Romania tra passato e presente

Una violenta insurrezione popolare ha spazzato via, in Romania, il regime dittatoriale di Ceausescu con le ben note conseguenze in termini di costi in vite umane e repressione. Una insurrezione, è sin troppo banale ripeterlo, diretta da forze borghesi, miranti alla conservazione del sistema capitalistico in versione modificata, in linea con quanto è avvenuto e sta ancora avvenendo all'interno del complesso mondo del cosiddetto socialismo reale il quale, sino a pochissimo tempo fa, sembrava destinato alla perenne contrapposizione di interessi col blocco imperialistico occidentale.

Quella che potrebbe sembrare una ventata rinnovatrice, sospinta dal tifone della perestrojka, è un fenomeno indotto da cause oggettive molto più che da sentimenti di rivalsa spiraleggianti a destra e a manca; è un fenomeno che ha origini nella crisi del blocco dell'Est, che ha seguito, con qualche anno di ritardo, l'irrisolta crisi che ha investito tutto il mondo occidentale industrializzato.

Quanto è successo all'Est è di straordinaria importanza, ma non certo per i motivi addotti dal coro unanime dei sostenitori del capitalismo in versione occidentale e "democratica", ma per le implicazioni che ne derivano a livello degli equilibri imperialistici, dopo decenni di consolidato assestamento sulle basi di una conflittualità che aveva caratterizzato e segnato il presente corso storico.

È forse terminata l' "era delle certezze"? No, certamente no. Qualunque modificazione del corso degli eventi non subirà sconvolgimenti tali da minare la natura classista e le strutture legate indissolubilmente al divenire della realtà capitalistica con le sue leggi di sempre. È l'equilibrio imperialistico su cui s'era costruito il ciclo di accumulazione apertosi con la fine della seconda guerra mondiale ad avere subito un grave colpo, col quale sono svanite le certezze di quella realtà, in attesa della ricomposizione del quadro di alleanze ancora da erigere, sicuramente su diverse basi.

Il prossimo futuro potrebbe già darci delle indicazioni su cui fondare una nuova interpretazione del muoversi, sulla scena mondiale, dell'imperialismo e delle sue strategie, che saranno le strategie più consone al futuro sistema di alleanze con cui fronteggiare gli effetti della crisi affatto risolta e che si preannuncia, anzi, ancora più dura di quanto non sia stata sinora. Ciò comporterà il delinearsi di nuove strategie e nuove prospettive anche per il proletariato internazionale? Ciò potrà significare che i rivoluzionari, nella difficile opera di costruzione del partito mondiale avranno di fronte compiti nuovi e imprevisti di fronte alla storia?

Noi siamo convinti che tutto ciò che potrà cambiare rispetto al passato non sarà molto. Rimangono intatte le strategie di classe e rimangono identiche le prospettive e le finalità storiche per tutte le classi lavoratrici. Cionondimeno nuovi compiti si imporranno a tutte le forze rivoluzionarie impegnate nell'opera di diffusione del programma comunista e di costruzione del partito di classe; compiti che non potranno non tener conto di quanto s'è verificato in questi ultimi, caotici tempi. Ma ora ci occuperemo più da vicino di quanto è avvenuto in Romania, in questo particolare angolo del blocco dell'Est che già, rispetto all'Urss e ai suoi satelliti, presentava delle incidenti anomalie, tanto da dare agli eventi odierni caratteristiche assai particolari e degne pertanto di particolari considerazioni. Ci sembra utile, a tale scopo, ripercorrere brevemente e per sintesi un tratto di storia romena, per meglio capire la natura e la portata di quanto è avvenuto e sta avvenendo oggi.

La "lotta per il socialismo"

In Unione Sovietica il capitalismo di stato viene eretto sulle ceneri della Rivoluzione d'ottobre. Quando Stalin annunciava la teoria del "socialismo in un solo paese" la controrivoluzione era già in fase avanzata e il processo di edificazione del capitalismo di stato già avviato; lo stalinismo fu la forma politica della controrivoluzione non la causa. È stato l'isolamento del potere proletario a rendere impossibile ai bolscevichi di portare avanti il programma comunista, non lo stalinismo in sé, rappresentatosi, sin dal suo affermarsi, come l'interprete del nascente sistema capitalistico in versione statalistica.

La feroce dittatura sul proletariato che ne è conseguita è stata il mezzo con cui tale affermazione ha potuto esprimersi. L'Urss, con tali prerogative, ha potuto inserirsi nella competizione imperialistica con autorità ottenendo il suo più grande successo con la partecipazione alla Seconda guerra mondiale.

La spartizione di Yalta è il presupposto non solo dell'accaparramento di una grossa fetta del mercato mondiale, ma anche della trasformazione radicale di tutti quei paesi venuti a cadere sotto l'influenza sovietica. La trasformazione dei paesi dell'Est europeo in paesi retti a regime di capitalismo di stato di stile stalinista, è il risultato della vittoria militare dello stato capitalista sovietico.

Nessuno fra questi paesi, al contrario dell'Urss, è mai pervenuto al capitalismo di stato mediante la sconfitta di una rivoluzione proletaria ma, benché si siano affrettati a dichiararsi socialisti, sono altresì stati favoriti dall'esito di una guerra imperialista.

La Romania non ha fatto eccezione alla regola. L'insurrezione armata antifascista dell'agosto 1944 è il punto di avvio di quella trasformazione nella struttura economica ereditata dal vecchio regime fascista.

La "rivoluzione democratica popolare" si inquadra fra due avvenimenti cruciali che partono dal 23 agosto del 1944 e vanno fino al 30 dicembre del 1947.

Nel corso di tale periodo le forze democratiche borghesi, dirette in prevalenza dal Partito comunista romeno di osservanza staliniana, si sono impadronite del potere statale (iniziando quel rapporto di subordinazione all'Unione Sovietica) dopo aver liberato il terrtorio nazionale dall'occupazione hitleriana-hortysta.

Ne è seguito un ampio processo di defascistizzazione strettamente collegato alla ricostruzione economica che ha portato, grazie ai cospicui aiuti sovietici, all'edificazione di un capitalismo di stato in verità un po' asfittico, brutta copia di quello diretto da Stalin e dalla sua cricca all'interno di quella che era oramai divenuta una superpotenza mondiale, dopo il macello del secondo conflitto mondiale. Tale processo viene fatto passare, non si capisce bene sulla base di quali presupposti, come una rivoluzione proletaria, fatta e attuata coi modi e coi mezzi più "aderenti" al potenziale delle masse lavoratrici e in linea con le loro "autonome" tradizioni di lotta.

Dopo il rovesciamento della dittatura di Antonescu, alla direzione del paese venne insediato un governo presieduto dal generale Constantin Sanatescu, governo composto di militari, tecnici ed esponenti del Palazzo reale, sotto il controllo sempre più rigido del Partito comunista che agitava la sua cappa su tutti i partiti politici che formavano il Blocco nazionale democratico. Quest'ultimo viene presto tramutato in ciò che si chiamerà Fronte nazionale democratico il quale sancisce il potere, di fatto, del partito su tutte le organizzazioni che nel frattempo s'erano venute a costituire: la capacità di penetrazione del Pcr aveva portato gradualmente all'esautorazione di queste ponendosi al centro delle iniziative in tutti i settori della vita politica e nelle varie stratificazioni sociali operanti nel paese. I vari governi di coalizione tra le forze operaie-contadine e i principali partiti borghesi tradizionali cadono uno dopo l'altro mentre sempre di più si assiste ad un veloce processo di centralizzazione politica: ciò non sempre avviene, per onor del vero, con metodi fatti calare dall'alto, ma anche per effetto della mobilitazione delle masse, assai sensibili ai temi del comunismo nel cui nome il Pcr parlava.

La demagogia populista parlava allora di "lotta per l'attuazione della riforma agraria per via rivoluzionaria".

Da qui in avanti fa sempre più luce la stella di Nicolae Ceausescu (siamo nel 1945) che riesce a raccogliere ulteriori consensi intorno a sé e intorno al Partito comunista, dando battaglia alle vecchie classi che ancora detenevano gran parte del potere industriale e ai vari partiti, fra cui quello nazionale-contadino e nazionale-liberale, che utilizzavano l'appoggio della monarchia per favorire un intervento, magari anche armato, dell'imperialismo occidentale.

Per tutta risposta si ebbe il riconoscimento da parte di Stati Uniti e Inghilterra della Romania e del suo legittimo governo presieduto da Petru Groza (6 febbraio 1946).

Nello stesso anno si tengono le elezioni generali legislative la cui battaglia elettorale era stata vista dal Plenum del Comitato centrale del Partito, non come una semplice lotta per i voti, "bensì come un confronto delle forze democratiche da una parte e la reazione dall'altra". Ma le elezioni erano state, come tutte le elezioni e forse più, una farsa; nel caso specifico più che una farsa si erano fatte vedere come una barzelletta: la barzelletta della "tattica di particolare importanza tanto per i partiti operai quanto per le altre forze democratiche" che si sono dovuti presentare all'appuntamento elettorale coi propri candidati su un'unica lista e con un'unica piattaforma programmatica e unitaria.

Il nuovo sistema elettorale aveva espresso così una sola rappresentanza nazionale, l'Assemblea dei deputati, con la liquidazione del Senato, "istituzione conservatrice per eccellenza". Le basi per il dominio del partito unico erano state così gettate.

Nel frattempo iniziano le statizzazioni: ne fa le spese per prima la Banca nazionale della Romania (dicembre 1946) legata ai capitali della famiglia Bratianu e ai settori della speculazione finanziaria ed economica. L'industria viene anch'essa assorbita, piano piano, dallo stato, dapprima con un controllo severissimo operato dai neo costituiti Uffici industriali che stabilivano i piani di produzione delle aziende, il modo di approvvigionamento di materie prime e smercio dei prodotti; poi con le statalizzazioni dirette seguite alla riforma monetaria la quale ha obbligato i capitalisti alla consegna dei loro averi in denaro e oro.

Tutti i "partiti borghesi" vengono liquidati: il Partito nazionale liberale di Bratianu cessa di esistere nel novembre 1946; il partito nazionale contadino viene sciolto dal Parlamento il 29 luglio 1947, e così via sino all'incontrastato dominio del Partito comunista romeno alla testa di quella che veniva definita "l'avanzata socialista della Romania".

Sviluppandosi in modo ininterrotto e ascendente, la "rivoluzione democratica popolare" giunge a quello stadio in cui erano state create tutte le condizioni per liquidare la non concordanza tra il contenuto nuovo del potere e la forma monarchica dello stato. Il 24 dicembre il Pcr assume la direzione dell'Esercito. La manovra è la premessa per l'esautorazione del re, conseguente messa in pensione (30 dicembre 1947) della monarchia e proclamazione nel paese della Repubblica popolare, momento che segna nella storia della Romania la conclusione della "tappa strategica del compimento della rivoluzione democratico-borghese" e il "passaggio alla rivoluzione socialista" (così si esprimono i documenti ufficiali riportati nei libri di storia romeni).

Il grande processo delle nazionalizzazioni viene ufficialmente inaugurato il 10-11 giugno 1948 dietro decisione del Comitato centrale del Partito. La proposta, accolta dalla Grande Assemblea nazionale, viene tramutata in legge; vengono così statizzate tutte le ricchezze del sottosuolo, le principali aziende individuali, le società industriali e bancarie, di assicurazione, di trasporti e di telecomunicazione.

I beni nazionalizzati passano all'amministrazione dei ministeri competenti e intorno a questi inizia a formarsi, di conseguenza, una ingombrante burocrazia statale che andrà a ricoprire il ruolo che occupava prima la borghesia.

Col solo decreto dell' 11 giugno erano state nazionalizzate ben 8 894 imprese; nel 1949-50 l'atto delle nazionalizzazioni veniva esteso agli ospedali, alle farmacie, ai cinema e a quasi tutti gli altri servizi pubblici. Da lì in avanti la Romania tenta la strada di una industrializzazione massiccia che puntava sull'industria pesante e metalmeccanica mentre l'agricoltura, trascurata, subiva invece una forte tendenza al degrado.

Vi sono stati tentativi, dopo il piano decennale di elettrificazione (che attende ancora oggi di essere portata a compimento), di creazione di nuovi rami industriali. I dati di incremento produttivo, pur notevole, non devono trarre in inganno: erano gli anni della ricostruzione e, dunque, il periodo di massimo sforzo produttivo e alta remuneratività del capitale (di stato in tal caso). Non c'è stato paese al mondo che non abbia registrato, nel medesimo periodo, gonfiamenti abnormi del volume complessivo della produzione.

Il programma di "trasformazione socialista" dell'agricoltura era stato varato nel Plenum del Pcr il 3-5 marzo 1949. Le linee direttrici constavano nella direzione del processo da parte dello stesso partito comunista che incoraggiava la creazione di cooperative agricole di produzione appoggiate dallo stato con sovvenzioni, fornitura di materiali (macchine, semi, ecc.) e persino, non a caso, di quadri specialisti. Furono favoriti le istituzioni di credito, del commercio di stato e la produzione di unità agricole statali (stazioni di macchine agricole, imprese agricole di stato, ecc.). Il punto di partenza era la struttura sociale del villaggio romeno che si voleva trasformare in una sorta di fattoria modello.

I poveri contadini erano disorientati e facevano fatica a comprendere le massicce campagne ideologiche svolte dagli organi e dalle organizzazioni di partito per attrarli alla necessità del lavoro comune.

Con le buone e con le cattive, di fatto, il "settore socialista" si espande e occupa un ruolo preponderante già nel 1959 (comprendendo oltre il 60% della superficie agricola del paese). È sempre in quest'anno che viene decisa la "liquidazione dei residui di qualsiasi forma di sfruttamento dell'uomo sull'uomo". Il diritto allo sfruttamento passa nelle mani dello stato col decreto del 28 marzo del Presidium della Grande Assemblea nazionale.

La "piena vittoria del socialismo"

Il quinquennio 1961-65 viene indicato come il periodo della "piena vittoria del socialismo" nel paese e della liquidazione dello sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo.

La proprietà "socialista" (una contraddizione in sè ma che nel caso specifico sta ad indicare la proprietà statale dei mezzi di produzione) ha assicurato mutamenti essenziali nella struttura dell'economia romena. La demagogia di regime di quel periodo parla della ritrovata amicizia e collaborazione fra le varie classi; la classe operaia si sarebbe affermata come la più importante forza sociale nella vita della società essendone cresciuta la sua "maturità politica, il suo alto spirito rivoluzionario e l'abnegazione patriottica". I contadini cooperatori, con la piena vittoria del socialismo, sarebbero così diventati una classe omogenea, con gli stessi interessi della classe operaia e pertanto "fedeli alleati" di questa, oltre che essere diventati, anche e nientemeno che:

attivi partecipanti degli affari dello stato sul piano nazionale e locale e fattore decisivo nella realizzazione di produzioni agricole superiori in base alle possibilità create dall'industrializzazione socialista e dalle conquiste dell'agrotecnica moderna.

Una così radicale trasformazione, un così realizzato paradiso in terra non poteva non essere sancito a caratteri di fuoco sul libro della legalità del potere statale romeno: in base alle decisioni del IX Congresso del Pcr (19-24 luglio 1965) la Grande Assemblea nazionale ha votato (21 agosto del medesimo anno) la nuova Costituzione che sanciva la "piena e definitiva vittoria del socialismo"; cambia denominazione anche il paese che assumerà il nome di Repubblica socialista di Romania in luogo di Repubblica popolare romena.

Gli anni a seguire segnano ovviamente il pieno "consolidamento" della "società socialista"; in tale periodo il partito si insinua in tutti gli aspetti, anche i più minuti, della vita non solo politica, economica e amministrativa del paese, ma anche in quelli particolari, che riguardano il singolo individuo, a cui verrà detto cosa deve e non deve fare (la "morale rivoluzionaria"), come deve e non deve vivere, comportarsi o non comportarsi rispetto anche ai più banali problemi dell'esistenza.

I consigli popolari, istituiti come nuova organizzazione territoriale-amministrativa e come organi di "direzione collettiva", sono i mezzi con cui è concesso al partito di estendere il suo controllo sugli individui pur se la motivazione ufficiale è il ben più nobile scopo di "migliorare il legame tra gli organi locali e le organizzazioni di base del partito" oltre che il "miglioramento" dell'orientamento e del controllo, l'elevamento ad un più alto grado dell'attività stessa del partito. Anche la carica di Presidente del Consiglio di stato della Repubblica viene affidata al segretario generale del partito che era allora, e da allora è sempre stato, Nicolae Ceausescu.

Per l'aumento del ruolo delle organizzazioni pubbliche, per il coordinamento delle loro attività a livello dello sviluppo della "società socialista romena", particolare importanza veniva data al Fronte dell'Unità socialista (novembre 1968), organismo politico, ancorché "democratico e rivoluzionario", con attività permanente.

Il Fronte univa nelle sue file, sotto l'immancabile direzione o controllo del Pcr, organizzazioni di massa, pubbliche, sindacali, cooperative, i consigli dei lavoratori delle nazionalità coabitanti, le associazioni e le società scientifiche, artistico-culturali e sportive, i culti, ecc.

La "società socialista multisviluppata"

Di che si tratta? Il contenuto e i fondamentali obiettivi di questa tappa sono stati pomposamente sbandierati dai documenti del X Congresso del Pcr del 6-12 agosto 1969 e dalla Conferenza nazionale del Partito del 19-21 luglio 1972.

Facendo il bilancio delle "grandi realizzazioni del popolo romeno diretto dal Partito comunista", si so-no tracciate le linee direttrici del futuro sviluppo economico e socioculturale della Romania; il fondamentale obiettivo era quello dell'estensione e continuo perfezionamento della "società socialista multisviluppata" sulla base di una prospettiva, rimasta sulla carta, della creazione di un'economia avanzata, di una industria e un'agricoltura moderne, capaci di soddisfare le sempre maggiori esigenze della società.

Poi: lo sviluppo della scienza, dell'insegnamento e della cultura; ancora: la creazione delle condizioni per l'incremento del benessere materiale di tutti i lavoratori, ecc.

Con tutto ciò -- faceva notare Ceausescu durante i lavori del Congresso -- la società socialista multisviluppata si presenterà, da tutti i punti di vista, superiore all'ordinamento capitalista. Saranno gettate le basi più salde per il graduale passaggio al comunismo, società che eleverà l'umanità su nuovi gradini di civiltà materiale e culturale.

Ceausescu, ovviamente, nel suo rapporto al Congresso, diceva delle cose e ne pensava altre. Innanzitutto quando pronunciava la parola socialismo avrebbe dovuto dire capitalismo di stato; in quanto all'estensione delle libertà e alla libera manifestazione nella vita sociale di ogni singolo cittadino, non si riferiva evidentemente allo stato di repressione che vigeva nel paese.

Quanto al benessere materiale dei lavoratori, la Romania non aveva eguali in nessun altro paese europeo, nemmeno tra quelli più affamati del blocco orientale. La ripartizione dei beni per l'equità socialista, poi, potrebbe sembrare la barzelletta per eccellenza: alle immense ricchezze accumulate dai despoti e dai loro più vicini accoliti, si contrapponeva una miseria generalizzata e un quadro complessivo delle condizioni di vita delle masse lavoratrici al limite dell'umana sopportabilità (perché le masse sarebbero altrimenti insorte?).

La borghesia rossa, capeggiata da Ceausescu, s'è dimostrata oltre che incapace, anche più famelica e arrogante delle borghesie occidentali, che qualche briciola avevano volontariamente fatto cadere ad uso e consumo, seppur per ottenerne il consenso, delle masse lavoratrici.

La Romania, con l'XI Congresso del Pcr (25-28 novembre 1974), nonostante tutto ciò, parla di "piena realizzazione della società socialista multisviluppata" e prospetta a breve termine "l'avvento del comunismo" (non a caso si parla di questo Congresso come di un evento di grande importanza storica).

Se realizzazione del socialismo significa, fra le varie accezioni che il concetto implica, anche il soddisfacimento delle condizioni materiali di vita del proletariato, in Romania le masse proletarie sono state sempre alla fame e si sono dovute sempre arrangiare alla meglio per sopravvivere. Ma ciò non ha coinvolto solo le masse proletarie ma quasi tutta la piccola-borghesia. Tuttavia un'esigua minoranza di questa assieme alla nuova borghesia proveniente dai ranghi dell'amministrazione pubblica (la burocrazia) e dagli alti gradi dell'esercito, con a capo la famiglia di Ceausescu (gestori in proprio della grande azienda Romania), si è arricchita e portata ai gradini più alti del settore del privilegio di classe. Loro, sì, hanno ricevuto grandi vantaggi dalla "profonda trasformazione" della società romena: la formula di un socialismo a proprio uso e consumo!

L'impostazione di un ruolo internazionale

La Romania ha sempre voluto vantare una politica estera improntata sull'osservanza della sovranità nazionale, della non-ingerenza negli affari interni, del reciproco vantaggio negli scambi fra stati, della rinuncia alle minacce e alla forza, del diritto di ogni popolo di essere padrone dei propri destini. Ciò corrisponderebbe agli "interessi generali della causa del socialismo nel mondo, della collaborazione tra i popoli, della stabilizzazione e del rafforzamento della pace"; quasi che ci fosse un solo paese al mondo che non proclami a piena voce l'assoluta fedeltà a tali principi. Tutto ciò ha ben poco a che vedere col socialismo come non ha niente a che vedere la vuota frase (o slogan) che difende l' "appoggio alla lotta delle forze antimperialiste".

Il termine antimperialista è stato usato, anzi abusato, dai paesi retti a capitalismo di stato, che individuavano la pratica imperialista solo nella politica estera dei paesi (retti a democrazia parlamentare) dell'Occidente industrializzato. Per molto tempo col termine imperialismo si additava la politica espansionistica degli Stati Uniti i quali, nel quadro dell'Alleanza atlantica, si trascinavano dietro tutti i paesi che di quel sistema di alleanza facevano parte.

La realtà è che il mondo non è stato mai diviso in blocco socialista contrapposto al blocco capitalista: il mondo è sempre stato diviso dalle conflittualità prodotte dai particolari e generali interessi imperialistici dei vari paesi che, di volta in volta, venivano posti in essere dal loro muoversi nell'ambito del mercato internazionale. Il mondo, ancora, a partire dagli accordi di Yalta, è stato diviso dai contrapposti interessi delle superpotenze uscite vittoriose dal secondo conflitto mondiale; superpotenze operanti sul piano della competizione imperialistica per la conquista del mercato mondiale e che non sono mai state fra loro opposte da problemi di ordine diverso da quello squisitamente economico.

La storiella dell'Occidente capitalistico e cattivo, pronto ad affossare la patria del "socialismo reale" con una feroce politica imperialista, ha retto per troppo tempo ed ha mascherato il vero problema agli occhi delle masse lavoratrici.

Non erano due mondi che si fronteggiavano ma due modi, altrettanto odiosi, di interpretare il capitalismo; due forme specifiche e interrelate (da fattori competitivi appunto) per una migliore gestione dei medesimi rapporti di produzione, mediante una comune pratica politica a livello internazionale: quella imperialistica. L'attività politica della Romania per promuovere le cosiddette lotte di liberazione nazionale è sempre stata un tentativo di rafforzamento del blocco di appartenenza, interessato ad allargare la propria sfera di influenza al di là delle giustificazioni teoriche che parlano, a vuoto, di autodeterminazione dei popoli, di autodecisione delle nazioni in un'epoca in cui nessun paese al mondo, dominato dalle ferree leggi dell'imperialismo, può assolutamente sottrarsi al dominio dell'uno o l'altro blocco.

Cionondimeno l'appartenenza al blocco dell'Est della Romania è stata sempre anomala e travagliata. Quando il cappio sovietico s'era dimostrato particolarmente stretto, quando la retta per ppartenere al granitico blocco dei "paesi fratelli" era divenuta troppo esosa, al punto di incidere maniera determinante sulle modeste finanze del paese, la Romania ha tentato di fare marcia indietro, il che ha prodotto serie difficoltà al mantenimento dei propri rapporti internazionali interni al blocco.

Pur avendo aderito al Patto di Varsavia sin dal 1955 e pur operando all'interno del Comecon assieme a tutti i satelliti dell'Urss, la Romania ha di volta in volta girato la testa altrove: guardando ora alla Cina e alle sue velleità di contendere la leadership del "comunismo" alla stessa Unione Sovietica, ora all'Occidente industrializzato al quale ha sempre offerto una riserva di mano d'opera (in loco) a buon mercato; tanto a buon mercato da fare concorrenza e forse anche invidia a Taiwan e alla Corea.

I sentimenti di ostilità nei confronti dell'Urss erano pervenuti a livelli di guardia; si era diffuso nella popolazione un odio sincero nei confronti dell'affamatore sovietico camuffato da fratello.

Tutta la politica estera romena è stata informata dalla convinta necessità di dover allentare i rapporti con l'Unione Sovietica per dare respiro a un'economia sottosviluppata, povera e compressa, schiacciata dall'insaziabile gigante.

Per rendere compatibili questi tentativi con la comune appartenenza all'area del "socialismo", la Romania insiste così sul problema dei rapporti "paritari fra paesi socialisti" e, soprattutto, sulla non-ingerenza negli affari interni, sino al diritto al non-allineamento.

Per questa sua politica antisovietica il mondo borghese occidentale ha sempre guardato con simpatia a Ceausescu, al punto di indurre il Consiglio mondiale della pace a conferire la medaglia d'oro, la più alta onoreficenza, a quest'uomo che "ha sempre dedicato tutta la sua vita alla causa della pace, del benessere e della felicità degli uomini".

Le cause del crollo

Ma Ceausescu godeva della stima internazionale dei borghesi anche per altri motivi; l'antisovietismo che ha fatto di lui uno dei primi eretici del "campo socialista", la sua disponibilità all'offerta di mano d'opera a basso costo all'Occidente per vere e proprie operazioni di delocalizzazione industriale occulta (di interi cicli produttivi in vari settori della produzione a basso contenuto tecnologico), non spiegano in tutto e per tutto i vezzeggiamenti che ha sempre ottenuto dai suoi colleghi borghesi in veste di convinti democratici; gli stessi che adesso osannano il glorioso "popolo romeno" per essersi liberato di un così tracotante e odioso dittatore.

Ceausescu, pur nell'orgia di potere da cui era costantemente ottenebrato, si era sempre distinto per la sua capacità di regolare i rapporti internazionali sulla base di una impeccabile "correttezza". La Romania è stato l'unico paese, fra quelli a media industrializzazione, a pagare i suoi debiti con l'estero; quindi era l'eccezione fra tutti quegli stati poveri che per sopravvivere avevano dovuto attingere al Fondo Monetario Internazionale, senza avere poi la speranza di poter onorare i debiti contratti.

Fra il 1980 e il 1989, solo per estinguere i debiti con i paesi Ocse, la Romania è stata costretta ad esportare merci per un valore di 4 miliardi di dollari all'anno; di contro ha dovuto ridurre le importazioni da 4 a 1,3 miliardi di dollari, utilizzando lo scarto fra import ed export esclusivamente per pagare i suoi debiti.

Per ricondurre in pareggio il bilancio dello stato e non lasciarsi soffocare dagli interessi sul debito estero, ciò si era dimostrato come la sola via percorribile. Il prodotto nazionale lordo, nella sua gran parte, è stato sacrificato alle esportazioni. Dal marzo 1982 al marzo del 1989 la Romania ha rimborsato più di 120 miliardi di dollari ai paesi occidentali. Inoltre, per ottenere dall'Unione Sovietica gas naturale ed elettricità, ha dovuto cedere il 70% dell'intera produzione di beni alimentari.

Lasciamo immaginare cosa ciò abbia comportato per il livello dei consumi interni; alle masse sono stati imposti sacrifici incredibili e indicibili sofferenze in conseguenza della riduzione drastica dei livelli di consumo.

I generi alimentari, dirottati verso le esportazioni, erano divenuti introvabili se non al mercato nero a prezzi 3-4 volte superiori a quelli correnti; la carne, di cui la Romania è grande produttrice, era completamente sparita: al consumo interno venivano destinate solo le frattaglie e le parti meno nobili, non idonee ad essere esportate. Lo stesso dicasi per i generi di abbigliamento di cui v'è sempre stata penuria cronica; ma non diverso il problema si presentava per altri numerosissimi generi di prima necessità.

Dunque, fame, miseria e stenti per la gran parte della popolazione mentre i settori privilegiati poteva-no attingere ai beni di consumo attraverso canali propri ed esclusivi. E questo avveniva in un clima politico e sociale dove la repressione era pronta a scattare ad ogni minimo cenno di disobbedienza, dove il controllo sui cittadini veniva esercitato da un capillare sistema informativo messo a punto dagli uomini fedeli al regime della Securitate.

Se a ciò si aggiunge l'eco riflessa di tutto quanto stava avvenendo ai confini del paese, nella quasi totalità del blocco dell'Est, possiamo avere il quadro dettagliato delle condizioni oggettive e soggettive che hanno condotto all'insurrezione, la quale ha travolto, dopo un bagno di sangue spropositato, il regime stalinista di Ceausescu.

Rimmarrebbe un punto da chiarire; se cioè la stessa insurrezione fosse stata preparata a tavolino dando agli avvenimenti il carattere di un golpe, oppure se questa si fosse originata spontaneamente sulle strade e sulle piazze sulla base delle suddette condizioni.

Noi abbiamo definito tali eventi una vera e propria insurrezione popolare, il che implica che vi sia stata un'attiva partecipazione delle masse agli eventi. Questo è un dato di fatto incontrovertibile che non può essere messo in discussione da nessuno. Che l'iniziativa politica e, soprattutto, la sua direzione non fosse nella mani del proletariato è cosa altrettanto scontata che non esclude la possibilità di una sua trascrescenza rivoluzionaria nel caso in cui fosse stata presente una forza politica di classe in grado di prenderne la testa.

Che sia o no stata preparata a tavolino da Iliescu e compagni ciò non modifica la sostanza del problema; quando si muovono le masse non importa da chi siano politicamente dirette.

In ogni caso è storicamente dato che le masse si muovano per proprie necessità e se qualcuno si rappresenta in un determinato momento come l'innesco per l'esplodere di una rivolta, vuol dire, semplicemente, che ha potuto agire su un terreno pronto, già ampiamente coltivato.

In Romania il terreno era stato coltivato dalle condizioni oggettive generali e da quelle materiali in cui il proletariato e tutte le masse lavoratrici erano costrette a vivere. Mosse da forze borghesi come quelle confluite nel Fronte di salvezza nazionale o, invece, da forze comuniste e di classe il problema cambia poco. Cambiano invece le finalità che il partito rivoluzionario ha in sé e che la classe deve far proprie nel processo che mira alla liquidazione del vecchio mondo e alla costruzione della società socialista.

Nel disfacimento dei regimi degli altri paesi dell'Est europeo, il movimento popolare è stato attivato dall'alto, nel senso che gli stessi uomini del regime, spesso, sono stati i principali artefici della trasformazione, in armonia con le direttive di Gorbaciov che ha mirato ad estendere la perestrojka fuori dai confini dell'Unione Sovietica.

Come l'Unione Sovietica, e anche di più, questi paesi necessitano anch'essi di una profonda ristrutturazione dei loro apparati produttivi poiché è la stessa crisi la causa che ha eroso irreversibilmente i meccanismi funzionali di quei sistemi. Le soluzioni, o presunte tali, sono state individuate in una inversione di tendenza rispetto al passato che porterà, più o meno velocemente, più o meno gradualmente, alla liquidazione della proprietà totalitaria di Stato.

Ma come può il capitalismo in quei paesi, improntati alla massima centralizzazione per lunghi decenni, fare a meno delle strutture statalistiche (dimostratesi obsolete e inefficienti) e sopravvivere a se stesso? Nell'unico modo possibile: riconvertendosi alla sua più tradizionale versione, quella del liberismo o della cosiddetta economia di mercato (quasi che il capitalismo di stato fosse mai stato fuori dal mercato e dalle sue leggi, comuni a qualsivoglia sistema borghese, democratico o totalitario).

Non è un caso che le borghesie dei paesi industrializzati continuino ad esultare di fronte al collasso dei regimi stalinisti. Non certo perché è finalmente crollato l'odioso antagonista alla nobile democrazia occidentale (tant'è che sin quando Ceausescu ha fatto comodo è stato coccolato ed esaltato a sufficienza un po' da tutti), ma perché vedono la concreta possibilità di sfruttare l'immenso mercato dell'Est e di utilizzare mano d'opera qualificata a prezzi di fame, a livelli salariali da terzo mondo.

Per il proletariato non cambierà niente: capitalismo di stato o capitalismo privato, rimarranno i rapporti fra lavoro salariato e capitale. Cionondimeno, la promessa delle libertà, dopo un lungo periodo di repressione, non può fare a meno di allettarlo e di coinvolgerlo nel clima di euforia e di attesa di chi sa quali miracolistici risultati; dopo decenni di sopportazione delle più infami angherie e delle più degradanti condizioni di vita, dove fame e miseria l'hanno fatta da padroni, gli sembra lecito sperare che il cambiamento, assieme alle libertà, possa portare anche più dignitosi livelli di benessere.

Ma non sarà così. Come è già successo in Occidente, la ristrutturazione porterà nuova disoccupazione e inflazione, creerà fasce di emarginazione più larghe e si inserirà nei meccanismi perversi delle economie più avanzate ereditandone soprattutto i difetti e senza avere di queste, però, il potenziale adatto a contenerli e a sopportarli. Il che aumenterà gli scompensi ed allargherà, piuttosto che colmare, il divario fra quelli che venivano definiti i due mondi contrapposti.

Nei paesi dell'Est come nei paesi "democratici", gli unici a beneficiare della nuova situazione saranno solo i borghesi. La borghesia dei paesi dell'Est proviene in gran parte dagli apparati del vecchio regime ma attingerà anche dalla piccola borghesia, sempre in cerca della sua affermazione sociale. È per questo che tali strati hanno rappresentato la vera avanguardia della rivendicazione della "libertà": essi reclamano le libertà borghesi poiché aspirano a rivestire un più alto ruolo da un punto di vista capitalistico.

Il "potere del popolo" affermatosi nei paesi del blocco dell'Est nient'altro è che il grido di tali stratificazioni sociali, compresse e schiacciate sino ad ora da regimi che non lasciavano loro alcuno spazio vitale. E questo potere fasullo del popolo, come abbiamo già detto, riesce a coinvolgere larghi strati del proletariato legandolo al carro dei suoi interessi, che non sono e non saranno mai in sintonia con quelli della classe operaia.

In Romania il problema si pone allo stesso modo da un punto di vista dell'impostazione generale.

Ma diversa è stata la partecipazione operaia la quale, pur al carro di interessi estranei alla propria strategia di classe, ha partecipato in prima persona alla insurrezione lasciando sulle piazze e sulle strade un altissimo tributo di sangue.

Cosa ancora più grave è che, combattendo contro la banda di Ceausescu, il proletariato ha inteso combattere contro il comunismo, identificando nel comunismo un regime reazionario e repressivo come sono o sono stati i regimi stalinisti.

Situazione fluida e pericolosa

A mesi di distanza dall'insurrezione romena la situazione non s'è ancora stabilizzata. La nuova leadership di Bucarest, che ha sostituito il vecchio regime, non riesce ancora ad avere vita facile.

Una grossa opposizione, coagulatasi intorno ai vecchi e rinati partiti storici, ne ha contestata la legittimità ed ha lanciato accuse di continuità (occulta) col passato. Si accusa di aver cambiato per non cambiare veramente. E dalle accuse si è passati poi a violente manifestazioni di protesta sì che, nel febbraio scorso, era stata lanciata la parola d'ordine: "l'unica soluzione è un'altra rivoluzione".

Il Presidente Iliescu, amico personale di Gorbaciov (almeno così si dice), starebbe tentando una manovra di posizionamento della Romania intorno agli interessi della perestrojka.

Le "libere elezioni" del 20 maggio hanno dato un responso sul grado di popolarità di questo personaggio e degli uomini di spicco del Fronte di salvezza nazionale. Come indicazione di massa la maggioranza dei romeni gradisce la via della perestrojka al capitalismo (in versione occidentale e democratico) lasciando di stucco e delusi coloro che, invece, avrebbero voluto bruciare le tappe passandovi direttamente.

Per noi il problema ha relativa importanza; anzi ci importa un fico secco se sarà uno schieramento o l'altro a decidere dei destini del proletariato romeno.

Più importante è collocare la situazione rumena nel quadro delle prospettive di classe all'Est, tema di altro articolo su questo numero.

Franco Migliaccio

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