Jugoslavia: dal titoismo alla barbarie in assenza della classe

Il documento che pubblichiamo è in via di diffusione in diverse località della ex Jugoslavia, nelle rispettive lingue. Lo sforzo per una simile iniziativa é stato non indifferente - come ogni lettore può ben comprendere - e ha richiesto la collaborazione operativa di tutti i firmatari europei. Ma tutti abbiamo ritenuto che fosse un preciso dovere delle pur deboli avanguardie rivoluzionarie europee far sentire la propria voce in quel martoriato paese e contribuire così all'avvio della inderogabile battaglia politica.

La battaglia é quella tesa a enucleare anche nella zona balcanica le avanguardie di classe, saldamente ancorate al metodo, ai principi e alle indicazioni politiche del marxismo rivoluzionario, quale condizione imprescindibile di una possibile risalita dello scontro di classe sulla scena storica, a sostituire l'altrimenti incontrastato scontro fra fazioni della borghesia allupate dalla crisi che esse né comprendono, né sono in grado di controllare.

La natura del documento ha imposto una forma molto affermativa e scarsamente esplicativa o argomentata. Non mancheranno le occasioni, ad avanguardie enucleate, di approfondire e sviluppare anche in quei paesi le argomentazioni, per tradurle in definizione programmatica e in più dettagliate indicazioni politiche e iniziative tattiche.

Qui si cerca di riportare le linee metodologiche e di elaborazione seguite dalle organizzazioni firmatarie del documento.

Nell'esaminare eventi di così drammatica portata, rifuggiamo, come nostro costume, dal cronachismo, anche in altre occasioni denunciato, per adottare invece il metodo marxista che consiste nel situare gli avvenimenti nel contesto materiale nel quale si verificano, esaminare le forze di classe in gioco, le loro motivazioni e le loro tendenze, per indicare quella soluzione che va realmente a modificare la situazione criticamente esaminata.

La situazione complessiva

Fra le acquisizioni della critica marxista dell'economia politica é il fatto che la crisi del ciclo di accumulazione, indotta dall'attualizzarsi della tendenziale caduta del saggio di profitto, può trovare soluzione solo nella rottura del modo stesso di produzione capitalista (insurrezione proletaria e avvio del processo rivoluzionario verso il comunismo) o, in assenza di questa e dunque in ambito ancora capitalista, nella guerra imperialista. Attraverso la massiccia distruzione dei mezzi e delle forze della produzione si ricreano infatti le condizioni favorevoli ad elevati saggi di profitto e dunque a un nuovo ciclo di accumulazione.

Altra acquisizione, che il periodo presente rafforza, è il fatto che la crisi definitiva del ciclo non si manifesta necessariamente all'improvviso, ma si articola lungo una intera fase segnata da cadute e parziali riprese che, nel mentre peggiorano la salute complessiva del capitale, generano e alimentano le tensioni interne fra capitalisti, fra stati, fra blocchi di interesse le quali - non altro - conducono dalla guerra economica alla guerra guerreggiata.

I borghesi non fanno la guerra per ricreare le condizioni di un nuovo ciclo di accumulazione, che possibilmente neppur conoscono. Fanno bensì la guerra, o meglio la fanno fare ai proletari, quando, con l'acqua alla gola, devono o pensano di risolvere alcuni problemi concreti, generatisi nel precedente processo economico-politico determinato dalla crisi: sia la distruzione del paese o del blocco concorrente divenuto altrimenti soffocante, sia la conquista manu militari di un'area appetibile e giudicata vitale e come tale contesa, eccetera.

La fase di crisi del processo di accumulazione capitalista si è aperta nel 1971 e si è prolungata fino ad oggi attraverso una successione di momenti depressivi e di ripresine che non sono comunque mai riuscite a ristabilire le condizioni originarie dell'accumulazione imperialista, preparando invece più gravi ricadute.

Ciò ha indotto la necessità di affilare l'arma della critica - cosa che siamo da tempo impegnati a fare - per riconoscere le contro-tendenze messe in opera dalla borghesia e i relativi metodi e individuare i limiti che essa inevitabilmente incontra.

Ma costituisce anche il quadro di riferimento per l'esame degli eventi che in esso si sono succeduti e che ne preparano altri, sempre più gravi.

I suoi riflessi in Jugoslavia

La Jugoslavia ha vissuto, dallo strappo dall'Urss nel 1948 ad oggi, con il piede sostanzialmente in due staffe.

Leader, con l'India, del blocco dei "paesi non allineati" che cercava i propri spazi economici e politici fra le pieghe delle contraddizioni e contrapposizioni fra l'est e l'ovest, ha fruito forse più degli altri (ancora insieme all'India), e grazie alla sua posizione geografica, della possibilità di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, profittando quanto più possibile della pretesa equidistanza fra i due blocchi avversari.

Sotto la guida politica e diplomatica di Tito, la borghesia jugoslava ha potuto consolidarsi, dall'uscita dalla guerra mondiale, nella forma originale di amministratrice e guardiana della pretesa "autogestione”. Importazione di tecnologia e poche merci dall'Occidente (particolarmente dall'Europa), di materie prime e semilavorati dal blocco orientale e da altri paesi periferici (detti del Terzo Mondo); esportazioni di prodotti finiti e macchinari prevalentemente verso il blocco sovietico.

L'avvio della crisi a valanga nell'Unione Sovietica e nel blocco orientale sommandosi alla strisciante crisi internazionale, si riflette subito in Jugoslavia con l'avvio di un rovinoso processo inflattivo, calo del prodotto interno e crescita del debito, fenomeni ai quali si accompagna una inversione della tendenza nelle relazioni commerciali della Jugoslavia.

Quando parliamo di strisciante crisi internazionale, ci riferiamo a quell'insieme di processi che siamo andati esaminando da anni fra i quali, rilevante, la messa fuori gioco sui mercati internazionali degli apparati produttivi di quasi tutti i paesi della periferia capitalista, schiacciati dalla smisurata supremazia tecnologica delle metropoli imperialiste.

Per sostenere la domanda interna da una parte e per tenere in piedi le industrie dall'altra, lo Stato era costretto a battere moneta e indebitarsi al contempo. Ma il credito da parte del capitale occidentale si traduce anche nella pressante richiesta di togliere le precedenti barriere all'importazione di merci. Di qui la citata inversione di tendenza nelle relazioni commerciali che si rileva dalla seguente tabella relativa agli anni fra il 1984 e il 1988.

- 1984 (mil$) 1984 (%) 1986 (mil$) 1986 (%) 1988 (mil$) 1988 (%)
Paesi industrializzati occidente 3659 35,7 4486 40,5 6483 50,73
Paesi "in via di sviluppo" 1654 16,2 1554 14 1785 13,9
Blocco orientale 4895 48 5044 45,5 4511 35,3
Tabella 1 - Mercati di esportazione (in milioni di US$ e %) - Elaborazione dai dati dell'Ufficio statistico federale 1989

Di qui anche l'emergere delle tensioni - leggi divergenze di interessi - fra le diverse fazioni della borghesia, immediatamente esprimentesi nella montata nazionalista.

L'autogestione e la borghesia jugoslava

Prima dell'autogestione

Il processo di formazione della nuova borghesia jugoslava - fatta di alti papaveri di partito e burocrati di stato, federali e repubblicani, dirigenti industriali, tecnocrati vari - si è avviato nel corso stesso della seconda guerra mondiale.

Alla fine del 1942, le forze partigiane jugoslave, costituite in larga maggioranza dei militanti del Partito comunista jugoslavo, già controllavano di fatto una vasta regione omogenea che comprendeva gran parte della Dalmazia e della Bosnia. Altre zone libere erano in Slavonia, in Serbia e in Slovenia. Lo stato maggiore supremo (in sostanza Tito) convocò a Bihac, in Bosnia, una conferenza di delegati da tutte le zone liberate. In maggioranza erano del partito comunista, ma non pochi erano i delegati più o meno rappresentativi dei partiti contadino-croato, democratico indipendente, agrario e musulmano. La conferenza elesse un parlamento clandestino, il Consiglio antifascista di liberazione nazionale di Jugoslavia (Avnoj) il cui comitato esecutivo assunse le funzioni di governo.

Così la struttura della Jugoslavia del dopoguerra - una struttura al contempo centralizzata e federale, militare e nazionale - fu delineata dall'inizio del 1943 con un programma sociale che proclamava la "inviolabilità della proprietà privata" e prometteva di incoraggiare "l'iniziativa privata nell'industria, il commercio e l'agricoltura". (1)

Dunque Tito, capo indiscusso del movimento partigiano, che con l'aiuto della Armata Rossa (anche se non certo generoso) ha liberato il paese dagli invasori tedeschi e italiani, ha anche riunito il paese precedentemente lacerato dalle divisioni etniche fomentate dall'imperialismo europeo.

La statizzazione del credito, di tutto l'apparato produttivo e dell'essenziale di quello distributivo, mentre ricalca il modello sovietico coerentemente all'ideologia stalinista e contro rivoluzionaria, taglia le gambe ai ceti precedentemente dominanti nelle diverse repubbliche, spegnendo così di fatto il motore principale delle rivalità inter-jugoslave.

È del 1947 il primo piano quinquennale. L'apparato di partito è compatto ed eleva attorno a sé gli strati tecnici e intellettuali della piccola borghesia, chiamati a dirigere e amministrare il processo di industrializzazione sotto l'egida statale con l'assistenza del personale sovietico. La classe operaia, priva di radicate tradizioni di lotta autonoma, cresciuta nel mito della ricostruzione nel socialismo in versione titoista, rimane sostanzialmente passiva, incatenata al rapporto salariato di stile real-socialista: lavoro durissimo pagato pochissimo; ma senza reagire.

I contadini, come sempre, costituiscono un fenomeno a sé fortemente differenziato. I contadini poveri e medi sono stati il nerbo del movimento partigiano. Devono essere rispettati anche nella loro proprietà della terra. Ma per poco. L'avvio della campagna polemica di Stalin contro la dirigenza jugoslava, induce il Comitato centrale del PC jugoslavo (primi di aprile del 1948) ad avviare la procedura per giungere alla collettivizzazione forzata della terra. Quella misura, doveva servire ad assicurare i partner del Cominform della fedeltà real-socialista della Jugoslavia, ma, a riprova che i reali motivi di scontro stavano altrove, fu bollata come deviazione di sinistra di avventuristi impenitenti.

La rottura con l'Urss

La rottura politica con i paesi dell'Est, accompagnata dai suoi strumenti e corollari ha segnato da una parte la sconfitta di Stalin in una mano della partita più complessiva da lui giocata.

Il tentativo fu visibilmente quello di piegare alla più cieca sudditanza il partito jugoslavo; alle resistenze offerte da Tito, Stalin rispose tentando di rovesciarlo dall'interno. Fallita l'operazione "assoggettamento totale" che doveva invece pienamente riuscire negli altri casi (Bulgaria, Ungheria, Polonia), non restava altro che scomunicare l'eretico.

Il rischio che la Jugoslavia piombasse direttamente in mano occidentale, era calcolato come minore. Era l'epoca del grande amore con la Cina, ben più importante da tutti i punti di vista della Jugoslavia. Inoltre Stalin sapeva bene che Tito era ormai troppo forte in Jugoslavia perché potesse essere rovesciato da forze filo-occidentali e che d'altra parte non poteva certo cambiare del tutto tonaca e bandiera.

Dall'altra, quella medesima rottura ha sconfitto anche le aspirazioni del Pc jugoslavo a giocare un ruolo di comprimario nel blocco dell'est. Il fondo di verità contenuto nelle accuse originariamente rivolte dal Cremlino a Tito, é che l'obiettivo jugoslavo era quello di imporre una sorta di vassallaggio ai governi limitrofi - di Bulgaria e Albania, per esempio. Ciò avrebbe fatto assumere a Belgrado il rango di alleato effettivo di Mosca, all'interno di un ipotetico asse fra stati compartecipi dello sfruttamento imperialistico dei satelliti.

Stalin non era disposto a cedere neppure un atomo del suo ferreo potere sull'impero, la cui monolitica unità era impegnata nella prima grande battaglia della guerra fredda, a Berlino. Non era ancora venuta l'era dei carri, nella quale le truppe del blocco intervenivano a imporre la loro legge in un paese (Ungheria 1956, Praga 1968) e la partita si è fermata lì. (3)

Di fatto il blocco orientale si è ritrovato con una Jugoslavia a far da cuscinetto neutrale fra lui e il blocco occidentale, una sorta di terra di nessuno fra i due fronti.

Che poi questo dovesse sfociare nell'ergersi della Jugoslavia a leader dell'effimero gruppo dei paesi non-allineati e che in questa veste riuscisse per un certo tempo a svolgere un ruolo diplomatico internazionale, anche se di second'ordine, e a trarne tutti i benefici economici possibili, ebbene questo probabilmente non fu previsto da Stalin,

L'orgoglio della resistenza svolse una funzione di collante del partito e dello stato jugoslavi, che riuscirono ad elaborare una ideologia propria., distinta formalmente da quella sovietica e con questa in polemica anche forte.

Nelle polemiche ideologiche che seguirono la rottura, i dirigenti jugoslavi, che poco prima proclamavano la propria assoluta fedeltà alla "patria del socialismo", giungeranno ad accusare l'ex protettore di essere rimasto vittima dei pericoli insiti nella pianificazione centralizzata "che già da tempo hanno condotto nell'Unione Sovietica alla controrivoluzione burocratica e allo sfruttamento del popolo lavoratore". (4)

È illuminante la descrizione da parte di Kidric della "Legge sull'amministrazione pianificata dell'economia nazionale" che introduce l'autogestione. Illuminante per il metodo seguito nel cambiare nome alle cose, in base al quale per esempio il plusvalore viene qui ridotto a pluslavoro, eccedenza di lavoro (rispetto al lavoro socialmente necessario alla produzione), che viene "unificata attraverso i mezzi di scambio, cioè il denaro della tesoreria dello Stato" per essere "distribuita nella maniera e negli scopi utili alla società del popolo lavoratore, cioè in maniera socialista". (5)

Cosi in Urss gli operai venivano sfruttati perché la distribuzione della "eccedenza di lavoro" non viene effettuata in maniera e negli scopi utili agli operai, invece in Jugoslavia, anche fino alla nuova legge sull'autogestione, si. E perché si? Perché "naturalmente nel nostro Stato popolare, sotto la direzione del Partito comunista rivoluzionario [...] veniva distribuita" come detto sopra, "in maniera socialista".

Il titoismo rappresentò una trappola ideologica per quanti videro in esso la prima vera realizzazione del socialismo contro la degenerazione sovietica, senza che mai si ponessero le domande che già da quanto riportato dovrebbero emergere, prima fra tutte la più immediata: cosa distingue le due "maniere" di ridistribuire l'eccedenza di lavoro che fa sì che l'una sia socialista, l'altra invece burocratica e sfruttatrice? Risposte diciamo teoriche non ce ne sono mai state: quello era un assioma derivato dall'altro che dice che il partito dell'Urss è degenerato, quello jugoslavo no; e via di questo passo nelle nebbie ideologiche.

Origine dell'autogestione

La misura di collettivizzazione delle terre si rivelò ben presto inopportuna.

Al 1952 la produzione agricola crolla per disaffezione dei contadini, inducendo lo stato alla redistribuzione delle terre in piccoli appezzamenti.

Ma ancor prima cambia, abbiamo visto, anche il regime di amministrazione dell'apparato produttivo industriale.

Sono del luglio 1950 le leggi istitutive dell'autogestione in tutte le attività lavorative, quale originale, creativa forma del socialismo reale in salsa jugoslava.

A rottura con l'Urss consumata, in assenza quindi di ogni forma di aiuto dall'ex grande fratello, occorre aumentare grandemente la produttività del lavoro per accelerare il processo di accumulazione. L'industrializzazione forzata russa aveva marciato sulla spinta ideologica dello stakanovismo: l'ideale ancora contava sulle coscienze operaie, degli operai rimasti dopo la decimazione delle avanguardie rivoluzionarie nella guerra civile; il consenso era cioè assicurato. In Jugoslavia occorreva qualcosa di più. Innanzitutto c'era da prevenire qualsiasi possibile rigurgito nazionalista; poi una diretta connessione fra salario e produttività nelle forme della cogestione avrebbe maggiormente assicurato il coinvolgimento della classe operaia nel processo di accumulazione capitalista.

Che di accumulazione capitalista si trattasse è dimostrato dalla permanenza di tutte le categorie economiche proprie del capitalismo: salario, profitto, merce e mercato quale regolatore dei prezzi.

Le leggi istitutive dell'autogestione stabiliscono che i salari possono crescere solo a condizione che crescano i profitti, mentre la proporzione generale fra i due in ogni settore economico e in ogni impresa viene pianificata centralmente dallo stato.

I lavoratori ricevono un salario in cambio della forza lavoro erogata; nel processo produttivo questa genera un valore superiore al suo prezzo, il plusvalore viene quindi ripartito percentualmente fra la dirigenza dell'impresa, l'amministrazione locale, la Federazione e l'impresa stessa. La quota spettante a sua volta si ripartisce fra il fondo di accumulazione e un fondo salari, che si tramuta in una sorta di premio di produzione.

Spiega Kidric:

Il ruolo regolatore, ossia competente nella pianificazione delle proporzioni basilari dei piani sociali si rispecchia prima di tutto nelle paghe fisse, nel mentre che il ruolo del mercato si manifesta prima di tutto, nella parte variabile del fondo pagamenti [...] per le singole imprese la parte variabile delle paghe è in diretta dipendenza dall'introito netto dell'impresa (art. 3 della Legge sul fondo paga nelle imprese e nelle associazioni economiche), il che ha significato fra l'altro dalla produttività del lavoro e del suo reale impegno per i fabbisogni del mercato [...] (6)

Tale legge dunque costituisce l'ulteriore incentivo alla produzione, al costante aumento della produttività, esteso dalla dirigenza alla stessa forza lavoro operaia.

Ciò significa che si coinvolgono gli operai nell'opera di contenimento dell'occupazione al minimo necessario, che é tra le condizioni essenziali dell'aumento della produttività complessiva. Il collettivo di lavoro ha interesse infatti a contenere il numero di persone fra le quali andrà diviso il monte salari.

Manovre ideologiche

Questa era l'assetto dato all'apparato produttivo del capitalismo jugoslavo, gabellato come via nazionale, jugoslava al socialismo, con una operazione fortemente ideologica di stravolgimento dell'abc del marxismo in quanto appunto critica dell'economia politica.

Leggiamo ancora Kidric:

È quindi evidente [...] la questione fondamentale delle possibilità o dell'impossibilità dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo nel sistema economico sociale scaturito dalla rivoluzione socialista, ossia la questione chi é che amministra l'eccedenza del lavoro - e dietro a questa questione, prima o dopo si manifesta inevitabilmente quella ancora più fatale chi é che si impossessa veramente dell'eccedenza del lavoro. (7)

Tra i principi fondamentali della critica dell'economia è il seguente:

nel modo di produzione capitalista lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo non si verifica, né si attua, nel processo di distribuzione delle merci, bensì nell'ambito della produzione medesima, laddove cioè si produce utilizzando la forza lavoro in quanto merce. Ovvero, altrimenti detto, la questione fondamentale è chi decide cosa e quanto produrre, se la classe operaia sulla base dei reali bisogni sociali, o... il mercato.

Kidric, ma più in generale tutta la costruzione ideologica del socialismo reale o capitalismo di stato, fondano le loro costruzioni teoretiche e i concreti assetti amministrativi dell'economia sull'esistenza assiomatica del mercato e sulla considerazione del lavoro come merce.

Ed ecco la confessione jugoslava:

Per il solo fatto che la produzione giornaliera dipendeva quasi totalmente dai piani basilari dettati dall'alto, le organizzazioni economiche e le associazioni economiche non si basavano sulla legge dell'offerta e della richiesta e sulle esigenze di mercato. Possiamo dire che vi facevano pochissimo caso o quasi affatto. Il soddisfacimento delle esigenze di mercato era in realtà abbandonato alla maggiore o minore intelligenza e perspicacia dell'apparato statale di pianificazione e operativo [...]. Perciò vi sono state anche manifestazioni in cui il mercato richiedeva una data specie di merce mentre l'azienda ne produceva per mesi un'altra, per quanto con le stesse materie e con la stessa mano d'opera qualificata, avrebbe potuto produrre proprio quella specie di merce che il mercato esigeva. (8)

In sostanza, la pianificazione totale e centrale è meno sensibile alla domanda reale di mercato, quindi meno flessibile ed efficiente. L'autogestione può rimediare, con l'aggiunta tutta ideologica e titoista che sarebbe anche più....socialista.

Per la verità la manovra jugoslava - e di Kidric autore delle leggi sull'autogestione - è sottile e, nella polemica con la "controrivoluzione burocratica" dell'Urss, capaci di attirare nella trappola non pochi "comunisti" in Europa e non solo.

Kidric sa bene che l'autogestione presentata come una cessazione del "soffocamento delle leggi economiche oggettive" può apparire come un "ritorno alla loro azione anarchica innata alla classica produzione e distribuzione capitalista". Ma non é così, dice Kidric:

Al contrario, nella nuova Jugoslavia nelle condizioni del potere del popolo lavoratore e dell'amministrazione delle organizzazioni ed associazioni economiche da parte dei consigli operai, si tratta del dominio socialista sulle leggi economiche oggettive, dunque nel nuovo fenomeno qualitativo nel processo dell'edificazione socialista da noi.

Ma il nostro astuto autore si spinge più in là fino a riconoscere che:

Marx e Engels negavano per il socialismo, parlando in genere di esso, la legge valori e la produzione di merci, sottolineando solo il compenso secondo il lavoro come ultimo residuo del diritto borghese.

D'altra parte un certo dominio delle leggi "oggettive dell'economia" e una certa limitazione della anarchia della produzione e della distribuzione è operante anche nel capitalismo sviluppato "il quale passa in proporzioni sempre maggiori per questa o quella via nel capitalismo di stato". Non é sciocco Kidric e non nega certe verità. Come risolve, dunque?

Per gli elementi iniziali nei rapporti sociali socialisti e il loro ulteriore sviluppo, per una reale edificazione socialista sono necessarie, oltre a un certo dominio, almeno del capitalismo dello Stato, sulla legge dei valori, ancora due cose. Primo: almeno gli elementi dell'amministrazione dei produttori diretti sui mezzi basilari di produzione, e, secondo: almeno gli elementi della democrazia socialista nel contenuto e nel carattere del potere. (9)

Per gli elementi iniziali eccetera, dice Kidric. E non potremmo dargli torto. Il fatto è che il primo elemento necessario a distinguere il capitalismo di stato dal socialismo in Jugoslavia mancava proprio. L'assioma ideologico, indimostrato e anzi negato dai fatti, era che la guerra nazionale di Tito fosse rivoluzione socialista. Ma ciò era negato sia dai fatti che dalle dichiarazioni dello stesso programma partigiano. (10)

Una difesa alquanto debole dunque sul terreno del materialismo storico. Ma le mezze verità risultarono comunque utili alla Jugoslavia per attaccare l'Unione sovietica che - pretendendo al 1952 di esser giunta al socialismo edificato - non vedeva realizzati "nemmeno i succitati elementi, perché sono stati soffocati, come il primo e il più pericoloso ostacolo per il suo cammino reazionario, della controrivoluzione burocratica".

Cencio dice male di Straccio, ma tanto basta a molti terribili "marxisti" europei per scambiare Cencio per la seta fine del socialismo in via di vera realizzazione.

Terminiamo di leggere Kidric con questa perla, che ci par utile riportare, vista la rarità del libretto:

In quale maniera giungere veramente all'edificazione del socialismo, dominando le basse forze materiali produttive, in quale maniera evitare il pericolo fatale perché il ruolo iniziale dello Stato nelle forze produttive materiali arretrate non degeneri in un sistema burocratico di caste e non elimini l'edificazione socialista - é una questione che la rivoluzione russa non ha risolto. Lo sta risolvendo oggi la rivoluzione jugoslava. (11)

Naturalmente in un solo paese, naturalmente senza rivoluzione di classe operaia, naturalmente per grazia e virtù dello spirito santo di rivoluzionari alla Tito.

Gli sviluppi storici, oggi sotto gli occhi di tutti hanno fatto piazza pulita di tanto ciarpame, ma quante coscienze lacerate ha lasciato, e quanti danni.

Le correzioni

L'autogestione subirà alcuni ritocchi e perfezionamenti, sino ai tempi a noi più vicini in cui il crollo generale del sistema dell'est, che abbiamo chiamato del capitalismo jugoslavo, non cancellerà anche questa sua versione.

Ricordiamo, dopo la già citata redistribuzione elle terre del 1952, la riforma del 1965, che rispondeva a un periodo di stagnazione economica e inflazione della prima metà degli anni '60. Mediante questa riforma si connette direttamente il mercato interno jugoslavo al mercato internazionale con il quale il paese da tempo intrattiene relazioni relativamente intense.

I rapporti fra i prezzi interni vengono fatti corrispondere ai rapporti fra i prezzi ricevuti e pagati nello scambio internazionale. Viene fissata una nuova parità del dinaro rispetto al dollaro e si riforma il sistema fiscale, riducendo le imposte sulla produzione e aumentando quelle sul consumo (misura classica del classico capitalismo di fronte alla inflazione, per comprimere la domanda interna e favorire l'esportazione). Il principio ispiratore è esplicitamente lo stesso oggi sventolato anche in Italia da tutti quanti vogliono far pagare la crisi alla classe operaia:

la redditività dell'impresa è l'altare sul quale fare tutti i sacrifici. La banca centrale si riserva, come sempre in regime capitalista sviluppato, il ruolo di controllo: i crediti vengono concessi solo in base ai risultati d'impresa, in base alla sua redditività.

È invece del 1976 la conformazione definitiva del sistema autogestionario. Essa si rivela per essere un perfezionamento attuato prevalentemente in funzione anti-nazionalista.

La stessa autogestione sino ad allora sviluppatasi aveva generato una borghesia fatta degli elementi citati più sopra, e una composita piccola borghesia fatta di professionisti più o meno organizzati e associati, di intellettuali più o meno organici, di contadini e piccoli imprenditori del commercio e dei servizi, fra i quali strati iniziavano a serpeggiare e pericolosamente fermenti di stampo nazionalistico che sfuggivano alla logica federalista del partito, che aveva nel frattempo cambiato il nome in Lega dei comunisti.

La lega, lo Stato federale, doveva riprendere il controllo. Non c'era nulla di più efficace, esistendo ancora lo spazio e l'opportunità, del ricorso alla demagogia operaista. L'autogestione andava a rivestire panni ancor più operai, dalla fabbrica allo stato.

L'organizzazione di base del lavoro associato, come veniva chiamato il lavoro salariato, cioè l'Obla, viene proclamata la cellula di base dell'autogestione. Essa esprime i suoi delegati nel Consiglio operaio che si occupa delle cose infime, ma esprime a sua volta i rappresentanti nel Consiglio di fabbrica. È questo che si occupa di questioni come le assunzioni e l'aumento percentuale del salario, in base al raggiungimento dei traguardi produttivi prefissati. C'è infine il Consiglio operaio di impresa che determina il salario base e la quota dei profitti da destinare agli investimenti. È il Consiglio operaio di impresa ad esprimere la direzione e il direttore di fabbrica.

A livello politico amministrativo viene adottato un modello analogo. Alcuni delegati dell'Obla fanno parte dell'Assemblea comunale; le delegazioni delle assemblee comunali costituiscono l'assemblea dei comuni repubblicana, che elegge i suoi delegati all'Assemblea federale, equivalente al parlamento.

Il sistema viene gestito dal basso; anche nelle democrazie occidentali il sistema appare gestito dal basso, con la sola differenza che l'elezione da parte dei cittadini in Jugoslavia si combina con l'elezione da parte degli organismi sui posti di lavoro.

Come in occidente il dominio reale del capitale assicura il funzionamento delle istituzioni nell'ambito del sistema e, mediante i meccanismi della clientela ai suoi più vari livelli, e sotto il controllo dei partiti istituzionali - così in Jugoslavia (come negli altri paesi dell'est) il medesimo dominio totale del capitale, nella sua forma di capitalismo di stato monopartitico, assicura il funzionamento del sistema e la continuità di potere del mono-partito. Il quale partito, o Lega, si avvale di diversi e vari organismi socio-politici di sua emanazione e sotto il suo stretto controllo, che vanno dalle cellule di partito nelle fabbriche e sui posti di lavoro alla Associazione dei veterani, dalla Gioventù comunista (l'oratorio dell'est) all'Assemblea delle donne comuniste, alla Alleanza socialista.

La pacchia e la sua fine

Tutto fila liscio, come sempre, sinché la base di determinazione, l'economia, procede senza gravi scosse.

Da una parte, dunque, il proletariato, del quale l'enorme apparato di partito e di stato assicura lo sfruttamento e la soppressione di qualunque spinta alla lotta.

Dall'altra le fazioni borghesi che andranno poi diversificandosi, le quali continuano allegramente a spartirsi la massa di plusvalore estorto alla classe operaia.

La permanenza e il perfezionamento del rapporto salariale implica necessariamente tutti gli altri aspetti caratterizzanti al fondo qualunque formazione sociale capitalistica.

La spartizione avviene infatti nei modi usuali del capitalismo, indipendentemente dalle forme: quote di profitto industriale per direttori di fabbrica e manager che intascano le quote maggiori del succitato fondo paga delle imprese, rendita per quanti si ritagliano "profitti" delle imprese immobiliari urbane o agricole, e "rendita da posizione” nella forma di lauti stipendi, prebende e privilegi per quanti occupano i posti di comando dell'apparato politico e amministrativo; interesse, infine, per tutti quanti depositano i propri cospicui incassi in varie forme nella banca di stato, che amministra il capitale collettivo.

Nella seconda metà degli anni Ottanta, la crisi d'occidente ha già portato i suoi effetti laceranti in tutti i paesi della periferia, verso i quali è stata scaricata e quella dell'Urss si sta palesando nella sua devastante gravità. L'industria jugoslava arranca, appesantita enormemente dal debito complessivo - giunto ai 21 miliardi di dollari nel 1989 - dal gap tecnologico e di produttività rispetto agli standard europei, e ancora da una carenza di flessibilità degli investimenti e della produzione. La risposta di Markovic, presidente della Federazione è scontata, nel clima del liberalismo estremista che la borghesia internazionale ha instaurato: riforme radicali, definitiva apertura al mercato.

Ivan Ribnikar, della facoltà di economia presso l'università di Lubiana e consulente di Markovic, dichiarava a South:

Le riforme che abbiamo avuto dagli anni '50 ad oggi sono state più o meno cosmetiche. Ma ora stiamo preparando cambiamenti fondamentali nel sistema economico. (12)

Effetti sulle imprese

I cambiamenti consistevano nel progressivo smantellamento delle regolamentazioni burocratiche e nella progressiva liberalizzazione. Ciò si traduceva in una completa autonomia delle imprese sul mercato, nello scatenarsi dunque della concorrenza fra imprese, e nella proiezione di queste sui mercati internazionali, in modo particolare quello europeo.

Tutto ciò, nei piani dei poveri economisti votatisi al liberismo, doveva imprimere un impulso al rinnovamento e alla ripresa.

Ma imprese concorrenti e proiettate sui mercati internazionali, in un quadro complessivo di crisi, significano ulteriore spinta all'egoismo di impresa. Quella anarchia della produzione che si voleva controllare mediante il capitalismo di stato reso socialista dalla...natura rivoluzionaria del partito gestore, ritornava ora in pieno, innescando le perverse dinamiche recenti.

Leggiamo da una inserzione di tipo pubblicitario su una rivista internazionale, quanto dichiarava nel 1989 la Iskra la più grande industria elettrotecnica ed elettronica di Jugoslavia, basata a Lubiana:

Non è un segreto che alcune difficoltà economiche e sociali in Jugoslavia hanno avuto un impatto negativo sulle imprese jugoslave orientate verso l'esportazione. Ciò si è reso evidente nel contrarsi dei margini di competitività delle aziende jugoslave colpendo i loro termini di scambio e rendendo l'esportazione molto meno attraente e redditizia...
Speriamo nella riforma della economia jugoslava, che dovrebbe avere un influenza positiva nello stabilizzare l'economia complessiva della Jugoslavia, abbattendo l'elevatissima inflazione e consentendo all'imprenditoria legata al mercato di realizzarsi pienamente...
La questione sta anche nell'attrarre verso l'Iskra i capitali d'investimento attraverso la costituzione di joint-ventures in Jugoslavia, in base alle nuove regolamentazioni sugli investimenti esteri. Questa legge dovrebbe essere molto più attraente, per gli investitori stranieri, dotto ogni riguardo: dal trasferimento dei profitti alla loro piena partecipazione nella direzione aziendale delle joint-venture.
Ma soprattutto, l'abbandono del rigido modello dell'economia non di mercato (sic!), che ha avuto effetti disastrosi sulle imprese jugoslave: dovrebbe sviluppare la creatività e le imprese rivolte al mercato, i noti fattori del successo dell'Europa occidentale... (13)

Abbiamo riportato ampi brani della lunga inserzione perché testimoniano del marcatissimo orientamento della dirigenza, e futura proprietà anche formale, delle grandi imprese allora jugoslave, oggi slovene, come Iskra, o croate, come la concorrente Rade Koncar.

È in gioco la sopravvivenza, e la grande speranza è che lasciati libere dalle pastoie della burocrazia centrale, ma al contempo appoggiate e finanziate generosamente dallo stato, si riesca a strappare qualche posizione sui mercati internazionali - giocando soprattutto sul basso costo della forza lavoro.

Effetti sulle burocrazie locali

Sulle repubbliche federate, prima ancora che sulla Federazione, piovono dunque le richieste di sostegno da parte della borghesia tecnocratica, così come della piccola borghesia che vede erosa la quota di plusvalore ad essa destinata tramite il commercio e i servizi di varia natura. A questo punto le repubbliche, ovvero gli strati burocratici politico-amministrativi della borghesia di stato, costretti a lesinare, scaricano le responsabilità sulla Federazione.

La rottura, presentata sotto il nome di riforma radicale, del quadro amministrativo sul quale si basava la Federazione si trasforma subito in crisi politica della Federazione stessa.

Cambiamenti radicali negli assetti politico amministrativi costituiscono sempre momenti delicati che richiedono la tenuta di nervi saldi e la coesione di tutte le forze, direttamente coinvolte nello sforzo necessario a compiere il salto, verso una situazione definita e certa. Ma se il salto viene intrapreso da apparati già scossi da una crisi interna e verso situazioni ipotetiche su un terreno che sfugge materialmente sotto i piedi, il salto stesso si trasforma in caduta, in sfascio.

La crisi non era jugoslava in un mondo serenamente impegnato nell'espansione del ciclo di accumulazione: era ed é la crisi del ciclo di accumulazione nelle specifiche forme che poteva assumere in Jugoslavia, non certo rimediabile appoggiandosi al mondo esterno.

Il salto era nel buio con forze non coese e quindi votate al "si salvi chi può".

È questa situazione che determina la corsa sfrenata all'autonomia delle repubbliche più ricche (Croazia e Slovenia) supportata e alimentata, nelle nuove libertà politiche, dalle forze più spudoratamente reazionarie e retrograde del nazionalismo e dalla miriade di gruppi e gruppetti che la piccola borghesia alimenta su quel terreno.

La vecchia Lega dei comunisti si rompe irreversibilmente: il suo programma borghese ha alimentato le stesse tendenze centripete. Nella babele politica che si instaura, spezzoni consistenti della lega cambiano nome e programmi per orientarsi ai venti soffianti dell'indipendentismo repubblicano; nuovi governi nascono con non poche vecchie figure della leadership comunista e grosse parti di apparato amministrativo locale sostanzialmente invariate.

Dal nazionalismo all'etnia alla barbarie

Nella drammatica crisi politica, il dato saliente nell'ideologia dominante è la perdita di identità: caduto il vecchio schema, la ardita ma rassicurante impalcatura del titoismo, borghesia e piccola borghesia non ne hanno uno nuovo. Il ricorso è allora necessariamente al vecchio armamentario ideologico borghese o addirittura pre-borghese, non importa quanto debole sul piano teorico.

Come in Russia avevamo visto rispuntare anche il ritratto di Nicola Romanov, così in Jugoslavia non stupisce che ci sia chi invoca il ritorno della monarchia e chi sfodera le antiche spade della contrapposizione medievale fra turchi e serbi, chi risale all'effimero stato croato dell'alto medioevo e chi vi si contrappone sulla base di considerazioni etniche.

Di queste fesserie è fatto il bagaglio di idee e di pensiero racimolato dalla borghesia per sostenere la guerra intrapresa di tutti contro tutti.

Tutto questo non deve né stupire né far ritenere che sia fenomeno solo jugoslavo.

Quando il ciclo di accumulazione è alla sua chiusura, si è alla fine di un epoca senza che la borghesia possa vedere un futuro verso il quale "dispiegare le vele del pensiero e gli strumenti dell'azione".

In queste condizioni gli schemi ideologici tradizionali, alle quali si uniformano i cittadini della società borghese, iniziano a venir meno; le impalcature sovrastrutturali che reggevano la scena politica e civile, fatte dei cosiddetti valori morali, principi civili, riferimenti ideali, traballano.

Idee forti, piattaforme di pensiero solide e realistiche, sulle quali si possano attestare ampi settori della collettività non si possono presentare, semplicemente perché manca la loro base di determinazione, la nuova classe che si affacci alla storia da protagonista. E laddove una simile minaccia esiste, anche solo se allo stato di minaccia, saranno le frazioni stesse della borghesia, più radicali nell'imporre le proprie barbare scelte, a intervenire per stroncarla sul nascere.

Proprio per colpire le ragioni di una frattura di classe, per annullare il ricompattarsi degli operai, è stata operata la distruzione di Vukovar. In questa città vivevano 20 nazionalità diverse, quasi tutti i matrimoni erano misti, la classe operaia era la maggioranza della popolazione: classe operaia che lavorava in tre imprese produttive. Questi operai di Vukovar erano gli stessi operai che tre anni prima erano andati davanti al Parlamento invitando tutti gli altri operai allo sciopero generale; perciò si doveva effettuare la distruzione sistematica della città, separare la popolazione che era unita da sempre e da sempre si era difesa unitamente, in base alle nazionalità. Quello che il mercato capitalista statalizzato aveva unito ora bisognava dividerlo con dei decreti politici e col supporto dei campi di concentramento... (14)

Qui sta il dramma della Jugoslavia e del mondo intero e che tuttora costringe le avanguardie internazionaliste all'isolamento.

E questo è il quadro ove ogni vecchiume ideologico, che prima si dava per superato, ogni più vieta copertura ideologica di interessi meschini delle mezze classi, trova legittimità, tanto quanto le comuni certezze di prima. In Jugoslavia sono arrivati a sparare e ai massacri, in Italia no. Qui siamo a fasi più contenute, ma di un fenomeno che è fondamentalmente simile.

La crisi qui ha portato, più che in altri paesi europei, ad approfondire il solco di separazione fra le diverse componente della classe dominante. Questo fenomeno si è intrecciato con la fine della guerra fredda e il potenziale sbloccarsi del quadro politico governativo reso però estremamente difficile dal fatto che, da una parte, il fronte dei partiti governativi si era consolidato in una consorteria di potere e malaffare, dall'altra le forze del teorico ricambio (fondamentalmente il Pci si erano a loro volta logorate in una pratica di apparente opposizione e di complicità di fatto. Ciò a portato al quasi-collasso del quadro politico stesso. Il risultato del concorrere dei due fenomeni è il manifestarsi forte di tendenze "federaliste" sul piano per così dire programmatico, nelle quali si esprimono gli interessi immediati di una frazione di classe borghese (la cosiddetta imprenditoria diffusa del Nord, in particolare), sulla base di suggestioni ideologiche tanto sceme quanto reazionarie, ma che fanno evidentemente presa. E fanno presa su quote consistenti di cittadini in generale, non necessariamente identificantisi con i piccoli industriali delle province lombarda. Quanti sono i proletari, fra questi cittadini leghisti? Anche in è assente nella classe un punto di riferimento espressione della sua prospettiva storica; la classe è assente dalla scena delle lotte anche materiali: frazioni di borghesia e piccola borghesia allo sbando possono raccogliere attorno alle loro idee più sceme un po' di tutto.

Responsabilità internazionali

In Jugoslavia sono arrivati a spararsi, dicevamo. La situazione era tesa, le frazioni nazionali della borghesia litigavano fra loro, ma a soffiare sul fuoco e a complicare le cose c'erano e ci sono le potenze imperialiste.

Scrive Paul Marie de la Gorce in un suo lungo articolo di cronaca e storia dei rapporti fra la crisi jugoslava e le politiche degli Usa e dei paesi europei:

Dall'inizio del 1991 non si poteva ignorare che l'indipendenza era all'ordine del giorno in almeno due repubbliche della Federazione jugoslava: la Slovenia e la Croazia... Era prevedibile che l'esplodere di una crisi fra repubbliche jugoslave avrebbe assunto toni drammatici e difficilmente si sarebbe limitata all'interno delle frontiere della federazione. In breve, le grandi potenze pretendenti a un ruolo di responsabilità internazionale, dovevano inevitabilmente preoccuparsene. (15)

In sintesi, è avvenuto che da subito gli Usa, e dietro di loro gran parte dei paesi europei, si sono dichiarati contrari al riconoscimento degli eventuali nuovi stati, mentre la Germania, in nome di un pelosissimo diritto dei popoli all'autodeterminazione, ha espresso la sua forte inclinazione a dare tale riconoscimento.

Ne è seguita una fase di controversie e di cosiddetti dibattiti in seno alla Comunità europea nella quale la Germania esigeva che gli stati comunitari riconoscessero subito e senza condizioni l'indipendenza di Croazia e Slovenia, mentre gli altri governi cercavano di temporeggiare accampando la necessità di difendere le minoranze nazionali in quelle repubbliche con la richiesta di garanzie da parte loro. La fase si è chiusa con l'atto di imperio della Germania che ha messo tutti di fronte al fatto compiuto riconoscendo unilateralmente le suddette repubbliche.

... le reticenze e resistenze degli altri stati europei hanno rapidamente ceduto il posto a una adesione completa alle scelte di Bonn. Da allora si è messo in moto l'ingranaggio che doveva trasformare la crisi jugoslava in un conflitto di grave estensione. (16)

È evidente che il quadro internazionale va movimentandosi. Inghilterra e Francia in un primo tempo si erano schierate apertamente con gli Usa contro l'ipotesi di disintegrazione della Federazione jugoslava; dopo hanno fatto marcia indietro. D'altra parte la Germania si è da subito ufficiosamente (stampa e partiti politici di governo) posta su posizioni antitetiche rispetto a quelle americane. Nel gioco delle trattative e ricatti a scala europea, l'opzione vincente è stata quella tedesca, leggi anti-americana sulla quale Bonn è riuscita a trascinare gli altri. Ma resta il fatto della divergenza di politiche fra Usa e Germania, che non può certo essere spiegata con le diverse tradizioni culturali o con la diversità di criteri ideologici nell'approccio ai "diritti dei popoli". È evidente dietro la diversità di opzioni sulla Jugoslavia una forte divergenza di interessi che non è difficile sintetizzare:

  • la Germania aspira a stabilizzare il proprio status di potenza "protettrice" dei paesi dell'area già dominata dal suo marco, assicurandosi mercati e possibili aree di investimento a condizioni favorevoli;
  • gli Usa guardano con estremo sospetto al crescere della potenza tedesca in Europa e fanno tutto quello che la politica estera ancora non guerreggiata consente di fare per impedirlo o quantomeno per rallentarne le conseguenze, come vedremo.

La Germania ha dunque spinto alla secessione le borghesie croate e slovene, le ha debitamente armate e foraggiate perché le milizie repubblicane e le bande del più becero nazionalismo potessero fronteggiare i resti dell'esercito federale, ed è rimasta per un po' a guardare.

Non così la Federazione, capeggiata di fatto dalla Serbia, che si vedeva sfuggire le Repubbliche più industrializzate ovvero quelle con maggior reddito e che garantivano maggiori entrate da ridistribuire a scala federale. Il conflitto era inevitabile e si è acceso. Ma altrettanto inevitabile era che l'armistizio di fatto imposto dal concerto (quanto stonato!) delle potenze mondiali riguardasse solo lo scontro diretto e "ufficiale" fra Serbia e Slovenia e fra Serbia e Croazia. In realtà lo scontro proseguiva sotto la forma di guerre civili fra le cosiddette minoranze serbe e le "nazionalità" ospiti, in particolare fra milizie serbe e le forze della Croazia e viceversa le milizie croate contro la Serbia.

Una volta che crollano le barriere ideologiche tradizionali, tutti i miti e le fantasie più o meno perverse si possono scatenare. Non diversamente accade nelle metropoli europee (e statunitensi eccetera), dove cittadini più o meno ai margini della vita economica e sociale della collettività borghese, rifiutando l'allineamento ai valori di quegli ambienti da cui sono esclusi, si danno alle "ideologie" più estreme e irrazionali (da quelle naziskin, ai misticismi orientaleggianti). Così in Croazia non mancava certo il materiale umano con cui imbastire milizie private per la difesa e la affermazione dell'etnia serba. Lo stesso in Serbia per i croati. La ragione per organizzarle c'era in entrambe le repubbliche; quanto alle armi e ai finanziamenti qualcuno ha certamente provveduto: dalle rispettive madrepatrie, a forze teoricamente del tutto estranee, ma in realtà impegnate nella lotta sotterranea fra le potenze. D'altra parte la presa ideologico-politica di tali milizie è ben al di sotto del clamore che esse suscitano e della potenza distruttiva che dispiegano.

Il 23 luglio 1992 a Pola quello che doveva essere il comizio elettorale del partito [Hsp-Hos di Paraga, le milizie neo ustascia, ndr] è diventato una conferenza stampa all'hotel Istria proprio per mancanza di pubblico. (17)

Gli Usa hanno dovuto abbozzare sulla indipendenza di Serbia e Croazia. Le ragioni sono fondamentalmente due: la prima è l'interesse per ora a sopportare le intemperanze tedesche perché in cambio si renda garante della nuova vocazione politica e strategica della Nato e del contenimento delle tendenze autonomistiche dell'Europa sul terreno militare; la seconda era il particolare interesse americano per la questione bosniaca.

La questione bosniaca

Anche in Bosnia naturalmente si era verificato l'insieme dei fenomeni indotti dal crollo della fede titoista nella Federazione, con alcune particolarità.

Innanzitutto la Bosnia-Erzegovina non era certamente fra le

repubbliche più ricche, come dimostra la tabella 2.

Repubbliche Tasso % di disoccupazione Tasso % di analfabetismo Salario medio (in dinari)
Slovenia 3 0,8 615853
Croazia 6 5,6 437870
Bosnia Erzegovina 14 14,5 338926
Montenegro 18 9,4 297571
Macedonia 16 10,9 274585
Serbia 11 11,1 364559
Voivodina 11 5,8 380469
Kosovo 25 17,6 272554
Tabella 2 - Disparità tra le repubbliche al 1988 - Fonte: stime di Le Monde Diplomatique del sett. 1991 (dalla Serbia sono escluse le regioni autonome di Voivodina e Kosovo)

Con il più alto tasso di analfabetismo e fra i più alti di disoccupazione (già in quegli anni ormai lontani) era piuttosto fra quelle che più richiedevano alla Federazione.

Qui la disperazione dei poveri, che in assenza di azione e prospettiva di classe cerca sempre riferimenti ideali nelle suggestioni di passati più o meno gloriosi, ha assunto il volto del pan-islamismo.

L'attuale presidente Bosniaco, Alija Iztebegovic si era guadagnato nel 1983 un processo politico dalle autorità titine per aver clandestinamente diffuso una "Dichiarazione islamica" che è un'appassionata perorazione per l'instaurazione di regimi islamici e per il panislamismo. Naturalmente l'autore prese la testa del Partito d'Azione democratica appena fu autorizzata l'esistenza di più partiti. Nel 1990 ripubblicò la Dichiarazione nel corso della campagna elettorale e su quella base si guadagnò la maggioranza della popolazione musulmana e la prima presidenza.

Seguì il referendum sulla indipendenza, dal quale i serbi di Bosnia furono chiamati ad astenersi. Iztebegovic e il suo panislamismo avevano vinto.

Qui entrano in gioco gli Usa e il loro disinvolto voltafaccia in tema di difesa della integrità della Federazione jugoslava.

Gli schiaffi in faccia al mondo arabo e al suo panislamismo sono stati già molti e sonori, negli ultimi anni: dallo scontro con l'Iran agli attacchi bombaroli alla Libia, alla Guerra del Golfo; le divisioni indotte nel mondo islamico, in tutti i casi di intervento americano sono state accettate dai regimi, ma non hanno certo suscitato entusiasmi fra le masse.

Per di più l'Arabia Saudita e altri stati arabi e musulmani avevano già espresso le loro simpatie per la Bosnia retta ora da un confratello islamico. Non restava agli Usa che conformarsi alle decisioni della Comunità europea: È del 30 maggio la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu n. 757 che decide le sanzioni economiche contro la Serbia aprendo quel percorso politico-diplomatico che porterà alla sospensione della Federazione serbo-montenegrina dall'assemblea [MB2] dell'Onu.

Islam una etnia?

Solo un mostro ideologico come lo stalinismo, sia pure in veste titoista, poteva generare un assurdo come la trasformazione a suon di decreti di un gruppo religioso in entità etnica o nazionalità.

I turchi tennero Sarajevo, capitale della Bosnia, dal 1440 al 1878, quando passò sotto il governo austriaco. In 4 secoli ebbero modo non solo di colonizzarla con i nativi della Turchia, ma di islamizzare anche larghi strati di contadiname autoctono. I musulmani, dunque, non sono affatto omogenei dal punto di vista etnico - ammesso che abbia qualche significato parlare di omogeneità etnica da quando il mercantilismo, già in epoca precapitalista, ha contribuito a fondere fra loro i gruppi di disparata provenienza.

D'altra parte non sono una nazione neppure arabi, turchi, berberi e iraniani, sebbene tutti islamici.

Si è verificato in Bosnia Erzegovina che, dopo la conquista austriaca, prime industrie e amministrazione, fossero in mano a nuovi arrivati, dalla Serbia e dalla Croazia (e chi sa da dove venivano i loro avi). I poveri di lì, prevalentemente musulmani rimasero poveri. Né la loro situazione cambiò di molto a seguito di due guerre mondiali e della successione di governi e regimi nella zona.

La piccola borghesia locale e musulmana, con la sua vulnerabilità alle suggestioni storico religiose trovò nel panislamismo le ragioni di una difesa dei propri "diritti" nella difesa della identità nazional-religiosa e trovò nelle masse povere un facile terreno di radicamento delle medesime suggestioni. Ancora una volta, è quel che capita quando viene a mancare la propulsione in avanti da parte della classe che ha in mano le chiavi dell'avvenire. E lì la classe operaia, oltre che debole numericamente non aveva avuto né esperienze né legami con la tradizione di lotta dei compagni in Europa. L'islamismo dunque non minacciava l'ordine sociale, non faceva appelli rivoluzionari alla classe sfruttata, che doveva continuare a rimanere sfruttata come ogni religione insinua.

D'altra parte il regime titoista non aveva altra alternativa che questa: schiacciare con la repressione violenta le aspirazioni a una qualche forma di identità, o riconoscerla sul piano innocuo sulla quale si esprimeva. I guai di Iztebegovic nei primi anni '80 non vennero dal suo porsi a leader dell'islamismo ma da particolari aspetti politicamente più inquietanti del suo manifesto.

Ora, in un rimescolamento di carte tutto interno alla conservazione capitalistica, quel manifesto è diventato una potente arma politica per una miserrima e tribolatissima indipendenza.

Il Kosovo

Un'altra situazione che presenta alcune particolarità è quella del Kosovo.

Come risulta dalla tabella precedente, questa regione della Serbia presentava già nel 1988 la situazione peggiore della Jugoslavia. La borghesia serba esercitava lì una oppressione e repressione sistematiche nei confronti della maggioranza della popolazione di lingua albanese. Nonostante l'autonomia della regione, che garantiva alcune buone posizioni per una infima minoranza di borghesia locale, la maggioranza dei posti di comando nella burocrazia, e nell'industria di stato era occupata da serbi. La stragrande maggioranza del proletariato, di lingua albanese, viveva con i salari più bassi del paese e in condizioni miserevoli, evidenti a chiunque abbia visitato anche come turista quelle zone.

Ciò aveva causato già nel 1981 e ancora nell'89/90 grosse tensioni sociali e scioperi, di cui avevamo dato conto nella nostra stampa e che la stampa borghese internazionale tendeva a dipingere come scontri inter-etnici a sfondo nazionalistico.

Noi stessi avevamo denunciato le manovre della borghesia, anche locale, che tendevano a dare a quei movimenti contro l'oppressione propriamente di classe un contenuto politico di tipo nazionalistico borghese. Ciò non poteva nascondere ai marxisti la natura molto più materialmente di classe che ideologico-nazionalistica di quelle spinte. Ma tant'é; ancora una volta la assenza del programma rivoluzionario dalla vita materiale e politica della classe portava a far prevalere il rivestimento politico di stampo nazionalista, alimentato (ed è difficile dire quanto ad arte) dall'arrogante attacco dello stato serbo alla stessa autonomia della regione.

Adesso le forze politiche della piccola borghesia nazionalista locale hanno ancor più agio di affermarsi come dirigenti in un tentativo di riconquista della autonomia o addirittura dell'indipendenza che dovrebbe assicurare loro un ruolo almeno altrettanto privilegiato degli attuali dirigenti serbi.

Elasticità dei principi e trattati borghesi

Il trattato istitutivo della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione della comunità europea (Csce) prevedeva espressamente l'inviolabilità delle frontiere. Ciò significherebbe che le frontiere non possono essere modificate che mediante accordi fra gli stati interessati. Ora la distruzione delle frontiere internazionali della Jugoslavia è avvenuto per decisione delle autorità della Slovenia e della Croazia, senza accordo con il potere federale né con gli altri stati membri della federazione. Risultato: la Comunità europea riconosce il tutto senza che nessuno faccia una piega.

Ma il rigore della Csce nel rispetto dei propri principi riemerge subito, appena la Serbia e quel che resta dell'esercito federale appoggiano palesemente, almeno in un primo momento, le milizie serbe in lotta contro le nuove autorità croate e bosniache. Allora gridano tutti allo scandalo: qui si è in presenza di una ingerenza o addirittura a un tentativo di conquista. Sanzione: la Csce non riconosce la nuova Federazione fra Serbia e Montenegro anzi ne chiede l'esclusione dagli organismi internazionali di cui faceva parte e di fatto la esclude dalla Csce stessa.

Nel frattempo, come visto, gli Usa hanno cambiato i principi ai quali ispirarsi: dall'opposizione allo smembramento della Jugoslavia alle sanzioni alla Serbia, all'esclusione della nuova Federazione dall'Onu.

Una conclusione: se le basi di principio di trattati fra stati europei, anche recentemente realizzati quali quello della Csce, vengono stracciate e ricomposte a piacere in base al convergere o al divergere degli interessi degli stati coinvolti, questo significa che i trattati hanno una validità e una affidabilità, o capacità di tenuta, assolutamente relative. Se le divergenze diventano, come è sempre più possibile, non più componibili, i trattati saltano. Ed è significativo che si stia parlando degli accordi comunitari europei.

Un'ultima notazione merita la proposta del segretario dell'Onu Boutros Ghali agli stati membri di rafforzare il ruolo di super-polizia "di pace" che l'Onu gli sembra abbia assunto o possa assumere dalla fine della guerra fredda.

Le proposte concrete implicate dal documento di Ghali ("Un agenda per la pace") sono piuttosto articolate e buffe in buona misura. (18) In sostanza il segretario delle Nazioni Unite fa la figura del predicatore che nulla capisce del mondo in cui predica e dei meccanismi che lo muovono. Non è un caso che gli Usa abbiamo già detto no alle più concrete delle proposte e snobbino alla grande le altre. Gli Usa vedono - almeno per ora - nella Nato, da loro controllata con maggiore sicurezza, lo strumento di polizia dei loro interessi, ben più che nell'ipotesi di Onu avanzata da Ghali nel quale Germania e Giappone sederebbero nel Consiglio di sicurezza. Non è un caso che gli Usa approfittino dell'impotenza delle truppe Onu in Jugoslavia per affilare le armi della Nato preparandosi a intervenire su quello stesso terreno

Giochi rovinosi

Nei Balcani dunque si sta giocando una mano complessa ma feroce della partita in atto fra grandi potenze mediata dagli eserciti e dalle milizie della ex-Jugoslavia. Il chi dà le armi a chi può essere oggetto di una ricerca complicata e che francamente poco ci interessa. Di certo i traffici sono grossi, se in Italia si scoprono grosse importazioni clandestine di armi da quelle regioni.

Nel quadro di quella partita rientrano anche gli assurdi e cinici giochetti sugli aiuti umanitari a Sarajevo. Questi vengono istradati, non da squadre di crocerossine ma dalle truppe dell'Unprofor. Ma le truppe non impongono il passaggio degli aiuti: se qualcuno, le milizie serbe o quelle musulmane, erigono una barricata sulla strada, le truppe Onu si fermano e con esse gli aiuti.

Intanto in vaste regioni della Bosnia la guerra va avanti senza le luci dei media e seminando morte e distruzione.

Nel quadro della partita fra le potenze si svolge il dramma da esse stesse scatenato. Le idee più barbare che le diverse fazioni della borghesia producono, impazzite nella frenetica difesa del proprio privilegio, hanno radicato in strati della popolazione, minoritari forse ma debitamente organizzati e armati in milizie più o meno mercenarie, rette dall'odio di un'umanità diseredata.

I massacri ora continueranno inframmezzati da improbabili armistizi, sino a che non verranno disinnescate le ragioni del contendere e disarmate le milizie, o fino a che un'altra soluzione, ben più radicale e... progressista si verificherà.

Ma lo spazio per le mediazioni fra i contendenti reali, le suddette frazioni nazionali di borghesia, è ridotto a quasi zero. Le armi continuano a giungere, per canali legali o meno, perché dietro le meschine contese inter jugoslave, altri giocatori conducono una partita di ben più vasta portata.

La crisi del ciclo marcia verso la sua fase finale: lo scontro fra i grandi per decidere chi guiderà il prossimo ciclo di accumulazione. Non la fermerà il pacifismo imbelle di chi contribuisce agli aiuti che l'Onu dovrebbe inoltrare, né quello dei marciatori nel nome di Cristo o nel nome della fratellanza. Né questi né pretese buone volontà degli uomini di governo la possono fermare perché sia gli uni sia le altre si muovono sul terreno politico dettato dal capitalismo e dalla sua conservazione; non possono dunque fare altro che piegarsi alla logica del capitalismo, della sua politica e delle sue necessità.

La marcia alla soluzione finale borghese della crisi la può fermare solo l'insorgenza della classe operaia.

Verso la risposta proletaria

Non abbiamo dati sufficienti a poter far previsioni sullo sviluppo di una opposizione di classe a quanto si muove nella ex-Jugoslavia.

Le scarse informazioni che arrivano su questo terreno dicono di scioperi operai, di qualche manifestazione, anche a Sarajevo nei mesi passati, degli operai contro la guerra.

A questi dati e solo a questi dati guardiamo perché sono significativi della presenza di alcune condizioni minimali per ripartire.

È fuorviante cercare, come fa qualcuno, l'ideuzza "politica" sulla quale affasciare presunte avanguardie su un terreno che comunque non è quello di classe. Alle miserie ideologiche della politica borghese epperò vincenti, è ridicolo contrapporre formulette di pretesa politica che vengono rapidamente superate dal succedersi degli eventi da altri determinati.

Occorre invece che si affronti di petto il problema lavorando sui due piani diversi ma intersecantisi: la ri-proposizione delle prospettive storiche e del programma sociale della rivoluzione proletaria, la agitazione per la ripresa della lotta materiale operaia sul piano della contrapposizione di classe.

Il comunismo è morto, viva il comunismo

Certamente idee, programmi, anche fraseologie che riportino alla mente la passata esperienza stalinista e/o titoista non incontrano il favore delle masse né delle possibili avanguardie. D'altra parte non hanno mai incontrato neppure il favore di noi internazionalisti che ben sapevamo quale fosse il loro contenuto capitalistico e reazionario.

Certamente occorrerà prestare, dunque, la massima cura nell'evitare qualunque equivoco. Non sarà facile, ma è possibile. Lo è riandando ai contenuti essenziali del programma rivoluzionario e perciostesso internazionalista.

Contrapposizione di classe significa contrapposizione di programmi. Il capitalismo, privato o di stato, produce per la valorizzazione del capitale contro i reali bisogni umani; il programma rivoluzionario è per la produzione per soddisfare i reali bisogni della collettività umana. Il capitalismo si fonda sulla divisione in classi della società, il programma rivoluzionario è per la scomparsa delle classi. Il capitalismo, fondato sull'anarchia degli interessi dei capitalisti e delle loro organizzazioni (di settore su su fino agli stati), porta alla guerra, all' imbarbarimento della società, alla rottura dell'equilibrio fra uomo e ambiente; il programma rivoluzionario è per la collaborazione fra tutti gli uomini del pianeta, fondata sulla produzione per i bisogni.

Nessun elemento è venuto meno perché il programma rivoluzionario sia sempre all'ordine del giorno: non è venuto meno il capitalismo, né le sue conseguenze; con esso sopravvive e si fa più profonda la divisione in classe della società; è presente, anche se ancora silenziosa, la classe che dovrà realizzarlo e sono ben presenti le ragioni materiali perché la classe stessa riprenda il suo autonomo cammino.

La classe deve farsi sentire

I massacri compiuti dalle milizie della borghesia non giungeranno mai ad azzerare la classe operaia e le possibilità dunque del suo manifestarsi.

Ogni sforzo va dunque fatto perché i lavoratori inizino a farsi sentire come tali. Anche su questo terreno si riparte probabilmente da livelli prossimi allo zero, ma - come testimonia il dossier su Croazia e Slovenia che abbiamo in fase di pubblicazione (v. nota 16) - i presupposti ci sono.

La situazione pesantissima per gli operai è in fase di progressivo ulteriore peggioramento in tutte le repubbliche e non resterebbe certo sulle nuvole il richiamo alla necessità di organizzazione e lotta e alla solidarietà fra i salariati.

Il nostro appello è diretto a "stanare" le avanguardie disposte a muoversi su questo terreno.

Mauro jr Stefanini

(1) Cfr. François Fejtö "Histoire des democraties populaires", Tome I L'ère de Staline Edition du Seuil, Parigi 1979, pag. 58.

(2) Vedi a proposito del succedersi di eventi che porteranno alla rottura definitiva fra la Jugoslavia e il blocco sovietico, Françoi Fejtö, op.cit. pagg. 222 e seguenti.

(3) Per un esame più dettagliato dei contenuti della polemica fra Mosca e Belgrado, condotto in contemporanea alla polemica stessa dal nostro partito nel 1948, a dimostrazione della natura imperialista dei suoi attori, vedi il n. 2 dei Quaderni di Battaglia comunista, dedicato a "Jugoslavia: la borghesia rossa dal federalismo alla frammentazione", recentemente pubblicato.

(4) Cfr. l'interessante opuscolo "L'economia e i produttori diretti" di Boris Kidric, comandante partigiano, primo presidente del governo repubblicano della Slovenia e, all'epoca dello scritto, ministro dell'Industria e presidente del Consiglio Economico Federale a Belgrado. Traduzione italiana da Epi, Milano 1952. Citazioni dalle pagg. 10-11.

(5) Ibidem. pag. 11.

(6) Ibidem pag. 22.

(7) Ibidem pag. 16.

(8) Ibidem pagg. 17-18.

(9) Ibidem pag. 27.

(10) Vedi "Il programma dei partigiani titoisti" riportato nella introduzione al n.2 dei Quaderni di Bc, cit.

(11) Vedi Kidric, op.cit. Pagg. 50-51.

(12) Cfr. South del Settembre 1989, Survey sulla Jugoslavia, pag. 41.

(13) Vedi South, cit. pagg. 46-47.

(14) Cfr. "Slovenia e Croazia dopo la separazione", P.C.Int. - Trieste, Ediz. Prometeo 1992. Su questo dossier, steso dai compagni di Trieste, viene ripercorsa la storia economica, sociale e politica della separazione delle due repubbliche con ampi riferimenti ai programmi delle forze politiche in campo e ai progetti economici del G7.

(15) Vedi "La coûteuse myopie de la communauté internationale", su Le Monde Diplomatique n. 460 (luglio 1992), pagg. 6-7.

(16) Ibidem.

(17) Cfr. "Slovenia e Croazia dopo la separazione", P.C.Int. - Trieste, op. cit.

(18) Vedi ampi estratti ne Il Manifesto del 22 ottobre (Cercando un'altra Onu, p. 9) e in Le Monde Diplomatique, n.463 ottobre 1992 (Chenger l'Onu).

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