Un nuovo periodo si sta aprendo?

I cenni di una ripresa dello scontro fra le classi pongono nuovi problemi alla amministrazione della crisi

I cenni di ripresa dello scontro fra le classi pongono nuovi problemi alla amministrazione della crisi. I movimenti rivoltosi verificatisi negli ultimi tempi in diversi paesi della periferia del capitalismo occidentale nonché i drammatici eventi cinesi e le convulsioni di diverso segno ancora presenti nell'impero russo, segnano l'apparizione di una nuova fase del periodo storico avviatosi nei primi anni 1970 e che abbiamo definito come periodo di crisi del ciclo di accumulazione.

Quando parliamo di crisi del ciclo di accumulazione, qualcuno, cadendo in un facile equivoco, ci obietta che la crisi dell'Occidente non può essere considerata uguale a quella del mondo orientale (russo o cinese) e che questo, sebbene - beninteso - capitalista, ha seguito un processo di accumulazione su base autonoma, pressoché autarchica.

Tutto ciò è vero e da noi argomentato e discusso altrove (e anche su questo numero). (1) Ma ciò non significa affatto che la crisi che attanaglia l'oriente come l'occidente non sia dello stesso segno in entrambi i blocchi.

Le "leggi" e le contraddizioni del modo di produzione capitalista sono sempre le stesse e uguali ne risultano le linee generali del ciclo. Possono certamente cambiare i ritmi, i tempi e le modalità del processo che porta dall'avvio del nuovo ciclo di accumulazione alla sua crisi, come in realtà è avvenuto. Ma ciò non significa una sostanziale diversità del processo medesimo o della crisi. Se datiamo ai primissimi anni 1970 l'avvio della crisi in occidente, osserviamo un ritardo di circa dieci anni nel manifestarsi della crisi nei paesi orientali, cosiddetti socialisti. Del pari, i modi del manifestarsi della crisi alla superficie appaiono diversi, ma nulla autorizza a pensare che si sia in presenza di fenomeni di genere diverso.

Così la crisi, manifestatasi originariamente nell'area del dollaro e nel blocco imperialista occidentale, aveva fatto pensare a molti filosovietici e/o filocinesi che il "mondo socialista" sarebbe rimasto immune. I fatti hanno invece dimostrato il contrario.

C'è chi sostiene, ancora, che, per esempio, la crisi sociale che ha investito la Cina è dovuta ad un eccesso di crescita economica e a una eccessiva radicalità dell'inversione di rotta originate dalle riforme del 1979.La tesi non meriterebbe altro che un sorriso se non avesse catturato anche alcuni compagni dell'area proletaria a scala internazionale. Merita dunque alcune sintetiche chiose.

La Cina

Innanzitutto, considerato che è vero che alcuni fenomeni particolari della crisi cinese si spiegano contingentemente con gli squilibri intersettoriali innescati dalla accelerazione economica impressa dalle riforme, è credibile per dei marxisti che aspetti particolari, conseguenze di fenomeni più ampi, siano la causa di una profondissima crisi economica e sociale quale quella che ha investito la Cina?

Che rapporto c'è per esempio fra lo squilibrio esistente fra produzione elettrica, rimasta sotto il comando centralizzato dello Stato, e domanda di energia da parte delle nuove attività privatistiche, da una parte, e presenza di strati enormi di disoccupazione urbana e rurale dall'altra?

Secondariamente: secondo questa tesi la crisi economica e sociale della Cina trarrebbe origine da una scelta soggettiva del regime (le riforme del 1979), altrimenti non spiegata. Il che è semplicemente ridicolo.

Viceversa, le riforme del 1979 sono una risposta del regime al manifestarsi della crisi, nei modi propri alla economia centralizzata cinese. In questo senso non è priva di significato la coincidenza delle scelte: all'estremismo apparentemente liberista della reaganomic e del tatcherismo, ha corrisposto la riforma delle quattro modernizzazioni cinese e in seguito la perestrojka sovietica.

Al fallimento delle une nel dare una soluzione definitiva alla crisi ha corrisposto il fallimento delle altre, con la sola differenza - sebbene non marginale - che, mentre nelle metropoli occidentali i metodi e le tecniche di amministrazione della crisi hanno consentito di contenere le tensioni sociali, nei paesi del cosiddetto socialismo il fallimento di quelle politiche si è risolto e si sta risolvendo nello scatenarsi di tensioni sociali e politiche di portata enorme. (2)

In tutti i casi, comunque e come argomentano gli altri articoli di questo numero, si sono avuti ritocchi alle forme giuridiche di proprietà di molte o poche aziende quali misure tattiche o addirittura necessarie ad una reale centralizzazione ulteriore delle leve di comando economico.

Torniamo dunque a ribadire che la crisi politica cinese è il drammatico portato della crisi che ha investito il presente ciclo di accumulazione, partito alla fine del secondo conflitto mondiale e che, pur seguendo ritmi, tempi e modalità proprie a ciascun blocco in cui si divide il mondo capitalista, è comune a tutti perché tutti i paesi sono oggi capitalistici.

Possiamo dunque fissare una prima constatazione: in Cina la gravità della crisi, dovuta alla sua natura di crisi di ciclo, è stata recentemente segnalata non più solo dall'osservatorio della critica marxista dei fatti della economia e della politica, ma dalla materialità dei drammatici eventi culminati nel massacro della Piazza Tienanmen.

Quanto al contenuto di classe oggettivo del movimento verificatosi in Cina rimandiamo al documento-manifesto recentemente varato dal Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario (BIPR) e qui ripubblicato. È evidente in esso l'attenzione che dedichiamo alla natura interclassista del movimento, che, in assenza di un referente di classe rivoluzionario, si esprime sul piano ideologico-politico nell'accodamento della componente proletaria, quando presente, alle istanze radicaleggianti della piccola borghesia e di certi strati della stessa borghesia. È questo un tema sul quale torneremo più avanti.

L'Urss

L'Unione Sovietica, da parte sua, ha seguito anch'essa un percorso peculiare quanto a tempi e forme. Ma è stato pur sempre il percorso del ciclo di accumulazione ora giunto alla fase di impasse. I fenomeni che questa fase del ciclo ha generato e genera nell'impero del rublo, nella loro contemporaneità e contraddittorietà, sono indicativi di uno stato di dissesto economico e di drammatico squilibrio sociale che, al di là delle campagne ideologiche della borghesia occidentale, conferma le diagnosi di capitalismo di stato fatte dalla critica marxista da molto, molto tempo fa.

Di fatto la disoccupazione, per tanti anni negata in Urss, si rivela oggi essere elevatissima, sebbene non ufficializzata da dati statistici complessivi. Nella sola Moldavia, con quattro milioni di abitanti, fonti ufficiose parlano di 150 mila disoccupati. D'altra parte la Prava dichiara che:

Solo nelle repubbliche dell'Asia centrale e nel Kazakhstan si contano circa sei milioni di giovani disoccupati...

e di fatto la presenza di un numero enorme di lavoratori in esubero presso kolkhoz, sovkhoz e industrie copre di fatto uno stato di sottoccupazione e giustifica quella di sottosalario di tutti. (3)

La situazione di penuria alimentare e di pessime condizioni di vita dei minatori ha dato origine a una ondata di scioperi estesi dalla Siberia alla Ucraina, come non se ne vedevano dal 1917.

Le ondate nazionalistiche alimentate ad arte dagli strati tecnocratici delle borghesie locali, mentre denunciano l'arroganza accentratrice e burocratica del centro moscovita presentandosi come momenti di seria opposizione al regime centralista, portano con sé il malcontento elementare di strati diversi della popolazione, proletariato compreso.

A questo proposito citiamo da Mosca News n. 7 una serie di considerazioni interessanti da parte di esponenti della borghesia léttone, a proposito del loro nazionalismo:

Dopo il XX Congresso del PCUS durante il “disgelo kruscioviano”, avevamo finalmente cominciato a riprenderci dai colpi inferti dallo stalinismo. Si faceva strada la speranza di una reintegrazione dei diritti della nazione léttone, della creazione di normali condizioni per la sua esistenza e per il suo sviluppo. Cominciavano a essere riconosciute l'esistenza del problema linguistico e la necessità di offrire una degna collocazione ai quadri nazionali all'interno della repubblica... Ma con il plenum del CC del PC léttone del 1959 fu posta fine ad ogni speranza di ripristino della giustizia per i léttoni: tutte le loro aspirazioni ad ottenere il posto che legittimamente gli spettava nella terra dei loro avi, tutti i piccoli passi compiuti in questa direzione vennero bollati dagli stalinisti Pelche e Voss, come “manifestazioni di nazionalismo borghese”.

Ecco espresso il succo dei nazionalismi baltici: le aspirazioni della piccola borghesia e della borghesia locale a occupare il posto che loro compete nella amministrazione economica e politica della loro nazionalità, ovvero nella spartizione del plusvalore prodotto dal proletariato di quelle contrade.

Il dramma è che nell'assenza di una opposizione di classe e di una corrispondente prospettiva rivoluzionaria e propriamente comunista, la radicalità della opposizione nazionalista si propone con relativo successo quale terreno ideologico e politico di espressione anche della rabbia proletaria. Le tendenze centrifughe delle borghesie locali si manifestano - ed è naturale - quando le cose dell'economia vanno male, così come in quella situazione iniziano a ribollire le classi inferiori della popolazione, proletariato compreso.

Anche in Urss dunque, così come nella sua periferia dell'Est europeo, la crisi del ciclo di accumulazione, prevista dalla critica marxista e ad essa annunciata nei primi soprassalti della Polonia, avanti l'avvio della perestrojka, si manifesta ora con la concretezza dei problemi che il Cremlino si trova a dover affrontare e con la durezza antiproletaria delle prime misure d'urgenza della nuova gestione gorbacioviana, tanto amata dalla borghesia d'occidente. È dei giorni in cui scriviamo il varo della legge antisciopero.

La periferia occidentale

Est in subbuglio dunque, e non è cosa da poco. E, se le metropoli d'occidente continuano a godere di una sostanziale pace sociale interna che consente loro di amministrare al meglio delle loro possibilità la crisi a scala per così dire locale, nondimeno qualche novità si presenta alla periferia.

Hanno iniziato la Corea e il Messico e la Tunisia nel 1987, sono seguite l'Algeria, la Giordania, ancora il Messico, il Venezuela, l'Argentina, il Cile. In tutti questi paesi la durezza della situazione vissuta e degli ulteriori attacchi subiti da masse enormi di proletari e di semiproletari ha portato a rivolte, diversamente nominate, diversamente rivestite sul terreno ideologico e politico, ma tutte caratterizzate dall'insorgenza del malcontento e della disperazione di masse d'uomini martoriate dal capitale e dalle sue istituzioni.

Il capitale internazionale ha sino ad oggi tamponato gli effetti della crisi scaricandola in massima parte sui paesi via via più periferici.

Se fissiamo al 1971, con la manovra sulla inconvertibilità del dollaro, l'inizio del periodo di crisi del ciclo di accumulazione, sono 18 anni che il capitalismo amministra la sua crisi, con strumenti enormemente accresciuti e raffinati e in una condizione mutata rispetto a situazioni precedenti.

Gli strumenti sono quelli del credito e della gestione del capitale finanziario, la condizione mutata sta nella completa internazionalizzazione del capitale stesso.

È in questa condizione che, mentre il progressivo indebitamento dei paesi periferici andava pregiudicando la stabilità monetaria di quelle economie, i borghesi locali spostavano quote crescenti dei loro profitti, quando non dello stesso capitale, tramite forme di deindustrializzazione, verso impieghi speculativi nei meccanismi della finanza internazionale.

In un primo periodo la ricerca di maggiore redditività dell'investimento produttivo ha comportato un impulso ai processi di industrializzazione dei paesi periferici. Ciò ha fatto credere a molti che ormai la crescita dei paesi cosiddetti in via di sviluppo fosse lanciata all'inseguimento dei paesi più avanzati. Ma alla fine degli anni 1980 appare chiaro che:

  • il gap fra i paesi metropolitani e i paesi periferici nel loro insieme è cresciuto ulteriormente nonostante alcuni fra questi abbiano visto i loro tassi di crescita superare quelli dei paesi metropolitani;
  • gli unici paesi che risultano vincenti nella corsa sono quelli asiatici già noti come NIC (new industrialised countries = paesi di nuova industrializzazione): Corea, Taiwan, Singapore, Indonesia, Malaysia mentre gli altri (mediorientali, africani, latino americani) hanno visto addirittura un declino costante dal 1979 ad oggi del loro PNL pro-capite.

Se all'inizio degli anni 1980, dunque, si ebbe una crescita degli investimenti produttivi, finanziati dai prestiti del Fmi e della Banca Mondiale, nei paesi periferici, ora sono gli stessi responsabili della BM a tratteggiare sinteticamente la situazione:

... Non meno preoccupante è la caduta degli investimenti produttivi in molta parte del Sud (leggi della periferia). Gli investimenti in alcuni paesi grandemente indebitati dell'Africa e dell'America Latina sono caduti a livelli ai quali può risultare impossibile anche la sostituzione minima necessaria in importanti settori della loro economia. (4)

Di fatto nel 1981 la somma degli investimenti esteri e dei prestiti privati e pubblici ai paesi periferici era di 141 miliardi di dollari. Nel 1988 lo stesso dato è precipitato alla cifra di 40 miliardi, quasi un quarto. (5)

Man mano che cresceva il debito estero dei governi che doveva finanziare lo sviluppo, cresceva anche il flusso verso le banche americane ed europee di quei "capitali nazionali" in parte costituiti dai profitti delle nuove imprese industriali e in parte frutto delle transazioni commerciali connesse al debito stesso (armamenti compresi).

Si assiste così al fatto che in molti casi (quello argentino è solo un esempio), la quota di capitali "nazionali" depositati nelle banche estere supera spesso l'ammontare del debito estero del governo nazionale.

Questo d'altra parte è così mostruoso da apparire come il responsabile primo e pressoché solo della distastrosa situazione di quei paesi, o per meglio dire delle classi povere di quei paesi. Ora a pagare il debito con il sacrificio del pane stesso, vengono chiamate le masse proletarie e semi-proletarie, che devono far fronte con un misero salario o senza reddito alcuno ad un costo della vita che aumenta a ritmi mostruosi e quotidiani.

Ciò fa concludere ai nazionalisti di ogni paese periferico che il Nord strangola il Sud, e fa loro contrapporre i paesi ricchi ai paesi poveri come se questi fossero delle entità omogenee.

La manovra è evidente: sviare la rabbia e il potenziale di rivolta delle masse povere dai suoi veri obiettivi per indirizzarle su un terreno falso, ancorché innocuo e perdente. Va osservato a questo proposito che i paesi debitori che nel 1987 si rifiutarono di pagare (Brasile e Perù) decidendo unilateralmente una moratoria, non riscossero risultati apprezzabili, anzi. Il Brasile resistette 11 mesi per giungere ad una nuova trattativa di pianificazione del debito senza alcun vantaggio e la sfida solitaria del Perù alle banche e al Fmi si è drammaticamente risolta in una inflazione del mille per cento.

Da allora si sono attivati nuovi sofisticati meccanismi finanziari, che non è qui luogo di esaminare da vicino, per alleviare il peso immediato del debito, senza peraltro che ciò abbia minimamente risolto il problema di fondo. E questo rimane la "scelta" che si impone agli stati periferici fra ulteriori stangate al proletariato e alle masse povere per far fronte alla situazione e la bancarotta totale. I colpi brutalmente inferti alle già miserevoli condizioni di vita del proletariato di quei paesi sono stati la molla dei grandi movimenti della fame cui abbiamo assistito nei paesi citati.

Ancora, indipendentemente dalla veste ideologico-politica assunta, quei movimenti hanno visto la mobilitazione esclusiva delle masse proletarie e semiproletarie e costituiscono prime elementari risposte alle conseguenze che la crisi del ciclo di accumulazione comporta per quelle stesse masse.

È il proletariato che inizia a reagire

Se, come abbiamo cercato di dimostrare, esiste un filo comune che unisce gli avvenimenti cinesi e sovietici alle rivolte della fame nei paesi periferici occidentali, rappresentato dal fatto di essere tutti fenomeni indotti dalla crisi di ciclo del capitale, le diversità fra tali fenomeni consistono proprio nel diverso loro contenuto di classe.

In Cina e in Urss la crisi si manifesta in un dissesto dei precedenti equilibri sociali e politici e in un profondo stato di disagio di strati diversi della popola-zione che danno origine a movimenti contrassegnati dall'interclassismo oggettivo, dal quale sta ai rivoluzionari evidenziare,distaccare e potenziare la componente di classe autonoma proletaria. Nella periferia occidentale, viceversa, i movimenti hanno coinvolto solamente l'elemento proletario e semi-proletario.

Borghesia e piccola borghesia, particolarmente quella commerciale, non solo non figuravano tra i dimostranti di Caracas o di Rosario, o di Algeri e Tunisi, ma si presentavano esattamente antagonisti dei moti di rivolta. Borghesia e piccola borghesia commerciale erano addirittura i bersagli immediati dei moti di piazza in Tunisia, Algeria, Venezuela e Argentina, che si sono risolti, nel loro naturale primitivismo, in assalti e saccheggi dei negozi e magazzini.

Solo chi è accecato dallo sdegno moralistico verso la violenza delle folle lanciate al saccheggio non riesce a vedere lo scontro materiale che oppone chi, in quanto proprietario riesce pur nei marosi della crisi economica ad amministrare i propri interessi e chi invece, privato, appunto, di ogni proprietà (che è privata degli uni proprio perché negata agli altri), non ha altro mezzo di soddisfazione dei propri bisogni che l'assalto ai magazzini.

Ci costa un certo sforzo sottolineare le ovvietà, ma a questo si è costretti quando alla ipocrita campagna ideologica della borghesia contro la violenza dei proletari e contro l'iniziativa di questi nella lotta di classe, si ritrovano affiancati di fatto anche coloro che si dicono di parte proletaria.

Elenchiamo allora i fatti elementari:

  1. la miseria non è una novità nell'America Latina come in altri paesi come Algeria, Tunisia, Giordania;
  2. per decenni la miseria è cresciuta in questi paesi, senza che ciò desse adito a rivolte di particolare gravità e tantomeno così diffuse in breve spazio di tempo; (da decenni, appunto, la critica marxista e la nostra pur povera pubblicistica denunciano queste tendenze, documentate peraltro dalla stessa pubblicistica e statistica borghesi);
  3. la ragione di questa nuova emergenza di rivolte risiede evidentemente in una situazione comune;
  4. la situazione comune è rappresentata dagli attacchi alle condizioni di vita delle masse proletarie e povere di quei paesi, inferti dagli stati, su diktat del Fmi o meno, ma sempre quali risultato del gravissimo dissesto economico in cui la crisi di ciclo del capitale li ha gettati.

Le rivolte si configurano quindi e senza alcun'ombra di dubbio come risposte ai colpi della crisi.

Considerato il fatto che ai movimenti hanno partecipato le masse proletarie e semi proletarie di quei paesi, indipendentemente dalla forma in cui ciò è avvenuto, - che deve essere oggetto di ulteriori esami e considerazioni - si deve necessariamente concludere che tali movimenti costituiscono primordiali azioni delle classi sfruttate contro gli effetti della loro condizione.

Dire, come fa qualcuno, che tali movimenti illustrano soltanto lo stato di decomposizione della società quale generico aspetto della decadenza del capitale imperialistico, significa solo fare della verbosità del tutto inutile, se non a coprire la propria cecità politica e la propria mancanza di metodo marxista. L'esempio di tali mastodontici errori è fornito dalla CCI, che in un comunicato della sua sezione Argentina sulla rivolta di febbraio, dopo una generica indicazione delle cause della rivolta nello stato di crisi del capitale, scrive:

Ma il significato principale e più importante (sic!) degli avvenimenti del 27 e 28 (febbraio) consiste nel nitido risaltare dei limiti politici e storici di questo tipo di rivolte..... Questi limiti, che sono stati un comun denominatore in tutte le rivolte sin ora succedutesi (Rep. Dominicana, Brasile, Tunisia, Algeria e ora Venezuela) le convertono in una espressione dello stato di decomposizione sociale di un sistema che può soltanto accentuare la lumpen-proletarizzazione della società... (6)

Vale la pena allora approfondire la questione. La CCI in altri suoi articoli sull'argomento indica nelle masse marginalizzate i principali attori delle rivolte (almeno quella venezuelana). Invece nel comunicato dal Venezuela si dice chiaramente che:

In effetti il 27, giorno in cui entra in vigore l'aumento dei trasporti, si producono contemporaneamente e in tutto il paese proteste violente contro il rialzo delle tariffe, di cui sono stati protagonisti in maggioranza i lavoratori che si recavano sul posto di lavoro [protagonizadas en su mayorìa por trabajadores que iban a sus puestos de trabajo].

È ovvio che l'incendio appiccato dai proletari si sia presto esteso alle masse semi-proletarie e marginalizzate delle barriadas, ma questo non modifica la questione. Anche se, come in Argentina successivamente, la lotta fosse partita proprio dalle masse dei quartieri più poveri (7), occorre rispondere alle domande: le masse immiserite e marginalizzate sono dalla parte del proletariato o dalla parte della borghesia? sono fra le classi sfruttate o fra le classi sfruttatrici? il loro potenziale di lotta è a favore della rivoluzione proletaria o della conservazione borghese?

Si possono fare cento distinguo e mille puntualizzazioni, ma il problema centrale dei rivoluzionari nel valutare le forze in lotta è esattamente racchiuso in quelle domande.

Per quanto riguarda i marxisti degni del nome non c'é alcun dubbio: è con le masse povere e marginalizzate che il proletariato dei paesi periferici potrà vincere nel suo attacco decisivo allo stato capitalista; ma soprattutto la lotta di queste masse è comunque rivolta contro l'ordine capitalista e non contro il proletariato e le sue istanze, immediate e storiche.

C'erano più semiproletari e sottoproletari in quelle rivolte che proletari di fabbrica? La questione è capziosa e degna di chi preparando una battaglia si chiede, non se sono tutti armati dalla sua parte, ma se siano tutti di bell'aspetto. Se il proletariato non era sufficientemente presente nel movimento, questo è un limite del proletariato e delle sue organizzazioni politiche (virtualmente ancora inesistenti), non della rivolta in sé.

Certo! Il proletariato, quando fosse stabilmente e consapevolmente presente in un corposo movimento sociale contro gli effetti della crisi, avrebbe alla sua testa, o quantomeno al suo interno, i militanti rivoluzionari, con la esperienza e la intelligenza politica della organizzazione rivoluzionaria. Si renderebbe così capace di una maggiore articolazione dei terreni di scontro e di una migliore organizzazione della rivolta di strada stessa, offrendo alle masse marginalizzate il nucleo di aggregazione delle forze anticapitaliste e il programma della rivoluzione verso cui marciare.

Ma la presenza stabile e consapevole del proletariato nel movimento di lotta contro lo Stato capitalista è una condizione che la storia ci ha dato per brevi periodi nel passato, ma trascorsi i quali e da lungo tempo non ci presenta. È ciò che attendiamo e per cui lottiamo, spiando ogni occasione minimamente propizia.

Le rivolte segnalate hanno fornito alcune di quelle occasioni propizie. In realtà quelle rivolte hanno dato qualcosa di più: hanno rotto una pace sociale che da troppo lungo tempo consentiva alle borghesie di quei paesi di supersfruttare a sangue i loro proletari in tutta tranquillità. Ed hanno visto una prima partecipazione di strati propriamente proletari (checché ne voglia pensare qualcuno, CCI compresa). (7)

Gli ostacoli che il proletariato venezuelano o argentino deve superare per entrare in scontro aperto con l'ordine capitalista non sono inferiori, quantunque diversamente correlati fra loro, a quelli che deve superare il proletariato metropolitano d'Italia, Francia o... Canada.

Sono i compagni argentini ad aver segnalato la rabbia e al contempo la indeterminatezza politica che emergevano dalle assemblee operaie nel periodo immediatamente precedente la rivolta della fame. (8)

Il realismo proletario ha di fatto riproposto il problema di fondo: la lotta di fabbrica, con scioperi, manifestazioni operaie ecc. condotta nelle attuali condizioni politiche della classe (che vede i sindacati e il sindacalismo ancora talmente forte da essere in grado di recuperare anche le lotte che partono senza di lui) hanno rapporto diretto con le lotte dei quartieri poveri contro la fame solo nell'ambito di una medesima impostazione politica e programmatica.

Il disarmo ideologico-politico della classe non è condizione esclusiva del proletariato metropolitano, ma condizione comune della classe operaia mondiale. In tutti i paesi, le attuali generazioni operaie non hanno attraversato sufficienti esperienze di lotta nelle quali soltanto matura il senso di solidarietà e di identità di classe antagonista, che è la condizione di una forte mobilitazione degli operai di fabbrica sul loro terreno, fuori dal controllo del nemico di classe (che si configura anche nel sindacato). In breve, non è pensabile, oggi, che si realizzi immediatamente ciò per cui ci battiamo, e cioè una scesa in campo dei battaglioni operai organizzati per affrontare e vincere una battaglia, nel momento in cui loro stessi,e le loro mogli, i loro fratelli i loro compagni di povertà sono spinti dalle circostanze alla protesta, alla rivolta e allo scontro con le forze della repressione.

È naturale che le prime battaglie avvengano in ordine sparso, quando ancora mancano l'elemento di coesione (una forte identità di classe) e il tramite materiale delle indicazioni programmatiche e tattiche della lotta anticapitalista (una radicata organizzazione rivoluzionaria).

Ma "il significato principale e più importante" di quelle lotte è che in esse si è espresso un forte movimento materiale di vasti strati della nostra classe contro gli effetti della crisi capitalista. Ed è al movimento materiale delle classi che i marxisti guardano come condizione imprescindibile di uno sviluppo del movimento soggettivo, politico.

È in questo senso che evidentemente qualcosa ha iniziato a muoversi.

La crisi e il proletariato metropolitano

Il capitale ha amministrato sinora la sua crisi di ciclo sulla base della sua internazionalizzazione reale che gli consente di manovrare tutti i fattori della produzione e della accumulazione (materie prime, costo del lavoro, tecnologie e know-how, infrastrutture e soprattutto capitale finanziario e credito) sullo scacchiere mondiale.

Da tempo seguiamo con attenzione le linee di questa crisi e della sua amministrazione, rilevando le differenze rispetto al periodo di crisi del ciclo precedente (anni 1930) ed esaminando i risultati e le conseguenze delle mosse principali, o portanti.

Abbiamo così individuato fra queste il poderoso processo di ristrutturazione tecnologica e produttiva che ha interessato i paesi metropolitani (e particolarmente Europa e Giappone) in risposta al primo tentativo degli anni 1971-73 di scaricamento sui partner della punta di crisi americana. Mediante tale ristrutturazione i paesi europei ed il Giappone hanno vigorosamente rilanciato la competitività della loro produzione, nel tentativo di recuperare negli aumenti vertiginosi di produttività quei margini di profitto erosi dalla caduta del saggio medio.

Abbiamo rilevato e denunciato, sulla pubblicistica teorica così come nell'intervento quotidiano nella classe, nelle fabbriche e nei quartieri, i drammatici costi di tale manovra pagati dalla classe operaia metropolitana: la ristrutturazione ha lasciato sul terreno milioni di disoccupati nell'area Ocse; ha drasticamente tagliato il costo del salario complessivo, cioè ridotto la quota di capitale variabile sociale, sia nella relativa diminuzione degli occupati sia attraverso la erosione del salario e/o del suo potere di acquisto; ha drammaticamente ristretto le prospettive occupazionali delle nuove generazioni che si affacciano sul mercato del lavoro.

Ma - ecco un altro elemento, un'altra categoria della analisi marxista - i risultati della osservazione complessiva, teorica, dei fenomeni storici, sulla base della critica dell'economia politica, non necessariamente coincidono con la percezione soggettiva della situazione e di questi stessi fenomeni che ne ha la classe, che ne ricavano i suoi membri.

Un conto è sapere per sentito dire che i disoccupati sono milioni e che i licenziati di una fabbrica non sono i soli, o che il salario sociale è di fatto diminuito sia in termini assoluti che relativi alla massa dei profitti capitalisti, altro conto è sentirlo sulla pelle, ovvero averne la percezione immediata e drammatica, che sola spinge alla reazione di lotta.

La classe non può essere considerata in termini marxisti e storici come una semplice sommatoria di individui, tuttavia non va dimenticato che è fatta di individui che individualmente lottano nella società per la propria sopravvivenza e affermazione quali cittadini di questa stessa società. Sintanto che tale battaglia quotidiana e individuale si rende possibile, i grandi eventi che attraversano la società passano in secondo piano, nella consapevolezza e nella percezione del cittadino. Fintanto che agli operai vien lasciato il modo di sentirsi cittadini la classe scompare come soggetto antagonista rinchiudendosi nell' entità sociologica in sé, di componente variabile del capitale, di classe per il capitale.

Ebbene sino ad oggi, il capitale metropolitano è riuscito ad assicurare quelle condizioni in cui le possibilità di soddisfare in qualche modo i bisogni quotidiani, pur in misura ridotta, non turbano eccessivamente l'ordinamento dei livelli di coscienza, non rompono il guscio della classe in sé.

Gli ammortizzatori sociali e chi li ha pagati

Abbiamo altrove e spesso impiegato il termine di ammortizzatori sociali che il capitale è stato in grado di attivare onde mantenere sostanzialmente in atto la pace sociale nelle sue cittadelle. Si tratta delle misure di compensazione della perdita del salario (dalla Cassa integrazione in Italia ai sussidi di disoccupazione altrove), del mantenimento di discreti livelli di assistenza, previdenza e servizi sociali, di una circolazione del plusvalore complessivo che alimenta molteplici forme di reddito individuale diversificate. Ricordiamo per inciso che questi ammortizzatori sociali non hanno avuto solo la funzione politica di mantenimento della pace sociale, ma hanno avuto anche la funzione immediatamente economica, quali strumenti non secondari di amministrazione della crisi, di assicurare il mantenimento di livelli di domanda altrimenti ingiustificati, visti gli elevatissimi tassi di disoccupazione. La disoccupazione nell'area Ocse intermini assoluti non è inferiore a quella raggiunta nei peggiori momenti della crisi del 1929-30, ma i suoi effetti sui livelli della domanda di beni di consumo sono tutt'affatto diversi. Allora la domanda scese vertiginosamente traducendosi in un acuirsi della crisi e della recessione, oggi si è mantenuta su livelli elevati.

Keynes più che fare scuola agli economisti borghesi, ha prefigurato le direttrici della politica economica del capitalismo attuale, di fatto seguite anche dai seguaci di altre scuole.

Su quale base si sono mantenuti elevati livelli di domanda attivando così quegli ammortizzatori sociali che hanno consentito il mantenimento della pace sociale? Un'oculata amministrazione del debito pubblico, innanzitutto, che è cresciuto in forza dei crescenti sussidi alla produzione (dallo sgravio fiscale, alla fiscalizzazione degli oneri sociali, dal credito agevolato a quello a fondo perduto) contemporanei al mantenimento della spesa sociale. Non è un caso che tutti gli stati dell'area Ocse soffrano di un debito pubblico elevatissimo e in permanente crescita sia in termini assoluti e sia in rapporto al prodotto nazionale lordo. Riportiamo la tabella relativa alle percentuali del debito pubblico lordo sul prodotto nazionale lordo come totale dei seguenti paesi: Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia, Canada.

Anno Debito
1975 39,2
1976 39,9
1977 40,2
1978 41,2
1979 40,7
1980 41,7
1981 42,9
1982 46,5
1983 49,7
1984 51,4
1985 54,0
1986 55,4
1987 56,6
Totale del Debito pubblico lordo dei paesi di area OCSE come % del Prodotto Interno Lordo totale - Fonte: dati Ocse

Per quanto riguarda il nostro paese, considerato isolatamente, la tendenza all'aumento del peso del debito pubblico sul PNL è ancora più accentuata.

Anno Debito
1975 66,8
1976 65,4
1977 65,2
1978 71,2
1979 70,6
1980 67,4
1981 70,5
1982 76,8
1983 84,4
1984 91,2
1985 99,6
1986 102,4
1987 107,1
Totale del debito pubblico lordo in Italia come % del PNL - Fonte: dati Ocse

D'altra parte va considerato anche, se non soprattutto, l'altro fenomeno caratteristico della presente amministrazione della crisi, che ha portato al vero e proprio affamamento delle masse povere della periferia: il dragaggio massivo di valore dalla periferia verso il centro per il quale la stessa sinistra borghese lancia ogni tanto gridolini di finto scandalo. Nel bilancio dei capitali in ingresso e in uscita nelle diverse forme dalla periferia risulta un saldo netto a favore del centro. Considerando solo il bilancio fra capitali in ingresso sotto forma di nuovi prestiti e servizio sul debito, la Banca Mondiale ha segnalato per il 1988 un trasferimento netto dalla periferia al centro di 43 miliardi di dollari. E il 1988 è il quinto anno consecutivo in cui si assiste al fenomeno. Che sia in forma di rimborsi parziali del debito o di pagamento degli interessi, siamo in presenza di un ritorno di plusvalore verso il centro nella sua forma di interesse (dunque non si considerano qui, le altre forme, di rendita e profitto, in cui il plusvalore prodotto nella periferia viene annualmente trasferito verso i centri metropolitani).

Questo drenaggio di valore dalla periferia verso il centro è uno dei pilastri essenziali di quella politica di sostegno della domanda e di mantenimento degli ammortizzatori sociali che ha creato la condizione di pace sociale in cui si sono potute svolgere tutte le manovre di ristrutturazione e far passare i sostanziali attacchi alla classe operaia.

La pace sociale è stata dunque la condizione imprescindibile dei processi di ristrutturazione che hanno inferto al corpo di classe operaia nelle metropoli che siamo andati osservando negli anni recenti (scomposizione della classe, declassamento di suoi vasti strati, annichilimento dei residui livelli di solidarietà legati alla storia precedente, ecc.).

C'è chi oppone (ed è ancora la CCI) a questa constatazione il soggettivistico entusiasmo per episodi pur grandiosi - come il 1980 polacco, lo sciopero dei metallurgici in Francia, lo sciopero dei minatori in Gran Bretagna, del pubblico impiego in Belgio e altri minori - per avanzare la tesi di una ripresa in atto della lotta di classe, sulla scorta di una sotterranea-mente cresciuta coscienza politica, e via sognando.

C'è da rimanere attoniti, come fanno molti elementi più o meno politicizzati e militanti della nostra classe, di fronte a tanta mancanza di lucidità che alcuni tendono, a torto, ad attribuire al "campo politico proletario" in genere e a tutti quanti si dichiarano internazionalisti.

Chiunque si interessi ai comportamenti della classe operaia e legga minimamente i giornali è in grado di riconoscere che quegli episodi sono stati... episodi, e non possono essere in alcun modo considerati come espressione di una mobilitazione della classe all'altezza dei compiti e delle necessità.

Di fatto la ristrutturazione è passata, milioni di operai hanno perso il lavoro, decine di milioni di giovani non lo hanno mai avuto e non lo hanno, il salario è stato eroso ed ora inizia l'attacco anche ai servizi e alla spesa sociale (unica via peraltro aperta al capitalismo per tamponare il debito pubblico): tutto questo è avvenuto e avviene senza che la classe sia riuscita a frapporre il minimo ostacolo. Bruscolini nei tritasassi, questo sono stati gli episodi dai quali anche noi speravamo di più. Perché? Perché comunque i meccanismi di gestione della crisi marciavano e consentivano ancora di riassorbire questi brevi episodi febbrili.

Ora la ristrutturazione è di fatto compiuta. Ciò che ancora il capitale poteva dare lo sta dando e già si trova nella condizione di doverlo togliere.

Il debito pubblico va amministrato al ribasso e l'unica via aperta è il taglio della spesa sociale, giacché l'industria e la sua produzione hanno marciato anche grazie alle iniezioni di moneta proveniente dallo stato alle quali non sono disposte a rinunciare. Sintomatica in questo senso è la querelle sul costo del lavoro in Italia, nella quale il padronato dice chiaramente di non essere disposto ad accettare il taglio della fiscalizzazione degli oneri sociali e pone le alternative o fiscalizzazione degli oneri o nuove forme di contributi alla produzione o taglio dei salari in busta paga (via disdetta della scala mobile).

Gli equilibri tornano dunque a essere precari, sebbene non ancora rotti.

Gli elementi di novità

Questo è un primo elemento di novità, forse sottovalutato anche dalla borghesia metropolitana, ormai abituata alla passività della classe e alle funambolesche capacità di recupero delle lotte da parte del sindacato. È ormai abituata a tirare la corda senza che la classe operaia si accorgesse di avere la testa nel cappio e dovrà continuare, si ponga o no il problema di quando la classe operaia inizierà a sentire la corda sul collo.

Abbiamo visto che la classe si è mantenuta in condizioni di passività perchè i suoi componenti non hanno di fatto percepito la gravità della fase attraversata, isolandosi nella propria individualità di cittadini della società borghese. La classe è apparsa solo come classe in sé, in quanto componente variabile del capitale.

Se cambia la percezione, se i dati della situazione materiale pesano sulle soggettività tagliando oltre certi limiti le possibilità di soddisfazione dei bisogni acquisiti, non importa quali siano i bisogni e dove si collocano quei limiti, allora cambia anche il modo di porsi, di pensare e di agire dei componenti della classe e questa riprende il cammino verso la sua affermazione di classe per sé.

Certamente i bisogni che devono essere tagliati e i limiti oltre i quali è necessario che vadano i tagli - perchè cambi la situazione - non sono né prevedibili né divinabili, essendo legati a un complesso di fattori che sfuggono spesso al mondo della razionalità. Ma le condizioni sono ora date perchè i tagli riprendano nelle metropoli con più vigore e sulle parti più sensibili (salario netto, servizi sociali e previdenziali).

L'altro elemento di novità sta nel prodursi di episodi di rivolta delle masse povere, proletarie e semi-proletarie della periferia, che rompendo la pace sociale in quei paesi iniziano a mettere in forse le possibilità di supersfruttamento alle quali sono state sinora sottoposte e che a loro volta sono state e sono condizione del trascinarsi della crisi amministrata.

Là il tiro della corda attorno al collo dei proletari è stato così violento e cinico che questi, pur essendo da tempo assenti dal loro terreno autonomo o addirittura privi di qualsiasi tradizione di lotta di classe (Giordania, Tunisia), hanno iniziato a reagire.

È stato obiettato dai compagni del GIK austriaco che, in fondo:

ci sono state moltissime lotte, anche grandi, da decenni (scioperi in Sud America, lotte in Sudafrica, scioperi in India, nelle Filippine).

È vero, ma, al di là della loro enumerazione, c'è una grande differenza qualitativa fra le lotte di sempre nei paesi periferici e le rivolte degli ultimissimi anni. La differenza risiede nella molla dei movimenti stessi: se prima si trattava di reazioni alla ordinaria condizione imposta dal capitale alle masse povere del mondo, ora si tratta di precise risposte, per quanto primitive, a precise e in certa misura straordinarie misure di politica economica dettate dalla condizione generale di crisi del ciclo di accumulazione capitalista. Non si può non cogliere la differenza fra uno sciopero ordinario, rivendicativo, indipendentemente dai livelli di repressione che incontra,e una rivolta con scontri di piazza quale risposta a misure straordinarie e generali; se non altro perchè le sue implicazioni politiche sono diverse, sia sul fronte proletario che su quello borghese.

Partiamo da queste. L'intensità dello scontro detta non solo l'intensità della repressione successiva della borghesia, ma entro certi limiti anche le sue politiche, giacché l'esperienza delle più dure e brutali dittature conferma che la disperazione muove più di quanto i fucili a volte possano fermare.

Se dunque le condizioni di pace sociale consentivano la accettazione senza condizioni dei diktat del Fmi o più genericamente della situazione di crisi internazionale, la rottura della pace sociale pone dei limiti o quantomeno dei seri ostacoli.

Ciò va a turbare in un modo o nell'altro gli equilibri delicatissimi sui quali si regge la amministrazione centrale della crisi, con la possibilità di ritorni drammatici su di questa. Qui, allora sta il sostanziale elemento di novità.

Si rende possibile lo scenario in cui il riacutizzarsi della lotta di classe nella periferia si traduce in un drastico e repentino aggravamento delle condizioni economiche complessive e delle metropoli. Il cambio di atteggiamento nei confronti dei criteri di amministrazione della crisi da parte dei governi dei paesi periferici, se andasse a incidere sulla quota di plusvalore drenato dalla periferia verso il centro, determinerebbe un venir meno di alcune delle condizioni che hanno reso possibile l'amministrazione della crisi e il mantenimento della pace sociale nelle metropoli.

Di qui, e non da ipotetiche quanto idealistiche emulazioni dell'esempio dei compagni in altri paesi, potrebbe venire un riacutizzarsi della lotta di classe nelle metropoli. Sottolineiamo il fatto che parliamo di possibilità e usiamo il tempo condizionale. Non è affatto certo che avvenga così; l'unica cosa certa è che si stanno ponendo le condizioni in cui è possibile che avvenga così.

Poiché l'alternativa è il trascinarsi di questa situazione, magari sulla base di una repressione selvaggia e dello sterminio sistematico delle opposizioni nei paesi periferici, è nostro dovere tenerci pronti a questo scenario che abbiamo definito possibile e che,purtroppo, al momento non dipende minimamente dalla nostra soggettività.

L'alternativa è ancora una volta: guerra o rivoluzione

Proseguiamo dunque nella delineazione di quello scenario che vede il riaccendersi dello scontro materiale di classe nella periferia che direttamente o indirettamente determina il rompersi degli equilibri sui quali si regge il flusso di plusvalore dalla periferia verso il centro. La conseguenza è un drammatico ritorno degli effetti della crisi nelle metropoli, con il probabilissimo blocco degli ammortizzatori sociali che hanno sin qui garantito la pace sociale. La probabilità di tali eventi è esaltata dal fatto che già le correnti difficoltà di bilancio degli stati metropolitani sono alla base dei tagli in atto nelle spese sociali.

D'altra parte il riacutizzarsi della crisi nelle metropoli non mancherebbe di riflettersi in un aggravamento delle tensioni internazionali fra i blocchi e in una accelerazione dei processi di redistribuzione e di ri-allineamento delle forze nei fronti contrapposti della guerra imperialista.

La pubblicistica borghese, stampa e televisione, politici, sindacalisti, in breve tutto l'apparato delle forze borghesi è impegnato in una campagna ideologica che vuole presentare il corso attuale come una marcia verso la distensione e la pace mondiale e all'interno della quale tutto viene buono: dalla "morte del marxismo" o "collasso del comunismo" (leggi perestrojka e politica delle riforme all'Est) agli attivismi diplomatici in Medio Oriente (che peraltro non fermano la strage nè in Libano nè nei territori occupati), dalle serrate trattative sugli armamenti fra le superpotenze alla frenata imposta al progetto delle guerre stellari.

Non si dice, nell'ambito di questa campagna, che, per quanto riguarda gli armamenti, sta solo cambiando la concezione del loro impiego, che non determina alcuna riduzione degli stanziamenti, ma solo implica una diversa concezione strategica e tattica dell'eventuale conflitto. Né si dice che all'attenuarsi delle tensioni fra certi stati e fra quelli che apparivano essere blocchi omogenei e del tutto coesi, si accompagna l'insorgere di forti tensioni fra stati formalmente aderenti allo stesso blocco.

In realtà, è la calma che spesso precede la tempesta; è la fase in cui i briganti si studiano, studiano il terreno e focalizzano gli interessi veri, di lungo periodo per i quali apprestare le possibili alleanze.

D'altra parte non si è mai data una guerra imperialista che vedesse scontrarsi sul terreno esattamente quelli che prima apparivano essere i fronti di paesi alleati.

Gli equilibri usciti da Yalta indicano con certezza soltanto i centri di aggregazione dei fronti, le centrali maggiori che si dovranno necessariamente scontrare, ovvero i capi area: Usa e Urss. Ma gli altri? Non è possibile prevedere con certezza chi resterà fedele alla primitiva alleanza, chi passerà sul fronte avversario subito prima e chi cercherà di fare il furbo, decidendo la propria collocazione nel corso stesso degli eventi bellici.

La guerra non viene decisa a tavolino ed è, di per sé, un evento irrazionale, nel senso quantomeno che stravolge i termini della razionalità precedenti. Ciò che è opportuno e che non lo è viene stabilito sulla base di criteri nuovi e spesso inediti per quella borghesia. Per questo lo scoppio della guerra non è prevedibile sia nei tempi che nei modi.

Resta per noi la certezza dell'alternativa che non può mancare di porsi: guerra o rivoluzione; alternativa che tanto più si avvicina quanto più si trascina la crisi che, senza soluzioni vere, viene tamponata, ritardata mediante una regolazione delle potenti leve citate che qualche cilecca hanno già fatto ed altre più gravi faranno.

La discussione se arriverà prima la guerra o la rivoluzione è tanto annosa quanto oziosa per dei rivoluzionari.

A noi interessa osservare che se i fattori che abbiamo indicato come elementi di novità nella fase di amministrazione della crisi continueranno ad agire e crescere, si pongono le condizioni della rincorsa. Già abbiamo argomentato e qui riaffermiamo che se sarà prima la guerra, in qualunque modo e lungo qualsiasi tempo essa si dovesse svolgere, modificherà radicalmente le condizioni oggettive in cui rilanciare la lotta per il comunismo. Discutiamo dunque l'ipotesi favorevole.

Le prospettive

La rottura rivoluzionaria può avvenire nella periferia, così come nelle cittadelle metropolitane.

Le tiritere sulla maturità e sulla esperienza del proletariato centrale possono convincere solo le anime belle che le cantano: sono favole idealiste, che rispondono più ai desideri del narratore che ai dati della realtà che il marxismo indaga per cambiare. La maggiore anzianità del rapporto fra borghesia e proletariato in Europa si traduce per ora soltanto in una più avanzata sussunzione della società e del suo cittadino al capitale (che ricordiamo per inciso era per Marx un rapporto) ed una conseguente maggiore stabilità della formazione sociale corrispondente.

Per dirla brutalmente, alla maggiore anzianità del proletariato europeo, atomizzato come somma di cittadini della società democratica, accomunati solo dal medesimo rapporto con il capitale, corrisponde per ora solo una sua maggior corruzione. Nulla, proprio nulla dice che sarà il proletariato inglese o tedesco a dare la squilla alla rivoluzione internazionale e non, poniamo, quello messicano o indiano.

Forse che in Gran Bretagna o in Germania (o in Italia) esiste una solida organizzazione univoca delle avanguardie rivoluzionarie, radicate nella classe e in condizione di battersi concretamente e immediatamente per la conquista della direzione politica, ossia per la affermazione del programma rivoluzionario comunista come tracciato di azione della classe? Forse che i suoi presupposti, cioè i deboli nuclei rivoluzionari che pur si sono ripresentati ovunque da un decennio, sono più forti nella classe di quelli presenti in Messico o in India?

Oppure: le decine di migliaia di lavoratori che compostamente scioperano per il contratto e magari si incolonnano dietro gli striscioni sindacali in Gran Bretagna, Germania ecc. sono forse più consapevoli della forza antagonista della loro classe delle decine di migliaia di proletari alla fame che danno l'assalto ai magazzini dopo aver votato per Menem? O si sono forse opposti con più efficacia alle misure prese dalla borghesia per amministrare la sua crisi sulle loro spalle?

Non diciamo fesserie: la condizione della classe è debolissima ovunque e ovunque deve riprendersi da una tavola pressoché rasa.

E deve riprendersi in fretta perchè, anche se lentamente, i tempi continuano a maturare per il drammatico riproporsi dell'alternativa ricorrente della fase imperialista: o guerra o rivoluzione. Questo è il primo problema vero: lo scontro di classe deve maturare prima del momento in cui le tensioni interimperialistiche cresciute nella crisi sfociano nella guerra. Ma subito si apre il secondo problema: la generalizzazione dello scontro fra le classi deve crescere sino al livello politico per concludersi con la vittoria rivoluzionaria del proletariato.

Qui, in fondo, sulla soluzione positiva di questo problema si gioca la possibilità di prevenire la guerra imperialista.

Occorre a questo proposito essere molto chiari: non basta, come sembrano credere i compagni della CCI, la generalizzazione dello scontro materiale fra le classi. Questo si può dare anche senza i rivoluzionari. D'altra parte, non sarebbe la prima volta che la classe estende le proprie lotte economiche sino ad affrontare le forze della repressione borghese, ma politicamente disarmata, senza programma e senza direzione politica.

In linea del tutto teorica e astratta questa inevitabile sconfitta può segnare il punto di svolta, ed essere capitalizzata sul piano politico in un graduale ma veloce processo di riappropriazione del programma rivoluzionario, vale a dire di crescita della organizzazione rivoluzionaria in seno alla classe. In fondo il 1905 russo fu proprio uno scontro generalizzato e perso sul terreno militare dalla classe operaia ma dal quale si avviò il processo di affermazione del programma rivoluzionario e del partito bolscevico. Ma nella prospettiva della ipotesi sulla quale lavoriamo i tempi sarebbero strettissimi. Se la generalizzazione dello scontro avviene in forza esclusiva di un precipitare della crisi, alla eventuale sconfitta proletaria seguirebbe subito con tutta probabilità la guerra imperialista. Con il rinvio della rivoluzione a tempi migliori.

No, bisogna risolverla prima di una sconfitta alla 1905.

La possibilità che crescita delle lotte materiali e crescita politica procedano simultaneamente sino allo scontro generale per evitare la sconfitta, coincide con la possibilità che da subito i pochi militanti rimasti fedeli al punto di vista e al terreno di lotta della classe e tutte le potenziali avanguardie politiche del proletariato si aggreghino attorno alla piattaforma politica e al programma del partito rivoluzionario. È poi necessario che questo si abiliti in tempi rapidi allo svolgimento dei compiti di intervento, di guida politica e di organizzazione che competono allo strumento politico di classe e che si rendono necessari per vincere la battaglia contro le ideologie e le forze avversarie presenti nella classe stessa.

La lotta di per sé non sconfigge, sradicandole dalla classe, le ideologie riformiste e conservatrici più o meno camuffate. Ad esse e alle organizzazioni che le rappresentano va contrapposta la teoria e la forza organizzata dei rivoluzionari.

La vittoria dei rivoluzionari nello scontro politico fra il loro programma e le ideologie conservatrici, in seno alla classe operaia è la condizione della vittoria operaia nello scontro con la borghesia.

Non a caso parliamo di scontro politico: comporta il dispiegamento di una forza adeguata, non solo sul terreno teorico, della validità della teoria, ma anche, e con pari importanza, sul terreno della capacità di lotta e della efficienza organizzativa.

Qui gioca tutta la responsabilità delle avanguardie: l'ambito ristretto nel quale il marxismo insegna che possono giocare la volontà e la capacità, in una parola la soggettività dei rivoluzionari. Noi e gli altri che ancora non sono al lavoro con noi.

L'altro problema è che la prima rottura non rimanga isolata, ovunque essa accada. Qui risiede la ragione materiale della necessità del partito internazionale del proletariato. In questo senso non esiste un ordine di priorità fra le regioni e i paesi del mondo in cui i rivoluzionari devono essere presenti e intervenire per la ripresa della iniziativa di lotta e per difendere e affermare in essa il programma internazionale di classe.

Ma qui si riaprirebbe un altro discorso, peraltro già fatto e che non mancheremo di ripetere. La fase presente apre dunque una successione pesante di problemi enormi, che in parte sta anche a noi che scriviamo e che leggiamo risolvere positivamente. È una parte quantitativamente piccola ma determinante negli svolti decisivi. Ad essa bisogna prepararsi da oggi, a partire dalla situazione di perdurante ristagno in cui ci troviamo.

Mauro jr.

(1) V. "Gorbaciov: il nuovo corso dell'Urss", in Prometeo IV/10; "La crisi dell'URSS e dei paesi dell'Est", in Prometeo IV/11.

(2) V. in questo stesso numero gli articoli sull'Unione Sovietica e sulla Cina.

(3) V. Mosca News n. 8, 1989, pagg. 6 e 7.

(4) V. South di gennaio 1989.

(5) Idem.

(6) Cfr. Comunicado sobre la revuelta fatto da Internacionalismo, pubblicazione della CCI in Venezuela, e pubblicato su Revolucion Mundial, organo della sez. messicana della CCI, n.7. Il documento per quanto ne sappiamo non è stato poi ripreso dalla stampa internazionale della CCI dove appare invece (Revue Internazionale n.57) un articolo più... decente.

(7) V. Argentina: resoconto sulla rivolta sociale pubblicato su Battaglia Comunista n.9/1989, sulla scorta di un lungo rapporto-documento emesso dai compagni argentini di Emancipacion Obrera.

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