Sulla transizione - 1a parte

La critica della rivoluzione senza transizione e della transizione senza rivoluzione

La ripresa della riflessione e del dibattito tra i comunisti sulla transizione al comunismo non è esercizio meramente dottrinario, ma è fondamentale per vari motivi, tra cui spicca la necessità di accompagnare la critica al capitalismo con l'affermazione esplicita della sua negazione dialettica: il programma comunista.

Tale necessità è tanto più impellente, dato che da almeno 75 anni ogni confronto sul tema all'interno del movimento operaio, controllato dagli stalinisti prima e dai suoi nipotini poi, è stato liquidato, da quando cioè la transizione al comunismo fu identificata con l'esperienza economica e politica dell'URSS, laddove non era mai nemmeno iniziata, essendosi quella società stabilizzata, come vedremo più avanti, in una forma inedita di capitalismo di stato.

Per la verità l'ultimo Stalin decise di riprendere l'argomento in un'operetta del 1952 "I problemi economici del socialismo in URSS", nel quale esplicitamente teorizzò il suo "socialismo", in cui vigevano le fondamentali leggi del capitalismo (mercato, legge del valore, ecc.).

In epoca di destalinizzazione si riprese a discutere sulla transizione, ma esplicitamente nel senso di porre la possibilità di un passaggio al socialismo, ferme restando le istituzioni economiche e politiche borghesi, attraverso "riforme di struttura", cioè cooperative, qualche nazionalizzazione e qualche legge per la rigidità salariale e la riduzione dell'orario di lavoro (1). Dopo allora fino ad oggi, la discussione sul programma di transizione è stata ritenuta inutile esercitazione astratta (meglio pensare ai bisogni immediati) o sulla suggestione di qualche altra esperienza di capitalismo di stato, come quella cinese o cubana, si è concentrata sugli aspetti delle nuove esperienze che erano ritenute salti di qualità rispetto alle precedenti: metà studio - metà lavoro, comuni agricole e continuazione della lotta di classe (lotta tra le due linee all'interno dello stesso partito comunista) nel socialismo.

Oggi è fuori moda discutere del programma comunista, ma, quando qualcuno degli eredi di Gramsci, Stalin o Mao si cimenta sull'argomento, non si va al di là di piena occupazione, nazionalizzazioni, uguali opportunità e... democrazia.

Come si vede il danno maggiore alla fiducia delle masse proletarie nella prospettiva comunista non è venuto dal crollo del muro di Berlino e dal catastrofico implodere di tutto il "campo socialista", ma dalla costruzione di quei cattivi modelli nati dalla sconfitta di 75 anni fa e difesi con tutti gli strumenti militari o ideologici, a secondo delle fasi, dai controrivoluzionari stalinisti e poststalinisti.

Ma quella che noi abbiamo sempre chiamato controrivoluzione staliniana non è stata certo la causa, ma la conseguenza di un blocco del processo rivoluzionario. Chiaramente la rivoluzione di ottobre, come qualsiasi rivoluzione comunista, che anche in futuro dovesse rimanere isolata, non poteva avanzare verso il comunismo.

Il processo rivoluzionario fu diretto dal partito bolscevico con la coscienza che si trattasse solo della prima tappa della rivoluzione mondiale. Come si sa le cose andarono diversamente, a causa del fallimento della rivoluzione in Germania, in Ungheria e in Italia. Non è questa la sede per analizzare le cause di quel fallimento, che va comunque collegato sul piano soggettivo ai ritardi nella rottura con il riformismo da parte dei comunisti e alla sottovalutazione degli strati avanzati della classe operaia del pericolo socialdemocratico e del carattere violento dello stato democratico borghese. Sta di fatto che, malgrado la fondazione della terza internazionale, la fase rivoluzionaria rifluì e il movimento di classe dappertutto subì i colpi della reazione.

In URSS dopo il periodo del cosiddetto "comunismo di guerra", cioè il prelievo forzato delle scorte di grano dai contadini per alimentare gli operai rivoluzionari e le truppe dell'esercito rosso impegnate contro le guardie bianche, che da parte di Lenin e del gruppo dirigente bolscevico non fu mai spacciato per economia socialista, ma considerato pura emergenza per battere la controrivoluzione, il partito dovette porsi il problema della ricostruzione economica postbellica. Il disegno di Lenin, che trovò difficoltà di ascolto anche nel suo stesso partito, come dimostrò riproducendo nel suo scritto del 1921 "Sull'imposta in natura" (2) una parte del suo opuscolo di tre anni addietro "Sull'economia russa contemporanea", era fin dal 1918 chiaro: favorire lo sviluppo del capitalismo di stato contro le tendenze economiche più arretrate e migliorare le condizioni dei contadini, per riuscire a difendere così la dittatura del proletariato, in attesa dell'estensione del processo rivoluzionario in Europa.

Alla domanda se era possibile difendere la dittatura del proletariato, conciliando con gli interessi dei contadini, Lenin rispondeva di sì, cogliendo anzi nella mediazione con i contadini l'unica possibilità di salvaguardare insieme gli interessi immediati degli operai all'approvvigionamento, le esigenze di sviluppo delle forze produttive dei contadini e la difesa della dittatura del proletariato, cioè la direzione degli operai e del loro partito su tutta la società.

In questo articolo non ci interessa commentare la politica della NEP e le sue conseguenze sia sui rapporti di classe interni all'URSS, sia sulla linea dell'Internazionale Comunista, quello che è certo è che Lenin era cosciente che si trattasse di un ripiegamento e non mistificava sul carattere di costruzione di capitalismo delle misure proposte, anche se di un capitalismo, che pur facendo anche concessioni ai privati, si incanalava nell'alveo del capitalismo di stato, specialmente tramite il monopolio del commercio estero, per cui era maggiormente controllabile dalla classe operaia e dai comunisti al potere.

Non entriamo nel merito dello scontro tra i bolscevichi dalla fine del 1920 al 1923, che Lenin, fino a quando stette in buona salute, riuscì col suo prestigio in qualche modo sempre a risolvere, salvaguardando l'unità del partito, ma osserviamo solo che l'atteggiamento di Lenin sulle varie questioni, ruolo dei sindacati, questione dell'autodeterminazione, lotta al burocratismo, vanno tutte nella direzione di salvaguardare gli strumenti di azione e di maturazione della classe operaia anche nei confronti della direzione statale e impedire che lo stato sovietico si trasformi in un apparato burocratico e militarizzato, incapace quindi di far crescere il livello di coscienza dell'insieme della classe operaia, unica possibilità di resistere non solo a un crollo dovuto alle aggressioni militari esterne dei paesi capitalisti, ma a una involuzione interna, favorita dall'arretratezza economica.

Lenin ci appare cosciente in quegli anni che la situazione in Russia è ancora di trapasso rivoluzionario e che lo rimarrà fino alla rivoluzione in Europa; ci sembra che egli non sottovaluti, ma nemmeno sopravvaluti il potere in mano ai bolscevichi e la dittatura del proletariato, come garanzie di una lineare avanzata verso il socialismo. La difesa da lui fatta di un ruolo autonomo dei sindacati ci appare comprensibile solo nel quadro di un'ipotesi non di inizio della transizione al socialismo, ma di creazione delle sue condizioni strutturali, cioè il capitalismo di stato (inevitabile passaggio in un paese arretrato), per cui sarebbe stata rischiosa una loro funzione prevalentemente produttivistica e in simbiosi con lo stato, necessitando invece un loro uso prevalente, come difesa degli interessi immediati operai e scuola di comunismo.

Ma Lenin va al di là della sola individuazione dell'arretratezza economica della Russia a maggioritaria produzione agricola, per cui il capitalismo di stato sarebbe già un passo in avanti, e anche nella definizione della forma dello stato ha il coraggio, in un importante intervento all'VIII congresso dei soviet nel dicembre del 1920 (3), di dichiarare lo stato sovietico uno stato operaio-contadino, scandalizzando il poco dialettico Bukharin.

Lenin da marxista era chiaramente cosciente che la rivoluzione russa era stata condotta e vinta dal blocco di due classi e che il dato strutturale di un'economia a prevalenza di piccola produzione agricola e di una popolazione a maggioranza contadina non poteva non avere riflessi sulla natura dello stato e sulla necessità di conservare l'unità delle due classi produttrici, pena la fine della direzione operaia e comunista e il crollo del potere sovietico.

In conclusione l'URSS, quando esce dalla guerra civile e quindi comincia a essere possibile una stabilizzazione del potere e un principio di edificazione economica, è sul piano politico uno stato operaio e contadino, con continui rischi di burocratizzazione e con continue tensioni delle varie classi e sul piano economico una società a prevalente economia agricola arretrata e frammentata che fa i primi passi verso uno sviluppo industriale, da incanalare ancora verso il capitalismo di stato. Nessuna pura dittatura del proletariato e nessuna economia socialista; i caratteri socialisti sono solo ideologici (e sono precedenti agli effetti distruttori della guerra civile) e si riscontrano nella forte tensione internazionalista della classe operaia, nella sua abnegazione che arriva al rifiuto di mercificare una parte del suo lavoro durante la guerra civile (sabati comunisti) e nel suo eroico sforzo militare contro le guardie bianche.

Se vivo Lenin, e per sua esplicita ammissione, la transizione in URSS non era ancora iniziata, quando sarebbe iniziato questo processo?

Non solo gli stalinisti, che hanno creduto nella favola del socialismo in un paese solo, ma anche i Trotskisti che hanno rivendicato il carattere internazionale della rivoluzione comunista, e i teorici della nuova sinistra antiautoritaria, simpatizzanti di Mao o della Luxemburg, non hanno mai messo in discussione il carattere socialista dell'economia sovietica durante il periodo staliniano e poststaliniano. Prescindendo dall'opportunismo tattico, tale posizione si spiega con l'identificazione della socializzazione dei mezzi di produzione con la statalizzazione dell'economia.

Dopo la morte di Lenin avvenne la spaccatura del partito bolscevico, ma nessuna delle correnti, sul piano economico, espresse una prospettiva diversa da quella della cosiddetta "accumulazione socialista", che altro non fu che accumulazione primitiva capitalistica, basata su forte estrazione di plusvalore assoluto dagli operai e supersfruttamento dei contadini nelle campagne. Le differenze riguardavano i tempi e il diverso rapporto con i contadini. Trotski avrebbe voluto un'accelerazione del processo di industrializzazione, anche aumentando il prelievo forzato dai contadini, Stalin e Bukharin, invece, in un primo tempo sembravano voler proseguire con più cautela, in maggiore continuità con la NEP. Ma alla fine fu proprio Stalin, spinto dalle forze ormai attivate dell'accumulazione capitalistica di stato, a portare all'eccesso il processo di concentrazione dell'economia, attraverso industrializzazione e collettivizzazione forzata. A questo punto ci pare ideologica e poco rilevante la contraddizione Stalin-Trotski, con il primo convinto che tali realizzazioni avviassero la costruzione del socialismo in un solo paese, anche senza ripresa di movimenti rivoluzionari in Europa e con una tattica spregiudicata nei confronti dei paesi capitalistici e il secondo fermo sul giudizio che per un passaggio pieno a una società socialista fosse necessaria la rivoluzione internazionale. I giochi in realtà erano fatti dal 1923 dopo il fallimento dell'ultima insurrezione tedesca e con il mutamento, imposto dai bolscevichi, della tattica dell'Internazionale comunista.

Stentarono a capirlo anche comunisti di sinistra, pur criticando la linea nazionalistica e compromissoria con le borghesie occidentali di Stalin, ritenendo che, non esistendo in URSS una borghesia proprietaria privata, non si potesse parlare di sistema capitalistico. La dizione capitalismo di stato, riferita all'URSS, adottata dal nostro partito dalla sua nascita, ci fu rimproverata dallo stesso Bordiga, che pur era stato tra i primi a individuare fin dal 1926 le tendenze alla degenerazione capitalistica del sistema sovietico.

Nel 1951, polemizzando ferocemente col compagno Damen, preferì la definizione di "Industrialismo di stato" e quindi di una fase di transizione al capitalismo non ancora del tutto terminata (4). Scrisse anche che il compito che Stalin aveva realizzato era comunque rivoluzionario, anche se nel quadro borghese, avendo portato una società semifeudale a un possente sviluppo delle forze produttive. La società sovietica, secondo Bordiga tendeva indubbiamente al capitalismo, ma il processo non si sarebbe completato fino a che non si fossero formate specifiche classi appropriatici di plusvalore, essendo lo stato nella società capitalistica la sovrastruttura politica, garante del potere borghese, ma non l'imprenditore collettivo, pur potendo assumere un ruolo nell'economia (5). In più Bordiga in una delle lettere (6) a Damen sosteneva che nella storia era stato possibile un potere politico conservatore, nel quadro di un'economia avanzata (come in Inghilterra nell'ottocento) e che questo poteva essere possibile anche per l'URSS: il carattere controrivoluzionario dello stato sovietico fin dal 22 sarebbe consistito nelle scelte politiche non in quelle economiche, e cercò di rafforzare questa tesi, ricordando il comune accordo della sinistra con la politica della NEP nel 1921, cioè ripiegamento economico e continuazione dell'offensiva rivoluzionaria (7).

Ben fece il compagno Damen a rispondergli che, al di là del pronunciamento all'epoca, in sede di bilancio, visti gli sviluppi di quelle scelte, la sinistra rifiuterebbe l'insieme della politica bolscevica di allora (8). In realtà Damen e il nostro partito furono gli unici, durante e dopo la II guerra, a cogliere la reale natura dell'URSS, e il suo carattere non solo pienamente capitalista, ma imperialista, con una pericolosità uguale a quella dell'imperialismo americano, al di là della maggiore forza in quest'ultimo di capitali e forze produttive.

Anche alcune interpretazioni del sistema sovietico recenti, che si pongono in continuità con l'analisi di Bordiga, come quella di Giancarlo Tacchi (9), pur distinguendosi per l'aver finalmente trovato le classi sociologicamente intese, cosa che mancava negli scritti del maestro, ci appaiono viziate da meccanicismo e intellettualismo. Tacchi, pur individuando caratteristiche di sfruttamento semischiavistico della forza lavoro sotto Stalin, insiste sul carattere progressivo dal punto di vista economico dell'era staliniana, come"radicale rivoluzione industriale dall'alto" (10), distinguendolo dal livello politico apertamente reazionario.

Ma che significa nella fase imperialista il cercare ancora uno sviluppo lineare nelle forme di produzione, se non applicare un metodo di evoluzionismo meccanicistico? E ancora come ritenere progressivo dal punto di vista economico, e anche meno sanguinoso dello sviluppo capitalistico nel 1800, lo stalinismo, dopo un momento di rottura proletaria comunista, di cui fu l'affossatore? Significa forse che oggi in piena mondializzazione del mercato capitalistico e di concorrenza interimperialistica dovremmo plaudire ad un progresso industriale di uno specifico capitalismo o di un paese arretrato non ancora pienamente capitalistico (ma pur sempre controllato da un paese imperialista), ad esempio salutare entusiasti una "rivoluzione industriale dall'alto" in Afghanistan o in Nepal, anche se superschiavizzasse il lavoro?

Quando la contraddizione sul piano storico si manifesta come contraddizione tra proletariato e capitale, pur nello sviluppo ineguale di quest'ultimo, non ha senso leggere come aspetto progressivo economico una vittoria del capitalismo sulla classe operaia, specialmente poi quando, come nel caso dell'URSS, le conseguenze della sconfitta di classe pesano ancora oggi. La disquisizione che poi Tacchi fa (11) tra la fase staliniana, dove il capitale esiste solo come categoria economica e politica, ma non ancora sociale, essendosi sviluppata un'effettiva "rete di interessi di classe" solo da Kruscev in poi (prima con la borghesia colcosiana, poi con quella urbana, che avrebbe col suo rafforzamento determinato la perestroika Gorbacioviana e infine la dipendenza Eltsiniana dal capitalismo straniero) ci appare francamente una questione di lana caprina, tesa solo a giustificare, come in Bordiga, il carattere debole del capitalismo sovietico, rispetto a quello occidentale e l'inevitabilità della sua dipendenza, sottovalutando la sua natura imperialista. Sapere a posteriori che il capitalismo ultra monopolistico dell'URSS ha risentito prima degli altri della crisi generale del capitale (12), apertasi negli anni 1970, non giustifica tale sottovalutazione, né sul piano teorico, né su quello politico (13).

Il capitale, nell'analisi marxiana, pur avendo visto il suo sviluppo storico concreto in Europa connesso alla nascita di una classe di proprietari privati di mezzi di produzione, non si identifica socialmente con questa "rete" sociologica, ma col processo di espropriazione del lavoratore indipendente e l'asservimento del lavoro vivo, così liberato e disponibile sul mercato, al lavoro morto.

Nella gran parte dei paesi l'accumulazione primitiva è stata favorita dallo stato, anche laddove una classe di proprietari privati non si era formata; d'altra parte la tendenza al monopolio è connaturata al sistema capitalistico e non va vista solo come caratteristica di una sua fase ultima, prova ne sia il fatto che, pur osannando la libera concorrenza, il capitalismo si è sviluppato principalmente attraverso il protezionismo. Insomma per riconoscere il capitale nella pienezza delle sue funzioni non ci interessa individuare la borghesia sociologicamente intesa, ma ci basta riscontrare la riproduzione allargata del capitale e la conseguente accumulazione dello stesso a spese dell'estrazione di plusvalore, sia esso prevalentemente assoluto, come fu per molti anni sotto Stalin in Russia, o relativo, come è la tendenza prevalente del capitale nel suo sviluppo. La distinzione tra un capitalismo giovanile e uno maturo ci interessa poco dal punto di vista di classe, avendo tutti e due i tipi mostrato le selvagge forme di sfruttamento della forza lavoro di cui sono capaci.

Per chiarezza dobbiamo dire che queste posizioni che residuano ancora oggi in formazioni politiche e singoli studiosi, che si richiamano alle migliori tradizioni della sinistra antistalinista, sono conseguenza di un limite storico di interpretazione delle vicende russe, a sua volta dipendente da un limite teorico di analisi dei caratteri della transizione al comunismo.

Già abbiamo analizzato nel numero scorso di Prometeo i difetti dell'approccio teorico dei consiliaristi olandesi del GIK (14), ma dobbiamo ora far riferimento, anche se sinteticamente, alle difficoltà di analisi che ha mostrato anche la sinistra italiana nell'emigrazione.

Le posizioni espresse dalla rivista Bilan, specialmente ad opera di Vercesi (15), che produssero anche un dibattito con il luxemburghiano Hennault, condizionato in parte dalle riflessioni della sinistra olandese, pur criticando la degenerazione del potere sovietico in senso antiproletario, teorizzano l'inevitabilità nella fase di transizione della dittatura del partito comunista, negando la possibilità di uno stato operaio, cioè della dittatura del proletariato come classe. Il ragionamento di Bilan si basa sulla convinzione che l'unico errore attribuibile allo stato sovietico fosse l'abbandono di una politica internazionalista, perché all'interno non si sarebbe potuto fare altro che quello che si fece. Ora se questa tesi si fosse limitata alla comune valutazione che la rottura, essendo avvenuta in un paese economicamente arretrato come la Russia, impediva l'inizio della transizione, ci troverebbe chiaramente d'accordo, ma il discorso viene sviluppato nella direzione di negare, anche in caso di rivoluzione proletaria in un paese avanzato, la possibilità di misure economiche e politiche di transizione. In tutti i casi in un paese solo, sino alla mitica rivoluzione internazionale, l'economia non potrebbe che essere ancora capitalistica, basata sulla legge del valore, e la politica non potrebbe che essere totalitaria.

Lo stato, sull'onda di un'interpretazione schematica della frase di Lenin in "Stato e rivoluzione"sulla dittatura proletaria come "stato borghese senza borghesia", sarebbe sempre un'escrescenza borghese, per cui all'URSS non andrebbe mossa la critica di aver realizzato la dittatura del partito, ma quella di non aver concesso nella fase di transizione né il ruolo contrattualistico del sindacato, né il diritto di organizzazione all'interno di esso di frazioni sia anarchiche, sia socialdemocratiche, seppure impedendogli la trasformazione in partiti. Coerentemente, se l'economia di transizione resta capitalistica e lo stato rimane borghese, è necessario organizzare gli operai con strumenti di difesa e garantire in qualche modo libertà di espressione e di sciopero.

Tale posizione, rompendo lo stretto intreccio tra transizione politica, cioè forma radicalmente nuova dello stato proletario, e inizio della negazione dei rapporti di produzione capitalistici, sottovaluta la necessità di un effetto moltiplicatore della prima eventuale rottura comunista sul processo di estensione della rivoluzione a scala internazionale, che può essere favorito solo dalle novità determinatesi dopo la prima rivoluzione nel rapporto politico tra le classi e nei rapporti di produzione, che se non possono di colpo fare un salto nella produzione e distribuzione socialiste, fanno da subito i primi passi in quella direzione.

Se lo stato è di per sé l'organizzazione funzionale agli interessi di una classe dominante, quindi dell'esistenza di una società divisa, e necessariamente dovrà estinguersi nella società senza classi, non bisogna però dimenticare che, dopo la presa del potere da parte del proletariato, la nuova classe dominante è quest'ultimo e realizza con la sua dittatura - in un percorso che inizia subito anche in un sol paese, ma che non può, per essere vittorioso, che svilupparsi internazionalmente - il superamento dello sfruttamento e la gestione dei mezzi di produzione e dei prodotti per soddisfare i bisogni di tutti i lavoratori.

Lo stato proletario è da subito un semi-stato, come è stato descritto da Marx, Engels e Lenin sulla base dell'esperienza della Comune di Parigi; il che non gli impedisce di avere la forza di reprimere il pugno di capitalisti e tutti coloro che appoggiano la controrivoluzione borghese e di sostenere con tutte le forze il proletariato rivoluzionario degli altri paesi.

Vercesi parla invece della funzione storica dello stato come necessità nata dall'impossibilità di soddisfare, per arretratezza delle forze produttive, i bisogni di tutta la società e tale funzione si conserverebbe anche dopo la rivoluzione socialista in un solo paese, per cui esso non potrebbe realizzare misure socialiste e nemmeno egualitarie, fino alla vittoria rivoluzionaria in tutti i paesi, che sola realizzerebbe le "condizioni tecnico produttive in grado di porre le basi reali della società comunista". In questa concezione niente semi-stato proletario e niente transizione, ma dittatura del partito comunista, come sezione dell'Internazionale, che conserva inevitabilmente le disuguaglianze di classe e le forme di gestione dall'alto di qualsiasi stato, in attesa della rivoluzione mondiale. Questa idea non viene nemmeno riferita solo all'esperienza della rottura rivoluzionaria in un paese arretrato, come la Russia, ma generalizzata a tutti i paesi. Vercesi afferma:

In campo economico lo Stato proletario può avere solo l'obiettivo di essere uno strumento in mano agli operai ai fini della lotta rivoluzionaria decisiva (la rivoluzione mondiale), come ai fini di sostegno dei sindacati che avanzano rivendicazioni immediate per il miglioramento delle condizioni di vita. (16)

Secondo questa tesi dopo la presa del potere, che rappresenta il punto più alto della coscienza di classe, il proletariato arretrerebbe alla condizione di movimento rivendicativo per difendersi dagli effetti di una politica economica, sostanzialmente immutata dopo la socializzazione dei mezzi di produzione, e per cercare di aumentare la percentuale di ricchezza prodotta destinata ai salari, rispetto alla parte accumulata (17).

Pur dando atto a Vercesi e alla frazione della sinistra comunista di aver fatto il maggior tentativo di bilancio da un punto di vista di classe dell'esperienza dell'URSS e di aver tenuto vivo il dibattito sulla transizione, sui rischi di sconfitta proletaria anche dopo la presa del potere e sui compiti internazionali della rivoluzione comunista, dobbiamo attestare in quelle posizioni del 1935 gravi limiti teorici sulle caratteristiche e funzioni dello stato proletario e sulla connessione dei suoi compiti politici con quelli "economici"di superamento dei rapporti di produzione capitalistici, che allontanano la riflessione dall'impostazione che Marx ha dato al problema.

D'altra parte anche Bordiga nel "Dialogato con Stalin" aggiunge alle due tappe previste da Marx per il passaggio al comunismo una terza che le precede, detta stadio di trapasso, in cui vige ancora economia mercantile, anche se in decrescita, e "forme di privata disposizione" e definisce questa tappa "economia di transizione" (18).

Ancora nel 1952, quindi, si continua a generalizzare quello che per Lenin era un ripiegamento, dovuto insieme al ritardo della rivoluzione europea e all'arretratezza economica russa, trasformandolo in una fase necessaria. La motivazione è che il proletariato non può abolire di colpo le classi non proletarie (19); ma il problema è mal impostato: il proletariato non abolisce mai le altre classi; superata la fase della guerra civile e stabilizzato militarmente il suo potere impone invece la sua dittatura su di esse e inizia un percorso di liberazione dalle "leggi" economiche capitalistiche, che da subito rende impossibile l'accumulazione capitalistica e la ricostituzione di classi privilegiate. Le classi non proletarie, al pari dello stato, dopo la repressione dei controrivoluzionari (che non sono necessariamente capitalisti, da un punto di vista sociologico) e l'abolizione di gran parte dei diritti borghesi (non di tutti perché come vedremo in una prima fase ne residuano alcuni) non vengono abolite, ma si estinguono, peraltro solo a una condizione: che i meccanismi strutturali su cui si basava la loro riproduzione siano intaccati (20). Se la classe operaia riesce a prendere il potere in un paese avanzato, pur se isolata per un certo periodo, il suo stato operaio inizia subito il processo di transizione strutturale al comunismo, pur se gradualmente, e i successi della classe operaia di quel paese fungono da acceleratori del processo di allargamento internazionale della rivoluzione.

Un'altra motivazione forte per la ripresa del dibattito sulla transizione è la tendenza di gruppi più o meno radicali, ma tutti sostanzialmente neo-riformisti, a considerare la transizione come processo costantemente in atto già nella fase borghese, rimuovendo la necessità del salto rivoluzionario.

Tali posizioni circolano principalmente tra gli eredi di quella che fu la cosiddetta Autonomia Operaia, sia tra i moderati che si raccolgono nel movimento delle cosiddette Tute Bianche, sia tra quelli che rivendicano un loro più deciso classismo, presenti principalmente in alcuni centri sociali.

Ai primi, suggestionati dalle nuove teorie sul capitalismo cognitivista, abbiamo dedicato già un articolo critico su un precedente numero di questa rivista (21), dimostrando che il loro rifiuto della teoria del valore di Marx li conduce soltanto al recupero della politica tradizionale della democrazia piccolo borghese, il superamento della lotta di classe e la rivendicazione dei diritti di cittadinanza.

I secondi oscillano tra la "pratica dell'obiettivo" o meglio il simbolismo dell'atto e una vertenzialità più o meno massimalista, spacciata per antagonismo al sistema globale del capitale.

Al di là della critica alle posizioni politiche di queste aree, ai fini del rilancio di un corretto e credibile discorso sulla transizione, ci interessa far notare che i cattivi maestri, che hanno contribuito a mettere in soffitta il marxismo e la prospettiva comunista, non provengono solo dal campo dello stalinismo e di tutti i suoi epigoni, ma anche da quegli intellettuali che si atteggiavano a loro principali critici in nome degli interessi operai.

Conviene quindi ritornare alle tesi di quello tra questi cattivi maestri che ha avuto e continua, ahinoi, ad avere più influenza in ambienti di sinistra giovanile radicale, Antonio Negri. Questo personaggio, dopo avere deliberatamente teorizzato, negli anni che vanno dalla seconda metà degli anni settanta alla prima degli ottanta, la necessità di superare ogni visione dialettica del processo rivoluzionario, riscontrando in tale visione i limiti storici del marxismo, ha elaborato coerentemente una teoria della transizione, che fa a meno della rivoluzione comunista, ritenuta anzi, proprio in quanto negazione dialettica del capitale, irrimediabilmente connessa ad esso e destinata a riprodurre il comando sulla forza lavoro. Il suo ragionamento, se benevolmente lo vogliamo così chiamare, parte da un'analisi, ovvero uno stravolgimento, dei "Grundrisse" di Marx, e in particolare del famoso "Frammento sulle macchine" (22). Sappiamo che in questo esempio potente di dialettica materialistica Marx vuol dimostrare la sempre maggior evidenza, con lo sviluppo del macchinismo, della contraddizione tre forze produttive e rapporti di produzione capitalistici.

La legge del valore, che è la legge fondamentale del sistema capitalistico e che, finché esso avrà vita, avrà sempre carattere oggettivo, mostra la sua base misera a fronte dell'enorme riduzione del lavoro necessario, attraverso il massimo sviluppo della potenza dei mezzi di produzione. Il capitalismo sfrutta questa potenza ai soli fini di accrescere il pluslavoro degli operai e, usando le parole di Marx, "esso diminuisce il tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro necessario, per accrescerlo nella forma del tempo di lavoro superfluo; facendo quindi del tempo di lavoro superfluo - in misura crescente - la condizione di quello necessario". Questo è il funzionamento oggettivo del sistema capitalistico e potrebbe perdurare fino a esperienze catastrofiche, se il proletariato non comincerà a combatterlo sul serio.

Il fatto che Marx (e non solo in questo frammento, né solo nei "Grundrisse", ma in tutta la sua opera) in questa tendenza del capitale che, sulla base del valore di scambio, accresce la potenza sociale della produzione a vantaggio esclusivo del profitto e a danno della maggioranza della popolazione (a cui viene pagato solo il prezzo della sopravvivenza e spesso nemmeno quello) abbia visto anche la condizione di far saltare in aria questa base limitata e abbia affermato il carattere realistico della rivoluzione comunista, a noi appare chiaro; ma le condizioni strutturali per la realizzazione del comunismo non implicano che la classe operaia abbia già iniziato il suo percorso di liberazione e che lo possa iniziare prima di una rivoluzione "politica con un'anima sociale" (23), cioè della rivoluzione proletaria.

Ma la lettura di Negri è molto diversa. Per lui Marx avrebbe anticipato la situazione che lui crede di leggere nella realtà contemporanea: secondo lui la forza lavoro, da quando l'aumento della composizione organica del capitale ha ridotto al minimo il lavoro necessario e il capitale ha realizzato la sussunzione reale del lavoro, non è più una parte del capitale, né tanto meno la parte che lo valorizza, dato che il valore non è più determinato dal lavoro inglobato nelle merci. Non vigendo più la legge del valore, non esistendo cioè più un oggettivo funzionamento del sistema capitalistico, che colleghi la vita operaia a quella del capitale, il dominio capitalistico sarebbe solo di natura politica; per la prima volta nella storia, arcanamente, non ci sarebbero più basi strutturali di un potere di una classe su un'altra. La classe operaia, operaio massa prima, operaio sociale poi, scomparsa la legge del valore, comincia ad avere un ruolo indipendente dal capitale e ad autovalorizzarsi

Basti leggere quello che scrive, dopo vari capitoli in cui cerca faticosamente di mistificare i "Grundrisse", nell'ottavo capitolo del suo "Marx oltre Marx" (24), dedicato a "comunismo e transizione". Qui non riesce a reinterpretare Marx in chiave antidialettica ed è costretto a differenziarsi dall'analisi della transizione presente nei "Grundrisse":

Il percorso del comunismo [in Marx - ndr] e quello della transizione sono paradossalmente unificati sul lato della negazione del capitale, sul lato oggettivo di questa negazione, essi costituirebbero un dopo. È chiaro che questa posizione del problema non mi piace. Mi sembra irrealistica ed utopistica [sic]. (25)

E ancora ne "Il comunismo e la guerra" (26) afferma:

La separazione [tra capitale e operaio sociale - ndr] è radicale e profonda. A partire da essa non è più neppure importante il problema della rivoluzione, ma quello della transizione, dello sviluppo dell'indipendenza e della separazione. La logica della guerra è tutta da applicare al pensiero della transizione. (27)

Nel suo vaneggiamento, in questo testo, Negri vede la transizione, come processo già in atto nella società capitalistica, in quella che lui chiama prima autovalorizzazione operaia e poi, con un ulteriore passaggio (sono tutti passaggi nella sua testa indubbiamente molto fantasiosa!), autodeterminazione e che ha scoperto nei movimenti alla fine degli anni settanta. Questa autodeterminazione, che lui definisce come "espressione del comando" del soggetto proletario contro il comando capitalistico, riesce a destabilizzare lo stato. Poi si domanda se questa destabilizzazione ha una funzione difensiva e risponde:

Non direi proprio perché questo rifiutarsi al capitale è comandare, è esprimere normatività, è dare figura definitivamente vincente alla lotta contro il lavoro e lo stato,

concludendo senza mezzi termini così:

Autodeterminazione è passaggio aperto e cosciente alla fase di transizione al comunismo. (28)

Qualche compagno che non avesse avuto la pazienza (lo invidiamo) di leggere Negri, reggendo al suo esoterico e fantasioso linguaggio, e che non avesse mai conosciuto qualche suo epigono, potrebbe esclamare: "Ma si tratta di un anarchico che rifiuta lo stato operaio di transizione e vuole realizzare il comunismo subito; errore, ma perlomeno di sinistra".

Ma basta soffermarsi un po' su quella parolina della citazione precedente "normatività" e poi leggere un'altra pagina dello stesso testo per capire dove va a parare il discorso. A pag. 71 (ed è l'ultima citazione da Negri, anche se lunga; lo giuriamo!) si legge:

Eppure,diciamolo con tutta chiarezza, oggi siamo in una situazione nella quale si può forse ricominciare a parlare di “uso operaio e proletario” delle istituzioni... Se partiamo infatti dal consolidamento della tendenza alla indipendenza proletaria, se consideriamo nuovamente la metafora secondo la quale l'ordinamento capitalistico è, con la crisi, come immerso nella ricca complessità della composizione sociale della classe, l' “uso operaio delle istituzioni” non compare più, in nessun senso, come proditoria trasfigurazione della mediazione capitalistica dell'interesse operaio. Non compare più come base di illusorie continuità, ma al contrario emerge come possibilità di scardinare il sistema del capitale e le sue istituzioni ancor più profondamente, come iniziativa degna di essere valutata strategicamente (in relazione alla circolazione delle lotte e ai processi di riappropriazione proletaria). Quando si aprono vertenze sulla spesa pubblica, investendo la struttura territoriale dello stato, quando ci si batte contro la struttura giuridica dello stato nelle battaglie antirepressive, e nell'un caso si conquista reddito, nel secondo libertà; quando, dentro la terribile sussunzione operata dallo stato nei confronti dell'amministrazione, si scopre che anche l'amministrazione è percorsa dalla lotta di classe, e qui si tratta di conquiste direttamente politiche - bene, questo è l'"uso delle istituzioni" che la lotta della classe operaia e proletaria può oggi permettersi. (29)

Ecco come si spiegano oggi il reddito di cittadinanza, ma anche la deriva contrattualistica dei movimenti "antiglobalizzazione" e il richiamo alla lotta per i diritti globali. Il cattivo maestro col suo comunismo senza rivoluzione, col suo antagonismo che lascia il potere nelle mani delle istituzioni borghesi, costringendole a fare quello che vuole il proletariato, ha fatto scuola. L'antagonismo ha riscoperto le vecchia tattica socialdemocratica: la conquista delle istituzioni senza abbatterle, la transizione senza dittatura del proletariato. Ed ecco anche perché da parte di quest'area tanto settarismo nei confronti di chi parla il linguaggio marxista, tanto rifiuto, a fronte dell'esaltazione di qualsiasi movimento rivendicativo difensivo, spacciato per antagonista, del lavoro di costruzione del partito di classe e dell'aperta propaganda dei fini: la rivoluzione comunista internazionale.

Continua nella 2a parte: leftcom.org .

Giovanni Leone

(1) Tale impostazione è ancora in auge; prova ne sia il fatto che il PRC ritiene la statalizzazione dei settori che definisce strategici (energia, trasporti, ecc.) e la riduzione dell'orario di lavoro per legge obiettivi socialisti. Sulla riduzione dell'orario vedi "Economia e orario" di G. Mazzetti, economista di area rifondarola, che in questo opuscolo, pur dichiarandosi marxista, sulla questione del tempo di lavoro e del salario, corregge Keynes per abbracciare le più ingenue posizioni proudhoniane e lasalliane. Cfr.: G. Mazzetti, Economia e orario, Datanews, Roma, 1994.

(2) Lenin, in Opere complete, vol. 32, pag. 309 e seguenti, Editori Riuniti, Roma, 1967.

(3) Lenin, I Sindacati, la situazione attuale e gli errori Trotski, in Opere complete vol. 32, pag. 14, Editori Riuniti, Roma, 1967.

(4) Vedi la lettera di Alfa (Bordiga) ad Onorio (Damen), 9 luglio 1951, in Prometeo, anno v, serie II, Edizioni Prometeo, Milano, aprile 1952.

(5) Ibidem, pag. 9 e 10.

(6) Alfa ad Onorio, 31 luglio 1951, in Prometeo, anno v, serie II, Edizioni Prometeo, Milano, aprile 1952, pag. 15.

(7) Ibidem, pag. 15 e 16.

(8) Onorio ad Alfa, 6 ottobre 1951, in Prometeo, anno V, serie II, Edizioni Prometeo, Milano, aprile 1952, pag. 21. Oggi per questa e le precedenti lettere vedi:O. Damen, Bordiga: Validità e limiti di un'esperienza, Edizioni Prometeo, Milano, 1971.

(9) G.Tacchi, Da Stalin a Gorbacev, classi sociali e stato nella Russia Sovietica, Graphos, Milano, 1999.

(10) Ibidem, pag. 25.

(11) Ibidem, pag. 58 e seguenti.

(12) Sulla crisi dell'URSS vedi: AA.VV., I nodi irrisolti dello stalinismo alla base della perestrojka, Prometeo, Milano.

(13) Con la stessa logica bisognerebbe sottovalutare oggi (e molti purtroppo lo fanno) il rafforzamento imperialista dell'Europa dopo Mastricht e i pericoli di guerra e di schiacciamento del proletariato che ne derivano, data la debolezza attuale dell'euro nei confronti del dollaro e la prevalente egemonia tecnologica e militare degli Stati Uniti.

(14) Vedi: C. Beltrami, Sul periodo di transizione, Prometeo 2, serie VI, dicembre 2000, Catanzaro.

(15) Cfr. Rivoluzione e reazione, a cura di A. Gasanti, Giuffrè editore, Varese, 1983.

(16) Ibidem, pag. 188.

(17) Questa dinamica, crescita dei salari contro crescita dell'accumulazione sotto la dittatura del proletariato, viene definita da Vercesi economia proletaria, una nuova tappa economica di transizione al socialismo, che lascerebbe intatti i meccanismi monetari e la produzione di plusvalore, lasciando ai sindacati il compito di una redistribuzione più equa: una palese deviazione economicista e socialdemocratica. Cfr. op. cit., pag 200.

(18) Cfr., Sul filo del tempo, Dialogato con Stalin, F.d.T., pag. 72.

(19) Ibidem.

(20) Il processo di estinzione delle classi è parallelo a quello di estinzione dello stato, anzi lo precede. I controrivoluzionari vengono soppressi, le classi borghesi costrette al lavoro. Quello che conta però è distruggere i meccanismi della loro riproduzione: lo scambio mercantile e il denaro, cioè l'accumulazione, sotto forma di valori di scambio, fosse anche controllata dallo Stato.

(21) L. Procopio, Il Capitalismo cognitivo e il neo riformismo, su Prometeo n° 18, serie V, dicembre 1999.

(22) L'analisi del famoso brano dei Grundrisse sulle macchine e la critica all'interpretazione negriana dello stesso e all'intera impostazione teorica opportunista dell'Autonomia Operaia è stata da noi già svolta in varie occasioni fin dalla fine degli anni settanta. Cfr. in particolare: M. jr.-R.N., Crisi e ristrutturazione (L'impostazione ideologica borghese dell'Aut. Op.), Prometeo n° 5, IV serie, settembre 1981; cfr. anche: Mauro jr. Stefanini, Introduzione ad una analisi di classe, Prometeo n° 4, serie IV, dicembre 1980.

(23) L'espressione è quella usata da Marx per indicare la rivoluzione comunista nell'articolo: Glosse critiche in margine all'articolo "Il re di Prussia e la riforma sociale.Di un prussiano", scritto a Parigi il 31 luglio 1844 e pubblicato nella rivista "Worwarts!".

(24) A. Negri, Marx oltre Marx, quaderno di lavoro sui "Grundrisse", Feltrinelli., Milano, 1979

(25) Ibidem, pag. 161.

(26) A. Negri, Il comunismo e la guerra, Feltrinelli, Milano, 1980.

(27) Ibidem, pag. 77-78.

(28) Ibidem, pag. 121.

(29) Ibidem, pag. 71-72.

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