Dietro la Perestrojka

La neonata Repubblica Socialista Sovietica nel testo definitivo della sua Costituzione, con l'articolo nove, così recitava:

Lo scopo della costituzione della RSFSR che dovrà servire per l'attuale periodo di transizione, risiede nell'instaurazione della dittatura del proletariato rurale e urbano e della classe contadina più povera, nella forma di un forte potere sovietico panrusso, destinato a schiacciare definitivamente la borghesia, ad abolire lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo e instaurare il socialismo, sotto il quale non vi saranno divisioni in classi, né potere statale.

A settant'anni e passa dalla rivoluzione d'Ottobre, cosa è rimasto di tali fieri propositi? Niente di niente.

La costruzione del socialismo è rimasta una pura utopia, la dittatura del proletariato ha vissuto la breve vita di un sogno bruscamente interrotto dall'insorgere di fenomeni devastanti a carattere oggettivo e soggettivo insieme.

La borghesia non è stata schiacciata ma s'è riproposta, con forme nuove, nel suo ruolo di rullo compressore del proletariato e dei contadini poveri; lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo ha ritrovato le sue forme specifiche di espressione con non minore infamia; le divisioni in classi si sono ampliate ed amplificate, tanto in senso verticale che orizzontale, e si sono attribuite caratteristiche estensive sconosciute prima; il potere statale non s'è estinto ma s'è costantemente rafforzato in quanto tale, rafforzando peraltro anche i suoi contenuti politici classisti di tipo capitalistico.

Insomma il capitalismo in URSS ha stravinto; ha trovato vie e sbocchi diversi, forme e caratterizzazioni proprie in armonia con gli interessi che esprime e tutela.

Fra questi la perpetuazione di se stesso, la riproposizione costante del modo di produzione che gli è proprio, che si rappresenta altresì come il modo di produzione dominante a livello planetario.

Lo sviluppo interrotto

La fase storica che stiamo vivendo, che è poi la fase di decadenza di questo mostro abnorme che si esprime coi modi e coi mezzi dell'imperialismo (e le sue specifiche relazioni e reti di interessi), è caratterizzata dall'insorgenza di fenomeni drammatici che mettono continuamente in discussione la possibilità di continuare a riproporre a tempo indefinito il suo modello produttivo. La storia ha frapposto sul cammino del capitalismo impedimenti serissimi che rallentano la sua marcia e, anzi, lo ricacciano indietro, laddove stenta a svolgere le sue funzioni e alimenta, suo malgrado, le alternative e le forze sociali e politiche della risoluzione del conflitto di classe.

Tali impedimenti sono le crisi economiche. La crisi di ciclo apertasi agli inizi degli anni Settanta è una crisi di portata mondiale; è caratterizzata da strutturalità rispetto allo stesso modo di produzione capitalistico e, dunque, presenta i segni della sua irrisolvibilità, almeno coi mezzi di intervento economico, anche i più radicali, e con le opere di "ingegneria" finanziaria di cui la borghesia ha saputo dimostrare di essere maestra.

Con tempi e modi diversi la crisi ha toccato ogni angolo della Terra; ha sconvolto equilibri, ha devastato interessi vitali e ne ha creati di nuovi; ha dissestato vasti settori del mercato mondiale e ne ha ricomposti altri, di diversa natura; ha rovesciato regimi e aperto conflitti, ha sferzato le più incontrollabili sicurezze borghesi ed ha frantumato ideologie; ha relegato nel dimenticatoio della storia teorie economiche con le quali s'erano avviati portentosi modelli di sviluppo.

Ha inizialmente cominciato a mordere in Occidente e la borghesia ha tentato il suo superamento, anche se fra mille e mille difficoltà. I risultati ottenuti non offrono bilanci esaltanti pur se lo scopo minimo della sua "diluizione" nel tempo è stato temporaneamente risolto. Ma il precipizio economico della crisi è segnato dalla guerra imperialista, l'unica risposta valida, da un punto di vista borghese, ai fini di una sua reale risoluzione. Con la guerra la borghesia internazionale rimetterà in moto la macchina produttiva aprendo un nuovo ciclo di accumulazione; e perpetuerà la spirale maledetta costituita dalla dinamica guerra-ricostruzione-crisi-guerra. Ma da qui alla guerra, salvo "imprevisti" storicamente sempre possibili, molti dissesti si dovranno ancora consumare; molti conflitti di classe dovranno giungere alle necessarie acutizzazioni per schiudere la via a radicalità generalizzate, prodotte dai mezzi che il capitale non potrà fare a meno di usare nei confronti del suo diretto antagonista di sempre: il proletariato internazionale, col suo fardello di malcontento represso, di miseria accentuata dai fenomeni dirompenti della crisi e dalle contromisure atte a tamponarla; col suo passato di umiliazioni profonde che saranno gli acceleratori del processo finalizzato al riscatto. Non siamo che agli inizi.

Come ha, sin qui, il capitalismo tentato di risolvere la sua crisi di ciclo? Ristrutturandosi capillarmente per giungere ad una competitività sul mercato che era andata oramai persa. Ciò ha significato profondissime modificazioni della composizione organica del capitale; ha significato l'espulsione di milioni e milioni di lavoratori dai processi produttivi; ha significato, per ottenere una capacità di sopravvivenza e il ripristino dei meccanismi atti a riprodurre il profitto su scala allargata, l'immiserimento costante delle forze del lavoro di tutto il mondo investito dai sel vaggi processi di ristrutturazione.

Ma nonostante tutto il capitalismo "ha tenuto", riuscendo sin qui ad immobilizzare le spinte del proletariato che s'è mosso qua e là con grande energia, scatenando dinamiche di cui il mondo borghese ha dovuto tener conto seriamente, per poterle controllare.

Niente è come prima, anche se il cammino si presenta, per le forze del proletariato, irto di difficoltà e, verosimilmente, lento, lungo e costellato tanto da spinte in avanti quanto da ricacciamenti all'indietro.

Questa è una regola generale che dovrà valere per tutto l'arco futuro di esperienza storica del capitalismo, a tutte le latitudini del pianeta. Ciò è vero ad Ovest dove la borghesia ha in linea di massima portato a compimento il suo processo di ristrutturazione, ma è vero anche ad Est dove vigono rapporti capitalistici di tipo particolare che la Sinistra Italiana, con una analisi teorico-politica che parte da molto lontano, per prima ha definito col nome di capitalismo di stato.

La "formula" del capitalismo di stato, per le sue caratteristiche improntate ad una grande centralizzazione politica, per le sue specifiche modalità di funzionamento della macchina produttiva ed economica, sembrava aver immunizzato il sistema dal contagio della crisi. Ma la crisi, seppur con qualche anno di ritardo, ha investito anche l'URSS che è la massi-ma potenza imperialistica fra i paesi retti a capitalismo di stato.

Non solo; ma s'è scatenata con una acutezza e gravità tali da indurre a bruciare le tappe nel cammino delle misure atte a contenerla, ancor prima che a risolverla sia l'inevitabile guerra imperialista.

Se mai ve ne fosse stato bisogno, tutto ciò ha dimostrato la falsità di tutte quelle teorie interessate secondo le quali l'URSS (e con l'URSS tutti i paesi "fratelli") fosse da considerare un paese socialista. Un paese socialista che annaspa e barcolla sotto i colpi di una crisi capitalistica lascia sicuramente da pensare. La logica imporrebbe semmai l'esatto contrario: di pensare, cioè, a un paese socialista, che si rafforza a fronte delle difficoltà del suo diretto antagonista. Le difficoltà dell'URSS sono invece le difficoltà cui sono andati incontro tutti i paesi capitalisti alle prese con una economia irrimediabilmente compromessa. La particolarità sta in ciò: nel fatto che la Russia aveva dato risultanze storiche assai diversificate rispetto a quelle del capitalismo tradizionalmente inteso; delle risultanze passate attraverso il fuoco della controrivoluzione stalinista durata parecchi decenni, che ha provocato cristallizzazioni ideologiche e di potere, ancorché economiche, difficili da svellere o da cancellare con un semplice colpo di spugna.

Ciononostante non sono molte le alternative che si pongono oggi di fronte ai dirigenti del Cremlino. Bisogna cambiare marcia e creare le condizioni affinché possano rendersi possibili gli inserimenti di quelle riforme e misure economiche con cui osteggiare la crisi e impedirle di travolgere le strutture anchilosate della società sovietica di oggi. Bisogna insomma aprire a processi nuovi e a nuovi modelli di gestione, economici e politici. I profeti si sono già materializzati e fra questi emerge la figura di Mikail Gorbaciov, cantore osannato e osteggiato di quel "nuovo corso" chiamato Perestrojka.

Capire la portata di questo nuovo processo significa conoscere, almeno un po', la realtà sovietica il che non ci può esimere dal compito di puntare la nostra attenzione, seppur brevemente, su alcuni particolari aspetti che maggiormente hanno contribuito ad assegnarle quelle caratteristiche e quei ruoli specifici all'interno dello scacchiere imperialistico internazionale.

Il ruolo dello stalinismo

Fu lo stalinismo a porre le condizioni, tutte, della Russia di oggi, a farne quel modello particolare che i più indicano come il modello del cosiddetto "socialismo reale" vigente in URSS come in tutti i paesi del blocco dell'Est, assembrati militarmente e politicamente intorno al Patto di Varsavia e, a livello economico, intorno a quel gigante dai piedi d'argilla chiamato Comecon.

Lo stalinismo non fu un processo lineare; fu, al contrario un processo contorto e contraddittorio.

Servitosi delle strutture lasciate in eredità dalla rivoluzione d'Ottobre, le ha via via trasformate ed utilizzate in funzione del nascente capitalismo di stato di cui si preoccupò di mantenere, falsa e abusata, la denominazione di socialismo.

Così nel '24 fu formulata, vista l'impossibilità di estendere la rivoluzione a livello internazionale, la teoria infame del "socialismo in un solo paese", che teneva conto della sconfitta del proletariato in Germania e in tutti i paesi che avevano tentato di marciare in direzione della prospettiva rivoluzionaria.

Venne dato risalto e accentuazione al tema nazionalistico, si dette un grosso incremento al processo che avrebbe estremizzato le differenziazioni sociali, venne creata una piccola e media borghesia urbana e si contrappose la figura del ricco Kulak alla marea di contadini poveri che morivano letteralmente di fame.

Quando fu scatenata la lotta contro i Kulaki che, a parere di Stalin erano riusciti ad "invadere" troppo massicciamente le aree del privilegio, le direttrici di marcia si indirizzarono verso l'allargamento e il potenziamento delle aziende di stato agricole (sovkhoz) e quelle collettive dei contadini (kolkhoz): una sterzata ma, al contempo, una accelerata decisa nei confronti dell'allargamento delle unità di produzione dove vigevano rapporti borghesi tipici fra lavoro salariato e capitale e finalizzate all'incremento di un mercato interno che andasse a foraggiare le già ac centuate aree del privilegio sociale.

Il privilegio andava ad identificarsi con una mastodontica e famelica burocrazia urbana commistionata con gli apparati di potere; un potere gestito dal Partito che aveva consumato in maniera definitiva il processo di degenerazione e che si proponeva adesso come il punto di confluenza di tutti gli interessi ca pitalistici espressi dallo Stato.

Lo Stato-partito ha avuto sempre il ruolo esclusivo di gestire un fortissimo e centralizzato potere che riusciva ad esprimersi attraverso istanze differenziate; che partiva dalla periferia per estendersi rapidamente, con moto verticale, alla sommità del vertice rappresentato dalla cricca dirigente capeggiata da Stalin.

Fra lo Stato-partito e il proletariato s'era eretta la barriera dell'autorità, estraniata dagli interessi della società civile e delle classi sfruttate. I soviet non erano più nient'altro che forme istituzionalizzate del potere assoluto dello Stato diretto dal Partito.

La separazione fra stato (capitalista) e società (l'insieme delle classi lavoratrici) creò una frattura insanabile fra i contrapposti interessi degli sfruttatori nei confronti degli sfruttati. La burocrazia (civile e militare) funse da spartiacque nel vasto mare che separava nettamente gli interessi dominanti (espressi dallo Stato e dalla fittissima rete di interessi che era riuscito a cucire) e quelli delle masse proletarie e contadine che producevano per foraggiare tali inte ressi.

Il ruolo dello stato fu determinante nel mettere in moto e raccordare fra loro processi economici diversificati e, a volte, contrapposti. Ciò portò ad uno sviluppo particolare che consentì di accorciare le fasi lunghe della rivoluzione democratica che la borghesia occidentale aveva portato a termine attraverso varie tappe durate qualche secolo, cioè tutto l'arco di tempo che va dalla prima rivoluzione industriale sino all'aprirsi della fase decadente del capitalismo.

L'URSS era riuscita in pochi decenni a bruciare queste tappe storiche attraverso la eliminazione delle trattative della concorrenzialità interna, attraverso la pianificazione economica e mediante un rigido con trollo, poliziesco e repressivo, del proletariato e delle possibili insorgenze di qualsivoglia moto di classe.

Se era scomparsa (o quasi) la tradizionale figura del capitalista, adesso riaffiorava prepotentemente negli interessi (di classe) che lo Stato faceva risorgere. Il vecchio capitalista era ed è sostituito dal complesso degli interessi capitalistici coordinati e promossi dallo Stato il quale, procedendo sulla via più congeniale al suo sviluppo, è riuscito a portare l'URSS, in tempi record, a ricoprire un ruolo di primaria importanza, sino al cosiddetto equilibrio bipolare basato sull'antagonismo dei contrapposti blocchi imperialisti facenti capo a USA e URSS, appunto.

I motivi di tale contrapposizione permeano oggi tutta la politica internazionale, dall'odierna lotta alla crisi sino alle concrete possibilità di un nuovo conflitto generalizzato.

Stato e "nuova borghesia"

L'evidente (almeno pr i marxisti) natura capitalistica dello stato sovietico ha sempre messo in imbarazzo chiunque si sia proposto di individuare in URSS quella stratificazione sociale che avrebbe dovuto rappresentare la classe dominante, ossia la "nuova bor ghesia".

Può esistere uno stato capitalista senza la sua classe capitalistica? È sufficiente insistere sulla natura capitalistica dello stesso considerandolo tout court, come faceva Engels, l'"ideale collettore di tutti i capitalisti?".

Sì, in linea teorica; ma uno stato che assimila e rigurgita profitti non può prescindere da coloro, fisicamente intesi, che ne sono i beneficiari diretti o indiretti (o a livello di semplice gestione o di appropriazione e collocazione dello stesso profitto sul mercato interno e internazionale). Dunque una classe borghese deve esistere anche se può sembrarne difficile l'individuazione.

Tener conto che una classe, prima ancora di essere un gruppo di persone è una "rete di interessi", può aiutare a capire che il problema prescinde da schemi precostituiti validi nelle analisi riferentesi ai capitalismi classici, di tipo occidentale. Ancora, mettere in rilievo le analogie fra l'URSS e i paesi occidentali può evidenziare talune peculiarità assunte dal capitalismo sotto la spinta di medesime contraddizioni a carattere strutturale; laddove la separazione della proprietà dalla direzione dei mezzi di produzione, tipica del sistema sovietico, è riscontrabile in quella borghesia imprenditoriale che in Occidente vive e vegeta appropriandosi del profitto sotto forma di stipendi iperdimensionati. Tale ruolo è svolto in URSS da una parte, la parte più alta, della burocrazia che è la borghesia imprenditoriale di quel sistema.

Sottolineiamo il termine borghesia imprenditoriale per separarla dalla complessità del fenomeno che inerisce ad una classe, quella borghese, la quale è sicuramente più ampia comprendendo ruoli e funzioni più vasti di quelle espresse da una sua frazione, quel la appunto imprenditoriale.

Ma sottolineiamo al contempo il termine parte alta della burocrazia per impedire generalizzazioni e sommarie semplificazioni che han portato ad errori banali; come quello che, sic et simpliciter, individuava nella semplice burocrazia statale la borghesia (di stato) sovietica.

Già Trotsky aveva messo in guardia da tale pericolo; egli considerava lo strato privilegiato della popolazione sovietica nella burocrazia dello Stato e del Partito, cioè coloro che all'interno degli apparati, grazie al ruolo svolto, ricevevano una rendita sotto forma di stipendi altissimi; ma non identificò la classe dominante in essa, poiché veniva considerata una "casta parassitaria" che non basava il suo "dominio" su specifici rapporti di produzione. Considerava altresì possibile che lo potesse diventare, ma solo nel caso in cui la società sovietica fosse passata nel campo capitalistico, al di là cioè di quelle specifiche caratterizzazioni che, secondo lo stesso Trotsky, fa cevano dell'URSS un paese socialista... degenerato.

Ma, come dicevamo, se la burocrazia non è la classe dominante globalmente intesa, ne è purtuttavia una parte importantissima che trae origine dai poteri decisionali che le competono proprio in quanto agisce in un quadro capitalistico caratterizzato dall'assenza dei tradizionali imprenditori espressi fisiologicamente dall'evoluzione economica dei modelli occidentali. La sua posizione di privilegio viene estesa, oltre allo stipendio, anche ad altre forme di fagocitazione del profitto fra le quali la partecipazione agli utili aziendali, le appropriazioni di beni e servizi, incentivazioni varie, ecc.

È la parte che possiede il più ampio potere decisionale e la più dotata di organici legami con le istituzioni, centrali e periferiche; è inoltre responsabile del settore più centralizzato dell'apparato produttivo e difende gli interessi generali del capitalismo nazionale.

È uno strato privilegiato non in quanto proprietario dei mezzi di produzione e di distribuzione o di beni immobili (che pur possiede), ma in virtù delle funzioni e dei ruoli svolti nell'apparato statale codificati dal sistema (di zaristica memoria) della Nomenklatura (codificazione dei ruoli e delle caratteristiche delle persone, cooptazione e arruolamento nelle élites di quegli elementi ritenuti utili agli interessi del sistema; produzione e riproduzione, attraverso il Partito, dei poteri e loro ereditarietà, ecc.).

In Unione sovietica s'è raggiunto un rapporto veramente organico fra le alte burocrazie, - soprattutto quelle di Partito - lo Stato e i settori produttivi ad alta concentrazione; un rapporto talmente organico come mai s'era visto nei paesi capitalistici occidentali e che ha realizzato un intreccio simbiotico fra apparato statale e capitale industriale.

Il pesantissimo intervento dello Stato nell'economia ha realizzato inoltre dei "sottopoteri" tesi a razionalizzare la produzione e a mantenere il consenso sociale basato sulla pur sempre valida massima del divide et impera; questi sono incarnati dalla piccola borghesia urbana e agraria e dall'aristocrazia operaia "arruolata" al servizio dello Stato.

Le figure giuridiche della nuova classe borghese hanno mille volti. Da non sottovalutare quello strato di rentiers che si limita a percepire la rendita capitalistica in quanto proprietario di mezzi di produzione (il che riafferma la presenza della proprietà privata che, pur non essendo la forma dominante, è pur tuttavia presente e operante). Tale strato è distinto da quello dei managers i quali sono invece amministratori di professione e svolgono le funzioni di imprenditori capitalistici. La suddivisione dei ruoli è molto più netta rispetto all'Occidente; vi sono ruoli "separati" di ordine politico, economico ed amministrativo sotto la direzione dello Stato-partito che, sin dal 1929, non s'è limitato ad operare soltanto nei meccanismi "esterni" al processo produttivo, ma ha preso anche la direzione delle banche e delle principali aziende del paese, quelle che faranno poi parte del cosiddetto "settore centralizzato". Lo Stato, nella rete delle sue compagini organizzative, opera attraverso il Partito che si è assoggettato agli interessi del capitale nazionale in maniera totale ed esclusiva, e foraggia quella stratificazione, proveniente e facente parte dei suoi ranghi (l'alta burocrazia di Partito), che ha in mano il più ampio potere decisionale (tale stratificazione è sintetizzata nel ruolo e nelle funzioni dell'onnisciente Politburo).

Con tali metodologie l'URSS è riuscita a compiere dei balzi in avanti di enorme portata storica nel cammino della sua evoluzione economica. Il processo, velocissimo, non è stato certamente armonico e indolore. L'URSS ha continuamente subito le tendenze ad una ipertrofia che si è espressa a tutti i livelli (lotte di potere, previsioni economiche completamente sballate, piani quinquennali falliti, inversioni di rotta repentine). L'ipertrofia non ha però impedito la realizzazione di una possente macchina statale in grado di regolare la produzione e di creare un vasto mercato internazionale (Comecon) su cui s'è imposta come leader; non ha impedito l'assunzione di un ruolo di primo piano, a livello internazionale, in grado di rimpiazzare le vecchie potenze imperialiste europee decadute. È riuscita a portare avanti un poderoso processo di accumulazione capitalistica e a tener sotto la pressione di un gigantesco freno repressivo le spinte del proletariato e le contraddizioni esplosive della convivenza di etnie disparate e ostili fra loro. Tutto ciò nella fase espansiva del presente ciclo di accumulazione apertosi con la fine della seconda guerra mondiale.

Con l'aprirsi della crisi di ciclo l'URSS ha opposto resistenza (o è riuscita a mascherare i reali disagi di una economia che segnava il passo): le particolari strutture, evidentemente, gli hanno consentito di ottenere dei margini di manovra. Margini che si sono adesso ristretti a tal punto da indurre ad una nuova e più radicale inversione di rotta. Anche i margini di autonomia rispetto al mercato mondiale non esistono praticamente più e l'URSS, con tutto il blocco dell'Europa orientale, è in preda ad una crisi travolgente che dovrà trovare uno sbocco immediato, pena la sopravvivenza in quanto paese capitalista e imperialista.

Il mercato - che è oggi un unico mercato a livello mondiale - ha imposto le sue ferree leggi. Chi vi ha obbedito si trova ora in una posizione di vantaggio rispetto a coloro che ancora devono compiere il sacrificio di una capillare revisione dei meccanismi produttivi, per rendersi nuovamente competitivi sul mercato medesimo. L'URSS ha scelto un metodo: la Perestrojka.

Situazione attuale

Sono almeno dieci anni che l'URSS è sotto i morsi della crisi. Ciò è lampante se si guardano i dati dell'economia che si dimostra veramente disastrata.

Flessione sensibile nella crescita del PNL, calo costante della produzione industriale, inflazione e disoccupazione in progressiva crescita: sono i mali che affliggono l'Unione Sovietica e tutti i paesi satelliti dell'area del rublo, così come lo sono per tutti i paesi capitalistici alle prese con la crisi economica.

In URSS la situazione è però forse più grave di quanto si possa immaginare ed è data dall'arretratezza del sistema produttivo; arretratezza tecnologica compensata per tanto tempo da fattori estensivi come la crescita numerica della forza-lavoro, accompagnata da sempre più massicci investimenti industriali e dall'apertura di nuovi impianti.

La produttività del sistema sovietico è assai bassa anche se era stata il fiore all'occhiello nel periodo dell'industrializzazione forzata, ottenuta attraverso uno sfruttamento intensivo (e disumano) della classe operaia. Dagli anni cinquanta in poi è continuata a calare scendendo dall'8,3 per cento del '51 all'1,9 del 1982.

La tendenza non è riuscita ad invertirsi nonostante l'utilizzazione di forza-lavoro ausiliaria, estesissima in URSS, il ché obbliga le fabbriche ad impiegare una quantità di lavoratori di gran lunga superiore a quella utilizzata nei sistemi capitalistici occidentali, arrivando sino ad un rapporto di l a 3 con un investimento di capitali doppio.

La contraddizione strutturale del processo di accumulazione si evidenzia nella diminuita capacità del capitale, in relazione alla crescita della sua parte costante, di far crescere proporzionalmente il plusvalore, tant'è che le unità di capitale costante aggiuntive, a fronte di una caduta drastica del salario reale, non danno luogo ad una proporzionale crescita della produttività.

Il decrescere della produttività s'è cronicizzato e non recede nemmeno di fronte a un tasso ancora alto dell'indice degli investimenti (un indice che cala costantemente ma che sicuramente è ancora più alto di quello dei paesi occidentali).

Se nei paesi occidentali la crisi strutturale è caratterizzata da una sovrabbondanza (sovrapproduzione) di merci (che risultano eccedenti non perché si produce di più ma perché il mercato riesce ad assorbirne in minore quantità a causa della contrazione della domanda), in URSS trova motivi di espressioni opposti: le merci diminuiscono a livelli di guardia e il capitale costante, investito in quote progressivamente crescenti, dà quote di rendimento decrescenti.

Anche se l'URSS, dato lo scontato grado di arretratezza del sistema produttivo, è costretta ad un impiego spropositato di mano d'opera (per compensare, come si diceva prima, ad una produttività del lavoro assai bassa) non riesce a sfuggire ad uno dei mali tipici attraverso cui la crisi si esprime: la disoccupazione. Non tanto perché la disoccupazione abbia raggiunto livelli europei o americani, quanto perché s'è innescata una tendenza che accomuna i paesi del "socialismo reale" a quelli, tanto odiati, borghesi, democratici e parlamentari. In ogni caso è da mettere in rilievo la fine di quella fase in cui poteva vantare, esagerando i toni, una "piena occupazione", tanto da presentarla come il principale motivo di vanto e di riferimento ai suoi sostenitori all'estero.

La "piena occupazione" non era di per se stessa una prova della superiorità del modello "socialista" nei confronti di quello capitalista.

A contenere l'esplodere della disoccupazione era stata la possibilità di determinare centralmente il livello medio dei salari, nonché la medesima arretratezza del sistema che non aveva consentito di introdurre la microelettronica e l'informatica all'interno dei processi produttivi.

Ma ai guai si aggiungono altri guai: monta l'inflazione che, sino a poco tempo fa era stata abilmente camuffata (vedi Prometeo n. 11, "La crisi del l'URSS e dei paesi dell'Est"); poiché v'è una progressiva svalutazione della moneta e una riduzione crescente del suo potere d'acquisto mentre crescono a dismisura i prezzi delle merci (ciononostante l'URSS è costretta a vendere i beni di prima necessità, per evitare turbative sociali, a prezzi che arrivano sino ad un terzo del loro reale costo di produzione).

E inoltre: v'è un indebitamento con l'estero che crescerà a ritmo di corsa non appena, attraverso il nuovo corso, sarà costretta ad importare quantitativi enormi di costosissime tecnologie avanzate dall'Europa e dal Giappone. D'altra parte la bassa produttività impedisce una pur minima compensazione attraverso l'aumento delle esportazioni; ciò dà al fenomeno una decisa unilateralità che non potrà mancare di creare serissimi problemi.

Anche l'esportazione di capitali segue questa via. A fronte di investimenti all'estero assai modesti l'URSS ha dovuto seguire la strada del ricorso sistematico ai finanziamenti internazionali. Spesso ha seguito la via del metodo di compenetrazione fra capitali propri con capitali occidentali che ha dato il risultato della realizzazione di imprese localizzate sul territorio sovietico con lo scopo di compensare, seppur minimamente, il gap tecnologico e di ottenere valuta occidentale per finanziare l'acquisto di nuove tecnologie senza gravare sul proprio colossale deficit. Ma sono palliativi.

Pur tuttavia si sta delineando una tendenza di sempre maggiore commistione; sino alle trattative, che durano ormai da tre anni, miranti all'accordo estensivo fra Comecon e CEE per aprire la strada ad ampi rapporti economici fra questi due importanti settori del mercato capitalistico internazionale.

L'evento non va collegato al mutato quadro delle disposizioni d'animo verso il già tanto odiato capitalismo occidentale ma alla mutata situazione complessiva dovuta alla crisi; sono le tecnologie europee a far gola all'URSS così come alla CEE fa gola l'incremento del proprio volume di affari, aumentando le esportazioni verso i paesi a "commercio di stato". È chiaro che entrambi dovranno fare i conti con gli USA e con le regole restrittive del Cocom (l'organismo dell'OCSE che vigila sui trasferimenti di tecnologie verso l'Est); ogni possibilità di rafforzamento dell'antagonista imperialista, soprattutto se stimolato dai propri alleati, suona agli Stati Uniti come un affronto personale.

Ma ormai l'avvio è stato dato e i due grandi organismi economici sembrano proprio in dirittura d'avvio. Si potranno così aiutare a vicenda passandosi reciprocamente il tubo dell'ossigeno ma, per quanto capace, la bombola esaurirà il suo contenuto vitale e i problemi ritorneranno tali quali sono oggi; con in più il peso dell'accumulo delle contraddizioni che la crisi non avrà mancato di approfondire e moltiplicare.

Ma dall'entità degli accordi, dagli interessi che potrebbero maturare, dalla piega insomma che potrebbe assumere il processo, potrebbero anche nascere condizioni in grado di dare una svolta ai futuri equilibri internazionali e, in ultima istanza, agli schieramenti nel corso storico caratterizzato dalla prospettiva bellica. Ma è meglio attenersi alla realtà così come oggi ci si presenta, fuori da suggestioni che hanno ancora il sapore gustoso ma irreale della fantapolitica.

Ridimensionamento imperialistico

E come è la realtà dell'URSS in questa fase? Internamente lo abbiamo sommariamente visto; adesso daremo un'occhiata allo scacchiere imperialista laddove rivestiva e nonostante tutto riveste ancor'oggi, un ruolo di primo piano, rappresentandosi come la seconda potenza del mondo, con la sua rete di interessi, con le sue alleanze e le sue zone di influenza.

Tale ruolo è però stato seriamente minacciato dalla crisi; molte sono le "perdite di posizioni" sovietiche nel mondo. Molte sono le aree i cui rapporti si sono allentati quando non sfaldati completamente. Molte sono le alleanze venute meno e sgretolatesi a causa delle difficoltà incontrate nel foraggiare e mantenere situazioni che, se accrescono il potere sul mondo, si dimostrano al contempo dispendiosissime, almeno a breve scadenza e, in talune circostanze, sempre e comunque.

Sono state tante le occasioni in cui abbiamo visto l'URSS scansarsi e, come se poco le importasse, fare spazio al diretto antagonista: l'imperialismo america no che, in virtù di ciò, ha assunto toni di arroganza e prepotenza inauditi finalizzati al mantenimento del predominio assoluto a livello mondiale.

Così nel Medio Oriente, la cui importanza economica, politica e strategica non può sfuggire a nessuno, l'URSS è stata costretta a mollare quasi completamente la presa rimanendo aggrappata ad esilissimi fili di alleanze politiche e poco affidabili (vedi la Siria). Gli USA sono oggi i "padroni" delle alleanze nell'area, rimestando continuamente le carte ai fini di un migliore controllo e vantaggio economico e politico.

Nel Golfo, dove tutti han fatto sentire la propria voce a seguito degli attacchi dei pasdaran, trovando pretesti e cavilli per un intervento di tipo militare, l'URSS ha taciuto, quasi completamente.

Con la tenuta a freno di Gheddafi e le sue mire nel Sudan, nel Ciad e nel Polisario, con il riconoscimento di fatto di Israele e la sua attività diplomatica protesa a calmierare le frazioni più radicali dell'OLP sfuggite al controllo di Arafat, l'Unione Sovietica ha tentato di dare un'immagine di sé positiva e responsabile; di una potenza cioè interessata alla pace e agli equilibri stabili nella regione, tentando di soffocare ogni focolaio di guerra e ogni possibile tensione; che poi inviasse armi tanto all'Iran quanto all'Irak, in guerra fra loro, poco importa. O meglio, a nessuno è importato, men che meno ai paesi capitalistici occidentali. Chi non ha peccati scagli la prima pietra; e di questi peccatucci chi non ne ha commessi?

Ma l'URSS ha perso posizioni anche nell'America latina, soprattutto in Centroamerica dove è stata constretta a sospendere gli aiuti economici e militari al Nicaragua costringendo il regime sandinista ad accettare il "piano Arias", un chiaro tentativo di imporre la pax americana.

Anche i movimenti guerriglieri del Salvador e del Guatemala hanno dovuto accusare un drastico ridimensionamento degli aiuti.

L'Unione Sovietica s'è svincolata anche delle piaghe dell'Angola e del Mozambico; ma anche i paesi più strettamente legati a Mosca (come il Vietnam e Cuba) si sono spesso dovuti rivolgere altrove per accedere a finanziamenti e vitali forme di aiuto (vedi i paesi dell'Est facenti parte del medesimo organismo economico, il Comecon).

Ultimo e più eclatante caso di "ritirata strategica" lo si è avuto in Afghanistan. Il graduale (e già in corso) disimpegno vanifica, dal punto di vista sovietico, anni di sacrifici e in termini economici e in termini di vite umane.

Cosa sta alla base di questo processo che vede l'Unione Sovietica drasticamente ridimensionata dal lato imperialistico? Vi concorrono svariati fattori fra cui ci sembrano primeggiare i seguenti:

  1. Il peso del settore militare. Assorbe una quantità considerevole di risorse dovendo consacrare agli armamenti in genere circa il 15 per cento del PNL; per dare un'idea di tale peso ricordiamo che gli USA, superarmati, spendono meno della metà. Ma c'è un'aggravante in più, se si pensa alla bassa produttività dell'economia russa, il che aumenta lo sforzo in misura considerevole.
    Le armi sono beni che non riproducono profitto nell'immediato (a meno di una guerra) e, dunque, si rappresentano come investimenti improduttivi dirottati direttamente dai settori produttivi.
    Ridimensionarsi da tal punto di vista non può avere nessun altro significato che la necessità di ridimensionare spese che l'Unione Sovietica non si può più permettere. In questa luce vanno visti anche i negoziati con gli USA sul disarmo che, sbandierati come atti di pace, nascondono difficoltà di natura ogget tiva.
  2. La necessità di accedere alle tecnologie avanzate occidentali.
    Il ridimensionamento militare e delle più aggressive attitudini imperialistiche in questa fase, suona un po' come una contropartita da offrire ai paesi avan zati d'occidente più che come una salomonica ritirata temporanea per creare le condizioni di una migliore avanzata futura.
    Lo smussamento dei contrasti nei contenziosi o nei semplici antagonismi di natura imperialistica coi concorrenti di sempre è una dimostrazione di "superate attestazioni di sfida" e di propensione ad una "fase nuova", in cui tutti i contrasti hanno possibilità di soluzione per via pacifica e diplomatica.

La piaga purulenta dell'agricoltura

La crisi dell'URSS è anche data dal fallito rapporto di armonia che si sarebbe dovuto realizzare fra cit tà e campagna, fra industria e agricoltura.

L'agricoltura pesa invece molto negativamente in quanto svolta con metodi inadeguati, che non han tenuto conto della necessità di una progressiva industrializzazione delle campagne. L'uso massiccio di mano d'opera compensava un tempo la bassissima produttività del settore agricolo, ma con l'accresciuto fabbisogno sovietico e il costante allontanamento della forza-lavoro dalle campagne (si pensi che solo in quattro anni, dal 1975 al 1979 gli impiegati nel settore passavano dal 25 al 19 per cento della popolazione attiva) il problema s'è fatto serio, sino a diventare una vera e propria piaga infetta.

Ancora una volta non è un problema di quantità ma di qualità. L'impiego della forza-lavoro di per sé insufficiente, è pur tuttavia ancora molto alto se rapportato a quello dei paesi capitalistici occidentali (gli USA impiegano circa il 3 per cento della popolazione attiva e, ciononostante, sono in grado di esportare milioni di tonnellate di cereali).

Anche il tasso di crescita continua a calare drasticamente. Positivo negli anni Cinquanta (quasi il 5 per cento), s'è cominciato ad assottigliare progressivamente registrando un 3 per cento negli anni Sessanta, 1'1 per cento negli anni Settanta, sino allo 0,2 del 1987.

La questione agraria ha creato, sin dall'inizio, seri problemi all'URSS. Dal periodo rivoluzionario leninista in cui la dittatura del proletariato aveva dovuto fare i conti col mare di contadiname che rivendicava il diritto alla Proprietà della terra, al periodo controrivoluzionario di Stalin che si mosse nei confronti dei contadini in maniera contraddittoria: favorendo dapprima i contadini ricchi (sino a quando questi non avevano cominciato ad infastidire e a minare il potere della burocrazia) e poi il processo di collettivizzazione (parcellizzazione della terra in una miriade di piccolissimi lotti che abbassarono drasticamente la produzione ed elevarono invece la diffusione della proprietà privata).

Né le aziende di stato (sovkhoz) né quelle cooperativistiche dei contadini (kolchoz) riuscirono mai a risolvere il problema agricolo di un paese che, con l'industrializzazione forzata e accelerata, sperava forse in un destino esclusivamente industriale, contravvenendo alla regola elementare dello sfruttamento delle risorse naturali di un territorio immenso che abbondava e abbonda di terreni fertili e coltivabili.

Oggi l'agricoltura pesa negativamente anche sui processi di formazione del reddito nazionale e su tutta l'economia dell'Unione Sovietica. Nella situazione odierna, che vede il saggio del profitto decrescere implacabilmente, il peso del settore agricolo concorre a rallentare il ritmo di tutti gli altri settori, ivi compreso quello industriale. La conseguenza è che l'Unione Sovietica si ritrova nella situazione di dover importare enormi quantitativi di cereali proprio dagli USA; per far ciò deve dirottare ingenti capitali che potrebbero essere destinati al finanziamento per introdurre nuovi e più efficienti macchinari, in grado di elevare la produttività, o al finanziamento di quel processo che, col nuovo corso gorbacioviano, sta per decollare: la ristrutturazione, tanto nel settore agricolo, ipertrofico che in quello industriale, affetto da vecchiaia e obsolescenza.

Cos'è la Perestrojka?

Il saggio del profitto, diceva Marx, è la forza motrice della produzione capitalistica. In URSS, come del resto in tutti i paesi capitalistici, il saggio del profitto è continuato a decrescere come conseguenza di una bassa produttività del lavoro e di un accentramento a livello statale che ha spento "il fuoco vivificatore della produzione".

I criteri della pianificazione, fissati dallo stalinismo, in linea coi principi strutturali della società capitalistica (se di stato poco importa) hanno condotto l'intera economia russa alla paralisi; un apparato mastodontico che fa fatica persino a respirare e che ottunde ogni tipo di sviluppo delle forze produttive, anche il più piccolo.

Il problema dell'ipertrofia del sistema non è un fenomeno recente; già il breznevismo aveva tentato, con gradualità, di rimuoverne i principali fattori di obsolescenza, ma l'operazione veniva teorizzata e condotta all'interno degli equilibri di potere preesistenti (necessità di mantenere lo status quo), nelle condizioni di inattaccabilità dei privilegi cristallizzati nei ruoli e nelle funzioni svolte dagli apparati statali, militari e amministrativi della sfera del dominio politico rappresentata dall'alta burocrazia; inoltre mancava di profondità, radicalità e generalizzazione.

L'ascesa al potere di Gorbaciov, che coincide col periodo di maggiore "discesa" dell'economia, ha evidenziato tutti i mali che oggi l'affliggono e ci dimostrano un sistema che ha sviluppato solo alcuni settori (industria pesante e produzione di beni intermedi) a danno di tutti gli altri che non rivestono minore importanza. Ciò è il sintomo di un'economia rozza che s'è caricata di profonde contraddizioni a livello produttivo, gestionale e amministrativo. La preoccupazione della classe dominante ha assunto pertanto forme di agitazione mai viste prima, che si giustificano con la constatazione che la crisi rischia di travolgere tutto e tutti. Ma la classe dominante, se ha chiaro l'obiettivo di lavorare al servizio della conservazione capitalistica, non ha invece chiari i modi, i mezzi e i tempi per attuare le soluzioni.

C'è chi pensa che l'economia sovietica sia fondamentalmente sana per cui basterebbero modifiche energiche a livello sovrastrutturale per ripristinare le antiche funzioni, senza tener conto del ritardo immane che impedisce di reggere i nuovi livelli di scontro concorrenziale sul mercato internazionale, soprattutto a seguito della profonda ristrutturazione compiuta da molti fra i paesi occidentali.

C'è chi pensa ad una "semplice" necessità di decentramento visto che l'accentramento s'è dimostrato poco in grado di controllare e dirigere un'economia così espansa e colma di contraddizioni: ma è dall'epoca krusceviana che l'URSS, pur se timidamente, tenta di giocare questa carta inutilmente, favorendo tanto il decentramento quanto l'autoaccumulazione" delle aziende. Anche questa ipotesi di soluzione tenderebbe a lasciar le cose così come stanno, senza radicali mutamenti.

Ma c'è ancora chi pensa - ed è il caso di Gorbaciov e dei suoi sostenitori - che l'evitabilità del collasso dell'impero (o la sua ulteriore e drastica riduzione da un punto di vista imperialistico) stia in un nuovo corso, in grado di voltare pagina e "chiudere col passato".

Le direttrici di Gorbaciov vanno ad attaccare ampi e vitali settori dello strato dirigente (gli stalinisti di ferro), l'apparato della burocrazia politica espressa dal partito che tiene in mano le chiavi del potere decisionale (ministeri e alte cariche politiche e militari) e tutte le sfere del privilegio e del parassitismo, este sissimi e diffusissimi in URSS.

L'Unione Sovietica s'è posta nella condizione di dover accrescere la propria competitività inseguendo il segno di una grandiosa opera di ristrutturazione che obbedisca alle esigenze di imprimere all'economia del paese una crescita guidata ed una maggiore espansività ai rapporti capitalistici di produzione, in precisa sintonia con esigenze di natura prettamente imperialistica. Ovviamente tutto ciò viene giustificato dalla volontà di difendere ed espandere gli attuali rapporti di produzione "socialisti" che rimangono tali" nonostante gli squilibri e le contraddizioni al levati nel suo seno.

Ma l'obiettivo vero è dettato dalla volontà di portare il paese nelle condizioni di reggere il passo coi mutamenti intervenuti nella struttura del mercato capitalistico mondiale; obiettivo che non potrà essere indolore ma che non smuoverà di un centimetro la natura capitalistica del sistema sovietico. Anzi. Fermo restando che Gorbaciov si muove e si muoverà nel quadro istituzionale dei tipici rapporti capitalistici, ossia senza modificare la base materiale da cui si riproducono tutti gli interessi particolari a spese della società, potremo altresì prevedere grandi scosse che reimpasteranno privilegi cristallizzati, poteri sacralmente acquisiti e inamovibilità consacrate dalle tradizioni e resesi forti nel corso di settant'anni di controrivoluzione dominante.

Il presupposto del nuovo corso economico gorbacioviano sarà l'introduzione generalizzata della microelettronica nei processi produttivi che servirà tanto nell'industria pesante per accrescerne la produttività quanto a quell'industria leggera, tenuta in disparte e che, solo così, avrà possibilità reale di de collo.

Le direzioni prese assomigliano non poco a quelle dei paesi occidentali, laddove lo stato concentra i suoi sforzi sui settori strategici lasciando "scoperte" altre aree, come quelle dei servizi. Ciò significherà "liberalizzare" tali aree, legittimare la formazione di un mercato libero ed estendere il lavoro privato (e l'organizzazione privata del lavoro) con la sua classe di capitalisti assetati di potere e affamati di profitto.

La legittimazione del lavoro privato darà allo Stato la facoltà di incamerare reddito in forma di prelievi fiscali e di trasferirlo direttamente nelle casse dello Stato dopo averlo sottratto alle grinfie della burocrazia che prima lo incamerava attraverso il parassitismo illegale.

C'è poi la necessità di svincolare l'accumulazione delle imprese dalle pastoie burocratiche che impediscono la massimizzazione del profitto. Le aziende avranno più ampi poteri decisionali e potranno, senza passar di porta in porta degli uffici dei vari ministeri interessati (e dal Gosplan), intrattenere rapporti con chicchesia, anche all'estero.

Ridurre il parassitismo e recuperare capitali da investire, se non risolverà il problema, è visto come una delle prime e più urgenti cose da fare.

Nel piano di ristrutturazione delle aziende non vi sarà pertanto posto per i rami secchi e le imprese de-cotte; solo le aziende che saranno riuscite ad ottenere competitività si salveranno mentre le altre saranno costrette a chiudere, con "buona sorte" per tutta la mano d'opera impiegata che verrà irrimediabilmente espulsa dai processi produttivi.

Ma la disoccupazione non si fermerà alle fabbriche che verranno chiuse, ma verrà estesa anche a quelle che riusciranno a sopravvivere grazie alla ristrutturazione che, di per se stessa, prevede un'ampia modificazione della composizione organica del capitale, ovviamente a netto favore della sua quota costante (e tecnologicamente avanzata).

La Perestrojka prevede il licenziamento in tronco della mano d'opera in esubero (è ancora da inventare un sistema di gestione di questa enorme massa di disoccupati che si andrà a formare) come prevede, pure, lo spostamento di ben 18 milioni di impiegati nel solo settore statale.

Per impiegare pienamente la capacità lavorativa e migliorare l'efficienza dell'apparato produttivo si ricorrerà cioè ad una intensa mobilitazione della forza-lavoro; il contraltare dovrebbe esser una maggiore incentivazione individuale e di gruppo che tenderà anche a diminuire la disaffezione al lavoro (almeno dal punto di vista dei profeti del nuovo corso).

Con la estensione della privatizzazione del lavoro e l'autonomizzazione delle imprese vi sarà una modificazione del processo di formazione dei prezzi che dovrà essere lasciato "libero" ai giochi di mercato e alle relazioni della legge della domanda e dell'offerta, naturalmente armonizzati alle scelte di fondo (le strategie economiche) che spetteranno ancora una volta al Gosplan, ossia al Partito-stato.

La borghesia russa è chiamata a scelte importanti. Il bivio indica strade divergenti da perseguire, strade che però non attenueranno i conflitti fra capitale e lavoro ma anzi li approfondiranno, in stretta relazione con le esigenze di ristrutturazione di tutto l'apparato produttivo. Insomma indicano il mantenimento dello status quo, cristallizzato nelle sue funzioni e immobilizzato da strutture sclerotiche da una parte e, dall'altra, l'apertura al nuovo corso con tutti i ri schi che necessariamente comporta.

Queste due linee saranno le direttrici su cui verrà a concretizzarsi l'acutizzazione dello scontro, tutto borghese, due modi per riaffermare il dominio del capitale sulla società civile e per perpetuare lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo.

I rischi non mancano

Il clima politico in Russia è di grande tensione. Tanto al vertice dove troviamo frazioni della borghesia contendersi il potere (o lottare per non perdere i privilegi storicamente acquisiti), tanto nella base sociale già caratterizzata da disagi endemici e da malcontento che dilaga da lunghissimo tempo a causa di un basso livello di vita, di code interminabili davanti ai negozi di generi alimentari e della penuria di beni di prima necessità.

Ciononostante lo Stato repressivo-poliziesco è riuscito sinora a "mantenere l'ordine", a controllare le insofferenze della classe operaia che qua e là aveva tentato minime forme di protesta con l'attuazione di scioperi e con rivendicazioni di natura economica.

Di fronte al nuovo corso e con l'acutizzarsi delle contraddizioni ad esso legate, cosa si può prevedere in URSS in futuro?

L'introduzione di modelli produttivi e di metodi di gestione di tipo occidentale non potrà fare a meno di introdurre elementi di democrazia (borghese) peraltro già avviati, con la tanto sbandierata glasnost.

Un modello "democratico" non potrà prescindere da un relativo allentamento della pressione repressiva dello Stato che dovrà uniformarsi, in tutto o in par te, al nuovo corso.

Verosimilmente - e qualche accenno lo si è già avuto - ciò potrà scatenare delle conflittualità aperte che in un primo tempo potrebbero esprimersi attraverso un processo di "sindacalizzazione" operaia sul modello polacco (Chiesa a parte).

È in grado l'URSS di rintuzzare tali turbative soprattutto se si pensa che potrebbero segnare il primo vero passo verso livelli di scontro più ampi ed estesi e, soprattutto, verso forme di autoorganizzazione in diretto antagonismo con lo Stato?

Il processo di scollamento potrebbe estendersi a tutta l'area del Comecon, laddove già molti fra i paesi "fratelli" scalpitano e danno segni di insofferenza (Romania, Yugoslavia e Polonia per fare qualche esempio), con una classe operaia che più volte - e molto vigorosamente - ha fatto sentire la propria voce (la Perestrojka non sarà un processo nazionale ma, con tempi e modi diversi, coinvolgerà tutto il blocco orientale).

Ma lo scollamento potrebbe avvenire non solo fra classe operaia e borghesia (il che è storicamente determinato oltre che auspicabile), ma fra borghesie periferiche (del blocco) e borghesia sovietica. Ciò reimpasterebbe non poco gli equilibri internazionali e avvierebbe a processi caratterizzati dall'insorgenza di acutissime tensioni (come reagirebbe l'URSS di fronte al verificarsi di una tale ipotesi?).

Ancora: il problema spinoso delle nazionalità, sin'ora compresse tanto dallo stalinismo quanto dal neostalinismo ancora presente in forze, come potrà essere risolto?

In URSS convivono etnie non facilmente assimilabili e contrapposte fra loro, e allo stato russo, da ostilità e inimicizie storiche.

Il problema, sollevato cruentemente da armeni e azerbagiani, non è che la punta di un iceberg che nasconde la sua immensa mole sotto lo spesso strato delle rigidità di un sistema che non riesce più a reggersi su se stesso.

L'URSS è come un pentolone bollente dentro cui c'è di tutto. Sollevare il coperchio del nuovo corso vuol dire rischiare di far evaporare in un attimo l'acqua delle contraddizioni tenute sotto pressione da troppo, lungo tempo.

Quando si mettono in moto determinati meccanismi è poi veramente difficile controllarli, sul malcontento che serpeggia ovunque si può innestare di tutto: dalle insorgenze di anacronistici problemi nazionali (quando non a sfondo regionalistico, il che sembra farci tornare indietro di almeno cento anni) ai possibili colpi di coda di un proletariato proteso alla rivendicazione di più umane condizioni di vita di fronte all'incalzare affamante della crisi e del nuovo corso che si abbatterà sulle spalle di tutti i lavoratori sotto forma di più intensivi tassi di sfruttamento, di mobilità selvaggia e di disoccupazione di cui è stata già annunciata la portata.

I lavoratori in verità non sembrano particolarmente entusiasti del nuovo corso e scarsissimi sono i segni di reale appoggio alla tanto chiacchierata Perestrojka.

Al contrario, chi ne fa una questione di vitale importanza sono in genere gli intellettuali e i piccolo-borghesi, interessati alla sua realizzazione per costruirsi la propria autonomia e la propria nicchia di privilegio. Ciò naturalmente in nome del "socialismo" le cui sorti saranno segnate dalla possibilità o meno di un processo politico di democratizzazione diffusa. La vita o la morte del "socialismo" saranno insomma legati mani e piedi all'affermazione o all'affossamento delle linee programmatiche enunciate dal profeta Gorbaciov e dai suoi discepoli fedeli.

Le riabilitazioni si susseguono; non ci sembra lontana nemmeno quella di un rivoluzionario del calibro di Trotsky che sta all'attuale regime sovietico come i cavoli a merenda. Tutto, in questa fase, serve a screditare una tradizione che, si badi, non viene rinnegata in quanto tale, ma in quanto errato metodo gestionale.

Tutto quanto si riferisce al passato è da stroncare: con le riabilitazioni si fanno strada gli stroncamenti di uomini del passato (anche recente), con processi che ripropongono le purghe staliniane in versione anni Ottanta (o Novanta).

È dimostrazione di un livello di scontro assai aspro fra le fazioni borghesi. Il livello è molto basso se però lo riferiamo al proletariato nei confronti della borghesia. Né poteva essere diversamente.

Dopo decenni di repressione fisica, politica, ideologica e anche morale, il proletariato è confuso e disorientato. Dovrà fare sicuramente delle esperienze dure prima di potersi scrollare di dosso tutto il sudiciume borghese.

Probabilmente molti drammi si dovranno consumare in URSS prima che la classe operaia ritrovi il senso della propria coscienza di classe per marciare, come nel '17, sulla via della propria autonomizzazio ne politica.

Potrebbe essere un processo assai lento ma la ricchezza di contraddizioni di cui lo stesso è pienamente infarcito, potrebbe anche offrire delle sorprese inaspettate.

Lo sforzo dei rivoluzionari, protesi internazionalmente a far avanzare e a diffondere il programma comunista, lo slancio e l'entusiasmo con cui ci si sta avviando - pur fra difficoltà immani e ritardi insostenibili, dato il grado di maturazione della crisi a livello mondiale - verso la costruzione del Partito di classe, tiene anche conto di questo.

F. Migliaccio

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