Cina: una riforma borghese per una crisi capitalistica

A partire dalla scorsa primavera, e segnatamente dopo i fatti della Tienanmen, il dibattito e le strumentalizzazioni sulla natura della riforma economica avviata in Cina nel 1979, hanno ripreso vigore. In particolar modo ad essersi fortemente rafforzata è la tesi secondo la quale il socialismo altro non può essere che una bella utopia ottocentesca che appena accenna a trasformarsi in sistema economico-sociale, in qualche modo compiuto, degenera in una feroce macchina repressiva dispensatrice di miseria generalizzata e di cataste di cadaveri.

D'altra parte, a riprova di ciò, concorre il fatto che la crisi cinese è tutt'altro che un caso isolato e si inserisce invece in un contesto che vede tutti i paesi cosiddetti socialisti investiti da una tempesta che li fa tremare fin nelle fondamenta.

Si provano, con esercizi di alta acrobazia, gli stalinisti e i maoisti, ad avanzare l'ipotesi che la crisi che investe il mondo dell'est è figlia della riforma di Deng o di Gorbaciov, ma con scarsi risultati: anche ad un cieco appare chiaro che tanto in Russia quanto in Cina ad imporre la strada pericolosa della riforma è stata proprio l'inefficienza della macchina economica messa a punto nelle epoche precedenti. Della Russia e dei paesi del patto di Varsavia ci siamo già occupati in precedenza per cogliere appunto il nesso strettissimo della loro crisi con quella più classica che aveva interessato, a partire dai primi anni settanta, il mondo occidentale e che, a nostro avviso, non è stata per nulla superata; cosicché cogliere con esattezza la dinamica delle contraddizioni che fa traballare Mosca e Pechino significa cogliere uno degli aspetti fondamentali della crisi dell'intero sistema capitalistico mondiale così come si era strutturato all'indomani della Seconda guerra mondiale.

L'assimilazione tout-court della crisi russa a quella occidentale risulterebbe una grossolana semplificazione se non tenesse conto che, pur trattandosi di forme economiche riconducibili ad una medesima formazione economico-sociale, quella capitalista, si tratta di esperienze molto differenziate fra loro; così l'assimilazione della crisi cinese a quella russa risulterebbe una sterile esercitazione e poco gioverebbe per la esatta valutazione della profondità della crisi e delle sue prospettive.

Vi è subito da ribadire che in Cina, a differenza che in Russia, non vi è mai stata una rivoluzione proletaria che anche per un sol giorno abbia messo in discussione i rapporti di produzione vigenti. Nel 1949 la nascita della repubblica popolare ha segnato il compimento di una rivoluzione nazionale e non di una rivoluzione socialista. Il fatto poi che la Cina si sia modellata ad immagine e somiglianza dell'Unione Sovietica è la riprova non già di una sua conversione al socialismo quanto, invece, dell'impossibilità, in questa epoca di capitalismo maturo, per qualsivoglia borghesia di un paese arretrato, di percorrere, per il suo ulteriore sviluppo, le stesse strade percorse dalle borghesie dei paesi più avanzati.

L'adozione, in Cina, del modello sovietico ha risposto all'esigenza di recuperare l'arretratezza accumulata nel corso della sua storia concentrando tutte le risorse su obbiettivi primari quali la costruzione di un'industria pesante mediante il supersfruttamento delle campagne. La pianificazione centralizzata nelle mani del partito non ha mai intaccato le categorie economiche del capitalismo, ma le ha solo gestite nel modo più coerente per favorire tassi di accumulazione elevatissimi senza i quali mai e poi mai la Cina avrebbe potuto aspirare al ruolo di terza potenza imperialistica, benché arretrata. sul piano economico.

Al piano, infatti, erano soggette tutte le imprese statali e la quasi totalità delle imprese collettive. Per ognuna di esse il piano prevedeva fin nel minimo dettaglio, investimenti, mano d'opera, materie prime, coefficienti tecnici di resa, produzioni e smercio, costi e ricavi, tasse e profitti. Per le comuni il piano stabiliva le superfici delle colture, le produzioni da attuare, le quote di produzione dovute allo stato, le assegnazioni di fertilizzanti e dei mezzi di produzione più importanti. Esso, insomma, era un formidabile strumento con il quale la classe dominante controllava tutte le variabili del ciclo economico subordinandole al raggiungimento dei fini che la classe dominante via via andava prefiggendosi. Grazie ad un simile strumento si sono potuti registrare tassi di crescita del prodotto nazionale attorno al 6 per cento annuo, del tutto impensabili prima del 1949.

Ma pianificazione non significa in alcun modo socializzazione dei mezzi di produzione, tant'è che al centro del piano vi è sempre stata l'impresa intesa nella sua specificità ed unitarietà quale microcosmo la cui vita è regolata in funzione dello specifico obiettivo ad essa assegnata, poco importa, se esso sia o meno coincidente con le aspirazioni dei produttori, essendo il processo di formazione delle decisioni tutto concentrato in un numero ridotto di mandarini molto simili ai loro predecessori feudali. Ad una rigida gerarchia era demandato il compito di esercitare a tutti i livelli il controllo del rispetto degli ordini impartiti con il piano. Il raggiungimento o il superamento degli obiettivi costituivano poi la base di valutazione per l'assegnazione dei fondi di investimenti, degli incentivi salariali e così via in modo che la sorte della classe operaia fosse intimamente legata a quella della impresa, senza però che gli operai ed i lavoratori in generale potessero in qualche modo interferire ed intervenire nel processo di formazione delle decisioni.

A differenza della Russia qui non nascono dei Soviet ed il proletariato non ha mai esercitato la sua dittatura neppure per un attimo. È il partito il centro di tutta la vita economica, politica e sociale, ma anche il partito non è mai stato quello bolscevico di Lenin. Mutua la sua struttura organizzativa da quello già degenerato di epoca staliniana e dalla tradizione burocratica imperiale cosicché sin dal suo primo affacciarsi al potere è stato una macchina di amministrazione statale autoritaria.

Partito-stato, dunque, per genesi e non, come in Russia, per degenerazione conseguente alla sconfitta della rivoluzione proletaria, questa macchina mostruosa è stata sempre il luogo deputato a mediare i conflitti interborghesi per la spartizione del potere ed è così che in esso si è potuto regolare l'alternarsi dei vari gruppi nella stanza dei bottoni senza che la struttura ne subisse grandi contraccolpi. Ma nondimeno una simile macchina presentava non pochi punti deboli e certamente non eliminava le contraddizioni proprie del processo di accumulazione capitalistica.

La fusione dei processi gestionali, sia dell'attività politica che di quella economica, implicava per ogni gruppo di potere, che le possibilità di ascesa ai vertici del comando fossero direttamente proporzionali alla sua capacità di controllo di determinati settori produttivi ed in particolar modo, data la arretratezza complessiva del sistema economico, di quello dell'industria pesante intimamente collegato con quello militare.

Qui la crisi cinese presenta tratti comuni con quella sovietica. In Cina come in Russia si determina, infatti, ad un certo grado di sviluppo dell'apparato produttivo una incapacità strutturale al rinnovamento ed al riammodernamento. Sulla pianificazione tradizionale un intero strato sociale poggiava le sue fortune e i suoi privilegi "feudali". Controllando la produzione di ogni merce e potendo a proprio arbitrio decidere quali e quante merci dovevano essere prodotte, aveva in pugno la vita di milioni di uomini e con essa il potere. Bastava, però, che emergessero nuove produzioni o maturassero diversi equilibri fra i vari settori produttivi che interi gruppi di potere finivano nella polvere.

Una comune che si fosse specializzata nella produzione di cotone garantiva ai suoi componenti e alla miriade di boss locali delegati al suo controllo sopravvivenza e potere finché quella produzione era ritenuta dal piano fondamentale e dal piano incentivata quantitativamente. Ma se altrove, con nuove tecniche si fosse reso possibile produrre più cotone a costi più bassi, per la prima comune era la fine. Ogni innovazione era dunque temuta come la peste, così come ogni tentativo di modificare le proporzioni fra i diversi settori. Lo scontro all'interno del partito che nel corso degli anni ha visto prevalere ora l'ala "riformista" ora quella "ortodossa" si è in realtà articolato attorno ad una questione fondamentale: la modificazione delle proporzioni fra i diversi settori produttivi.

Da un lato vi erano tutti i vecchi quadri di formazione rurale e militare ben attestati a difendere lo status quo sul quale avevano costruito il loro potere e dall'altro i quadri di formazione urbana ben addentro nell'amministrazione dell'apparato, ma in posizione di subordine, che aspiravano ad un ruolo di maggior comando in relazione alle esigenze di rinnovamento da essi espresse. La stessa rivoluzione culturale non è stata altro che la risposta del vecchio quadro maoista all'emergere di una tendenza portatrice di istanze metropolitane più moderne e meritocratiche nell'ambito di una medesima concezione del potere.

Il fatto che queste istanze portassero nel proprio seno anche maggiori differenziazioni del tessuto sociale offrì a Mao il terreno su cui lanciare, data la povertà complessiva esistente, la sua controffensiva egualitarista che trovò terreno fertile proprio negli elementi più giovani della società e più radicali del partito esclusi sia dallo status quo che dal nuovo emergente. Ma era evidente sin da allora che la Cina poteva reggersi senza apportare profonde modifiche alla sua economia soltanto accettando un ruolo secondario e chiudendosi in se stessa, tant'è che passata la grande purga della rivoluzione culturale lo stesso Mao inizia a muoversi nella direzione dei suoi ex avversari e volge lo sguardo verso gli Stati Uniti e le loro tecnologie.

La morte di Mao riporta lo scontro di nuovo ai massimi livelli, ma questa volta a dar man forte all'ala "riformista" è la forza delle cose ed i numeri che le rappresentano.

Il sistema è allo sfascio. In più vi è una crisi economica mondiale che ha esasperato la concorrenza e che vede da una parte gli Stati Uniti impegnati fino allo spasimo in un gigantesco processo di ristrutturazione finanziato, per mezzo di audacissime manovre politico-monetarie, essenzialmente dai paesi dell'America latina e dai partners europei e giapponesi; dall'altro l'orso russo, non ancora intaccato dalla crisi, grazie al più avanzato sviluppo tecnologico del suo apparato produttivo rispetto a quello cinese, e tutto proteso a rafforzare ed allargare le sue sfere di influenza fino a toccare quelle aree che la Cina ha sempre ritenuto di sua pertinenza. Ora, puoi gridare che gli altri son tigri di carta quanto vuoi, ma se quelli affilano gli artigli e ti danno una zampata o glieli mozzi o ci rimetti la pelle. Forti della debolezza strutturale del sistema i riformatori non potevano non aver buon gioco e soprattutto non potevano non mettere mano ai grandi processi di ristrutturazione del sistema economico allo scopo di darsi mezzi adeguati per reggere i nuovi livelli di competitività sfruttando più razionalmente le grandi risorse umane e materiali di cui la Cina dispone.

La riforma nelle campagne

A partire dal 1979 il governo mette mano alla riforma economica iniziando a modificare la struttura economica-amministrativa delle aree rurali. Nella prima fase viene introdotto il "sistema di responsabilità" e si ripristinano gli appezzamenti privati. Con il sistema di responsabilità il collettivo mantiene il controllo dell'intero processo produttivo e stipula un rapporto contrattuale con lo stato e con i nuclei familiari che lavorano la terra i quali però acquistano una certa autonomia circa la gestione e la attuazione di piccole fasi del processo produttivo (bao gong zhi). In un secondo tempo la famiglia assume l'appalto di una determinata quota di produzione e assume la completa responsabilità esecutiva del processo produttivo, mentre la squadra (o collettivo) stipula i contratti con lo stato, provvede alla raccolta delle quote appaltate e le eventuali eccedenze, consegna allo stato le quote previste dal contratto e, dopo aver provveduto a detrarre dall'intera produzione una percentuale del 10 per cento per il fondo di benessere collettivo, smercia sul libero mercato le eccedenze. In una terza fase la squadra si limita a stipulare solo i contratti con lo stato e a gestire il fondo di benessere collettivo. Questo sistema detto "bao gan dao hu" che affida praticamente alle famiglie la gestione delle terre si mostra debole laddove risulta evidente l'interesse delle famiglie a produrre per il libero mercato,più che a rispettare i contratti con lo stato che, infatti, ben presto, è costretto ad aumentare i prezzi di alcuni prodotti agricoli pagandoli più che sul libero mercato. Si pensa così di favorire un processo di capitalizzazione nelle aree rurali con l'evidente scopo di incrementare la produttività e di favorire la diversificazione della produzione. Nel 1978 vengono infatti aumentati solo i prezzi del cotone, dell'olio di colza, dei prodotti dell'allevamento e quelli della pesca. Dopo un anno, su pressione della base, il governo aumenta anche il prezzo dei cereali (20%), rincara quello del cotone (25%) e dei semi di soia (15%). (1)

Nel contempo si avvia la liberalizzazione del mercato dei mezzi di produzione per cui è consentito alle famiglie di acquistare sul libero mercato gli strumenti di produzione, esclusa la terra, con lo scopo di favorire la meccanizzazione dell'agricoltura senza farne gravare l'onere sulle casse dello stato. Alle famiglie viene anche concessa la possibilità di assumere, tramite la squadra, manodopera salariata. I primi risultati della riforma sono addirittura strabilianti: redditi, consumi e risparmi superano, tra il 1979 ed il 1984, gli stessi dati del precedente ventennio. La produttività del lavoro agricolo cresce del 4,8% contro lo 0,2% del periodo che va dal 1957 al 1978. (2)

Accanto a questi risultati sicuramente positivi appaiono però anche i primi sintomi di un malessere che sfocerà, negli anni immediatamente successivi, nella vertiginosa crescita dell'inflazione e della disoccupazione, soprattutto nelle città.

Fra l'altro, già a partire dal 1985, nelle stesse campagne si manifestano segni di crisi. La produzione dei cereali, ad esempio, subisce un calo del 7% e quella del cotone del 33%. Nel 1986 i cereali recuperano un 3% mentre il cotone mantiene il suo trend negativo con un meno 14%. Le spiegazioni fornite dalle autorità, ed in particolare dall'allora primo ministro Zhao Zyang, giustificano il calo e la battuta d'arresto con la parzialità della riforma che avendo comunque lasciato allo stato la prerogativa di fare contratti e di fissare prezzi non aveva spezzato la vecchia ideologia egualitarista e quindi stimolato sufficientemente l'iniziativa imprenditoriale. A nostro avviso, invece, siamo in presenza del dispiegarsi di una legge fondamentale del mercato che vuole che i capitali si muovano verso quei settori dove più alto è il saggio del profitto.

Nella prima fase, infatti, ciò che ha stimolato la produzione agricola è stato l'aumento consistente dei prezzi e l'allargamento della superficie coltivabile a vario titolo assegnata ai privati; ma da qui a parlare di industrializzazione dell'agricoltura corre un mare di problemi giganteschi. Il primo, e più evidente, è che occorre che si sia svolto un processo di concentrazione della terra, soprattutto per le colture estensive, per il quale ogni unità produttiva possa far leva su aziende di migliaia e migliaia di ettari che giustificano gli ammortamenti degli ingenti capitali necessari per l'acquisto dei macchinari e delle tecnologie capaci di far crescere la produttività ai livelli attualmente esistenti sul mercato mondiale. Non è un caso infatti che, superata la prima fase, la grande quantità di mezzi finanziari accumulati dai contadini a causa dell'aumento dei prezzi, non si è trasformata in macchine, fra l'altro introvabili sul mercato interno a causa dell'arretratezza dell'apparato industriale, ma, laddove è stato possibile e cioè nelle aree più vicine ai centri urbani, ha favorito l'estendersi dei contratti specializzati con i quali le "famiglie specializzate" traggono il loro reddito in una misura che va dal 50 al 70 per cento, da una sola attività che prevalentemente è di tipo artigianale oppure collegata alla pastorizia o a segmenti particolarmente redditizi dell'attività agricola.

Se si aggiunge, inoltre, che con la liberalizzazione del mercato dei mezzi di produzione, lo stato ha praticamente smesso di investire nelle zone rurali, ben si comprende come, a partire dal 1986, l'agricoltura sia stata investita da una generale crisi il cui segno saliente è dato dall'enorme esodo di contadini dalla campagna verso la città e che ha come riscontro gli oltre 220 milioni di disoccupati ufficialmente dichiarati. Per fronteggiare la situazione, nel 1985, lo stato introduce ulteriori elementi di liberalizzazione: abolisce il monopolio di stato sull'acquisto dei prodotti agricoli e favorisce ulteriormente il settore privato rendendo di fatto possibile il subappalto degli appezzamenti dati in affitto.

Nonostante ciò e nonostante l'abolizione del calmiere sui prezzi della carne, del pollame, delle uova, del pesce, dei vegetali e del gas per cucina in ben 35 città, i rifornimenti di derrate sono risultati sempre carenti. Di contro, come già accennato, le famiglie rurali hanno ulteriormente indirizzato la loro attività ed i loro capitali verso altri settori che poco o nulla hanno a che fare con l'agricoltura. 11 50% di esse, infatti risulta essersi indirizzata esclusivamente verso l'artigianato, il 20% nei servizi, il 13% nel commercio, meno del 15% nell'allevamento e solo il 7% nell'ortocultura. (3)

La riforma urbana

In concomitanza con la riforma dell'agricoltura, a partire dal 1978, anche il settore industriale è stato interessato da forti innovazioni. In precedenza, comeabbiamo visto, il piano regolava ogni attimo della vita delle imprese assegnando loro obbiettivi, dotazione di capitale, incentivi fino a controllare anche il momento puramente esecutivo.

A partire dal 1978 è stato enormemente ridotto il numero delle imprese soggette a pianificazione imperativa concentrando quest'ultima sulle imprese statali e sulle merci ritenute di interesse nazionale. Oggi solo qualche decina di imprese di questo tipo sono soggette alla pianificazione imperativa, mentre per tutte le altre il piano ha funzione meramente indicativa ed il loro controllo viene perseguito mediante gli strumenti classici dell'economia di mercato quali la tassazione, la manovra sul credito, il controllo dei prezzi e dei salari. Questa riduzione dello spazio fisico di intervento dello stato nell'economia ha indotto molti, anche in Cina, a ritenere che la Cina stesse avviandosi verso un sistema liberalistico di tipo classico commettendo un grossolano errore di interpretazione dei fatti cinesi. In realtà la pianificazione tradizionale, troppo rigida e farraginosa, si era mostrata alla resa dei conti incapace di gestire un'economia divenuta sempre più articolata e complessa tanto che il potere centrale non era più in grado di controllare neppure le proporzioni fra i diversi settori. Anche qui come in Russia, ogni settore viaggiava per proprio conto, e i diversi ministeri erano in concorrenza fra di loro nell'accapparrarsi le dotazioni di capitale con l'unico scopo di allargare l'area di potere di ognuno, poco importa se ciò fosse o meno compatibile con gli interessi della collettività.

Alleggerendolo dalle funzioni più specificatamente esecutive, il piano ha potuto concentrarsi sui flussi macroeconomici ed è stato perfezionato sia introducendo tecniche di rilevamento statistico più moderno, sia avvalendosi di potenti calcolatori quali gli Ibm 4341 e 4331. (4)

E non a caso è stata costituita presso l'Accademia delle Scienze una sezione di econometrica che si occupa specificatamente di programmazione dinamica. Con questi provvedimenti si è mirato ad esercitare un controllo più raffinato sul ciclo economico non a relegare lo stato in un angolo.

Modificata la struttura del piano con l'esclusione delle funzioni amministrative più spicciole, essendo il fine della classe dominante una gestione centralizzata ad un livello più avanzato mediante il controllo dei flussi finanziari, le forme giuridiche di proprietà han potuto modificarsi realizzando il controllo non più direttamente sui mezzi di produzione ed il loro uso quanto sulle variabili macroeconomiche.

In poche parole, avendo accentuato il controllo dei flussi di capitale finanziario a cui in definitiva tutto soggiace, si è potuto procedere ad una modificazione dei rapporti giuridici di proprietà in quanto questi ultimi, soprattutto in un tessuto economico scarsamente sviluppato, assicurano si il controllo esecutivo del ciclo produttivo, ma non possono prescindere dalle variabili macroeconomiche rimaste nelle mani del partito-stato (tassi di interesse, tassazione e imposizione fiscale, livello dei prezzi e dei salari).

A partire dal 1978, di conseguenza, la proprietà privata che era quasi del tutto scomparsa, è stata gradualmente reintrodotta. È stata ammessa quindi la possibilità di possedere, in regime di proprietà privata, gli strumenti di lavoro utilizzati individualmente (con l'eventuale impiego di un numero ridotto di "coadiuvanti"). Nel 1985 il numero degli addetti a questo tipo di attività risultava pari a 13 milioni di cui 4,5 milioni nei centri urbani grandi e piccoli rispetto alle poche centinaia di migliaia che si contavano prima del 1978.

In particolar modo le attività private si sono sviluppate nel settore dei servizi producendo, a tutto il 1985, il 22% del reddito.

Molto minore è stato invece il passaggio delle imprese di più grandi dimensioni, prima tutte di proprietà statale, nelle mani dei collettivi o dei privati; infatti il valore del prodotto delle imprese statali è passato dal 1978 al 1985, nell'industria dall'82% al 70%; nel commercio al dettaglio dal 90% al 40%; nei trasporti dal 98% al 97%; nelle costruzioni dal 50% al 35% con un corrispondente aumento nelle imprese collettive e private. Sono state costituite, a titolo sperimentale, alcune imprese miste (con apporti statali e dei collettivi o dei privati) e 143 imprese miste con apporto statale e capitale privato estero.

Benché a tutt'oggi manchi una legislazione ben definita con l'introduzione di queste forme privatistiche di gestione delle aziende, è stato necessario introdurre altri istituti tipici delle società capitalistiche di tipo tradizionale. Innanzitutto è stato modificato il sistema di assegnazione delle dotazioni di capitale prima fornite direttamente dallo stato senza interessi. Con la riforma, l'approvvigionamento finanziario ha luogo tramite le banche ed a titolo oneroso così come a titolo oneroso vengono aperte linee di credito dalla Banca popolare ovvero dalla Banca centrale.

Più specificatamente all'interno delle fabbriche, mentre non è stato concesso ai lavoratori di potersi organizzare sindacalmente, si sono introdotti i meccanismi classici della fabbrica capitalistica quali il cottimo, gli straordinari e i licenziamenti. Al riguardo è attesa anche una legislazione che regolerà i fallimenti. Inoltre, in via sperimentale ed ancora molto limitata, è stata ammessa l'emissione di azioni ed obbligazioni.

Come si può constatare, la riforma ha toccato quasi tutti i meccanismi di gestione del ciclo economico senza però intaccare il potere del partito-statodi determinare gli indirizzi generali dell'economia nazionale, anzi, per certi versi, rafforzandolo laddove lo ha reso più efficiente ed agile.

Nondimeno anche la riforma cosidetta "urbana" non ha avuto esito migliore di quella rurale. Secondo i dati ufficiali l'insieme delle misure prese sia nell'agricoltura che nell'industria e nei servizi avrebbero consentito un incremento globale del prodotto sociale, nel periodo dal 1979 al 1985, del 10% rispetto al 7,9 del periodo 1953-78.

Di contro però, si è registrato un forte calo dell'industria pesante (8,1 rispetto al 13,6% dei periodi precedenti) non compensato dall'incremento dell'industria leggera (12,5% rispetto al 9,1%).

Dal 1986 questi risultati positivi ma non esaltanti si sono ulteriormente appannati cosicché è risultato sempre più difficile assorbire gli squilibri che la riforma ha introdotto nel sistema.

Già dal 1985 l'inflazione ha fatto sentire la sua morsa facendo registrare un incremento medio dell'8,6 per cento. A Pechino e Canton nello stesso anno è stata rispettivamente del 22 e del 23 per cento. (5)

La crescita della domanda stimolata dall'aumento dei prezzi ha provocato un forte deficit commerciale che è stato fronteggiato in parte attingendo alle riserve valutarie passate da 14.42 a 11.9 miliardi di dollari e in parte con misure sulla massa monetaria allo scopo di favorire le esportazioni. Nell'estate del 1986 lo yuan è stato svalutato del 15,8% e sono state diminuite le concessioni valutarie alle imprese importatrici. Ciò ha provocato una forte penuria dei beni convogliati sul mercato internazionale ed un arresto delle importazioni di quelle tecnologie senza le quali la produttività del lavoro cinese non potrà mai raggiungere i livelli esistenti sul mercato internazionale. Di conseguenza la Cina è venuta a trovarsi nella stessa situazione di tutti quei paesi che, scarsamente sviluppati, sono rimasti esclusi dalla grande rivoluzione tecnologica generata dalla introduzione della microelettronica nei processi produttivi. Questi, per fronteggiare la diminuita competitività delle loro merci sul mercato internazionale, hanno dovuto incrementare le esportazioni delle materie prime a prezzi via via decrescenti in relazione alle maggiori quantità esportate (incremento dell'offerta) oppure incrementare le esportazioni delle loro produzioni industriali schiacciando i costi di produzione per forte compressione dei salari.

A partire dal 1986 il lavoratore cinese è stato stritolato nella morsa della penuria, dell'inflazione e della disoccupazione cresciuta nonostante il forte calo del tasso di crescita della popolazione passato da una media del 21,2 per mille nel periodo 1952-1975 al 12,3 per mille degli anni successivi.

L'intrecciarsi della duplice crisi agricola e industriale con quella interna al partito-stato lacerato dallo scontro fra chi, visti i risultati, ha pensato si dovesse frenare e chi, invece, temendo l'esclusione dalla gestione del potere, si dovesse spingere oltre il processo di liberalizzazione, ha innescato tutta una serie di malcontenti sfociati nel vari movimenti di protesta che in questi ultimi anni si sono riproposti quasi senza soluzione di continuità.

Alimentati soprattutto dalle fasce piccolo-borghesi ed intellettuali che nella riforma avevano intravisto l'occasione per la propria affermazione economica e sociale, i movimenti sono stati, fino a Tienanmen, quasi sempre strumentalizzati dalle fazioni contrapposte all'interno del partito e circoscritte all'ambiente intellettuale e studentesco, e perciò tollerati. Ma, come abbiamo visto, la crisi ha uno spessore molto più vasto di quanto possa apparire da un esame superficiale; soprattutto non si tratta di una crisi di crescita come in molti ancora sostengono, ma di una crisi strutturale che la riforma non solo non ha superato, ma per molti versi ha acuito. Pertanto, inevitabilmente ha in sé le ragioni del movimento anche degli strati sociali più deboli colpiti sia dalla riforma che dal suo rincartocciarsi.

A Tienanmen è stata la comparsa sulla scena di questi strati sociali che ha provocato il ricompattamento del partito attorno all'esercito ed ha scatenato la sanguinosa repressione di operai e studenti. D'altra parte, dall'esame fatto, appare evidente che l'unica via di uscita per la borghesia cinese è costituita dal forte contenimento dei salari e dall'imposizione di condizioni di vita al limite della sopravvivenza; solo così, infatti, è ipotizzabile l'acquisizione delle tecnologie di cui necessita l'apparato produttivo cinese ed una collocazione sul mercato internazionale adeguata alle aspirazioni imperialistiche di sempre. In questo senso l'attuale crisi assume una valenza diversa da quelle del passato che pure hanno interessato questa così vasta area del mondo. Appare evidente oggi che essa, per quanto maturata in un ambiente con forti specificità, si collega intimamente a quella più generale che interessa tre quarti del globo e lambisce, al di là delle apparenze, anche le metropoli più avanzate. Ma essa dimostra anche che ad essersi inceppati non sono i rapporti di produzione socialisti là mai esistiti, ma i meccanismi dell'accumulazione capitalistica, tant'è che i rimedi pensati rientrano tutti nelle esperienze non solo del capitalismo di stato, ma anche in quello più classico di tipo occidentale.

In Cina come in Russia l'alternativa non, è dunque, tra riforma e socialismo, tra democrazia e dittatura, ma tra capitalismo e socialismo benché l'affermarsi di quest'ultimo debba scontare anche il fatto che la satrapia cinese come quella russa continui indebitamente a dirsi comunista. (6)

(1) Urss e Cina, Le Riforme economiche, Aa.Vv., Ed. F. Angeli, pag. 208.

(2) Pribyle Jen s, Pao-Kan tao-hu: The other side Issues and Studies, vol. XXII n° 1, 1986 - da op. cit., pag. 210.

(3) Op. cit. pag. 214.

(4) Op. cit. pag. 191.

(5) Financial Times del 4/12/1985.

(6) Op. cit. pag. 223. Per tutti i dati non contrassegnati da nota confrontare sempre Cina e Urss... già citato e Le Monde Diplomatique n° 422 del maggio 1989.

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