Il Giappone in crisi

La caduta del muro di Berlino, come più volte abbiamo sottolineato anche su questa rivista, ha aperto nuovi scenari nei rapporti economico-politici tra le varie potenze mondiali. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, con gli accordi di Yalta, il mondo era stato letteralmente diviso in due blocchi economico-politico-militari egemonizzati dagli Stati Uniti da una parte e dall'Unione Sovietica dall'altra. Per decenni nel panorama internazionale non si è mossa una foglia senza il consenso di russi e americani.

L'implosione del blocco sovietico, da inquadrare nella generale crisi economica (1), rompendo gli equilibri strategici sui quali si era retto il capitalismo mondiale per tutto questo secondo dopoguerra, ha prodotto le condizioni, soprattutto politiche, per l'affermarsi di altre potenze sullo scacchiere internazionale. La caduta dell'Urss non solo ha determinato la fine di uno dei due poli imperialistici ma ha segnato l'inizio di una nuova fase anche all'interno del blocco imperialistico avversario. Oltre due decenni di crisi strutturale del modo di produzione capitalistico, intervallati da brevi quanto effimere riprese, non potevano che produrre conseguenze importanti anche nell'ambito dell'area del dollaro. Nonostante il ridimensionamento storico dell'economia americana non si erano prodotti, fino alla caduta del muro di Berlino, cambiamenti significativi nei rapporti con gli altri paesi del proprio blocco; le contraddizioni accumulate durante tutti questi anni erano rimaste sopite anche per la minaccia militare dell'altro polo imperialistico. Paesi economicamente importanti come la Germania ed il Giappone, per tutto il dopoguerra rimasti schiacciati dal peso politico degli Stati Uniti, non hanno avuto gli spazi politici per assurgere al ruolo di nuove potenze mondiali.

La fine dell'Urss ha velocemente rimescolato le carte aprendo una nuova fase nell'ambito dei rapporti interimperialistici. Ad un mondo dominato esclusivamente dalle due superpotenze, in cui il resto del pianeta era obbligato a gravitare intorno all'orbita di Stati Uniti o URSS, si sta velocemente affermando una realtà tripolare.

Assumono contorni sempre più definiti i tre blocchi economici che si stanno consolidando dopo il crollo dell'impero sovietico. Senza incorrere in pericolose schematizzazioni, che spesso inducono in clamorosi errori di logica formale non trovando le stesse una valida conferma nelle contraddittorie dinamiche della realtà, possiamo affermare che ormai esistono tre distinte aree economiche nelle quali Stati Uniti, Germania e Giappone la fanno da padrone.

I processi di mondializzazione dell'economia (2), favorendo la delocalizzazione della produzione negli angoli più disparati del pianeta, hanno permesso alle varie potenze internazionali di ritagliarsi, attraverso una ferocissima lotta imperialistica, una quasi esclusiva area economica in cui perpetrare il proprio dominio. Gli Stati Uniti, unica vera superpotenza mondiale capace di imporre i propri interessi su gran parte del pianeta, attraverso la costituzione del Nafta dominano tutto il continente americano. La seconda area economica facilmente identificabile è quella dell'Unione europea; qui è la Germania a imporre con le proprie scelte il processo d'integrazione economica che passa soprattutto con la costituzione della moneta unica. La terza area è sotto l'egida del Giappone il quale è riuscito ad imporre la propria supremazia su un'area strategicamente importante come il sud-est asiatico.

Il delinearsi di queste tre aree non ha significato per il capitalismo il superamento della propria crisi, ma il suo riproporsi su una scala ancora di più internazionale. La stessa economia giapponese segna il passo da qualche anno e molti economisti borghesi, consapevoli della gravità della situazione, analizzano le conseguenze disastrose che potrebbe avere su tutto il sistema economico mondiale un eventuale crollo del sistema finanziario giapponese.

Ripercorrere le tappe principali dello sviluppo del capitalismo in Giappone e le sue peculiarità, può aiutarci molto a comprendere dove sta andando il gigante nipponico e a valutare con più attenzione l'importanza dell'economia giapponese nell'ambito di quella internazionale.

Gli anni del dopoguerra

La seconda guerra mondiale lascia in Giappone un'eredità molto pesante. Svaniti i sogni di dominare il mondo, sotto le bombe atomiche lanciate dall'esercito americano, il capitalismo giapponese esce fortemente ridimensionato dal conflitto mondiale.

Nel 1945 oltre un terzo della ricchezza nazionale era andato perduto. L'apparato produttivo aveva subito delle perdite notevoli che andavano dal 50 al 70% a seconda dell'industria considerata. La domanda globale, caratterizzata prima della guerra da una fortissima componente pubblica e da un'altrettanta importante componente estera, per le peculiarità dell'economia nipponica fu notevolmente ridotta; infatti sia la domanda pubblica che quella proveniente dai mercati esteri fu praticamente azzerata in conseguenza della sconfitta militare.

A differenza dell'Italia, dove i danni all'apparato produttivo erano stati meno rilevanti, e della Germania, colpita anche nella forma statuale, il Giappone usciva intatto come stato organizzato dalla seconda guerra mondiale. Tra il governo della resa e quelli successivi non vi è stata soluzione di continuità.

Nonostante la totale subordinazione all'imperialismo statunitense, che aveva occupato militarmente l'arcipelago nipponico, la borghesia giapponese è riuscita a resistere sul piano economico alla penetrazione straniera in una misura che nessun'altra borghesia ha raggiunto e neppure tentato. A differenza della Francia, che ha lottato per conquistarsi un certo grado d'autonomia rispetto agli Stati Uniti, la classe dominante giapponese accettando di dipendere politicamente e militarmente dagli americani è riuscita a sviluppare un significativo potere economico autonomo.

Il comando supremo delle forze alleate (Scap) di cui facevano parte vari paesi quali l'Unione Sovietica e la Gran Bretagna, ma di fatto dominato dagli Stati Uniti, elaborò per il Giappone una serie di misure urgenti per rilanciare l'economia del Sol levante e trasformare le strutture economiche del paese. Il programma del generale MacArthur, comandante in capo delle potenze alleate, puntava a smantellare le basi economiche del capitalismo giapponese attraverso lo scioglimento degli Zaibatsu, i gruppi finanziari sui quali il paese aveva costruito le basi per diventare una grande potenza mondiale. Smantellare gli Zaibatsu aveva per le forze alleate il significato di smembrare i grandi gruppi oligopolistici che dominavano l'economia giapponese. Secondo le valutazioni degli Stati Uniti, l'eliminazione degli Zaibatsu si rendeva necessario per annientare definitivamente i veri responsabili dell'aggressività giapponese. Erano stati i grandi gruppi oligopolistici ad imporre al governo nipponico le scelte militaristiche che hanno portato alla secondo il Giappone alla guerra mondiale; smantellarli aveva quindi anche un significato punitivo.

L'ambizioso progetto antimonopolistico era contrastato da una parte della stessa borghesia americana che aveva nel Giappone numerosi interessi economici. Erano stati proprio gli Stati Uniti a effettuare i più massicci investimenti di capitali in Giappone: oltre l'ottanta % del capitale straniero esistente nel paese era americano. Lo smantellamento degli Zaibatsu si scontrava inoltre con un'altra prioritaria esigenza delle forze alleate: rilanciare l'economia del Giappone. Infatti alla fine del 1947 i redditi reali erano pari alla metà di quelli calcolati nel periodo 1934-35. Per tale motivo il programma di spezzettamento dei gruppi industriali s'arrestò; nel volgere di poco tempo il numero delle imprese da sciogliere passò da milleduecento a trecentoventicinque, poi a diciannove infine a nove.

Il capitalismo giapponese nonostante la sconfitta militare e la distruzione di gran parte del proprio apparato produttivo mantenne le basi strutturali per rilanciare velocemente la propria economia. L'altissima concentrazione dell'apparato produttivo, raggiunto dal capitalismo giapponese ben prima della seconda guerra mondiale, è stato uno degli elementi determinanti per l'immediato rilancio dell'economia nipponica.

Politicamente importante è stata infine la firma del trattato di pace predisposto dagli Stati Uniti, avvenuta a San Francisco nell'aprile del 1952. Con tale trattato il Giappone riconquistava la propria "indipendenza" ed iniziava uno sviluppo economico che non ha precedenti nella storia del capitalismo mondiale.

I fattori del boom economico

Nel ventennio 1953-72 in Giappone si registrano tassi d'incremento del Prodotto interno lordo sbalorditivi: una media annua del 9,7%. Nello stesso periodo le altre due potenze uscite distrutte dal conflitto, Germania ed Italia, fanno registrare rispettivamente una crescita economica del 5,2% e del 5,3%. Altri indicatori economici testimoniano della crescita vertiginosa del Giappone; nel periodo considerato venne investito il 31,8% del prodotto interno lordo (in Italia il 20,2% ed in Germania 25,1%), mentre ben il 36,1% del Pil è stato risparmiato.

Né l'elevato saggio di formazione del capitale né quello del risparmio riescono a spiegare fino in fondo i motivi che sono stati alla base dello sviluppo capitalistico in Giappone. A favore di tale sviluppo hanno giocato alcune componenti che esamineremo tra breve.

Un primo fondamentale elemento che ha contribuito in maniera determinante alla crescita economica è la presenza di un elevatissimo grado di concentrazione del sistema produttivo. L'economia è dominata da un ristretto numero di giganteschi gruppi integrati, che determinano i processi dell'intero apparato produttivo. Intorno a questi grandi gruppi ruota una miriade di imprese di piccole e medie dimensioni che dipendono da essi in maniera totale. Gli Zaibatsu più importanti, che hanno segnato la storia del capitalismo in Giappone in questo secondo dopoguerra, sono sei: Mitsubishi, Mitsui, Sumitomo, Fuyo, Dai-Ichi-Kangyo, Sanwa. Questi gruppi integrati, a differenza di altri consorzi industriali, presentano la peculiarità di avere al loro interno una banca o un altro istituto finanziario centrale. Il poter disporre di una notevole massa finanziaria, senza ricorrere al mercato esterno, ha sicuramente favorito i processi d'accumulazione e di sviluppo degli Zaibatsu. Inoltre la politica creditizia pur essendo regolato centralmente dalla Banca del Giappone (controllata a sua volta direttamente dal governo) ha risentito delle scelte commerciali e degli investimenti delle banche degli Zaibatsu.

La tendenza alla concentrazione è stata particolarmente acuta a partire dalla metà degli anni 1960. Con l'aiuto dello stato, le grandi imprese adottarono un piano per portare ancora più avanti la loro integrazione verticale. Grazie a questa concentrazione economica il Giappone si è trovato pronto alla sfida lanciata negli anni settanta dalla concorrenza internazionale.

I processi di concentrazione e centralizzazione dell'economia hanno avuto inevitabilmente delle conseguenze anche nei rapporti tra capitale e lavoro. Uno dei maggiori problemi che ha dovuto affrontare il capitalismo nella fase imperialistica è stato quello di garantirsi la pianificazione dei cicli produttivi. Nell'epoca dei monopoli non era più concepibile, dal punto di vista borghese, il rischio di un blocco della produzione per uno sciopero dei lavoratori. La nascita del monopolio ha imposto al grande capitale di pianificare la produzione e quindi di ottenere dal proletariato la pace sociale. (3)

Il capitalismo statunitense, uscito vittorioso dal secondo conflitto mondiale, ha risolto i problemi della programmazione economica attraverso il patto fordista.

Dopo i grandi scioperi operai del 1946, che hanno visto i lavoratori protagonisti di un memorabile blocco della produzione durato oltre un mese, i vertici dell'industria automobilistica statunitense ottennero dai sindacati la garanzia della pace sociale concedendo in cambio consistenti aumenti salariali. Lo storico accordo alla Ford segnava l'inizio di un nuovo modo di gestire le relazioni sindacali, incentrate fondamentalmente sul coinvolgimento delle burocrazie sindacali nella gestione dell'azienda. Il sindacato nell'era del capitale monopolistico non rappresenta più gli interessi del mondo del lavoro, ma diventa lo strumento più efficace che ha in mano il capitale per garantirsi la pace sociale. Aumenti salariali in cambio di pace sociale è stato per decenni lo schema seguito dal capitale monopolistico per facilitare i propri processi d'accumulazione.

Le diverse condizioni economiche del Giappone rispetto a quelle degli Stati Uniti, hanno imposto alla borghesia nipponica di percorrere, nelle relazioni sindacali, una strada per certi versi alternativa rispetto a quella fordista. Un capitalismo fortemente concentrato e centralizzato ma distrutto dalle furie della guerra, pur avendo le stesse esigenze di quello statunitense, non poteva concedere alla propria classe operaia gli stessi aumenti salariali di cui ha potuto godere il proletariato americano. La borghesia nipponica doveva scegliere una diversa strada per assicurarsi la pace sociale. La garanzia dell'impiego a vita è stato lo strumento utilizzato dal capitalismo giapponese per ottenere dal proletariato una scarsa combattività. In base a questo sistema chi entra in un'azienda al termine degli studi vi rimane fino al momento di andare in pensione; si ha inoltre la sicurezza di avere automaticamente dopo un certo numero di anni aumenti salariali.

Questo modo di gestire il rapporto tra capitale e lavoro ha permesso alla borghesia giapponese di trovarsi di fronte un proletariato totalmente integrato nella realtà aziendale. La possibilità di lavorare in imprese prestigiose dotate di un ambiente di lavoro confortevole, salari leggermente più alti rispetto alla media nazionale, appartamenti concessi dall'impresa durante la durata del rapporto di lavoro e tutta una serie di altre concessioni sono stati determinanti nell'assicurare al capitale giapponese una scarsissima combattività proletaria ed una proverbiale propensione verso il lavoro straordinario.

L'impiego a vita ha caratterizzato i rapporti di lavoro soltanto nelle grande e media impresa; in queste realtà produttive trova impiego il 40% del totale della forza-lavoro. Nelle altre imprese di piccole dimensioni, il proletariato non gode del "privilegio" del posto a vita e risente delle fluttuazioni cicliche del sistema capitalistico.

Il ruolo dello stato

Il miracolo economico giapponese ha trovato nello stato uno strumento importantissimo. Sul contributo dell'apparato statale allo sviluppo capitalistico è sufficiente ricordare il ruolo svolto dal ministero del commercio internazionale e dell'industria (Miti) e l'Ufficio delle programmazione economica (Epa). Attraverso questi due organismi lo stato ha offerto servizi tecnici e finanziari al grande capitale, agevolando in maniera considerevole i processi d'accumulazione.

Rendere competitivi sui mercati internazionali le grandi imprese giapponese e nello stesso tempo garantire la concorrenza nel mercato interno è stato l'arduo compito di mediazione svolto nel corso di questo secondo dopoguerra dal Miti. Le leve di manovra del Miti sono state essenzialmente tre: l'incentivazione finanziaria a fronte di programmi di politica industriale, il controllo degli scambi con l'estero attraverso l'assegnazione delle licenze import-export e il supporto offerto al governo nella fase di preparazione ed attuazione dei disegni di legge.

La mancanza di materie prime ha obbligato il Giappone ad aprirsi al mercato internazionale, facendo del capitalismo giapponese un sistema fortemente proiettato verso l'esterno. Nella prima fase di rilancio produttivo, la scelta operata dal governo nipponico, attraverso il Miti, è stata quella di attuare una forte protezione tariffaria delle produzioni giapponesi, canalizzando in modo opportuno la valuta disponibile e nello stesso tempo opponendosi agli investimenti esteri sul territorio finché la debolezza strutturale delle imprese nazionali le avrebbe relegate ad un ruolo di secondo piano. Con tale compito il Miti si è posto come arbitro delle opportunità di sviluppo del sistema industriale giapponese.

Dopo questa prima fase essenzialmente di natura protezionista, raccogliendo le nuove esigenze del capitalismo giapponese, determinate da radicali cambiamenti quali-quantitativi, il Miti ha manifestato una grande flessibilità nel ridefinire il proprio ruolo ponendosi l'obiettivo strategico di coordinare il processo di sviluppo dell'economia giapponese. Questa seconda fase può essere collocata intorno alla metà degli anni settanta, quando in conseguenza dello shock petrolifero i maggiori paesi industrializzati sono stati costretti ad innalzare il livello tecnologico delle proprie produzioni. Di fronte al rincaro delle fonti d'energia, la ricerca di una maggiore competitività nei prodotti ad alto contenuto tecnologico sembrò l'unica strategia in grado di assicurare un adeguato saggio di profitto. Da una fase protezionista si passa ad una fase in cui bisogna individuare i settori strategici e le combinazioni prodotto/mercato ad alto valore aggiunto su cui canalizzare gli investimenti di ricerca.

Fra i tantissimi successi riportati dal Miti in questa seconda fase di coordinamento strategico ricordiamo l'iniziativa a favore del settore dei computers. Negli anni sessanta la politica protezionista del Miti ridusse la penetrazione commerciale americana dall'80% del 1959 al 20% del 1968. Nel 1961 il Miti costituì la Japan Electronic Computer Company (Jecc) che, beneficiando di prestiti a tasso agevolato concessi dal governo giapponese, acquistava computer dalle aziende produttrici e li affittava alla clientela finale. Nel 1976 grazie al programma di ricerca del Miti "very large integrated circuits project", il Giappone riusciva a produrre un chip da un milione di bit, superando di fatto la tecnologia americana nel campo dei semiconduttori.

Grazie al massiccio intervento dello stato nell'economia, il capitalismo giapponese riusciva in brevissimo tempo a recuperare gli standard produttivi tipici di una grande potenza mondiale.

La qualità totale

Negli anni settanta il Giappone inagurava una nuova fase nell'organizzazione produttiva e del lavoro. Grazie alla diffusione della microelettronica nei processi produttivi, la vecchia catena di montaggio viene definitivamente abbandonata a favore di modelli organizzativi completamente flessibili. Il taylorismo, che per decenni era stato scientificamente applicato nei processi produttivi, è definitivamente superato. I giapponesi sono i primi a cogliere le potenzialità rivoluzionarie dell'informatica nell'organizzazione del lavoro. Alla catena di montaggio si sostituiscono i famosi circoli di qualità che inaugurano su scala mondiale un modo nuovo di concepire la produzione: la qualità totale.

Questa si caratterizza per due fattori fra di loro complementari: la mancanza assoluta di difetti nella merce prodotta ed il relativo coinvolgimento del lavoratore nella vita aziendale. Il top management giapponese ha sempre cercato di migliorare le prestazioni dei lavoratori attraverso un maggiore coinvolgimento motivazionale alla crescita dell'azienda. Rispetto al capitalismo americano, che ha sempre affidato il miglioramento della qualità all'investimento tecnologico, la borghesia giapponese ha curato con maggiore attenzione l'aspetto delle risorse umane. La forza del capitalismo giapponese è nella qualità dei propri prodotti. Migliorare la qualità del prodotto è stata la carta vincente della borghesia giapponese di fronte ai morsi della crisi economica. La cultura d'impresa, il difetto zero, il just in time, i reparti flessibili, il controllo della qualità totale e la riduzione programmata dei costi sono nati proprio in Giappone ed hanno rappresentato una vera rivoluzione nell'organizzazione del lavoro.

Gli anni della crisi

La crisi strutturale che ha investito il capitalismo fin dai primi anni settanta non ha impedito al Giappone di proseguire nel suo portentoso sviluppo iniziato nell'immediato dopoguerra. Mentre il resto del mondo industrializzato ha fatto registrare tassi di sviluppo irrisori, in Giappone nei due decenni scorsi la crescita economica annua è stata del 4-5%. La ristrutturazione del sistema produttivo e la pronta risposta data ai problemi posti dallo shock energetico dei primi anni settanta, hanno permesso al capitalismo giapponese di dilatare meglio degli altri paesi i tempi della crisi economica. In questi due decenni assistiamo ad un radicale mutamento nei rapporti tra gli Stati Uniti ed il Giappone.

Negli anni ottanta l'imperialismo americano s'accorge di essere incapace di contrastare sui mercati internazionali ed interno l'aggressività economica giapponese. La competitività dei prodotti nipponici è tale da creare enormi difficoltà all'economia americana. In pochi anni, mentre la prima superpotenza al mondo accumula un gigantesco deficit commerciale, il Giappone fa registrare surplus commerciali via via crescenti.

Per attenuare l'espansione del deficit commerciale statunitense, il governo americano impone a quello nipponico nel 1985 gli accordi del Plaza con i quali si decide di svalutare il dollaro rispetto allo yen. Le ragioni di scambio tra le due monete passano da 237 yen per dollaro del settembre 85 ai 154 yen per dollaro dell'agosto dell'anno successivo, con una rivalutazione della moneta giapponese rispetto a quella statunitense pari al 54%. Nonostante la rivalutazione della moneta giapponese l'economia statunitense non recupera la competitività necessaria per imporsi sui mercati internazionali.

Grazie alla rivalutazione dello yen, il Giappone diventa una vera potenza finanziaria strategicamente fondamentale nell'ambito della finanza internazionale. Sono soprattutto i grandi investitori nipponici a finanziare il debito pubblico degli Stati Uniti, cresciuto a dismisura negli anni ottanta durante la follia reaganiana.

Agli inizi degli anni novanta anche il Giappone viene investito dall'onda lunga della recessione economica. Nel 1992 il PIL nipponico è cresciuto solo dell'1,1%, l'anno successivo per la prima volta nella storia del Giappone la crescita è stata pari allo zero, mentre nel 1994 l'incremento è stato solo dell'0,6%. Sono risultati finora vani gli sforzi fatti dalla banca centrale del Giappone nell'abbassare il tasso di sconto, sceso nello scorso settembre addirittura allo 0,5%. Solo nel 1997, dopo quattro anni di stagnazione, secondo previsioni ottimistiche il tasso di crescita dovrebbe attestarsi intorno al 2-2,5%.

La violenza della crisi si è manifestata con lo scoppio della bolla finanziaria e immobiliare del 1990, con una crisi bancaria di enormi proporzioni e la forte rivalutazione dello yen che ha intaccato la competitività delle merci giapponesi.

Nonostante la continua crescita del surplus della bilancia commerciale del Giappone, la forte rivalutazione dello yen ha messo in grosse difficoltà la competitività dell'industria del Sol levante. I salari dei lavoratori giapponesi, a causa dell'apprezzamento dello yen, sono diventati fra i più alti del mondo. Il considerevole aumento del costo del lavoro assume contorni preoccupanti per l'economia giapponese se consideriamo che la delocalizzazione all'estero, dove il costo del lavoro è decisamente più basso, riguarda "solo" l'8% della produzione industriale, mentre paesi come la Germania e gli Stati uniti hanno già affrontato il problema degli alti salari dei propri lavoratori delocalizzando rispettivamente il 25 e 28% della propria produzione industriale. Le intenzioni giapponesi di delocalizzare la propria produzione industriale si scontrano sia con l'accesa opposizione dei paesi del sud-est asiatici, che non vogliono subire passivamente l'aggressività dell'imperialismo nipponico, sia per le conseguenze occupazionali che produrrebbe tale processo. In Giappone è finita da un pezzo l'era della piena occupazione che, come abbiamo visto sopra, è stato uno dei fattori che ha dato stabilità al capitalismo giapponese. Il degradarsi della situazione economica ha imposto alle grandi imprese, strangolate dalle difficoltà finanziarie causate dall'indebitamento, di far ricorso ai licenziamenti e a mettere così fine all'impiego a vita.

Il fenomeno della disoccupazione, malgrado sia camuffato dalle statistiche governative (ricordiamo che in Giappone non sono considerati disoccupati quelle persone che non hanno mai lavorato), ha assunto le dimensioni di un fenomeno di massa. Il tasso ufficiale di disoccupazione è passato nei primi mesi dell'anno al 3,5%, ma numerosi organismi di ricerca non esitano a parlare di un tasso oscillante tra l'8 e l'11% della popolazione attiva, un livello uguale a quello degli altri membri del G7. Infatti se le statistiche ufficiali adottassero gli stessi criteri del ministero del lavoro americano il dato ufficiale sarebbe del 9%. A rendere le prospettive occupazionali ancora più fosche ci pensa lo stesso governo che in un documento pubblicato negli scorsi mesi ha dichiarato che le aziende giapponesi utilizzano una mano d'opera eccedente che sfiora i 6 milioni di lavoratori.

Ciò che più preoccupa della crisi giapponese è soprattutto la gravissima situazione in cui verso il sistema finanziario e bancario. La borsa di Tokyo, dopo la speculazione selvaggia degli anni ottanta che ha gonfiato a dismisura i valori dei titoli trattati, si è notevolmente ridimensionata e nel corso del 1995 ha fatto registrare un calo del 30% dell'indice Nikkei. Tale crollo, per il fatto che gli istituti bancari rappresentano un terzo dell'intero indice borsistico, ha avuto delle conseguenze disastrose sull'intero sistema bancario giapponese. Lo scorso anno le maggiori dieci banche del Giappone hanno subito un calo del 90% dei loro utili, mentre per la prima volta in questo secondo dopoguerra una banca nipponica, la Sumitomo bank, ha annunciato un risultato negativo di circa tre miliardi di dollari. Sempre lo scorso anno sono fallite due importanti banche giapponesi, la Tokyo Kyowa credit association e l'Anze credit bank; la stessa Daiwa bank, una delle maggiori dieci banche del mondo, a causa di speculazioni azzardate del responsabile della filiale di New York, ha perso nel 95 in pochissimi giorni oltre 2000 miliardi di lire. I casi qui citati rappresentano solo la punta di un iceberg di un fenomeno di enormi dimensioni come quello dei crediti irrecuperabili. Le autorità governative parlano di 40 mila miliardi di yen fra crediti irrecuperabile e a rischio, mentre, secondo gli osservatori internazionali, la cifra andrebbe raddoppiata, se non addirittura portata a 100 mila miliardi. Di fronte a queste cifre la casa americana Moody's assegnava il Giappone nella fascia D, in compagnia di paesi come la Cina, il Brasile ed il Messico.

La bolla finanziaria scoppiata in Giappone è strettamente legata alla crisi del settore immobiliare. Dopo un decennio di follie speculative, nel corso del quale il prezzo dei terreni urbani è addirittura raddoppiato, il mercato immobiliare è crollato trascinando con sé tutto il sistema bancario.

La crisi finanziaria del Giappone è aggravata dal pauroso debito pubblico, superiore a quello degli stessi Stati Uniti. Il governo nipponico è sempre stato restio a dare al fenomeno le giuste dimensioni, omettendo importanti voci passive del debito. L'indebitamento reale del Giappone raggiunge la colossale somma di 782 mila miliardi di yen (un yen vale oggi circa 13,8 lire italiane). Il deficit di bilancio ha superato nel 95 il 7,6% del Pil, mentre il debito consolidato ha invece raggiunto il 59,1% del Pil. Nel bilancio di quest'anno è prevista un'emissione di buoni del tesoro per quasi 47 mila miliardi di yen, destinati al pagamento dei debiti precedenti. Il ministro delle finanze, in uno studio pubblicato di recente, ha fatto delle stime sulle probabili dimensioni del debito nei prossimi dieci anni. Nel 2005 l'indebitamento del Giappone, fermo restando l'attuale livello di crescita, raggiungerà 1.400.000 miliardi di yen; ogni giapponese sarà indebitato per 11 milioni di yen.

Conclusioni

La recessione degli ultimi anni non ha scalfito la forza del capitalismo giapponese nell'ambito dell'economia mondiale. Attualmente circa il 17% del Pil mondiale ed il 65% di quello dell'area asiatica provengono dal Giappone. La forza industriale e finanziaria del Giappone si traduce in un surplus nella bilancia dei pagamenti che supera i 100 miliardi di dollari, mentre i beni prodotti all'estero dalle imprese giapponesi sfiorano i mille miliardi di dollari.

Questi dati, pur confermando l'importanza dell'economia giapponese nel ambito di quella mondiale, lasciano tuttavia irrisolti alcuni limiti del capitalismo nipponico. Mentre gli Stati Uniti e la Germania hanno a propria disposizione un mercato quasi omogeneo di dimensioni continentali dove poter esercitare il proprio dominio imperialistico, al Giappone tutto questo manca. I processi di globalizzazione, accrescendo la concorrenza sui mercati internazionali, hanno aperto nuovi scenari interimperialistici. In questo quadro, avere un proprio mercato interno capace di garantire uno sbocco alle proprie merci, senza affrontare i pericoli della concorrenza internazionale, è di vitale importanza. Stati Uniti, con il Nafta, e Germania, attraverso l'unificazione dell'Europa, sono riuscite a dare una risposta significativa a questo problema. Mentre queste due potenze possono contare su un mercato composto da centinaia di milioni di consumatori, il capitalismo giapponese è terribilmente indietro nel trovare una soluzione soddisfacente. L'area asiatica, per le caratteristiche economiche scarsamente propense al consumo (ricordiamo che nel sud-est asiatico esistono salari fra i più bassi al mondo), costituisce un mercato insufficiente per dare al Giappone gli spazi economici necessari per soddisfare le proprie esigenze imperialistiche. Il rischio che corre il Giappone è quello di subire un ridimensionamento nell'attuale fase di globalizzazione dell'economia.

La mancanza di un sufficiente autonomo mercato regionale ha delle conseguenze anche sul piano monetario. Quando si analizzano i rapporti tra le monete più importanti del sistema internazionale osserviamo che lo yen è scarsamente utilizzato sia negli scambi commerciali internazionali sia come moneta di riserva. Nonostante il peso dell'economia giapponese sia di gran lunga superiore a quello della Germania, è il marco il vero antagonista del dollaro nella spartizione del sistema monetario mondiale. (4) Se consideriamo l'importanza che ha avuto, e continua ad avere, il dollaro per il suo ruolo di moneta termometro del sistema internazionale nella ripartizione della rendita finanziaria, si può ben capire quale limite costituisca per il capitalismo giapponese avere una moneta scarsamente utilizzata negli scambi commerciali internazionali e nelle riserve monetarie.

Sul piano finanziario il ruolo giocato dal Giappone nel panorama internazionale riveste un'importanza ancora più determinante. Per l'alta propensione al risparmio delle imprese e delle famiglie nipponiche, il Giappone rappresenta la vera cassa di risparmio del pianeta. Le prime dieci banche mondiali, in termini d'attivo, nel 1995 sono state giapponesi; il più importante istituto americano si è classificato soltanto 26.mo. Nel 1993, il risparmio giapponese ammontava a 819 miliardi di lire pari al 56% del totale dei paesi OCSE. Una quota considerevole di tale risparmio viene impiegata nell'economia mondiale, soprattutto per finanziare il debito pubblico statunitense e le piazze borsistiche del pianeta.

La crisi che ha colpito il sistema bancario giapponese mette a dura prova la tenuta dell'intero sistema finanziario internazionale. La globalizzazione, creando la completa interconnessione dei mercati, ha accresciuto i pericoli di un crollo verticale dell'intero sistema finanziario. Il capitalismo mondiale se è stato finora in grado di assorbire le precedenti crisi finanziarie, vedi la crisi messicana, difficilmente sarebbe in grado di fronteggiare una crisi se questa scoppiasse nel cuore del sistema mondiale. Il fragile equilibrio del sistema finanziario internazionale è ora seriamente minacciato anche dalla voragine del debito pubblico giapponese. Per attirare i capitali necessari a finanziare tale voragine, il neo eletto premier Hashimoto ha annunciato un piano di completa liberalizzazione del mercato finanziario. L'insieme di queste misure fanno aumentare enormemente il rischio che il Giappone ritiri i fondi depositati all'estero per mettere ordine alle proprie casse. Se ciò dovesse accadere si avrebbe un vero e proprio terremoto finanziario con ripercussioni catastrofiche sull'intero sistema capitalistico.

Lorenzo Procopio

(1) Vedi in proposito i numerosi articoli apparsi negli anni passati su questa stessa rivista.

(2) Leggere l'articolo "Il mondo senza confini" apparso sul numero scorso di Prometeo.

(3) Vedi in proposito il nostro opuscolo "Il sindacato nel terzo ciclo d'accumulazione del capitale".

(4) Leggere l'articolo "Crisi del dollaro e nuovi equilibri monetari" apparso sul numero 10 di Prometeo.

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