fase che ha consentito agli antropoidi di raggiungere una posizione che gradualmente si configurava come umana è legata a un processo che ha dovuto necessariamente sviluppare in massimo grado tali caratteristiche. Tuttavia ve ne sono alcune che senza dubbio hanno un’importanza superiore pur se non possono essere disgiunte, assolutamente, da tutte le altre. Tra queste il gregarismo che sicuramente è stato un fattore determinante ai fini della sopravvivenza nella continua lotta per l’esistenza. Un gregarismo che sfocia nell’istinto sociale, primo grande passaggio dalla scimmia all’uomo, nel processo della formazione di “uomini arcaici e primitivi” che si sono più tardi trasformati negli uomini attuali.

Anche Lenin segnala in “Stato e Rivoluzione” l’importanza dell’istinto sociale nello sviluppo dell’umanità quando parla di

... organizzazione primitiva di un gruppo di scimmie che si armano di bastoni o di quella di Uomini (primitivi) associati in clan...

Infatti esso segna gli stadi dello sviluppo dell’organizzazione sociale, fino a giungere alla trasformazione della forma del pre-clan dall’orda primitiva neanderthaliana nella società umana degli uomini fossili di Cro-Magnon e dei loro discendenti.

Man mano che i nostri ascendenti si abituavano alla vita in spazi sempre più aperti e il gregarismo si sviluppava, mentre la deambulazione verticale migliorava incessantemente, gli arti anteriori si liberavano dalle loro funzioni locomotrici e si cominciarono ad adoperare oggetti naturali (bastoni, pietre, ecc.) come armi naturali. Ciò segna il passaggio alle prime forme elementari di lavoro che avvenne in numerosissimi branchi dei nostri antenati (l’ipotesi dell’esistenza di una coppia ancestrale intelligente che avrebbe insegnato all’intera umanità la fabbricazione e l’uso degli utensili contrasta con la teoria darwiniana dell’antropogenesi, divenendo nei fatti una variazione dei miti biblici). Ma non si trattava ancora del vero lavoro umano, in quanto questa forma del tutto nuova di attività che si svolge per mezzo di utensili che intervengono come organi artificiali e moltiplicano la possibilità degli organi naturali è veramente troppo estranea agli animali per essersi affermata in breve periodo.

Si devono immaginare molte tappe transitorie nello sviluppo del lavoro. Engels parla di uomini in corso di formazione che, in seguito a un lunghissimo sviluppo, sono diventati “uomini compiuti” con la comparsa di questo elemento nuovo - il lavoro - che ebbe una primaria importanza per il proseguimento della storia umana: la società umana propriamente detta.

Secondo Darwin i principali fattori umanizzanti sono stati la variabilità, la lotta per l’esistenza, la selezione naturale e sessuale, l’influenza ereditaria diretta esercitata (o sollecitata) dalle circostanze esterne. I fondatori del marxismo hanno ampliato la teoria antropogenetica darwiniana con l’antropogenesi mediante il lavoro, nella quale l’autosviluppo è un fattore essenziale (la deambulazione eretta, il piede e la mano, il cervello, il lavoro, il linguaggio articolato, l’istinto sociale sono tutti fattori interagenti in stretta unione che si verranno a modificare con lo sviluppo della natura e della società).

Ne “Il Capitale” (vol. I, libro I) Marx aveva definito la nozione di lavoro e indicato il ruolo di questo per sollevare l’uomo dall’animalità. E in effetti il lavoro segna una stretta delimitazione tra l’uomo e gli animali superiori; le braccia liberate dalle loro funzioni locomotrici si adattano alla esecuzione di operazioni semplicissime che via via diventano sempre più complesse: il che ha influenzato la forma e la funzione della mano iniziando ad adempiere alla funzione dell’impiego degli utensili.

La mano non è rimasta l’organo del lavoro ma -- spiega Engels -- ne è diventata il prodotto;

la quale, una volta modificata, ha influenzato il resto dell’organismo facendo nascere, in virtù del lavoro comunitario associato, la comunicazione fonetica; più tardi il linguaggio articolato.

Il linguaggio è dunque un progresso sociale che accentua la rottura tra uomo e “regno dell’animalità”; un uomo sempre più influente sul corso della propria storia e avviato alla costruzione dei primi e necessari rapporti di produzione.

Lo stemma di un altro principe: il Colleoni
Lo stemma di un altro principe: il Colleoni

La storia che segue la nascita di tali rapporti di produzione non è più cosa che riguardi l’evoluzionismo se non in maniera minima.

La commistione del tutto illegittima tra categorie sociali e categorie biologiche è alla base delle critiche del marxismo rivoluzionario tanto al darwinismo quanto, oggi, al cosiddetto neo-darwinismo.

Engels scrive nella “Dialettica della Natura”:

L’animale può giungere alla raccolta, mentre l’uomo produce, crea dei mezzi di esistenza nel senso più ampio della parola, mezzi che senza di lui la natura non avrebbe prodotto. Ciò basta a rendere impossibile ogni trasferimento puro e semplice delle leggi vitali delle società animali alle società umane.

Il lavoro più che ogni altra cosa - e la scoperta di ciò è merito del materialismo dialettico - ha scavato un abisso incolmabile tra l’Uomo e l’animale.

Appendice - Una “virtuosa” contrapposizione del materialismo dialettico

Nel centenario della morte di Darwin ogni studioso di problemi antropologici, così come ogni bravo “filosofo” o “epistemologo” di regime e non, è stato chiamato (a pagamento s’intende) a dire la sua. Ne son venute fuori di cotte e di crude. Di fronte a contributi apprezzabili per obiettività e specificità scientifica vi sono opposte analisi interpretative il cui unico pregio è quello di servire interessi di parte identificabili o armonizza-bili con la linea politica del proprio partito, quella del proprio giornale, quella del committente, ecc. ecc.

Capita così di leggere un “virtuoso” articolo di Lucio Colletti, già ex “ex-marxista” (nel senso che marxista, nonostante il suo dire non lo è mai veramente stato) ed “epistemologo” di “grande rinomanza”, su un inserto del settimanale “l’Espresso” dedicato a Darwin dal titolo: “Come si diventa uomo”.

Colletti sostiene (nientemeno!) l’inconciliabilità tra marxismo e darwinismo. Inconciliabilità risalente a “ragioni di principio”.

È l’inconciliabilità tra due linee di pensiero: quella scientifica e quella dialettica o filosofica. Mentre la dialettica è teleologica, finalistica..., il risultato maggiore della teoria di Darwin... sta proprio nell’aver sostituito al finalismo e alla teleologia un meccanismo di spiegazione casuale.

Pur avendo risposto implicitamente a tali bastarde affermazioni già col contenuto del presente articolo (vedi in particolare il paragrafo “casualità e necessità”) vale la pena di spendere ancora due parole ancorché chiarificatrici.

Noi affermiamo proprio il contrario di quanto afferma Colletti: che il metodo del materialismo dialettico (non la “filosofia dialettica” con la quale il nostro tenta di fare di tutta l’erba un fascio accomunando l’empirismo dell’idea assoluta di Hegel con il marxismo rivoluzionario) ha liberato il darwinismo da un idealismo di fondo che gli fece commettere degli errori. Errori di metodo ed errori di valutazione (su cui tra l’altro si può anche transigere).

Un esempio: la visione di un processo pur lentissimo e graduale che si svolge con la massima armonia, senza “salti” e senza scossoni ma con la regolarità più assoluta non è forse un idealismo che non può non avere origine che da una visione idealizzata della natura e della sua complessità materiale?

Cosa potrebbe obiettare a tal punto il nostro epistemologo? No! Poiché il tutto non contiene finalismo, originato com’è da un meccanismo di determinazione casuale. E non è quanto si diceva nelle pagine precedenti a proposito della metafisica del casuale? Non è il concetto di casualità, elevato a principio e non correlato che a se stesso, un apriorismo assoluto, un universalismo idealistico di stampo hegeliano con l’aggravante di non essere dialettico? Sembra quasi che basti dire “non sono cretino” per dissipare i dubbi che si hanno sulla provata cretineria altrui. Come se bastasse sapere cosa l’uomo pensa di sé per sapere cosa invece l’uomo è nella realtà: ciò può bastare agli idealisti ma al materialismo dialettico proprio no.

Sappiamo Colletti fin troppo bene conoscitore del pensiero marxista per attribuirgli le attenuanti della buona fede. Ma il pensiero marxista, il pensiero del materialismo-dialettico non è che il riflesso, come suole ricordare Engels, della dialettica obiettiva, ossia del

movimento che nella natura si manifesta sempre in opposizioni [... le quali] con il loro continuo contrastare e con il loro finale risolversi l’una nell’altra, ossia in forme superiori, condizionano la vita stessa della natura.

Sfidiamo Colletti (e qualsivoglia “filosofo” idealista) a confutare la verità di questa semplice, schematica definizione; applicabile ai più piccoli movimenti della natura come ai grandi fenomeni processuali della stessa. Sino a spostarci nello spazio dove, anche là vigono le medesime leggi: leggi dialettiche, processualità per opposti compenetrantisi.

Ma cosa dice ancora Colletti? Dice ad esempio che

Engels interpretò il darwinismo attraverso una delle maggiori contraffazioni che ne venne fatta, quella del “monismo” di Ernst Haeckel: una ingenua concezione “ilozoistica” ... dove tutte le forze ... sono derivate dalla “potenza primordiale” della vita.

Qui Colletti scambia capra con cavoli. Il marxismo è deterministico ma non finalistico e l’uomo è considerato “teleologicamente” solo nel senso che è in grado (anzi gli è necessario) darsi delle finalità. Ma parliamo dell’uomo moderno, inserito nel complesso e contraddittorio alveo della realtà di classe e dove finalizzazione è capacità di far valere la propria soggettività, la propria volontà realizzatrice sulle cose; su una realtà obiettiva maturata e satura di contraddizioni al punto da consentire il rovesciamento della prassi. E dove il preteso “moralismo” del marxismo non è riferibile ai ciechi (e considerati tali anche dai fondatori del materialismo dialettico) processi della casualità (che interagiscono con fattori sempre presenti e operanti di necessità) ma ad un senso altissimo della giustizia sociale in un mondo dominato dalla giustizia di classe (l’evoluzione, caro Colletti, non è ortogenetica, ma il sistema sociale, si, è “orientabile”).

Haeckel non c’entra proprio niente. Se mai c’entra proprio con Darwin il quale stette zitto allorquando questi preparava il terreno di coltura al darwinismo sociale (aborrito da Marx ed Engels). Come c’entra poco il lamarckismo se non per quel tanto che la quasi contemporaneità col darwinismo ha potuto influenzare tutti gli studiosi dell’epoca, Darwin (reo-confesso) compreso. Ma è stata un’influenza del grande principio ispiratore dell’evoluzionismo (tra l’altro sempre sottovalutato) più che una forma di “sostituzionismo” alla casualità: Engels analizza il principio di necessità autodeterminantesi con la stessa severità con cui aveva analizzato il suo opposto, la casualità, considerato parimenti come prodotto di una concezione metafisica della natura. Come quando Colletti aveva scoperto (quasi con sorpresa per esserci arrivato così tardi) che la teoria del valore-lavoro di Marx non serve a niente, allo stesso modo oggi fa un’altra sensazionale scoperta. Dice:

È un fatto che quantunque si dica “materialismo” il marxismo non ha nulla a che vedere con tutto questo. Nulla: tanto se lo si consideri come “materialismo dialettico”, quanto come “materialismo storico”.

Poiché (citando Jacques Monod) quando il marxismo parla di “natura” e “universo fisico” ne da un’interpretazione “antropomorfica” in cui si tenta di

sistematizzare un’interpretazione che permetta di scoprire in essa un progetto ascendente, costruttivo creatore.

E ancora: quando afferma che “la Realtà è storia” non intende riferirsi alla storia dell’universo ma proprio alla storia umana e

l’universo naturale compare nella sua filosofia solo nella forma, esilissima, di quella parte della natura terrestre che è stata modificata e trasformata dal lavoro umano.

Noi non sappiamo chi sta dietro a questa opera sistematica di denigrazione e demolizione del marxismo. Sappiamo comunque per esperienza che ogni qualvolta si attacca con tanta acredine una teoria è perché questa, lungi dall’essere morta, fa certamente più paura del solito. Le corbellerie di Colletti sono ben congegnate, è vero, ma solo per chi non conosce il marxismo o ne ha una visione superficiale e distorta, ossia come la stragrande maggioranza delle persone nel mondo (il che consente a certe presuntuose teste d’uovo di darsi la patente di “grandi”: non può che essere “grande” chi può demolire il “grande Marx”).

Se è vero che il marxismo è un metodo globale di interpretazione della Realtà in generale, è ancora più vero che è soprattutto un metodo di interpretazione della Realtà umana; che possiede una strategia di intervento e, quindi, di trasformazione del mondo. È proprio questo che i Colletti non riescono a sopportare. Sono così ben radicati in questa realtà di classe che il solo pensiero dell’abbattimento del loro sistema sociale, quello capitalistico, li atterrisce. E fanno questo tipo di ragionamento che è la morale nonché lo spirito informatore di tutto l’articolo citato: l’universo è infinito secondo Newton, è finito ma illimitato secondo Einstein: l’universo ha dimensioni incalcolabili. La terra ha le dimensioni di un granellino di polvere. Casualmente in questo granellino appare un antropoide che casualmente (per mutazioni sempre e solo casuali) diventa l’Uomo. Di fronte ai grandi fenomeni dell’universo l’uomo è meno che niente come meno che niente sono i suoi miserrimi problemi. E c’è chi, come Marx, si prende la briga di trattare di queste miserie quando ne esistono ben altri, di ben diverse dimensioni e complessità (tutti da studiare: W la conoscenza!). Lasciateci in pace! Ai problemi dell’uomo pensa la selezione naturale. Ci pensano le mutazioni (casuali). Se comunismo ha da venire anche questo arriverà casualmente, per evoluzione.

Franco Migliaccio

(1) I principali precursori greci del moderno pensiero evoluzionista furono: Empedocle, nel V secolo a.c. immagina l’esistenza di organi isolati (occhi, teste, braccia) che si associano casualmente dando origine ad inverosimili creature. Di questi esemplari si sarebbero preservati dall’estinzione solo quelli che si erano meglio adattati al loro ambiente. Assimandro aveva intuito che i primi esseri si erano sicuramente formati nell’ “umidità primitiva”, in conseguenza dell’evaporazione, dunque da una mescolanza di terra e di acqua (ciò che chiamiamo “vita” non è effettivamente apparso nell’acqua, dopo la sintesi abiotica di molecole sempre più complesse nel corso di un’immensa evoluzione chimica prebiologica?).

E poi vi furono Democrito ed epicureo, rappresentanti di una filosofia “materialista” in cui l’evoluzione biologica si inseriva in un sistema di globalità e lo stesso Aristotele che ha opinioni trasformistiche e afferma l’unità del mondo vivente:

Nelle piante troviamo un’ascensione continua verso la vita animale. Così nel mare abbiamo degli esseri a proposito dei quali non si sa decidere se siano animali o piante.

(2) La moderna genetica ha dimostrato l’impossibilità di trasmissione dei caratteri acquisiti durante la vita da un individuo ai suoi discendenti. Cionondimeno Lamarck conserva tutto il suo valore storico per avere intuito e prospettato il significato scientifico della modificabilità delle specie (trasformismo) ponendo fine alla secolare credenza dell’invariabilità delle specie nel tempo (fissismo).

(3) Quando Darwin propose le proprie teorie non aveva ovviamente alcuna nozione dei meccanismi che, a livello di cellule, sono responsabili dei fenomeni che vengono ora chiamati le basi molecolari dell’evoluzione. Non conosceva le leggi dell’ibridazione scoperte agli inizi del XX secolo da Mendel; nemmeno la teoria eromosomica dell’ereditarietà, tanto meno quella della natura chimica del materiale genetico o la struttura molecolare del DNA. Risultati, questi, resi tutti possibili grazie all’incrociarsi parallelo delle moltissime discipline che dalle teorie di Darwin è stato possibile originare (biologia cellulare, genetica molecolare, tanto per fare qualche piccolo esempio).

(4) Le “variazioni fluttuanti” sono una vaga anticipazione della teoria delle mutazioni formulata più tardi dal botanico De Vries, cui spetta il merito di avere osservato gli improvvisi cambiamenti che si verificano a volte in seno ad una specie; egli non ne capì il vero significato in quanto attribuì valori di specie nuove agli individui originati dalle mutazioni, ma i suoi studi servirono a Morgan e alla sua scuola per aprire un nuovo orizzonte al problema evolutivo. Con Morgan le mutazioni verranno considerate cambiamenti che si effettuano nel complesso del patrimonio genetico individuale; tali cambiamenti hanno dunque un valore scientifico che può dare origine a forme nuove. Per di più il fattore mutazionistico ha valore evolutivo perché sulla sua possibilità di trasmettersi nella discendenza degli individui che hanno subito la mutazione, interviene la selezione naturale che favorirà oppure ostacolerà la mutazione nella sua sopravvivenza e diffusione.

(5) Ciò potrebbe cozzare con qualunque seria tesi scientifica. Ma, per un caso oppure no, non il “germe” (che rappresenta una terminologia scientifica ancora primordiale) ma la stessa “elica” del DNA viene a modificare la sua funzione replicativa (nel senso che tenderà a replicarsi in -modo difforme) qualora venga a trovarsi in contatto di agenti mutageni. Alcuni di questi agenti mutageni sono proprio le condizioni ambientali. Ad esempio il calore e l’energia radiante (comprendendo in ciò sia i raggi ultravioletti della luce del sole, sia i raggi x, sia le radiazioni emanate dalle sostanze radioattive presenti in piccole quantità nel suolo, nel mare, nell’aria). Vi sono poi le particelle dei raggi cosmici provenienti dagli spazi intersiderali che bombardano continuamente la Terra (senza contare l’inquinamento radioattivo provocato dall’uomo, oggi in continua escalation).

(6) Sulle cause che portarono alla stazione eretta ed alla locomozione bipede sono ancora in corso notevoli studi e discussioni. Ci sembra interessante, fermo restando il presupposto darwiniano, la posizione di C. Owen Lovejoy, autorità mondiale nel campo della locomozione, docente di antropologia all’università statale di Kent per il quale l’adattamento locomotorio di un animale non può essere compreso interamente se non viene compreso in una sua “strategia sessuale”. Per un animale esistono due diversi modi per funzionare sessualmente, due modi conosciuti come strategia “r” (produzione di moltissime uova con investimento di pochissima energia) e strategia “k” (pochissime uova con grande investimento di energia per ciascuno di esse). L’ostrica produce ad esempio 500 milioni di uova all’anno costituendo un esempio estremo di “r”. L’esempio estremo di “k” è costituito dalle grandi scimmie antropomorfe che partoriscono un piccolo ogni cinque o sei anni:

i dinosauri - spiega Lovejoy - non si estinsero fino a quando non emerse una strategia riproduttiva migliore della loro, ossia “r-orientata”.

Ovviamente la strategia “k” è più efficiente in sé stessa perché presuppone già possibilità di cure parentali, di propensione al gregarismo, ecc., ma ha tempi di riproduzione delle specie assai lunghi. La locomozione bipede potrebbe essere considerata un adattamento per accelerare questi processi. Una madre di scimpanzé non può avere figli sino a quando il suo piccolo non sarà completamente autosufficiente o quasi (5 o 6 anni). La stazione eretta consente, liberando le mani da esigenze locomotorie, di potersi occupare di più di un figlio per volta (anche tre o quattro). Per fare ciò deve necessariamente muoversi di meno diminuendo il pericolo delle morti premature (per azione dei predatori, per cadute dagli alberi ecc.). Altri animali si occupano di cercar cibo (maschio o femmine non madri). Con le mani libere, tra l’altro, molto più abbondante è il cibo che si può trasportare ma ciò può avere anche innescato la tendenza allo sviluppo delle prime unità familiari; il ché ha potuto rendere meno aggressivi i maschi che nel periodo dell’estro hanno necessità di “riprodurre sé stessi” mediante l’accoppiamento. La femmina come ricettacolo genico si lega così a un solo maschio divenendo gradualmente ricettiva per periodi sempre più lunghi sino alla ricettività continua tipica delle femmine della specie uomo. Adesso l’uomo giunto a tal punto, può così procreare a un buon ritmo e propagarsi sul pianeta: con una propagazione di soli 6 metri all’anno in due milioni di anni si arriva alla cifra di ben 6 mila chilometri. In ciò aiutato dagli utensili e, aggiungiamo noi, dalla sua capacità lavorativa. Dunque l’uomo bipede sarebbe il risultato delle sue innovazioni verso l’orientamento “r”, verso una strategia sessuale che ha creato un’ulteriore, importantissima differenziazione tra l’uomo e le grandi scimmie antropomorfe già agli albori dell’umanità.

(7) I “solidi” cittadini conservatori pensavano che il successo in affari è una giusta misura dell’adattamento biologico. Summer (18401910), ideologo americano del darwinismo sociale insegnava che

i milionari sono un prodotto della selezione naturale, che agisce fra tutti gli uomini, scegliendo quelli che posseggono le facoltà richieste per un determinato lavoro.

E John D. Rockefeller aderendo di gran cuore rincarava la dose:

L’incremento di una grande azienda è soltanto un caso di sopravvivenza del più adatto... Non è che l’esplicazione di una legge di Natura, una legge di Dio.

(8) Darwin sul terreno sociale non riuscì (né lo volle) a liberarsi delle ideologie borghesi dominanti. Ad esempio il lavoro dei “subalterni” sarebbe per lo stesso da mantenere perennemente quale necessario complemento del lavoro creativo del padrone. Nella sua opera “L’origine dell’uomo” (Editori Riuniti, Roma 1966, pp. 163-164) si può tra l’altro (ancora come esempio) leggere:

L’eredità (patrimoniale) per sé stessa è ben lontana dall’essere un male, perché senza l’accumulo della proprietà, le arti non progredirebbero; ed è soltanto con il potere di queste che le razze civili hanno esteso e vanno tuttora estendendo la propria cerchia in modo da prendere il posto delle razze inferiori La presenza di una gruppo di uomini ben istruiti, che non devono lavorare per il pane quotidiano, ha un’importanza che non è possibile sottovalutare; essi compiono infatti tutto il lavoro intellettuale di alto livello, e da tale lavoro dipende ogni genere di progresso materiale, per non parlare di altri e maggiori vantaggi.

(9) I filosofi dell’Illuminismo pensavano che la natura dell’uomo fosse “buona” e che venisse pervertita dal cattivo ambiente, dall’educazione sbagliata, dalle corrotte istituzioni. Sicché bastava mutare tali istituzioni secondo le esigenze della ragione per poter riaffermare la “bontà innata dell’uomo”. Nella realtà non è che un determinato ambiente non riesca ad agire sia negativamente che positivamente sugli uomini. Ma è che il principio dell’eguaglianza (i tutti buoni) è un principio etico, giuridico e, per i marxisti, necessariamente anche economico. Non è necessario che tutti gli uomini siano biologicamente (genotipicamente e fenotipicamente) simili tra loro per poterlo essere anche sul piano dei diritti sociali. Gli uomini non godono del diritto di eguaglianza in ragione delle strutture classiste della società. La rivoluzione comunista tende a realizzare ciò ma non in base a noti ed idealistici concetti di eguaglianza senza aggettivi ma nella coscienza e nel rispetto del principio (universale per tutte le specie viventi) che tutti gli individui sono simili (non eguali) ma, al contempo, anche profondamente dissimili.

(10) Da un’intervista su La Repubblica del 13 giugno 1981 a Giuseppe Sermonti, creazionista nostrano, titolare della cattedra di genetica all’università di Perugia.

(11) F. Engels, Dialettica della natura, Ed. Riuniti, Roma 1971, p. 321.

(12)

... per me non poteva trattarsi di costruire le leggi dialettiche introducendole nella natura, ma di rintracciarle in esse e di svilupparle da essa.

(13) Ibidem, p. 323.

(14) Ibidem, pp. 314-315 (i neretti sono nostri).

(15) Ibidem, p. 315.

(16) Ibidem, p. 224.

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Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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