Crisi del comunismo o del capitalismo di stato? 2a parte

L'altra faccia della crisi

I profili economici del capitalismo occidentale sono delineati da almeno quindici anni, da quel fatidico 1973 che ha rappresentato l'inizio di una fase di crisi le cui convulsioni, anche se attenuate e circolarmente distribuite, periodicamente riaffiorano nei vari settori del mercato commerciale e finanziario. Ciononostante le vestali della “scienza” borghese non demordono. Per gli analisti occidentali il peggio è passato, le due recessioni, 1973-76 e 1979-82, in concomitanza con i due shock petroliferi sono state definitivamente superate ed il capitalismo occidentale, pur nelle debite differenze e peculiarità, ha potuto prodursi in un settennato di ripresa economica, Stati Uniti in testa, che non ha riscontri con qualsiasi altra fase dal secondo dopoguerra. Tutto è in crescita, il Pil di quasi tutti i paesi Cee, sono aumentati gli investimenti ed il commercio internazionale, pur non raggiungendo ancora i livelli pre-recessioni, mostra di accompagnare da par suo la ripresa economica.

- 1984 1985 1986 1987 1988 1989 (proiezioni)
Belgio 2,5 2,4 1,0 2,0 3,5 3
Danimarca 10,5 4,1 4,3 -2,7 1,75 2,75
Francia 1,7 0,8 0,6 2,0 5 4,25
Germania Federale 3,4 5,4 1,8 0,3 3 2,5
Gran Bretagna 3,9 2,9 0,9 5,8 6,5 3,75
Grecia 2,0 3,6 -0,8 -1,6 4,5 3,75
Irlanda 12,2 2,4 3,4 9,8 11 7
Italia 3,3 1,2 2,7 4,0 4,5 4
1. Produzione industriale nei paesi Cee (var. %) - Fonte Ocse-Fmi

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- 1984 1985 1986 1987 1988 1989 (proiezioni)
Belgio 1,6 1,4 2,0 2,1 3,25 2,75
Danimarca 3,5 3,7 3,3 -1,0 0,0 0,75
Francia 1,5 1,7 2,1 2,3 3,5 3
Germania Feder. 3,0 2,0 2,3 1,8 3,75 2,5
Gran Bretagna 3,0 3,6 3,2 4,3 4,25 3
Grecia 2,8 3,0 1,2 -0,4 3,25 2,75
Irlanda 1,8 -0,8 -1,3 4,8 1,75 2,5
Italia 2,8 2,9 2,9 3,1 3,75 3,5
2. Crescita del Pil in volume nei paesi Cee (var. %) - Fonte Ocse-Fmi

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- 1984 1985 1986 1987 1988 1989 (proiezioni)
Belgio 2,2 1,1 3,8 7,6 9,75 5,25
Danimarca 12,9 11,8 17,3 -9,0 -4,5 -2,75
Francia -2,6 2,8 2,9 3,4 6,5 5,25
Germania Federale 0,8 0,0 3,3 1,8 7 3,75
Gran Bretagna 8,6 3,8 0,9 5,5 10,5 6,75
Grecia -5,7 5,2 -5,7 -3,2 10,25 7,25
Irlanda -2,0 -6,6 0,7 -1,1 0,25 5
Italia 5,3 2,5 1,4 5,2 5,75 4,75
3. Investimenti fissi lordi nei Paesi Cee (var. %) - Fonte Ocse-Fmi

Per di Usa gli indici relativi sembrerebbero ancora migliori. Dal 1983 ad oggi, l'economia americana si è espressa su di un incremento annuo del Pil di circa il 3%. Ha sensibilmente ridotto i due deficit, quello commerciale e quello federale, portandoli rispettivamente a 130 e 150 miliardi di dollari, la domanda interna è in aumento così come gli investimenti. Tutto come prima, meglio di prima? Superate le asprezze delle due recessioni degli anni settanta, per il capitalismo occidentale si è aperta una nuova fase di accumulazione le cui premesse statistiche risiedono negli indici tanto sbandierati? No, il capitalismo internazionale, e tantomeno quello americano, non hanno cessato di essere vittime delle loro contraddizioni né possono chiamarsi fuori dalle scadenze che si stanno preannunciando. Certo, lo stridente contrasto con la crisi del capitalismo di stato rende le cose più difficili. Il crollo dell'impero dell'Est giunge all'appuntamento con dieci anni di ritardo e proprio nel momento in cui l'occidente “privato” sembra rivivere di nuova salute.

Ma non si tratta di superamento della crisi, né tantomeno dell'aprirsi di una nuova fase di sviluppo i cui tempi e l'intensità siano ancora tutte da definire, ma di una capacità di amministrazione e decentramento delle contraddizioni del processo di valorizzazione del capitale mondiale che nel medio periodo è riuscito a salvare le roccaforti del capitalismo commerciale e finanziario, i tradizionali punti di forza del capitale mondiale, a scapito dei suoi settori più deboli, competitivamente meno agguerriti, le cui condizioni economiche sono state ridotte a livelli disastrosi. Anche in una immagine a fronte superficiale della situazione del capitalismo internazionale, si evince come, per un pugno di economie che tirano e dominano il mercato, i quattro quinti del mondo sono ridotti alla sopravvivenza se non alla fame e alla miseria. Il che pone un altro ordine di problemi. Al fondo la questione non è se il capitalismo sia riuscito a contenere le proprie contraddizioni sino al punto da convivere con esse senza precipitare nella mortificazione economica delle crisi e delle loro conseguenze sociali, ma in che modo e con quali strumenti sia riuscito a riprendere parzialmente fiato dando vita ad una sorta di “ripresa” condizionata i cui indici di sviluppo nascondono la temporaneità del fenomeno.

Il problema in sé non è nuovo, né il capitalismo è riuscito ad “inventare” nuovi sistemi di sopravvivenza. I meccanismi sono sempre gli stessi, ciononostante la crisi degli anni settanta e la sua temporanea amministrazione hanno messo in luce una capacità di intervento ed una sofisticazione dei mezzi finanziari e più genericamente economici o di gestione del mercato, inusitati per il capitalismo degli anni 1950-60 per non parlare del periodo pre-Seconda Guerra Mondiale.

Termini quali dominio del capitale finanziario, parassitismo, internazionalizzazione del mercato che da sempre hanno caratterizzato l'osservazione e l'analisi del muoversi dei rapporti di produzione capitalistici, oggi sono divenuti compiutamente operanti. Quello che Lenin andava scrivendo ne “L'imperialismo fase suprema del capitalismo”, nel 1917, sul ruolo parassitario raggiunto dal capitale finanziario, sulla interdipendenza di mercato degli investimenti e della attività produttiva, sulla internazionalità del processo di accumulazione del capitale, è stata una grandissima anticipazione il cui compiuto sviluppo lo riscontriamo oggi a più di settantanni dalla prima elaborazione. Non che allora tutti questi fenomeni non fossero presenti e concretamente operanti, solo che ci sono volute due guerre mondiali, crisi e cicli di accumulazione perché quanto in embrione all'inizi del secolo diventasse maturo negli anni 1970-80.

Il che sta semplicemente ad indicare come, in assenza di grandi sconvolgimenti sociali e di frontali attacchi del proletariato, il capitalismo abbia potuto più facilmente adeguare e affinare le tecniche di amministrazione delle proprie contraddizioni, adeguando le prime all'ingigantirsi delle seconde. Ben inteso che amministrare non può assolutamente significare risolvere né ridurre l'aspetto antitetico e contraddittorio dell'apparato produttivo dei rapporti di produzione capitalistici. Troppo spesso in questi ultimi anni l'apparente versatilità e capacità del capitalismo moderno di giocare a nascondino con i guasti del ciclo economico ha indotto frange dell'intellighenzia di “sinistra” a ritenere il capitalismo come una forma economica indistruttibile, passibile soltanto di riforme socialmente più eque nella sfera della distribuzione dei redditi, dell'allocamento degli investimenti e da controllare sul terreno degli eccessi da avidità dei profitti, ma in nessun caso da mettere in discussione per quanto riguarda i meccanismi fondamentali del suo essere economico.

Quella dell'amministrazione è una necessarissima arte che ha sempre accompagnato la vita del capitalismo e che è andata sempre più sviluppandosi in rapporto dialettico con il crescere delle proprie contraddizioni. In caso contrario, là dove l'arte della amministrazione dovesse venire meno o incepparsi in uno dei mille, delicatissimi componenti, mettendo in discussione le finalità del processo di valorizzazione del capitale, la soluzione starebbe nella distruzione violenta di valore capitale, ovvero nella guerra.

Il capitalismo non conosce altre necessità ed altri mezzi per soddisfare quelle finalità. E come ha saputo affinare e sofisticare l'arma bellica della difesa dei propri interessi, così ha saputo anche dotarsi di una capacità “amministrativa” della sua vita pacifica.

Un grande esempio storico, il primo per vastità e importanza, di amministrazione dei processi di crisi economiche lo si ha negli anni immediatamente successivi alla “grande depressione”. Il capitalismo americano, come del resto quello europeo, colti letteralmente di sorpresa dalla violenza e dalla profondità della crisi, sono crollati sulle loro ginocchia. La rigidità del sistema economico caratterizzata dallo stretto legame tra capitale finanziario e capitale industriale, una produzione prevalentemente orientata ai mercati interni, e una ancora troppo relativa internazionalizzazione del mercato commerciale, hanno fatto sì che gli effetti centrifughi della crisi non trovassero sufficienti vie di fuga, finendo per scaricarsi all'interno dello stesso mercato che le aveva prodotte. L'aspetto nuovo che ne seguì fu la teorizzazione e la concreta pratica dell'intervento dello Stato nell'economia. Tanto fu grave la crisi del 1929-33, tanto fu “rivoluzionaria” la teoria keynesiana della necessità dell'intervento dello Stato nel meccanismo di una economia di mercato.

Prima della rivoluzione keynesiana, la teoria borghese in termini di economia politica riteneva fideisticamente che l'autonoma potenza regolatrice del mercato fosse da sola in grado di scongiurare il pericolo delle crisi economiche e che qualora sopraggiungessero, altro non bisognasse fare che attendere che il mercato stesso ritrovasse automaticamente un nuovo punto di equilibrio, rigettando le cause della crisi come corpo estraneo al suo organismo. La teoria keynesiana, pur in un ambito completamente racchiuso nelle categorie speculative borghesi, ha sempre ritenuto che le crisi facessero parte integrante del ciclo economico capitalistico, e che non si potesse fare a meno della amministrazione delle stesse attraverso l'intervento di un organismo esterno ai meccanismi di produzione, quale lo Stato sotto forma di domanda aggregata. Da allora in avanti le cosiddette politiche anticicliche che poggiavano i loro piani sulla operatività governativa, hanno fatto registrare una sorta di vera e propria invadenza delle istituzioni in tutti i gangli vitali della macchina economica.

Il nuovo fenomeno economico non ha certamente messo al riparo il capitalismo dalle inevitabili convulsioni di mercato, non ha certamente allontanato lo spettro della guerra come ultima ratio alla inconciliabilità delle contraddizioni socio-economiche, ma ha altrettanto certamente contribuito negli anni della ricostruzione post-bellica ad amministrare di più e meglio di prima tutti i fattori della economia e in parte anche quelli relativi al mercato della forza lavoro.

La prosopopea della scienza borghese ha ritenuto di aver trovato la panacea a tutti i suoi mali antichi e futuri, di aver risolto una volta per tutte la ciclicità del proprio essere economico alla sola condizione di saper dosare l'intervento dello Stato, a volte come domanda aggregata, a volte come Stato imprenditore, a volte come Stato assistenziale o come amministratore in deficit di alcuni servizi sociali, a volte come sintesi proporzionata di tutte queste attività insieme.

La crisi degli anni settanta, a sua volta ha posto sul tappeto un'altra serie di problemi. Innanzitutto ha mostrato come le tecniche di amministrazione delle crisi non risolvano al fondo la contraddittorietà del sistema produttivo capitalistico; in via subordinata che la loro validità ed efficacia sono limitate nel tempo, dilazionano tamponano prolungano temporalmente le cause delle crisi ma non sono in grado assolutamente di rimuoverle. Infine che l'evolversi del capitalismo impone nuove forme di manifestazione delle crisi rendendo tecnicamente obsolete le vecchie pratiche di amministrazione, creando i presupposti per la nascita di nuove, più efficaci, più consone alle necessità di valorizzazione del capitale e del suo indotto tecnico e tecnologico. Ed è ciò che è avvenuto all'inizio degli anni settanta.

Il capitalismo mondiale, dopo un intero ciclo di accumulazione apertosi con la ricostruzione post-bellica, era entrato nella fase della sua decadenza. La decandenza dei rapporti di produzione capitalistici ha portato con sé le crisi, l'esasperazione della concorrenza economica e della conflittualità tra le aree produttive ha imposto l'assoluta internazionalizzazione del mercato finanziario, ha reso più sensibile la parziale autonomia del mondo della finanza da quello produttivo, ha provocato l'affinamento delle tecniche creditizie e della gestione delle più importanti Borse mondiali, ha esasperato il fenomeno della speculazione finanziaria fino a farne il fulcro della spartizione parassitaria su scala internazionale del plus valore globalmente prodotto.

Oggi l'aumento o la diminuzione del prezzo di una materia prima strategicamente fondamentale per qualsiasi apparato produttivo concorre all'ascesa o al declino di intere aree economiche. L'elevazione o la diminuzione di un punto del tasso di sconto praticato dalla Banca Centrale di uno dei maggiori centri finanziari del mondo determina lo spostamento di migliaia di miliardi di dollari da un continente all'altro con riflessi incalcolabili per le economie più deboli o non in grado di gestire la complessità del processo.

L'internazionalizzazione del mercato commerciale ha rotto gli argini di qualunque confine fisico ed economico. I grandi operatori economici comprano e vendono interi cargo ancora in viaggio da un continente all'altro nello spazio di pochi secondi. Le Borse Merci più importanti sono dotate di sale computer in cui vengono aggiornati in tempo reale i prezzi di tutte le materie prime aventi mercato internazionale. La stessa cosa vale per il mercato delle valute e per quello monetario. L'effettiva internazionalizzazione e la conseguente concentrazione della produzione, del commercio e delle attività finanziarie è tale che una qualsiasi operazione di queste, effettuata in un punto qualunque del mercato, finisce per avere ripercussioni su tutto il resto del mercato che, a questi livelli, funge sia da elemento conduttore che da cassa di risonanza, dilatando e accelerando gli stessi fenomeni economici o finanziari. Ecco perché l'odierna gestione delle crisi ha imposto la ricerca di nuove tecniche di controllo del mercato e di una ulteriore centralizzazione del capitale.

L'esempio americano

Ancora una volta chi si è espresso all'avanguardia nei processi di amministrazione delle contraddizioni capitalistiche, e più in generale nel complesso manifestarsi della crisi degli anni settanta, sono stati gli Stati Uniti. Il motivo di questa leadership è dovuta essenzialmente a tre fattori. In primo luogo gli Stati Uniti sono da settant'anni la forza trainante dell'economia occidentale. Nella loro struttura economica e finanziaria si sono prodotte tutte le condizioni di sviluppo e di maturazione delle contraddizioni capitalistiche. Più e meglio che altrove, la produzione, il controllo del mercato e l'espansione parassitaria del capitale finanziario hanno avuto modo di esprimersi. In seconda istanza perché negli Usa la crisi di fine ciclo è partita quantomeno dal 1971, ponendo tutti i problemi tipici alla sua amministrazione, con qualche anno di anticipo sul resto del mercato capitalistico occidentale. La terza condizione risiede nella ovvia constatazione che là dove per prima ed in maniera più virulenta si è manifestata la crisi del capitalismo moderno, là si sono più compiutamente espresse anche le linee di tendenza della sua amministrazione.

Un primo esempio è verificabile nella operatività del governo americano all'epoca della cosiddetta crisi petrolifera del 1973. Premesso che il consistente aumento del prezzo del greggio ha avuto modalità e motivazioni tutte interne all'interscambio tra i paesi Opec ed il resto del mercato commerciale internazionale, gli Usa hanno avuto tutto l'interesse a favorirne l'aumento, o quantomeno a renderne esasperata la linea di tendenza, perché così facendo avrebbero potuto penalizzare sulla base dell'aumento dei costi di produzione tutte le altre economie occidentali che dipendevano quasi esclusivamente dal petrolio Opec per il loro fabbisogno energetico. Gli sforzi della diplomazia ufficiale e di quella ufficiosa (Kissinger e Colby) hanno avuto successo alle corti di Feisal d'Arabia e dello Scha nel convincere i due maggiori paesi produttori di petrolio ad azionare più disinvoltamente i meccanismi che regolano la determinazione dei prezzi, in cambio di tecnologia militare e civile oltre che a un congruo vantaggio finanziario (per ulteriori informazioni sulla manovra petrolifera vedere il n. 11 di Prometeo).

Le conseguenze della manovra, resa più celere ed efficace dalla importanza della materia prima e dalla incomprimibile domanda del mercato, si sono pesantemente abbattute sulle economie dei paesi Ocse già travagliati da una incipiente crisi economica interna e da una inflazione che si aggirava sull'8%. L'obiettivo americano di recuperare margini di competitività al proprio apparato produttivo, scarsamente competitivo ed in parte tecnologicamente obsoleto nei settori della produzione tradizionale (siderurgia, metallurgia, chimica e manufatturiera) aveva raggiunto lo scopo. Europa e Giappone si sono trovati, nella seconda metà degli anni settanta, a dover fare i conti con una grave situazione economica interna e con una inflazione a due cifre che non aveva riscontri con nessun periodo del secondo dopoguerra. Nei fatti, una semplice operazione di mercato come quella ha consentito al centro dell'imperialismo occidentale di prendersi una boccata di ossigeno rendendo più difficile la vita ai suoi partner economici, esportando una parte degli effetti delle proprie contraddizioni e facendone pagare una quota parte al resto del sistema capitalistico internazionale. Di riflesso anche i PVS sono stati costretti a subire il peso della manovra con l'aggravante di partire da una situazione economica già abbondantemente penalizzata da una struttura produttiva debole e incapace di qualsiasi risposta.

Ma il fatto nuovo che meglio caratterizza le attuali dinamiche della gestione degli effetti della crisi risiede nella sfera finanziaria. L'enorme centralizzazione del capitale finanziario, lo strapotere delle Banche Centrali e dei centri della speculazione internazionale hanno raggiunto il potere di condizionare in qualsiasi momento ogni aspetto del mondo economico. Le grandi imprese finanziarie di inizio secolo come quelle degli anni 1940-50, impallidiscono a confronto di quelle contemporanee. Le stesse Banche Centrali possono oggi operare in modo incomparabilmente più efficace rispetto al passato. La stretta interconnessione tra la Banca Centrale e lo Stato ha creato il potere di interferire sulla massa monetaria, sulle oscillazioni delle scorte valutarie, di concorrere alla determinazione del costo del danaro e conseguentemente di influire con politiche inflattive o deflattive sullo stesso ciclo economico. Le manovre sul tasso di sconto, le operazioni di mercato aperto (acquisto e/o vendita da parte dello stato di titoli pubblici, obbligazioni e azioni) e la modifica dei coefficienti di riserva parziale e obbligatoria degli Istituti di Credito sono strumenti ai quali si ricorre ormai quotidianamente per regolare i flussi monetari e quindi incidere sull'apparato produttivo. Ovviamente le manovre finanziarie non hanno come scenario soltanto la situazione interna ma sempre più spesso si propongono su scala internazionale.

Rimanendo sull'esempio americano, significativa è stata l'operazione effettuata dalla Federal Bank a partire dalla fine del 1979 - inizi del 1980 agli esordi della amministrazione Reagan, con la quale gli Usa, operando sul piano prettamente finanziario, si sono proposti di reagire all'aggravarsi della situazione economica interna, caratterizzata non solo da un andamento produttivo lento ma anche da una crisi di valorizzazione del capitale dovuta alla difficoltà di compensare la caduta del saggio del profitto con un adeguato livello di produttività.

L'operazione ha preso le mosse dal consistente aumento del tasso di sconto praticato dalla Banca Centrale che a sua volta ha messo i maggiori istituti di credito americani nella condizione obbligata di aumentare proporzionalmente i tassi di interesse (nel solo 1981 i tassi passivi sono saliti dal 7% al 22%) creando i migliori presupposti perché gli Usa si proponessero sul mercato finanziario internazionale come il polo di attrazione del riciclaggio dei petrodollari e di tutta l'attività speculativa mondiale (per maggiori ragguagli sulla operazione dei tassi di interesse e sulla crisi americana vedere Prometeo n. 11 e n. 12). La manovra si è giovata certamente di molti fattori complementari quali il relativo basso tasso di inflazione interna, una già collaudata pratica nel mondo della finanza e dell'utilizzo dei classici strumenti di pressione imperialistica quali le multinazionali e il semi-monopolio dell'alta tecnologia. L'obiettivo dichiarato era quello di richiamare nel mercato americano quei capitali che sempre con maggiore difficoltà potevano essere prodotti sotto forma di profitti dall'economia tradizionale, anche a costo di penalizzare ulteriormente l'apparato produttivo con una politica dell'alto costo del denaro. Nel quinquennio 1980-85 si è infatti assistito a un vertiginoso aumento dei profitti bancari, e contemporaneamente si sono aggravate le condizioni della competitività dall'azienda America. Il deficit commerciale ha raggiunto in quel periodo il massimo storico scavando un picco uguale ma di segno contrario a quello registrato dall'attività finanziaria.

Ma anche in questo caso, benché in maniera pericolosa e contraddittoria, l'America è riuscita a galleggiare sul mare della propria crisi usufruendo di quella massa di capitale finanziario che non poteva più essere prodotta in quantità sufficiente all'interno dei meccanismi produttivi. In più la politica degli alti tassi di interesse, nella misura in cui ha ridato fiato al maggiore centro dell'imperialismo occidentale, lo ha tolto ai paesi del Terzo Mondo ed ai PVS che folgorati dall'improvviso aumento del servizio sul debito, si sono trovati nella scomodissima situazione di comprare manufatti e tecnologia dai paesi Ocse e di pagarli quattro volte tanto in virtù del perverso meccanismo dell'aumento dello stock del debito e dei tassi di interesse.

Come se non bastasse, la crisi degli anni settanta, protrattasi nei primi anni ottanta ha sensibilmente diminuito la produzione e gli investimenti contraendo la domanda di materie prime di cui tradizionalmente sono produttori proprio i PVS. Se a questo si aggiunge il ricatto su ulteriori crediti al quale sono ricorsi i paesi industrializzati, Usa in testa, per ottenere prezzi di favore, si ha un sufficiente quadro di come la politica degli alti tassi di interesse, nel giro di pochi anni, abbia creato le condizioni non solo per l'esplosione del debito nei PVS (1400 miliardi di dollari a tutt'oggi) ma anche della loro insolvenza. In pratica, una manovra di alta speculazione finanziaria che ha consentito al maggiore centro dell'imperialismo di resistere nell'agone del mercato internazionale, succhiando plasma monetario come ha potuto, ha messo in ginocchio le già traballanti economie dei tre quinti del globo.

Normali maneggi dell'imperialismo, si potrebbe concludere. Certo, dal momento in cui il capitalismo si è imposto su scala planetaria come unica forma produttiva, protervia arroganza e oppressione sono stati il fardello che l'umanità ha dovuto accollarsi. Nelle fasi di crisi, oltre tutto, guerre a parte, il pesce grosso mangia quello piccolo, il più forte schiaccia il debole con una progressione di violenza e di intensità degli episodi che è pari solo alle crescenti difficoltà di valorizzazione del capitale. Ma quanto sta accadendo oggi sullo scenario del mercato capitalistico internazionale, per sofisticazione dei mezzi adottati, per celerità di esecuzione e per circolarità degli effetti non ha paragone nella storia del capitalismo.

L'amministrazione finanziaria della crisi ha inoltre accelerato un'altra linea di tendenza dell'imperialismo americano: il decentramento produttivo. Al riguardo, sia gli addetti ai lavori che i sociologi legati a quel mondo borghese particolarmente sensibile a qualsiasi forma di modernismo, si sono incaricati di definire il fenomeno in termini altamente positivi, come se il decentramento produttivo fosse in qualche modo riconducibile allo sviluppo in positivo delle società moderne, un ulteriore progresso del capitalismo.

In altri termini, quando si sente parlare di rivoluzione tecnologica, di società post-industriale, l'ufficialità borghese intende proporre l'immagine di un capitalismo in cui si sono risolti tutti i problemi tecnici e tecnologici riguardo alla produzione di beni strumentali, beni di consumo e di alimentazione e in cui l'unico obiettivo sia quello di potenziare il settore dei servizi e dell'informazione. Come dire che, una volta garantito il possesso e la centralizzazione del capitale finanziario e della tecnologia, la produzione può essere geograficamente collocata in parte o in toto alla periferia del sistema, mentre i vecchi centri del dominio industriale possono trasformarsi in nuovi agglomerati sociali basati sulla produzione dell'alta tecnologia e del terziario avanzato con tutte le modifiche del caso sulla composizione sociale sulle categorie economiche tradizionali e delle stesse classi.

La suggestione della effettualità e della futuribilità della tesi ha finito per coinvolgere in questo ultimo decennio anche larghi strati della sinistra non istituzionale. Teorizzazioni quali la scomparsa del proletariato come categoria sociale, riflesso della progressiva estinzione della produzione industriale a vantaggio delle nuove professioni nascenti dal seno di una società che va sempre più basandosi sulla espansione del terziario sempre più amministrativa e sempre meno produttiva; o teorizzazioni quali il rifiuto della centralità politica proletaria all'interno della lotta di classe, che ne è il suo naturale corollario, sono il sintomo di come l'ideologia borghese dominante vada al passo con le esigenze e le metamorfosi della classe dominante.

In un periodo storico in cui il mercato commerciale è dominato all'80% dal 5% dei produttori, dove la centralizzazione finanziaria ha raggiunto limiti impensabili sino a qualche tempo fa e dove il parassitismo finanziario e la speculazione sembrano essere il più importante modo di esprimersi della moderna società capitalistica, è deterministicamente evidente che il settore più alto e intelligente della borghesia parassitaria internazionale producesse una neo-ideologia in grado di essere l'espressione dei tempi a perenne giustificazione di se stessa.

Dietro l'immagine sociologica della società postindustriale, infatti, si nasconde il messaggio subliminale in base al quale il moderno capitalismo avrebbe fatto piazza pulita di tutti i problemi economici e sociali che lo hanno afflitto negli anni della sua giovinezza.

Oggi sarebbe tutto così nuovo, così diverso e così tecnologicamente superiore alla vecchia società industriale, da stravolgerne i connotati fondamentali. Marx, il Capitale, l'inconciliabilità delle contraddizioni sociali, il proletariato, il suo sfruttamento nell'apparato produttivo e la stessa lotta di classe sarebbero dei retaggi di un recente passato. Oggi nella società post-industriale la quota più consistente dei profitti si ottiene nel settore terziario e non in quello produttivo, la valorizzazione del capitale, quindi sarebbe frutto della tecnologia e non dello sfruttamento della forza lavoro, di una forza lavoro peraltro in continua e progressiva diminuzione. Questo è quanto l'ideologia della classe dominante va proponendo ad ogni livello di percezione sociale. Sì, è vero che da qualche tempo a questa parte, in alcuni settori dello schieramento capitalistico internazionale, la linea di tendenza sia questa. È statisticamente verificabile una relativa diminuzione del proletariato industriale nelle aree tecnologicamente avanzate, come è riscontrabile un proporzionale incremento dei profitti dalle attività non strettamente legate alla produzione in senso stretto. Ma è anche vero che il decentramento produttivo, quando avviene nelle aree della periferia del mercato capitalistico crea un fenomeno di neoproletarizzazione di queste aree, contenendo, se non addirittura elidendo il suo fenomeno opposto, la deproletarizzazione del centro del mercato capitalistico. Una cosa è verificare come le moderne tecnologie produttive, basate sull'enorme incremento dello sfruttamento della forza lavoro, espellono elementi produttivi dai meccanismi economici ristrutturati, o impiegano proporzionalmente meno manodopera nei nuovi insediamenti industriali della periferia, altra cosa è blaterare sulle mirabilie socio-economiche della società post-industriale e sulla presunta estinzione della classe operaia internazionale. Che poi i profitti siano diventati il frutto dell'applicazione tecnologica nel settore terziario in spregio alla teoria marxista del valore lavoro, è a dir poco risibile. Semmai è vero il contrario.

La tendenza del capitalismo contemporaneo è quella di trasformarsi in momento di centralizzazione e di gestione del capitale finanziario e contemporaneamente di investire produttivamente all'estero, nelle aree del cosiddetto sottosviluppo, dove maggiori sono le possibilità di valorizzazione del capitale. Non ha importanza dove il plusvalore viene estorto, fondamentale è l'intensità e la velocità della sua realizzazione.

Ma al fondo i termini della questione sono altri. Non si tratta qui di una fase evolutivamente positiva di alcuni settori avanzati dei rapporti di produzione capitalistici, ma del suo opposto. La deindustrializzazione o decentramento produttivo risponde alla fase di decadenza del capitalismo. Lo spostamento degli investimenti dalle aree ad alta composizione organica del capitale verso la periferia è la dimostrazione di come, nonostante gli incrementi della produttività, sia sempre più difficile per il capitale inseguire gli effetti della caduta del saggio del profitto. Nel sub-continente americano, come in Asia o in Africa, il capitale diminuisce i suoi costi di produzione, è più vicino ai mercati delle materie prime e soprattutto ha a disposizione una forza lavoro ad un costo di circa sette volte inferiore.

Anche in questo caso il fenomeno non è nuovo in assoluto. Negli anni cinquanta e sessanta l'atteggiamento dell'imperialismo era quello di collocarsi là dove maggiori potevano essere i margini di profitto fuori dalle aree tradizionali della produzione. Ma mentre in quel periodo si limitava all'esportazione di capitale finanziario per investirlo in loco per lo sfruttamento delle materie prime e della forza lavoro chiamata ad assemblare i pezzi meccanici prodotti altrove o a svolgere lavori artigianali, oggi il capitale è costretto ad esportare oltre al capitale, la tecnologia, interi apparati produttivi, beni strumentali ad alta sofisticazione tecnologica.

La differenza tra una alta composizione organica del capitale ad un costo relativamente alto del lavoro nei vecchi centri produttivi, e una sempre alta composizione organica del capitale - esportata sotto forma di impianti industriali ad alto contenuto tecnologico nella periferia del mercato capitalistico ad un costo del lavoro infinitamente più basso - è di per sé evidente. È quello che è avvenuto nei decenni scorsi con i NIC (Paesi di nuova industrializzazione, Taiwan, Singapore, Hong Kong e Corea del Sud) e che oggi sta avvenendo con la Tailandia la Birmania l'India e la Cina.

Il progressivo spostamento dell'asse produttivo dal centro verso la periferia, la disoccupazione tecnologica nei vecchi centri della produzione tradizionale (Europa, Usa, per il Giappone il discorso è più complesso e lo rimandiamo ad altra occasione), il fenomeno della neo-proletarizzazione, lo sviluppo dell'alta tecnologia e del terziario avanzato, l'esplodere della speculazione finanziaria privata e statale, sono tutte condizioni che concorrono alla definizione della fase di decadenza del capitalismo.

Il paradosso dialettico del capitalismo è che più si sviluppa, più maturano le contraddizioni. Più affina le armi commerciali e finanziarie di amministrazione delle proprie contraddizioni, maggiormente le propaga su scala planetaria. L'amministrazione di questa crisi - un momento è rappresentato proprio dal decentramento produttivo - cerca di decentrarne anche gli effetti. La tanto sbandierata Reaganomic ne è un evidente esempio. Dal 1980 al 1988 la politica americana ha costruito parte della sua sopravvivenza sulla speculazione finanziaria, sull'indebitamento estero, sulla esportazione di capitali e sugli investimenti produttivi nella periferia, con il risultato di seppellire sotto una montagna di debiti i paesi in via di sviluppo, favorendo, se non determinando, l'innesco di incontrollabili tensioni sociali. Le rivolte della fame che si sono virulentemente espresse in alcuni paesi dell'America Latina (Venezuela) o in Medio Oriente (Giordania) o in Asia (Pakistan e Ceylon) hanno visto come protagonisti quei paesi maggiormente indebitati con il Fmi e con gli Istituti di Credito americani. L'indebitamento, l'insolvibilità, la penalizzazione dei programmi di sviluppo industriale, fame e miseria sociale sono il prezzo che la periferia del capitalismo sta pagando al tentativo di gestione della crisi internazionale da parte dei settori avanzati dello schieramento imperialistico, Stati Uniti in testa.

La deregulation

Sempre in mezzo al guado della crisi si colloca il tentativo reaganiano di amministrare in qualche modo gli effetti anche sul piano di una nuova gestione della politica economica. Fermi restando tutti i meccanismi di gestione e comprensione finanziaria, gli ultimi otto anni di vita della società americana hanno visto la teorizzazione, ed in alcuni casi la pratica, di un diverso rapporto tra lo Stato e l'economia, tra il mercato e gli istituti preposti alla sua amministrazione. La deregulation, ovvero l'andare contro corrente, si riferiva essenzialmente alla necessità di ridare alle leggi del mercato completa autonomia riducendo al minimo gli interventi stabilizzatori dall'esterno, e disimpegnando lo Stato dalla sua soffocante presenza all'interno dell'apparato produttivo e finanziario.

Un calcio a Keynes, ma soprattutto a quelle presunte teorie di sinistra che hanno sempre rimproverato al capitalismo di qualunque collocazione geografica e sotto qualsivoglia tipo di amministrazione, di rincorrere inutilmente la periodicità delle proprie crisi, proponendo momenti di cieca concentrazione dei mezzi di produzione e di centralizzazione finanziaria accompagnati da un progressivo intervento degli or-panismi dello Stato nell'economia. La risposta reaganiana, immediatamente seguita dal thatcherismo inglese, ha voluto esibirsi in esperimenti di politica economica che operassero nel medio periodo il miracolo di fare uscire l'economia americana dai morsi della recessione economica, puntando tutto sul ritorno al libero scambismo, sull'universalità delle leggi di mercato della domanda e dell'offerta e sul disimpegno dello Stato attraverso la politica delle privatizzazioni.

Oltre alla nuova pratica economica, uno degli obiettivi della deregulation era quello di mostrare ai critici ed ai perplessi che la strada del capitalismo non è stata disegnata una volta per tutte; che le sue curve non rappresentano l'impossibilità a gestire le contraddizioni e soprattutto che questa strada può essere percorsa nei due sensi. In altre parole se per quarant’anni si sono costruiti steccati attorno alle attività del mercato interno ed internazionale, si è assistito ad un fenomenale processo di concentrazione, e lo Stato capitalistico ha finito per investire di sé buona parte della attività economica, oggi è possibile tornare indietro ridando al mercato l'autonomia necessaria, destatalizzando le imprese, riproponendo così il primato del privato sul pubblico, delle “sane” leggi del profitto e della iniziativa privata contro le amministrazioni in passivo ed il burocratismo parassitario. Se le cose stessero effettivamente in questi termini non solo il capitalismo dimostrerebbe una duttilità e una reversibilità inusitate, ma sarebbe in grado, attraverso accorgimenti organizzativi, di superare la contraddittorietà del suo essere economico.

Le cose non stanno assolutamente in questi termini. Secondo statistiche emesse dagli stessi organismi governativi americani, l'economia mondiale ha visto aumentare costantemente la concentrazione produttiva. Nel 1980 solo 650 grandi imprese dominavano la scena del mercato commerciale internazionale. Nel 1987 le imprese si sono ridotte a 200. Con un fatturato di 3414 miliardi di dollari rappresentavano il 30% della intera produzione mondiale. Più di un terzo delle suddette imprese nazionali e transnazionali sono “made in Usa”. Sempre negli Stati Uniti si è anche prodotta una vertiginosa centralizzazione del capitale finanziario sia creditizio che borsistico. Un pugno di banche, tra cui la Citycorp, la Bank America Corp. la Chase Manhattan e la J.P. Morgan dominano il mercato creditizio. Lo stesso avviene in quello borsistico dove, tra le 20 società primarie operanti in titoli, 5 hanno un fatturato pari al 40% di tutte le altre messe insieme. La Merril Kynch, la Shearson Lehman Brothers, la Salomon Brothers Holding, la Hutton Financial Services e la Dean Witter Financial Service fanno il bello e il cattivo tempo su tutte le piazze americane. Il medesimo processo di concentrazione e di centralizzazione lo si può leggere analizzando le cifre percentuali della distribuzione della ricchezza. Nel 1949 l'1% della popolazione deteneva il 20% della ricchezza complessiva, nel 1962 si è passati al 27%, nel 1983 al 34,3%, nel 1988 la concentrazione della ricchezza per il solito 1% è salita al 38%.

Alla legge dei grandi numeri non si è sottratta nemmeno la messe di leggi emanate dal governo in tema di regolamentazione dell'economia. Nel decennio 1920-30 i government act sono stati 31, nel decennio successivo, travagliato dalle conseguenze economiche della grande depressione, si è saliti a 48. Tra il 1960 e il 1970 ben 73 sono stati i decreti governativi, e 125 nel decennio scorso. A tutt'oggi, dopo otto anni di deregulation e ad uno di scadenza del decennio, se ne contano già 189, il cui contenuto regolamentatore si applica a tutti i settori, da quello produttivo a quello finanziario, dalla distribuzione delle merci al mercato borsistico e monetario.

Pochi dati ma sufficienti a dimostrare come la tendenza capitalistica alla concentrazione sia connaturata alla contraddittorietà dei suoi meccanismi economici e che non è venuta meno persino nella fase della deregulation. La forma di organizzazione di mercato monopolistica, l'assoluto predominio dei cartelli finanziari, l'esigenza di una gestione centralizzata della produzione e della distribuzione al pari dell'invadenza dello Stato nei settori vitali del mercato interno ed internazionale, sono la conseguenza necessaria alla impossibilità dell'autoregolamentazione dei fattori economici capitalistici. La recente storia del ciclo economico mondiale non fa che confermare l'esistenza e il potenziamento di tutti questi fattori, anche nell'ultimo decennio. Per quanto riguarda le privatizzazioni il problema si presenta in maniera più articolata. Sia nella esperienza della deregulation che in Inghilterra e in altri paesi industrializzati, il fenomeno, pur a diversi livelli di intensità, si è presentato.

In parte e in piccola misura si tratta del crollo del mito keynesiano. Per un intero ciclo di accumulazione, l'ultimo, quello post-bellico, la scienza economica borghese si è cullata nell'illusione che la ricetta keynesiana dell'intervento dello Stato nell'economia - in termini di domanda aggregata o di Stato imprenditore a tutti gli effetti, o nella versione meramente assistenziale - avesse la taumaturgica facoltà di elidere i maggiori problemi del ciclo economico, favorendo un comodo e controllato binario di continua espansione al capitalismo. Sennonché la crisi degli anni settanta ha letteralmente travolto nei fatti sia le certezze che le aspettative. L'imbarazzo con cui gli accademici e gli analisti borghesi si sono espressi riguardo agli eventi economici dal 1973 ai primi anni 1980, ne è una significativa testimonianza. L'inaspettata recessione è stata di volta in volta attribuita ai paesi produttori di petrolio, all'eccesso di domanda sui vari mercati nazionali, all'insopportabile aumento del costo del lavoro (!) e, non ultimo, ad una gestione dell'assistenzialismo statale, reo di non amministrare i settori economici di sua competenza secondo le leggi della efficienza produttiva e della managerialità privata.

È evidente che, pur operando la borghesia prevalentemente su fattori endogeni all'apparato produttivo come il contenimento del costo della forza lavoro e sull'intensificazione dello sfruttamento, abbia potuto esprimersi, in alcuni suoi settori più intelligenti, l'idea che il tanto praticato intervento dello Stato nell'economia non fosse la panacea di tutti i mali, ma che, forse, era il caso di invertire la tendenza.

La reaganomic e il thatcherismo sono in parte il risultato di questa riflessione sul vecchio ordito di politica economica keynesiana, una sorta di sindrome da statalismo innescata dalla crisi stessa. Ma se rimanessimo nel precario mondo degli aggiustamenti di tiro delle politiche economiche borghesi non riusciremmo ad arrivare al fondo del problema. Ben altre sono le ragioni che di qua e di là dall'Atlantico hanno prodotto il fenomeno della privatizzazione o destatalizzazione di settori dell'economia.

In prima istanza va sbarazzato il campo da tutte quelle falsissime ideologie in base alle quali il o i settori statali andrebbero valutati, ai fini del processo di valorizzazione del capitale, in termini diversi dal settore privato. Fatte salve alcune attività di interesse generale (leggi ancora funzionali alla valorizzazione del capitale complessivo) come trasporti e servizi, peraltro ben identificabili in particolari e transitori periodi di ricostruzione economica, le leggi della remunerazione del capitale sono identiche per il settore statale come per quello privato. Non a caso, quando le conseguenze della crisi hanno cominciato a farsi sentire, là dove si è voluto iniziare un processo di privatizzazione, lo si è fatto partendo dalle attività economiche meno remunerative. Lo Stato, cioè, non ha fatto altro che comportarsi come un qualsiasi capitalista in crisi.

La politica del taglio dei “rami secchi” ha peraltro inciso relativamente poco sul complesso degli interventi dello Stato. La tanto acclamata inversione di tendenza, pur sotto le sollecitazioni della crisi e delle neo-teorie del disimpegno, non si è prodotta più di tanto. I settori chiave sono rimasti al loro posto senza nemmeno essere sfiorati dal “pericolo” della privatizzazione. Un esempio su tutti quello “dell'Italietta”, dove tra tagli e cessioni e privatizzazioni, il 43% del PIL, è ancora nelle mani di Iri ed Eni e delle loro finanziarie.

Altre, e di diversa portata, sono le ragioni finanziarie (bilancio dello Stato) e politiche che hanno suggerito la delicata manovra del disimpegno dello Stato. Più o meno, quasi tutti i governi dei maggiori Stati industrializzati hanno avuto a che fare negli ultimi anni con il problema del risanamento del deficit pubblico e con la ristrutturazione. In entrambi i casi, pur con modalità operative e finalità diverse, le privatizzazioni si sono presentate come degli espedienti estremi a cui ricorrere nei momenti di particolare difficoltà economica e di tensione sociale. La cessione ai privati di alcuni settori statali, è stata contabilmente considerata come uno dei momenti di reperimento di capitale, tanto necessario quanto maggiore andava presentandosi la voragine del debito pubblico. Mezzo di per sé inadeguato e parziale, ma a mali estremi... Lo stesso dicasi per quanto riguarda la ristrutturazione dell'apparato produttivo e delle sue conseguenze sociali.

Anche il più stupido dei politici borghesi doveva mettere in preventivo che la riorganizzazione della produzione nei settori chiave, ad alta esposizione concorrenziale, doveva basarsi sull'acquisizione di tecnologie avanzate, con relativa espulsione di forza lavoro. Non solo, era altrettanto evidente che la disoccupazione “tecnologica”, frutto della ristrutturazione dell'apparato produttivo, avrebbe colpito sia i settori privati che quelli pubblici.

Non poteva, dunque, sfuggire il facile assunto, in base al quale, se le privatizzazioni fossero avvenute prima della ristrutturazione, la responsabilità politica dei licenziamenti non avrebbe colpito lo Stato sociale, risparmiandogli, almeno in parte, i costi economici e di immagine pubblica dell'operazione. E là dove è stato possibile, in tempi e modi del tutto particolari e articolati, la destatalizzazione ha anticipato la ristrutturazione.

Malizia e preveggenza sono doti che non sono mai mancate nella testa degli amministratori pubblici, se poi di necessità occorre fare virtù, niente di più stimolante della crisi e del suo pesante fardello, ristrutturazione compresa, poteva proporsi a cavallo degli anni 1970-80.

Anche in questo caso vale l'italianissimo esempio della privatizzazione delle ferrovie. Il progetto Schimberni, in puro stile privatistico-manageriale, prevedeva, ed in parte lo ha già realizzato, l'aumento delle tariffe e la riorganizzazione della gestione di tutta la rete ferroviaria, al cui centro stava e sta la riduzione dell'organico pari a 50-60 mila unità forza lavoro.

Di fatto le ferrovie non sono mai uscite dalla gestione statale, la privatizzazione è stata una specie di pantomima in grado di nascondere la mano dopo aver buttato il sasso.

Ma che alla base della deregulation, di cui il fenomeno della privatizzazione sembra essere quello più evidente oltre che “rivoluzionario”, ci siano ripensamenti di approccio teorico, necessità di taglio dei rami secchi, il tentativo di ridimensionare il deficit statale, le imprescindibili necessità nella disoccupazione, non modifica di una virgola la questione di fondo. Oggi non è in discussione l'intervento dello Stato, ma il suo tipo di intervento. Chi ha creduto di vedere negli episodi della deregulation un sintomo del cambiamento di tendenza del capitalismo, o peggio ancora, l'incapacità dell'analisi dialettica di spiegarne coerentemente le cause, come se il capitalismo avesse preso una strada completamente nuova, fuori da tutti gli schemi precedenti, non ha capito assolutamente nulla.

Nell'era del dominio del capitale finanziario, dove lo stesso mondo produttivo ha come precondizione il credito, il costo del danaro, la massa del circolante e la sua velocità di circolazione, lo Stato non può che esprimere le necessità della fase storica assumendole in prima persona. Gli anni della crisi sono stati anni di esasperazione della concorrenza commerciale, di selvaggi processi di ristrutturazione e/o decentramento produttivo, ma soprattutto di ferocissima lotta per il dominio del mercato finanziario.

Il ruolo di un moderno Stato è prevalentemente di natura finanziaria. Il che non significa che vada completamente perdendo il suo ruolo di stimolatore esterno dei meccanismi del mercato commerciale o di vero e proprio imprenditore capitalista, ma che l'accentuarsi della fase finanziaria dell'evolversi della società capitalistica gli conferisce una funzione più consona alla situazione. Oggi lo Stato è costretto al controllo della finanza, è in grado di restringere o dilatare il credito operando sui tassi di sconto, attraverso le operazioni di mercato aperto dilata o restringe la massa della liquidità monetaria incidendo sul costo del denaro. È in grado di stanziare crediti privilegiati pur all'interno di una politica economica deflazionistica, si assume sempre più spesso l'onere degli ammortizzatori sociali (prepensionamenti e cassa integrazione) correndo in aiuto dell'apparato produttivo privato. Quando si parla di amministrazione finanziaria della crisi si intende proprio questo, uno Stato che dall'alto della gestione del capitale finanziario, sia sul mercato interno che internazionale tampona le falle dell'economia, ne sorregge la competitività e la linfa monetaria.

È dunque irrisorio parlare di disimpegno dello Stato dalla economia. A fronte di un rinculo, peraltro temporaneo e limitato nei settori della produzione tradizionale e dell'assistenzialismo sociale (i tagli della spesa pubblica come sempre colpiscono la categoria dei lavoratori dipendenti e comunque dei meno abbienti, le pensioni, la scuola, la sanità ecc.) complessivamente l'invadenza dello Stato è enormemente aumentata nel settore finanziario. È solo cambiato il tipo di intervento, si è potenziato questo ultimo carattere rispetto ai precedenti, ma non si può parlare di inversione di tendenza come pretendono le vestali della deregulation e chi, scambiando il nuovo impegno per disimpegno, è rimasto al palo di qualsiasi analisi sul moderno ruolo dello Stato, sulle crisi economiche e sulla loro gestione finanziaria.

Alla base della recente ripresa, che ha visto i maggiori paesi industrializzati galleggiare al di sopra dei vecchi problemi economici, e gli Usa tamponare le enormi falle della loro attività economica e commerciale, sta proprio l'intervento finanziario degli Stati.

Non per niente, nell'ultimo decennio, caratterizzato dalla crisi economica e dai suoi tentativi di gestione (lotta sui tassi di interesse, decentramento produttivo, ristrutturazione sulla base di prestiti di capitale pubblico a tassi agevolati e gestione degli ammortizzatori sociali), il costo dell'onere finanziario dello Stato ha assunto l'aspetto della perenne gestione in deficit del suo bilancio. Tutto ha un prezzo, compresi i meccanismi di assorbimento delle contraddizioni capitalistiche.

Sul fronte del lavoro è la classe operaia metropolitana e periferica che paga il prezzo di queste operazioni con la disoccupazione, l'intensificazione dello sfruttamento, fame, miseria e degrado sociale, sul fronte finanziario è lo Stato che si accolla i pesi maggiori, indebitandosi sino all'inverosimile pur di “drogare” la ripresa economica. Non esiste paese industrializzato che non abbia il debito pubblico inferiore al 50% del PIL:

Paese Debito
Italia 98%
Canada 72,5%
Giappone 68,6%
Gran Bretagna 52,4%
Usa 52,2%
Germania 44,4%
Fonte: Ocse ott. 1988

Se si fa astrazione per l'Italia e la Germania che per opposti motivi escono dai limiti “normali” dell'indebitamento statale, tutti gli altri paesi sono alle prese con un fenomeno economico di difficile quadratura. O lo Stato si chiama fuori dalla mischia, lasciando che l'intero processo di valorizzazione del capitale, attraverso i meccanismi di mercato, tocchi il punto di inversione inferiore per poi riprendersi autonomamente, che l'inflazione falcidi un settore consistente dei profitti e che la scarsa propensione del capitale all'investimento produttivo penalizzi ulteriormente il sistema economico nel suo complesso, oppure deve decidersi all'intervento usando la finanza pubblica come calmieratore delle deficienze dell'apparato produttivo. Una sorta di assistenzialismo al capitale in crisi di profitti, pagato dallo Stato sotto forma di debito pubblico.

Come dire che per far produrre a una società malata 100 il suo tutore si deve indebitare di 50-60-70, emettendo continuamente titoli pubblici con una progressione pari solo all'effimero ritmo della espansione. La gestione finanziaria della fase di decadenza del capitalismo, che vede lo Stato in prima linea nel tamponare le falle più vistose, non può risolvere la contraddittorietà del sistema economico; può solo amministrarla nel tempo, dilazionarla, amministrarla tentando di scaricarne gli effetti sulle aree più deboli del mercato, ma ritrovandosi alla fine con gli stessi problemi ingigantiti e maturi per l'esplosione finale.

Il grave problema che preoccupa gli economisti è che non esiste Stato, nel settore del capitalismo occidentale, che non debba continuare ad indebitarsi per poter onorare gli interessi già maturati. Il servizio sul debito cioè, finisce per aumentare lo stock del debito, ricacciando la manovra finanziaria statale in quel perverso meccanismo di irrisolvibilità della crisi da cui la manovra stessa era nata come tentativo di superamento.

La nemesi economica sta distruggendo il cuore del centro del capitalismo mondiale dello stesso “cancro” che ha annichilito la periferia. Certo, le ragioni dell'indebitamento dei PSV e del terzo mondo non sono le stesse dei paesi occidentali, ma hanno in comune la matrice finanziaria della gestione e della circolarità della crisi. Ecco perché la tanto pubblicizzata ripresa economica degli ultimi sei anni va inquadrata più come momento di gestione della crisi che espressione del suo superamento. “Ripresa” c'è stata, ma drogata, e il costo economico del suo determinarsi va contabilizzato in quegli oltre 1400 miliardi di dollari che rappresentano il debito inestinguibile dei due terzi del mercato capitalistico mondiale, e nei 6000 miliardi di dollari a cui ammonta il debito pubblico dei paesi più industrializzati, due mine vaganti la cui collisione metterà a nudo la precarietà delle manovre finanziarie, riproponendo la contraddizione fondamentale tra le esigenze di valorizzazione del capitale e le concrete possibilità di realizzazione.

L'esempio, come sempre, cade sull'economia americana, sia perché è stata il cardine di questa manovra finanziaria, sia perché la presunta ripresa avrebbe preso le mosse dagli Usa per poi estendersi a tutto il mercato occidentale. Quegli stessi analisti che per anni hanno invocato che la “locomotiva” americana ripartisse trascinando il resto del mondo fuori dalla galleria della crisi, nella seconda metà degli anni ottanta, hanno gridato al miracolo. Dati alla mano, l'amministrazione Reagan avrebbe risolto buona parte dei problemi che affliggevano l'economia americana degli anni settanta.

- 1986 1987 1988 1989 (proiezioni)
Consumi privati (var. %) 4,3 2,7 2,8 3
Consumi pubblici (var. %) 4,0 2,6 0,5 2
Investimenti fissi lordi (var. %) - 2,0 5,8 3,3
Domanda interna finale (var. %) 3,5 2,5 2,7 2,7
Export (var. %) 3,0 13,1 28,0 13,2
Import (var. %) 9,4 7,9 9,1 8,5
PNL (var. %) 2,8 3,4 3,8 3,0
Prezzi al consumo (var. %) 2,0 3,7 4,1 5,5
Bilancia commerciale (mld $) -152 -170 -131 -134
Bilancia corrente (mld $) -135 -154 -132 -128
Deficit federale (mld $) 220 151 155 148
Tasso di disoccupazione (% della forza lavoro) 7,0 6,2 5,5 5,5
L'economia Usa in cifre - Fonte: Ocse, Fmi, 1988

Vero è che i due deficit, quello federale e quello commerciale sono scesi, vero è che la vertiginosa, quanto pilotata, caduta del dollaro dall'85 in avanti ha ridato fiato all'asfittica bilancia commerciale americana, come è riscontrabile che negli ultimi anni, in alcuni settori produttivi si è registrato un piccolo incremento della produttività, ma è altrettanto vero che il tetto dei due deficit rimane paurosamente alto, che il debito interno è salito a 2600 miliardi di dollari, quello estero a 532,5 di cui ben 350 miliardi rappresentano l'indebitamento degli operatori economici americani nei confronti degli istituti di credito stranieri. Già l'anno scorso Paul Volcker, nel commentare i termini della “ripresa drogata” poneva l'accento sulla necessità di trovare 100 miliardi di dollari all'anno sul mercato finanziario internazionale per colmare la penuria interna di capitali.

Contemporaneamente, sul fronte commerciale, l'ultimo atto della amministrazione Reagan imponeva con il Trade Act le basi per la più dura delle politiche protezionistiche per tentare di porre un freno all'invasione delle merci straniere.

Non per niente quegli stessi economisti che hanno inneggiato alla “vistosità” degli indici della ripresa, sono costretti a prefigurare per l'economia americana, e per legge transitiva a quella di tutto il mondo occidentale, un avvenire oscillante tra il soft landing (atterraggio morbido) e depressione.

In termini più espliciti, non siamo in presenza di una effettiva ripresa economica, premessa di un nuovo ciclo di accumulazione di lungo periodo, ma dell'ultima fase del processo di amministrazione della crisi, basata sull'indebitamento e sulla speculazione finanziaria, nel cui futuro esiste soltanto l'eventualità di una nuova recessione.

Fabio Damen

Prometeo

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