Dinamiche e contrapposizioni imperialistiche

Partiamo da alcune considerazioni primarie, di fatto acquisite nell’analisi e nella critica marxista dell’economia politica con riferimento agli accadimenti degli ultimi decenni.

  1. Pieno sviluppo della crisi del ciclo di accumulazione capitalista, iniziata nell’agosto del 1971 (dichiarazione della inconvertibilità del dollaro in oro).
  2. Crisi del blocco imperialistico russo, conseguente a quella più generale del capitalismo in tutto il mondo occidentale, e con effetti catastrofici per i regimi retti a capitalismo di stato.
  3. Successivo rimescolamento delle carte verso nuovi riallineamenti e alleanze. Tendenze a supremazie imperialistiche di carattere multilaterale e unilaterale, in presenza di un acuirsi delle tensioni economiche e di accenni alla possibile frantumazione di una sempre meno evidente omogeneità dei blocchi formalmente attivi dopo la dispersione delle alleanze russo-orientali.

Aumentano le tensioni imperialistiche mentre infuria la crisi del capitale

A proposito della prima considerazione riguardante l’attuale situazione economica, occorre ripetere che la crisi, a Ovest e a Est, è tutta interna al capitalismo, quale storicamente definito modo di produzione e di distribuzione. È la crisi dei suoi infernali meccanismi di accumulazione, cicli di espansione e di contrazione produttiva, vincolati a una impossibile difesa del saggio di profitto:

il fuoco vivificante della produzione capitalistica; il potere che spinge, la forza motrice della produzione, e viene prodotto solo ciò che, e in quanto, può essere prodotto con profitto.

Marx

Dovendo sottostare alla legge del valore e alle sue conseguenze, il sistema capitalistico vede ingigantirsi le proprie contraddizioni interne, in un circolo vizioso che dalla sfera della produzione si ripercuote in quella della circolazione.

È per mezzo della legge del saggio medio del profitto che opera la legge del valore; ma è la legge della caduta del saggio del profitto a sviluppare la crisi del capitalismo, operando al di là dei fenomeni stessi di sovrapproduzione e di sottoconsumo, i quali di per se non costituiscono la ragione di fondo che porta al collasso l’intero sistema economico. E la crisi avanza nonostante l’aumento della massa totale del profitto che il capitale ricerca sotto la spinta del diminuito saggio di profitto, e che ottiene soltanto attraverso la continua modificazione della composizione organica del capitale (più capitale fisso e meno lavoro salariato) cioè proprio accentuando la causa e contemporaneamente l’effetto della caduta del profitto totale nella sua relazione con il capitale totale impiegato nella produzione e nella distribuzione delle merci.

Questo avviene sotto i nostri occhi, oggi più di ieri, su scala generalizzata costringendo tutte le economie nazionali, per non perire sotto la pressione della concorrenza, a ristrutturazioni e tagli occupazionali mettendo cosi ancor più a nudo il violento antagonismo esistente fra il lavoro vivo, il proletariato, e il lavoro morto, il capitale; tra lo sviluppo delle forze produttive e gli attuali rapporti sociali di produzione.

E confermando - è sempre bene ripeterlo - che è all’interno del processo di produzione che la rivoluzione dovrà scavare a fondo, riorganizzandolo con il superamento di tutte le categorie di sfruttamento inerente il capitalismo (merce, moneta, salario, eccetera).

Se la crisi si è sviluppata nel '7l dal cuore stesso del blocco imperialistico d’Occidente, anche l’ex-socialismo, alias capitalismo di stato, del blocco russo-orientale ne è stato successivamente investito con conseguenze devastanti (e sulle cause vedi “I nodi irrisolti dello stalinismo alla base della perestrojka”, Edizioni Prometeo) per l’Urss e i suoi satelliti, e quindi di rimbalzo nuovamente per tutto l’occidente.

Analisi e previsioni della critica marxista hanno ancora una volta colpito giusto, sia riguardo cause e risultati, sia per gli strumenti attivati dalla borghesia nel tentativo di una amministrazione della crisi (manovre monetarie, debito pubblico, eccetera). Interventi sempre però ad effetto boomerang quando il tumore sta rodendo le strutture portanti del sistema. E nessuna parziale ripresa potrà annullare la tendenza dominante nel processo di sviluppo-regresso del capitalismo: peggioramento continuo delle condizioni di vita, crisi, distruzioni e guerra. Dilatatasi in circolo, dal centro alla periferia, la crisi si va ripresentando in forme e contenuti potenzialmente aggravati in ogni angolo capitalistico del mondo. Ristrutturazioni e riconversioni hanno concesso solo un breve periodo di respiro al capitale, a parte i costi pagati dal proletariato, preparando contemporaneamente i motivi per un ritorno allargato della crisi e costringendo la classe borghese a riprendere in pieno l’attacco alle condizioni di lavoro e di vita delle masse operaie e sfruttate.

Su scala mondiale, drammatiche sono le prospettive del continente africano, dove ad aumentare sono unicamente gli indici di inflazione, i morti per fame, malattie e guerre; dell’America Latina, stretta nella tenaglia degli interessi da versare al capitale finanziario internazionale; dei paesi asiatici e medio-orientali, sfruttati dalle multinazionali e dai giochi di potere dell’imperialismo; dell’Europa orientale e balcanica, stremata dalla miseria e dalle contrapposizioni nazionalistiche. Le campagne civilizzatrici, sbandierate dal liberalismo democratico a suon di strozzinaggi e ricatti economici e politici, soffocano paesi e continenti sotto montagne di debiti e rapporti di rapina e sfruttamento. L’imperialismo, nella fedele e costante riproduzione dei suoi schemi più classici, si prepara a difendere con unghie, denti e missili le proprie rendite monopolistiche e parassitarie, l’unico ossigeno che ancora lo tiene in vita dietro i lacerati veli di libertà e pace tra i popoli.

Le ragioni reali dei conflitti militari nella cosiddetta “comunità internazionale” non sono affatto svanite - come abbiamo sempre saputo e testardamente affermato - assieme al crollo del blocco russo-orientale con la sua contrapposizione a quello americano-occidentale. L’imperialismo esiste proprio in quanto esso corrisponde a una fase storica dello sviluppo capitalistico (dopo di che esiste una politica ed una ideologia imperialista) e non ad un modo d’essere, ad una scelta strategica da parte di questo o quello Stato. E da ciò si ricava l’ovvia conclusione che non vi è altra alternativa all’imperialismo se non la rivoluzione proletaria. Domina l’imperialismo e con esso, via via arricchendosi di ulteriori e intensi motivi di tensioni e di crisi, si ripete costantemente il riaccendersi di focolai esplosivi i quali per loro natura interna tendono a sfuggire presto o tardi alla gestione con mezzi pacifici da parte dei maggiori predoni imperialistici, richiedendo l’uso risolutivo della forza. Gli apologeti della borghesia e dell’eternità della sua civiltà, del suo ordine economico e sociale, rivestono invano di menzogneri abiti pacifisti l’aggressività che, inevitabilmente, si accompagna all’espansionismo economico-politico del capitale ed alla conseguente esasperazione dei conflitti commerciali e alla loro trasformazione in conflitti bellici.

Un’applicazione corretta dell’analisi marxista

Da tempo, le nostre migliori energie sono impiegate per accelerare il processo di formazione dell’avanguardia politica del proletariato. E nell’ancora dominante clima di confusione e di smarrimento, la prospettiva di un aggregamento ulteriore di nuove forze di classe è uno degli stimoli che ci spinge ad una costante puntualizzazione delle posizioni rivoluzionarie comuniste sull’imperialismo e sulla guerra, nel confronto con lo svolgersi, in molti casi quasi frenetico ed incalzante, degli avvenimenti internazionali.

Su tutti questi argomenti Prometeo si è da tempo impegnato in un lavoro sistematico di analisi e di chiarificazione.

Solo gli strumenti metodologici del marxismo, critica dell’economia politica ed uso del materialismo- dialettico, ci consentono di individuare i fenomeni economici, politici e sociali più contingenti senza separarli dalla loro concatenazione e dipendenza con la struttura economica di base, cioè come un riflesso della crisi capitalistica mondiale e delle sue attuali accelerazioni, e come un tentativo, pur negli inevitabili limiti, di una risposta da parte della borghesia mondiale minacciata nella sua sopravvivenza di classe dominante.

Sarà opportuno sgomberare il campo di indagine dalla possibilità di alcuni equivoci. Fra gli obiettivi che la nostra analisi si propone di raggiungere il più importante rimane quello non di formulare pronostici con nome, cognome e dati anagrafici delle potenze schierate nei contrapposti blocchi imperialistici alla vigilia di un terzo conflitto mondiale, e nelle forme in cui tali alleanze verranno a concretizzarsi, bensì di impedire innanzitutto un qualunque coinvolgimento di avanguardie proletarie con l’uno o l’altro dei futuri fronti della guerra.

Quest’ultima rimane infatti il più valido banco di prova della appartenenza di classe e dell’internazionalismo rivoluzionario nella prospettiva del comunismo.

Un obiettivo che si lega ad una chiara impostazione teorica e ad un coerente metodo di analisi, nella certezza che alla guerra la borghesia perviene tanto più facilmente quanto meno nella classe operaia si è andata affermando la consapevolezza del suo ruolo storico di soggetto antagonistico, dando invece spazio nella propria coscienza alle nefaste ed offuscanti influenze nazionalistiche con le quali ogni borghesia accompagna e giustifica le sue imprese imperialistiche.

L’unica forma di anti-imperialismo coerente è pur sempre quella che passa prima o contemporaneamente attraverso una precisa posizione di denuncia e di lotta contro la borghesia di casa.

Ricerche in altre direzioni si accompagnerebbero a un vezzo puramente intellettualistico, coltivabile solo tra fumosi elaborati teorico-statistici con l’esibizione di una pretesa superiorità del marxismo nell’indicare date storiche per la ripresa della lotta di classe, o appunto nel disegnare scenari internazionali e scelte di campo politiche e militari dei singoli briganti imperialisti, grandi e piccoli. Scelte di campo in cui è presente inoltre, come sempre è stato, anche la componente di una certa dose di irrazionalità, in grado di mandare all’aria all’ultimo momento una sofferta previsione, ammessa la possibilità di una disposizione sempre aggiornata di dati e notizie per l’indagine.

La forza e il valore del marxismo non stanno in questa presunzione, ma nella individuazione del legame indissolubile esistente fra i rapporti di produzione attuali, le crisi e la guerra. Ciò che conta per dei rivoluzionari è la convinzione, e quindi la propaganda e la preparazione, che la dinamica in atto è quella dello sbocco verso un conflitto bellico fra gli imperialismi presenti in campo internazionale, ed assolutamente non verso un ordinamento di pacifica convivenza fra i popoli della società borghese e capitalista.

I fenomeni dello sviluppo imperialistico del capitale

I momenti dello sviluppo imperialistico del capitalismo si possono così sintetizzare:

  • Concentrazione industriale e creazione delle società per azioni. Sopravvento del capitale monetario e della oligarchia finanziaria sul classico imprenditore privato.
    Alla concentrazione del capitale basata direttamente sull’accumulazione della singola impresa, subentra la concentrazione dei capitali già formati, esistenti e frazionati, in una grande massa. “È questa la centralizzazione vera e propria, a differenza dell’accumulazione e concentrazione” (Marx).
  • Dominio delle banche e del capitale finanziario. Accelerazione dell’accumulazione, anche a seguito delle aumentate capacità di espansione delle nuove imprese, le quali attingono, attraverso il sistema creditizio, alla massa del capitale nazionale in cerca di valorizzazione. Sviluppo del possesso bancario e della sua mediazione (raccolta e distribuzione monetaria; organizzazione del credito).
  • Formazione di monopoli in difesa della tendenziale caduta del saggio del profitto nella concorrenza fra le grandi imprese.
    Costituzione di cartelli e trust nazionali e internazionale; aumento degli extraprofitti.
    Ulteriore aumento dell’accumulazione e ricerca di nuovi investimenti e profitti. (Quanto più è avanzato lo sviluppo tecnologico-scientifico del capitalismo, tanto più si abbassa il saggio generale di profitto nazionale).
  • Forte accelerazione dei tempi della circolazione del capitale, grazie alla mobilità e flessibilità del capitale finanziario che è contemporaneamente “capitale e bancario e finanziario”.
    Esigenza di esportazioni di capitali per la ricerca di maggiori quote di plusvalore reperibili all’estero, specie nei paesi sottosviluppati dove più alto si presenta il saggio del profitto.
  • Monopolizzazione di settori del mercato mondiale da parte dei più forti capitali nazionali. Appoggio politico e militare dei rispettivi centri statali.
    Spinte successive ed incessanti all’espansione commerciale e creditizia speculativa oltre che parassitaria in generale, pena una inarrestabile caduta di profitto del proprio capitale finanziario e delle proprie capacità concorrenziali.
    Inasprimento della lotta per la ripartizione del mondo. Le reciproche connessioni del capitale sul piano internazionale anziché creare i presupposti di un pacifico sviluppo nelle relazioni fra gli stati, subiscono il condizionamento primario della contrapposizione di interessi fra i paesi più forti e i paesi più deboli, tra i maggiori trusts capitalistici statali e i minori.
    Nel calcolo generale delle perdite e dei guadagni, la conditio sine qua non della sopravvivenza dell’imperialismo rimane la presenza attiva del capitale finanziario quale sua parte integrante, e quindi dei trust quale incarnazione dei monopoli.

Il risultato finale di tutto questo processo diventa il progressivo allargarsi della riproduzione delle contraddizioni del capitalismo, le quali negano, violentemente, l’astrattismo e il semplicismo dell’ideologia pacifista, liberale e democratica.

Sia in politica estera che in politica interna l’imperialismo tende a violare la democrazia, tende alla reazione.

Lenin

Fino al punto cruciale della fase imperialistica, quando cioè sono maturate tutte le cicliche manifestazioni della crisi nel sistema produttivo capitalista, e per la diminuita capacità di assorbimento del mercato estero diventa difficile e contrastata l’esportazione di capitali finanziari e la riscossione di adeguati saggi di profitto. Pace o guerra sono entrambi mezzi della politica imperialista: la guerra si presenta come la soluzione borghese della crisi, per rilanciare poi con la pace un nuovo ciclo di ricostruzione ed accumulazione.

Il mondo civile deve fare la guerra per la pace.

Così il sommo filosofo K. Popper, intervistato da “Der Spiegel”.

Dalla teoria delle catastrofi alla soluzione borghese della crisi

In una analisi critica sullo sviluppo del capitalismo, entrato storicamente nella fase superiore dell’imperialismo, sono state a suo tempo avanzati spezzoni di teoria schematizzati secondo prospettive di “curve discendenti” - false in quanto gradualistiche e fatalistiche - e di curve ascendenti, o ”teoria delle catastrofi”, quale esatta interpretazione del marxismo rivoluzionario.

Il Bordiga del secondo dopoguerra in una sua immagine semplificatrice portava questa curva fino ad una punta, “cuspide” o “punto singolare” nel linguaggio della geometria, là dove sparisce la continuità geometrica e la gradualità storica.

Allora, ed in questi termini, furono impostate le nostre osservazioni critiche a tali schematismi (vedi la premessa di O. Damen alle “5 lettere” in Prometeo n. 3 - 1952): un reale ascendente del mondo delle cose economiche poteva essere preso in considerazione soltanto facendo ad esso corrispondere “anche un ascendere ed un potenziare delle contraddizioni che è nel contempo anche un obiettivo decadere”.

In che cosa - rispondeva Damen - allora il capitalismo sarebbe ‘moribondo’ per noi che lo abbiamo appreso da Lenin?

In complesso, nella fase dell’imperialismo cresce assai più rapidamente di prima, sennonché tale incremento non solo diviene in generale più difforme, ma tale mancanza di uniformità si manifesta particolarmente nel ristagno dei paesi capitalisticamente più forti (Inghilterra)”.

Lenin: L’imperialismo

Il grafico esprimente i ‘rami di curve ascendenti’ non indica in nessun modo la contraddizione dialettica per la quale:

attraverso il suo stesso progresso, il capitale prepara doppiamente il proprio crollo finale... Il progresso economico del capitale esaspera nel mondo, man mano che ingigantisce, gli antagonismi di classe e l’anarchia economica e politica ad un punto tale che provocherà, contro la sua dominazione, la ribellione del proletariato internazionale molto tempo prima che l’evoluzione economica abbia raggiunto la sua ultima conseguenza: il potere assoluto ed esclusivo della produzione capitalistica nel mondo.

Rosa Luxembourg: Accumulazione del Capitale

Vero è che l’imperialismo potenzia ed ingigantisce i mezzi per prolungare l’esistenza del capitale ma costituisce nel contempo il mezzo più sicuro per abbreviarla. Questo lo schema delle curve sempre ascendenti non solo non lo dimostra, ma in un certo senso lo nega. È su questa falsa interpretazione del problema dialettico che si base la teoria della inutilità della creazione del partito in una fase controrivoluzionaria come l’attuale; della sua riduzione, quando altri l’hanno costruito, nella sua struttura, nei suoi compiti e nella sua azione...

O. Damen: Premessa alla “5 lettere”

Ma non appartiene al marxismo la visione meccanicistica e fatalistica di un crollo finale e spontaneo, verticale ed automatico, del capitalismo. La crisi del capitale può sempre avere la sua soluzione borghese, cioè la guerra, se la classe operaia non è in grado di realizzare la propria soluzione rivoluzionaria. È la guerra la catastrofe a cui il capitalismo conduce l’umanità, ma questo punto di arrivo finale, che si ripropone in ogni ciclo di accumulazione del capitale quale unica via d’uscita borghese al precipitare della crisi economica, non significa e non conduce di per se alla fine del capitalismo né tanto meno al suo superamento in senso rivoluzionario e in direzione comunista. L’“alternativa” al capitalismo, la sua negazione, rivoluzionaria, resta condizionata alla presenza operante di una direzione e di un’organizzazione, di una coscienza e di una volontà di azione, nella classe e per la classe.

Dalla teoria marxista della crisi si conclude chiaramente che il capitalismo prepara attraverso il suo stesso sviluppo le condizioni del proprio crollo; trasformare questa tendenza oggettiva dell’attuale struttura economica a riprodurre in continuazione e in modo sempre più “catastrofico” i suoi limiti fino al loro superamento rivoluzionario, fare cioè concretamente la storia della rivoluzione comunista, è compito esclusivo del proletariato, dell’unica classe antagonista al capitale, “forza di eversione dialettica” nel processo di rovesciamento della prassi.

Internazionalizzazione e interdipendenza del capitale finanziario

L’inasprimento dei rapporti concorrenziali internazionali ha ulteriormente ampliato e rafforzato la struttura monopolistica del capitalismo, aumentando le pressioni operanti sul mercato dei prodotti e dei capitali. Al pari dei colossali interessi che fanno capo ai trusts capitalistici privati e di stato, anche i movimenti del capitale finanziario nella sua ricerca e conquista di aree di esportazione, sono sostenuti direttamente dal potere statale.

Negli ultimi decenni - scriveva nel l925 Nikolaj Bucharin in ‘Imperialismus und Weltwirtschaft’ - lo sviluppo delle forze produttive del capitalismo mondiale ha avuto un impulso possente. Ovunque la grande impresa si è affermata vittoriosamente nella lotta di concorrenza e ovunque i magnati del capitale si sono associati in una ferrea organizzazione che domina l’intera vita economica. Il dominio viene esercitato da una oligarchia finanziaria che dirige la produzione concentrata dalle banche in un punto nodale.
Questo processo di organizzazione della produzione è avvenuto dall’alto in basso ed è stato ancorato nell’ambito degli stati moderni i quali esprimono direttamente gli interessi del capitale finanziario. Ogni economia sviluppata nel senso capitalistico del termine si è trasformata in una sorta di trust nazional-statale.
D’altro canto il processo di organizzazione delle parti economicamente progredite dell’economia mondiale è accompagnato da uno straordinario inasprimento della concorrenza, e ciò porta ad un punto di rottura il contrasto tra gli interessi dei gruppi ‘nazionali’ del capitale. Nella forza e nella potenza delle organizzazioni statali e in prima linea dei loro eserciti e delle loro flotte, questi gruppi trovano il loro ultimo argomento. Una forte potenza militare e statale, questa è l’ultima carta nella lotta che contrappone le diverse potenze. La capacita di lotta sul mercato mondiale dipende quindi dalla potenza e dalla compattezza della nazione, dalle sue disponibilità militari e finanziarie. Un’unità statal-nazionale ed economica autosufficiente che accresce smisuratamente la propria posizione di grande potenza fino al dominio sul mondo intero, questo è l’ideale che il capitale finanziario si è creato.

Accanto alla lotta che si stabilisce fra le enormi masse di capitale finanziario gestite in base agli interessi delle singole potenze statali, e al concentramento di potere raccoltosi attorno ai blocchi sovranazionali, due fenomeni secondariamente contrastanti si intrecciano alla principale tendenza verso l’assoluto dominio imperialistico dei trust e delle borghesie dei paesi ricchi e privilegiati.

Si tratta di una relativa interdipendenza che si viene a creare fra le stesse potenze imperialistiche, e di una accelerazione nell’internazionalizzazione dei rapporti del capitale finanziario quale conseguenza della loro riproduzione in forma allargata su scala mondiale.

Questi fenomeni, valutati all’interno del complesso quadro generale dei caratteri essenziali e delle dinamiche dell’imperialismo, non ne costituiscono affatto un motivo di rafforzamento nella sua prospettiva storica né introducono la possibilità di una “fase dell’ultra-imperialismo” la quale economicamente, come teorizzava Kautsky, “finisca col sostituire una santa alleanza degli imperialisti all’imperialismo”.

L’interdipendenza imperialistica presenta manifestazioni generalizzate poiché a livelli mondiali è oggi il dominio monopolistico delle concentrazioni finanziarie e i condizionamenti delle loro attività speculative (un classico esempio: i reciproci rapporti economico-finanziari tra Usa e Giappone). Al punto che ovunque, fino alle borghesie degli stati minori, tendono ad affiorare le medesime istanze economiche, in modi strettamente assoggettati o parzialmente concorrenziali, di aperto vassallaggio o di relativa indipendenza.

Il processo di internazionalizzazione del capitale finanziario, con i legami che ha intrecciato fra tutte le potenze economiche, e fra queste e le stesse economie subalterne e sottosviluppate (investimenti e prestiti), urta ora contro le contraddizioni che la crisi va esasperando entro le strutture dei singoli stati, e riceve spinte frenanti od acceleranti a seconda delle particolari esigenze di ogni singola economia nella soluzione dei complessi problemi di competitività e di ristrutturazione.

Gli alti livelli di concentrazione raggiunti ad esempio dal capitalismo americano sia industrialmente che finanziariamente, se da un lato sono indice della sua forza e potenza, costituiscono dall’altro il motivo dell’aggressività con cui si caratterizzano ed esplicano i suoi rapporti con gli altri partners commerciali per la spartizione dei mercati, la conservazione delle proprie aree di influenza, eccetera.

Tutto questo è più che evidente per chi, al di la dei momentanei o apparenti accordi, sappia cogliere le forzature e le strumentalizzazioni di ogni dichiarazione e di ogni mossa.

Quella imperialistica, così come sorge dalla evoluzione storica e “in diretta continuazione delle qualità fondamentali del capitalismo” (Lenin), è una politica di rapina e di brigantaggio parassitario in qualunque modo si manifesti; nonostante i tentativi di mistificazione e di abbellimento portati avanti dagli analisti e politologi borghesi o da certi venditori di patacche ideologiche tipo “fine della storia” e avvento dello “stato universale ed omogeneo”, inevitabilmente l’imperialismo continua ad andare in ben altra direzione che non una pacifica e fraterna “comunità economica mondiale”.

E in effetti:

il processo di concentrazione e centralizzazione capitalistico impedisce l’omogeneizzazione del mercato mondiale, cioè lo sviluppo capitalistico dei paesi sottosviluppati, e divide il mondo, come già la popolazione di ogni nazione, fra coloro che hanno e coloro che non hanno.

Prometeo, n. 13/14 - 1969

Rotto l’apparente equilibrio del bipolarismo Usa-Urss

Il periodo di convivenza imperialistica e di spartizione condominiale fra Russia e America, protrattosi per più di quattro decenni dalla fine del secondo conflitto mondiale, ha visto il succedersi di una serie di conflitti localizzati e di proporzioni anche notevoli, nei quali, e fino all’invasione russa dell’Afghanistan, sono state circoscritte le tensioni principalmente nei focolai delle zone periferiche. I colpi di mano e le manovre belliche intimidatorie, spinte fino ai limiti calcolati del non coinvolgimento totale, si sono assommati nella cosiddetta strategia coercitiva, giocata sul filo del rischio di una deflagrazione mondiale.

Venuta meno una delle centrali del bipolarismo imperialista fin qui stabilitosi, quella russa che specie nel continente asiatico ed in quello africano faceva da contraltare alle pressioni di influenza economico-politica degli Usa, è saltato l’equilibrio su cui sostanzialmente poggiava il clima di guerra fredda e di coesistenza armata. Non solo sono immediatamente esplosi quei problemi “regionali”, in senso geografico, economico e politico, che la relativa stabilità militare creata da Mosca e da Washington teneva a freno in un alternante rapporto di minacce e di paure, ma si è allentata fin quasi a sciogliersi l’aggregazione di interessi esercitata sugli alleati dai due maggiori stati imperialisti.

Tutti i più importanti paesi capitalistici si scrutano oggi con la massima attenzione e cominciano a manifestare qualche insofferenza l’uno con l’altro, mentre tutte le aree sono diventate quanto mai importanti per la “sopravvivenza” dell’economia mondiale nel suo complesso, e nel particolare per i singoli interessi.

Una ragnatela intricata di rivalità e di intese, di svantaggi e vantaggi; una contesa internazionale dove lo spostamento delle pedine di vassallaggio presenta molte possibilità di mosse e varianti, rendendo più che mai precaria, e se vogliamo anche al di là dello stesso crollo dell’impero russo, la precedente stabilizzazione.

Una situazione che mantiene i rapporti di forza in apparenza bloccati allo status quo di qualche decennio fa, ma dove gli stessi si cominciano a ridelineare in ben differenti modi, trattandosi fra l’altro non più di una lotta per l’accaparramento delle aree lasciate in sospeso dagli accordi di Yalta.

Ciò che fino a ieri sembrava definito e intoccabile nella spartizione imperialistica, ridiventa nell’attuale fase storica un appetibile piatto per tutte quelle potenze che, ciascuna per se, sono spinte a cercare nuovi spazi vitali e ruoli più idonei ai propri interessi economici e finanziari. Oggi soprattutto viene rimessa in discussione la precedente gestione imperialistica, col pericolo di uno sgretolamento di quella che è stata fin qui l’apparente omogeneità e compattezza del mondo occidentale attorno alla leadership degli Usa, la maggior potenza imperialistica dalla fine del secondo conflitto mondiale.

Una situazione quasi di stallo, nella quale prudenza vuole che si evitino mosse oltre misura, foriere di altre e difficilmente controllabili complicazioni nel vacillante “ordine internazionale”. Questo sia in ambito economico che politico e sociale.

Nell’accumulo delle congenite contraddizioni che il capitalismo non riesce e non riuscirà mai a sbrogliare, si agitano nella dinamica “politica” dell’imperialismo tendenze e controtendenze, spinte accentratrici e disgreganti.

L’aggravarsi pericoloso della crisi e delle tensioni in atto porterà ben presto a forti divergenze negli schieramenti in formazione, generando scelte tattiche complesse, tante sono le variabili dipendenti dall’intreccio dei rapporti dialettici tra spinte economiche e reazioni politiche.

Ne sono in parte contagiati gli stessi Stati Uniti, dove accanto alle determinazioni oggettive più logiche verso l’ulteriore espansionismo del dominio imperialistico, non mancano i richiami ad un maggiore protezionismo prioritariamente nazionalista. Vedi l’ipotesi di una propria esclusiva area di scambio dall’Artico canadese alla Terra del Fuoco.

Si acutizzano le guerre commerciali

L’estrema relatività e fragilità della supposta possibilità di realizzazione di un governo mondiale dell’economia capitalistica, delle sue monete, libera circolazione delle merci, eccetera, viene messa in luce fra l’altro dalle trattative che si trascinano da oltre un quinquennio per il rinnovo del Gatt (General agreement on tariffs and trade).

L’ennesimo tentativo di conciliare competizione e cooperazione internazionale, in una pacifica collaborazione sotto il segno remunerativo del reciproco affare, si è trasformato nel “generale disaccordo sulle tariffe e i commerci”. Paesi ricchi e paesi poveri (questi ultimi colpevoli di una concorrenza sleale in qualche settore a bassa composizione di capitale strumentale e tecnologico, o recalcitranti all’invasione di servizi altamente competitivi, quali banche, telecomunicazioni, assicurazioni, eccetera) si accapigliano in una tipica guerra commerciale per la spartizione o per la conquista di quote del mercato internazionale.

Sullo sfondo, il delinearsi di nuove aggregazioni imperialistiche a livelli di grandi regionalismi continentali e di rapporti protezionistici a carattere nazionale e di raggruppamenti sovranazionali.

L’esperto americano di strategia, E. Luttawah, affermando il primato della geoeconomia sulla geopolitica, scriveva durante la Guerra del Golfo su “The National Interest”:

Oggi la logica del conflitto si coniuga con i metodi del commercio. La logica della guerra segue la grammatica del commercio.

Mercanti e cannoni camminano di pari passo, e dietro l’affarismo marcia il militarismo.

Con questa cinica ma esemplare filosofia - propria di quella “upper class” che con la sua “fortless superiority”, la sua naturale superiorità, gestisce le leggi e controlla l’ordine dei mercati - si è certamente mosso l’imperialismo internazionale, immediatamente dopo lo sconcerto e il subbuglio creatosi sulle piazze commerciali e finanziarie, a seguito dell’invasione irakena del Kuwait. Conflitto scatenatosi proprio nel bel mezzo dell’apparente pacifico clima politico che la fine della guerra fredda tra Usa e Urss aveva diffuso nei quartieri residenziali dell’Occidente. Proprio cioè quando il coro dei media celebrava il trionfo delle “necessità pragmatiche della modernità”, fra cui: > la fine della millenaria civiltà militare e della guerra come ultima ratio dei nostri problemi sociali ed esistenziali. (G. Bocca)

Nella mappa della geoeconomia capitalistica la distinzione tra gente bene delle aree centrali e plebaglia delle aree periferiche del mondo (secondo le definizioni del citato Luttawah) non passa soltanto attraverso la contrapposizione, l’intimidazione e la soggezione in termini industriali e finanziari, militari e politici, tra paesi sviluppati e paesi sottosviluppati. È fondamentalmente una divisione interna all’economia e alla società della compravendita, costruite dal capitale e dai mercanti e banchieri; un contrasto di classe insanabile tra chi accumula ricchezza e potere e chi riceve miseria e oppressione. Gente bene, la borghesia, che sfrutta e domina la plebaglia, il proletariato.

Così anche l’Oriente, il Sud del pianeta, fra tanti ghetti ha pure le sue zone bene, e nelle contese fra mercanti le lezioni di violenza si abbattono sia sui ghetti del progredito mondo civile che su quelli dell’arretrato Terzo mondo.

La parola è quindi ai cannoni e alle leggi della strada, visto che la gigantesca posta economica in gioco è tale da agitare l’esistenza dei signori della guerra al seguito del capitale, l’unico vero dio sia dei moderni feroci saladini musulmani, sia dei virtuosi neo-crociati cristiani.

L’internazionalizzazione del dominio del capitale diventa di conseguenza l’internazionalizzazione non solo di un interesse generale dipendente dal medesimo modo di produzione e dal medesimo mercato, ma contemporaneamente anche delle sue contraddizioni e dei suoi conflitti interni. Alleanze e rivalità, nella realtà dell’imperialismo, si confondono di volta in volta seguendo logiche e ragioni indecifrabili se isolate dalle condizioni e dalle conseguenze che ruotano attorno alla produzione e alla realizzazione del plusvalore, al possesso e allo sfruttamento e controllo di materie prime e di centri nevralgici di comunicazione e di importanza strategica.

Ora che l’America non fa più da avamposto ufficiale agli interessi generali del capitalismo occidentale contro le mire espansionistiche del “comunismo” moscovita, la giustificazione alla sua pretesa leadership è quella che ruoli, allineamenti, dispute e interventi dovrebbero comunque e sempre essere giudicati e regolati dall’unica superpotenza esistente. E questa volta nell’interesse comune del diritto internazionale e della pace tra i popoli: valori della più abusata retorica borghese, dietro i quali si cela l’affermazione del concreto diritto di “sovranità imperialistica”. Ovvero la prerogativa di garantirsi, grazie al gigantesco apparato tecnologico-militare, il monopolio - secondo le regole del libero mercato - del drenaggio parassitario di risorse dalla periferia arretrata e debole al centro progredito e forte di Washington.

Sono questi privilegi, oggi però intaccati ai fianchi della produttività e competitività industriale proprio dagli “alleati”, che l’imperialismo Usa sta, per cosi dire, negoziando, dopo aver gettato sul piatto della bilancia tutto il peso delle sue spade.

Sovranità imperialistica e diplomatica delle cannoniere

Nella spartizione delle zone di influenza e nel rastrellamento di quote del mercato mondiale premono con forza (per ora a livello commerciale e di natura finanziaria) altre potenze, in Asia e in Europa. Accanto all’America, con una presenza via via più ingombrante e pressante si affiancano altri concorrenti nella gara di accaparramento di zone di influenza in cui imporre proprie regole, privilegi e diritti.

Prima fra tutti Germania e Giappone, ancora deboli sul piano militare e, specie il secondo, su quello politico, ma industrialmente e finanziariamente già in grado di aspirare a visioni strategiche... globali.

Il cosiddetto dopo Yalta, dunque, vede ancora gli Usa esercitare un loro ruolo egemonico da massima potenza imperialistica, che tuttavia non è cosi saldo e sicuro in prospettiva come lo era qualche tempo fa.

Quando, pur di salvare il salvabile nella situazione di dissesto strutturale creatasi al suo interno, l’Urss ha abbandonato ogni mira di espansionismo in Asia, in Medio Oriente e nell’America Latina, i dollari hanno ripreso tutto il loro sopravvento anche là dove qualche problema era stato sollevato dalla presenza dei rubli di Mosca.

Il ritiro, momentaneo, della Russia dall’agone imperialistico ha quindi offerto all’America l’opportunità di proporsi - in particolar modo sul piano della forza militare - come potenza sovrana e centro di riferimento politico internazionale. Un’occasione prontamente afferrata e sfruttata dagli Usa in un momento nel quale, riacutizzandosi al loro interno la condizione di crisi produttiva e finanziaria, si imponeva la necessità categorica di difendere a tutti i costi i propri interessi in ogni angolo dell’area planetaria. A tutti i costi, con le buone maniere (trattative diplomatiche e negoziati) o con le cattive (pressioni militari e interventi diretti di gendarmeria armata). E le seconde non possono che prevalere sulle prime quando, al fianco di una egemonia militare ancora assoluta, quella economica sta subendo alcuni preoccupanti contraccolpi. Complessivamente una posizione di massiccia forza potenziale, che consente all’America di mantenere arrogantemente il monopolio assoluto delle decisioni di natura bellica, pretendendo dagli alleati un ruolo di semplici comprimari e possibilmente di finanziatori delle operazioni di polizia internazionale.

I possibili obiettivi di pressione della “diplomazia delle cannoniere”, ed al limite di impiego degli stessi cannoni, vanno dalle aree in cui già è in atto un esercizio diretto di controllo economico, politico e di sfruttamento, fino alle aree più periferiche ma strategicamente importanti per i propri interessi imperiali e per quelli di coloro che figurano tuttora come gli alleati e i reduci dalle trascorse crociate liberal-democratiche.

L’imperialismo statunitense ha sempre sovrastato le già di per sé fameliche borghesie latino-americane, presenti nei vari governi fantocci vuoi in divisa militare e dittatoriale o nei panni democratico-progressisti ma sempre pienamente coinvolte nei meccanismi di accumulazione economica del dominio capitalista, nonostante i modi e le forme subordinate.

E al momento opportuno quello stesso imperialismo non si è mai posto alcun scrupolo negli interventi di vera e propria natura poliziesca: dai Caraibi a Grenada e ai Contras in Nicaragua; da Panama, con un brutale intervento per il consolidamento delle proprie basi militari e il controllo sul canale tra l’Atlantico e il Pacifico, alla Colombia, dove dietro la facciata della guerra al narcotraffico Washington controlla di fatto tutto il paese. Nella loro storia gli Usa hanno sempre considerato, a partire dalla dottrina di Monroe, l’America Latina un loro privato terreno di caccia; ed in questi suoi feudi l’imperialismo ha avuto modo di alternare indiscriminatamente ogni tipo di pressione e di ricatto. Con il successivo strangolamento operato dal capitale finanziario, il tipo di sviluppo di ciascun paese ha finito col rispondere prioritariamente agli interessi delle industrie e del mercato yankee, i quali non hanno fatto altro che diffondere miseria e speculazione, fame, finanza sporca e corruzione nelle città e nelle campagne delle “repubbliche delle banane”. Con una voracità senza limiti, prettamente imperialistica.

La sfrenata ricerca di extra-profitti, la razzia di plus-valore, sono più che mai indispensabili all’imperialismo per ammortizzare gli effetti di una crisi che lo tormenta; ed ecco gli Usa infierire con la loro politica di strozzinaggio sui paesi assoggettati, e di sfruttamento in generale sul proletariato delle zone periferiche del mondo. Argentina, Venezuela, Messico, Brasile, Perù, Cile, Equador, Columbia: tutta l’America latina è soverchiata dall’insostenibile peso del pagamento di vertiginose somme di interessi sui prestiti ricevuti ed inghiottiti dalle rispettive borghesie nazionali con reinvestimenti finanziari all’estero, speculazioni, ripartizioni fra le grandi famiglie. Senza trascurare un altro fatto: l’esposizione finanziaria degli Usa verso questi stessi paesi è tale da minacciare nel caso di una loro insolvenza l’intero assetto finanziario internazionale.

Paesi che risultano tutti...

asserviti nelle forme più svariate - scriveva Lenin nell’Imperialismo - e che formalmente sono indipendenti da un punto di vista politico, ma che in realtà sono avviluppati da una rete di dipendenza finanziaria e diplomatica.

E nella stessa fitta rete di rapporti di interdipendenza che si vengono a sviluppare fra centri di dominazione e controllo imperialistico, e sudditanze nazionali, si concretizza la ripartizione del mondo in zone di influenza diretta ed indiretta; una divisione che tuttavia risente poi ed in continuazione delle variazioni in atto nel peso specifico dei maggiori stati che vi partecipano, e che ha come unica possibile e momentanea “stabilità” la imposizione della forza fino all’estremo intervento della potenza militare.

Le strategie del Pentagono e la cooperazione Washington-Tokyo

Gli amici restano amici se rigano diritto rispettando gli interessi vitali del Grande Fratello americano: questo, con una battuta concisa, è il senso del messaggio sempre meno indiretto che gli Usa lanciano al mondo imponendo il loro ruolo di potenza planetaria, capace con il suo intervento da super-gendarme di mantenere l’equilibrio coesistenziale del nuovo ordine politico ed economico.

E fra una opinione pubblica frastornata ideologicamente ed illusa dalla fine della guerra fredda, e contemporaneamente tartassata nel portafoglio dagli effetti di una recessione economica senza fine, sono giunte a proposito le rivelazioni del rapporto “segreto” del Pentagono ed elaborato dal ministro della Difesa, D. Cheney, e dal sottosegretario, P. Wolfowitz.

Il documento, perfettamente in linea di proseguimento con la dottrina del contenimento di Truman e Kennedy, fa della concorrenza militare, dopo quella commerciale, il suo principale obiettivo.

In bilico “elettorale” tra spinte isolazionistiche locali e la necessità di un ordine unipolare col quale esercitare il proprio potere imperiale, lo stesso Bush digrigna i denti e richiamandosi al ruolo di nazione guida mette in guardia amici e nemici da ogni tentativo di sfida.

Il “Documento sulla politica di difesa”, di cui è stata data una prima notizia sul New York Times e poi un riassunto sull’International Herald Tribune del 9 marzo di questo anno, annuncia in modi tanto perentori quanto brutalmente arroganti il programma di una pax mundi dove la “benevolente dominazione” dell’imperialismo statunitense si fonda sul più drastico e militaresco controllo regionale globale. Un globalismo unilaterale che relega apertamente l’Onu a far da braccio secolare delle decisioni di Washington, e che si fonda sul rigido controllo e sulla eventuale eliminazione di ogni “minaccia” di uno sviluppo “concorrenziale” di mezzi di distruzione di massa (proliferazione nucleare compresa). Una sfida sempre possibile, ad esempio, da parte della Corea, con l’imminente unificazione di Nord e Sud; dall’Iraq e dall’Iran, Pakistan e India, e soprattutto da potenze come Germania, Giappone, Cina e, rimarginate le ferite, dalla stessa Russia.

Inteso come documento politico o, eufemisticamente, come direttiva interna, è evidente che nel messaggio, lanciato a chi ha orecchie per intendere, traspare una sistemazione teorica di idee e progetti che hanno già avuto più di un riscontro nei comportamenti molto concreti del governo americano.

Oltre al fatto che la gigantesca macchina bellica degli Usa è nel contempo una altrettanto colossale macchina industriale e finanziaria sulla quale, con tutte le relative contraddizioni, si regge buona parte dell’economia e del giro di affari che ne derivano. A 300 miliardi di dollari ammonta l’attuale bilancio del Pentagono, pari ad un quinto di tutte le uscite dello stato, mentre si calcolano in ben due mila miliardi di dollari gli investimenti dell’ultimo decennio nella ricerca e nello sviluppo tecnologico militare.

Nel military industrial complex (e con una Difesa che per il prossimo quinquennio ha preventivato un bilancio di 1.200 miliardi di dollari) figurano colossi come General Dynamics, McDonnell Douglas, Lokheed, Northrop. Altre cifre: due milioni e mezzo di soldati ed ausiliari; più di un milione di civili, tre milioni e mezzo di posti di lavoro nell’industria bellica e nell’indotto.

Unipolarismo o multipolarismo: il fittizio problema sollevato dagli analisti e politologi borghesi dopo la sospensione della guerra fredda, trae spunto in effetti da due constatazioni: un orientamento, evidenziato da alcuni sintomi, verso un declino economico degli Usa (quello che noi, con Lenin, chiamiamo “imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti” e che si caratterizza nella “curva ascendente” ovvero nel fatto che “il capitalismo cresce assai più rapidamente di prima” - sì - ma con “un incremento in generale più sperequato”); un accentuarsi dei contrasti a livello internazionale e delle frizioni tra i diversi stati.

L’influenza geo-politica degli americani è ancora, nel confronto con tutti gli altri partners, predominante; ma la precarietà della situazione è messa in luce dai contenziosi economico-commerciali fra l’Europa (Cee) e gli Usa, e fra questi e il Giappone. Con un Rambo-Bush che alterna proclami di guerra mercantile contro “la cortina di ferro del protezionismo europeo”, e minacce di ritorsioni su Tokyo se i mercati giapponesi non si apriranno totalmente alle esportazioni dell’industria americana.

Quella del bacino del Pacifico è diventata l’area dove maggiormente si stanno scaricando gli effetti ulteriormente destabilizzanti, conseguenti sia alla decomposizione dell’Urss ed al venir meno della sua politica imperialista verso il Sud-Est asiatico, e sia all’acuirsi della crisi economica mondiale. E dai paesi asiatici, grandi o piccoli, giungono indicazioni e prospettive tanto allettanti nel breve periodo quanto allarmanti per l’espansionismo americano. Quest’ultimo vede in loro, dalla Corea al Vietnam, dalle Tigri del Pacifico alla stessa Cina, un ricco terreno di affari, ma anche una potenziale minaccia per un non lontano futuro.

Cominciando proprio dal Giappone, che dalla fine della guerra mondiale ha sempre esercitato sugli Usa una forte attrazione-ripulsa; al punto che molti si chiedono oggi quale sarà la collocazione definitiva dell’antico impero del Sol Levante; fra Stati Uniti e Giappone prevarranno i pur importanti e reciproci legami finanziari e commerciali, oppure gli interessi nazionali che sul mercato e nello scacchiere mondiale in parte già li dividono?

Il Giappone quale grande nemico pubblico numero uno, dopo l’ex-Urss, o come grande alleato insostituibile? La strategia politica estera di Tokyo è tuttora legata al trattato di sicurezza bilaterale e mutua cooperazione con Washington, che detiene in Giappone importanti basi militari. Il proseguimento di una tale relazione bilaterale trova sul suo cammino sempre maggiori ostacoli; le “scorrettezze” economico-commerciali dei giapponesi hanno negli ultimi tempi notevolmente scosso l’armonia dei rapporti reciproci, e l’enorme massa di investimenti industriali e finanziari, all’estero e specie in America, gestita da Tokyo è tale da condizionare anche certe mosse strategiche degli Usa.

Gli auspicati coordinamenti e le progettate compartecipazioni a livelli sia politici che economici, le partnerships tra imprese americane e nipponiche con lo sbocco in un mercato comune del Pacifico restano vaghe ipotesi sulla carta e fantasie interimperialistiche per le due super potenze che, comunque, producono assieme circa il 40% del prodotto lordo mondiale.

Progetti soprattutto di quella parte della borghesia americana che vede in una stretta collaborazione a tutti i livelli con il Giappone l’unico argine possibile affinché - a fronte di una concreta integrazione europea - possa essere mantenuta l’egemonia imperialistica americana nell’attuale sistema di scambi commerciali mondiali. Su questo equilibrio della “stabilità” internazionale si fonda la pax americana - o “pax civilitatis” dei chierici del capitale - e la stessa sicurezza collettiva del capitalismo contro il pericolo di movimenti di protesta e di ribellione sociale, al centro e alla periferia.

Davide Casartelli

Prometeo

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