Sindacalismo e sindacati in Italia

Pubblichiamo il testo del contributo italiano al lavoro internazionale del BIPR sul sindacato. Questo lavoro raccoglierà le tesi essenziali della nostra corrente sul rapporto fra lotte operaie e sindacati e contributi delle sezioni nazionali nei paesi in cui sono presenti sezioni o gruppi simpatizzanti del Bureau. Il lavoro sarà pubblicato in diverse lingue, fra cui l'Italiano.

Il sindacalismo in Italia ha radici salde e profonde, al punto che si rende possibile l'esistenza di sindacati confederali ufficiali e di sindacati autonomi, di sinistra radicale, di rilevanza numerica pressoché uguale. Come vedremo, entrambi i tipi di sindacato confermano la tesi centrale del nostro movimento: la difesa reale dei lavoratori dagli attacchi del capitale si rende possibile solo fuori e contro i sindacati, fuori da tutti i possibili modi d'essere del sindacalismo.

I sindacati confederali

Riferendoci alla storia sindacale, in estrema sintesi, abbiamo visto il sindacato apparentemente unitario, sorto durante ancora la guerra imperialista e contrapposto a quello fascista, la CGL (Confederazione Generale del Lavoro) dividersi, subito dopo la guerra mondiale, in due tronconi, e più: un'ala riferentesi al blocco imperialista russo, l'altra a quello americano.

Il Primo Maggio del 1950 nasce la cattolica CISL (Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori). Pochi mesi dopo nasce, sempre uscendo dalla CGIL, la UIL (Unione Italiana del Lavoro) che rappresenta sul piano sindacale l'ala laica, anticomunista dello schieramento politico.

In sostanza, all'uscita dalla II Guerra mondiale e all'inizio della guerra fredda, si attua la divisione dello schieramento sindacale sui fronti contrapposti dell'imperialismo (CGIL da una parte, col PCI filo-sovietico; CISL e UIL dall'altra) e un ulteriore divisione in base alla divisione storica della politica, ovvero della borghesia italiana, fra ala cattolica e ala laica. Va osservato peraltro che la grande maggioranza degli operai aderiva alla GCIL, mentre alla CISL e alla UIL rimanevano prevalentemente i terreni di caccia del pubblico impiego e dei settori impiegatizi.

È evidente comunque che l'adesione di massa ai sindacati confederali così configurati è espressione significativa e piena del soggiacere completo del proletariato, nelle sue più varie componenti, alle politiche imperialistiche delle forze parlamentari, è significativa in sostanza del soggiacere del proletariato alle politiche della borghesia.

Il 1968

Un primo scossone si verifica nel 1969-69. Lungi dall'essere il momento di ripresa della lotta di classe - come alcuni anche dell'ex campo politico proletario vorrebbero credere e far credere - il grande fermento di quegli anni fu soprattutto espressione del malessere della piccola borghesia che esprimeva la propria reazione alle prime forze di ristrutturazione del complesso produttivo capitalistico e del corrispondente assetto sociale, e che, radicalizzandosi a sinistra, riusciva a catturare la simpatia di strati non indifferenti di proletariato.

Va assolutamente ricordato, in questo senso, che il 1968 segue di pochissimo la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria Cinese guidata da Mao Tse Tung e la rottura della Cina con la Unione Sovietica, tacciata di social-imperialismo. Le masse studentesche che nel mondo "contestano il sistema" guardando alla Cina di Mao come alla Cuba di Castro non fanno fatica a trascinarsi dietro quegli strati operai che, vittime comunque delle mostruose deformazioni del marxismo operate dalla stalinismo sovietico, reagiscono alle forme di burocratizzazione dei partiti filosovietici plaudendo alla grande operazione cinese, presentata appunto come anti-burocratica. Schiere di intellettuali presunti marxisti sono caduti in quella trappola; era naturale che vi cadessero anche consistenti frange proletarie.

A scanso di polemiche inutili, rileviamo che un movimento comunque si è dato nel tessuto sociale e politico metropolitano fino ad allora piuttosto ingessato nelle classiche contrapposizioni Usa-Urss. In tale movimento del tessuto sociale e politico è naturale che si creino le condizioni anche di un riemergere delle ragioni e delle forze politiche per una proposizione classista, fuori e contro i "capitalismi di stato" spacciati per socialismo. È cioè naturale che nel 1968 riprenda un poco di fiato il nostro movimento, così come è naturale che nascano nuovi gruppi e nuove tendenze di pensiero che cercano di recuperare i contenuti originali del movimento marxista e comunista. Ma un conto è riconoscere questo fatto come accessorio inevitabile di un processo avente caratteristiche sue proprie e diverse, ancora interne alla dinamica borghese, altro conto è scambiare la propria nascita, o il proprio sviluppo, come caratteristica fondamentale o ragione stessa di quel processo, equivocato come il dispiegarsi, quantunque iniziale, della contrapposizione di classe fra borghesia e proletariato.

Nel 1969 dunque emergono i Comitati Unitari di Base (CUB) per prevalente iniziativa di uno dei gruppi maggiori della galassia sessantottina - Avanguardia Operaia. I CUB vogliono rappresentare e rappresentano le nuove forme della democrazia sindacale, in forte polemica con le direzioni burocratiche dei sindacati e le corrispondenti strutture territoriali e di fabbrica. Essi si presentano in alternativa alle Commissioni Interne della tradizione sindacale, accusate di eccessiva dipendenza dai vertici burocratici e di scarsa rappresentatività della loro stessa base elettiva: gli operai di fabbrica.

I CUB, proprio perché unitari di base, sono comitati che raccolgono i militanti di tutte e tre le confederazioni che vi vogliono aderire.

In breve i CUB diventano in certo modo il modello per la nuova struttura organizzativa che il sindacato si dà in fabbrica e che verrà presto regolata per legge. Le commissioni interne cedono il passo ai Consigli di Fabbrica.

La socialdemocratizzazione

Gli anni 1970 sono gli anni nei quali il nostro Partito parla insistentemente di socialdemocratizzazione della società, indipendentemente dalle forze politiche al governo: in questi equilibri (appunto socialdemocratici) il sindacato acquista la valenza di una possente forza politica nel processo di mediazione che sta alla base della amministrazione governativa: governo, rappresentanze industriali (Confindustria) e sindacati sono i tre attori della mediazione, o concertazione.

In quegli anni si manifesta una forte spinta unitaria alla base dei sindacati, che si riflette al vertice con l'unitarietà delle posizioni, raggiunta attraverso consultazioni permanenti prima dell'incontro con le controparti. Questo nonostante il permanere della distinzione fra le tre Confederazioni.

Si era ancora in piena guerra fredda e, nonostante il progressivo distaccarsi dalla madrepatria sovietica, il PCI rimaneva nell'immaginario collettivo il partito di Mosca. D'altra parte anche fra laici e cattolici, per naturale retaggio storico comune ai paesi dell'Europa Mediterranea (Italia, Spagna, Francia), l'abbraccio non è per niente facile, specialmente se direttamente organizzativo.

La mediazione permanente operata dal sindacato degli immediati interessi operai nel rapporto col capitale inizia a trasformarsi, proprio in quegli anni e con quegli strumenti organizzativi, in mediazione degli interessi del capitale nei confronti della classe operaia, coerentemente con la dinamica capitalista. La fase di crisi del ciclo di accumulazione apertasi agli inizi degli anni 1970, è affrontata in Europa puntando sulla ristrutturazione industriale, cioè sull'aumento della produttività del lavoro e dello sfruttamento operaio. Lo Stato è chiamato a finanziare quella ristrutturazione (aumentando il debito pubblico e dunque il suo deficit di bilancio) e i sindacati sono chiamati a far passare presso gli operai che li devono subire, i primi contratti clamorosamente bidone. L'inganno sta in aumenti salariali inferiori di fatto al tasso di inflazione - il che porterà a far perdere in 10 anni il 12 per cento del potere d'acquisto del salario - e nel gestire insieme a stato e padronato le eccedenze di manodopera che le aziende si ritrovano, grazie alle ristrutturazioni. È il dilagare della Cassa Integrazione, (80 per cento del salario, pagato prevalentemente dall'Istituto di Previdenza) immediatamente percepita dagli operai come un male minore, quando non una fortuna. In cassa integrazione si prende appunto l'80 per cento del salario, si può integrare con qualche lavoro in nero o ci si può comunque dedicare ad altre attività, economiche o no. Il fatto che la Cassa Integrazione sia anticamera di licenziamenti è vero, ma perde di peso di fronte alla percezione immediata dei vantaggi. Così il sindacato si è permesso il lusso, per tutti gli anni 1970 e parte degli 1980, di consentire le stangate padronali ai lavoratori mantenendo sostanzialmente la fiducia dei lavoratori stessi o comunque il controllo su di essi, nonostante alcuni episodi, anche grossi, di reazione e di tentativi di organizzazione autonoma (ricordiamo per tutti, l'Assemblea Autonoma della Alfa Romeo di Arese, politicamente egemonizzata, ai tempi, da Lotta Continua).

Oltre ai lavoratori i sindacati controllano ovviamente alcuni posti importanti nelle amministrazioni statali e di enti pubblici. Esiste addirittura un canale obbligato che conduce i vertici delle Confederazioni Sindacali a occupare le presidenze di Istituti come quello, per esempio, Nazionale di Previdenza Sociale.

È alla fine degli anni 1980 che la pesantezza delle stangate padronali e il ruolo di "venduti" dei sindacati confederali viene percepito da un numero crescente di lavoratori che iniziano a ricercare nuove forme di organizzazione della lotta economica (Cobas Scuola, COMU nelle ferrovie) o a seguire gli eretici delle confederazioni. La paradossale condizione di un sindacato mediatore degli interessi capitalisti presso i lavoratori e le sue immediate più crude conseguenze, disturbano infatti anche strati non indifferenti della organizzazioni sindacale medesima. È in questo periodo che quadri sindacali prestigiosi nei rispettivi settori organizzano tendenze "di sinistra" all'interno delle confederazioni o praticano addirittura la scissione per costituire nuovi sindacati di categoria. È il caso delle RdB, piccolo sindacato nato addirittura nel 1979 nel pubblico impiego, o della Federazione Lavoratori Metalmeccanici Uniti, nata nel 1990 per fondersi già nella primavera del 1991 con le RdB a fondare la CUB (Confederazione Unitaria di Base). Si tratta per lo più di iniziative di stampo prettamente sindacalistico, promosse però da un ceto politico riciclato dalle fallimentari esperienze politiche del 1968 (dalle formazioni operaiste a quelle maoiste) che incontrano il favore di minoranze, talvolta importanti, della forza lavoro nelle fabbriche, nei grandi uffici e nel settore pubblico.

Per tutti gli anni 1990 la socialdemocrazia continua a penetrare tutti i rapporti politici e sindacali e mediante la concertazione permette di assestare ulteriori stangate alla classe operaia in termini salariali e occupazionali e di avviare la rapina del salario indiretto, con lo smantellamento del cosiddetto stato-sociale. Si inizia con la abolizione della scala mobile, ottenuta con un governo di centro sinistra e il placet dei sindacati, per continuare con i tagli alla sanità e alla scuola e gli attacchi al sistema pensionistico. Il primo attacco serio alle pensioni si presenta come una provocazione di destra: il primo governo Berlusconi (1994) avanza una proposta di riforma delle pensioni che nella radicalità e immediatezza dell'attacco si configura appunto come una provocazione ed è l'occasione d'oro attesa dal centro sinistra per affondare il governo Berlusconi.

I sindacati giocano un ruolo determinante nella chiamata in piazza di quel milione di manifestanti (solo a Milano, più gli altri nelle altre città) che contribuiscono alla caduta del governo.

Al loro fianco - contro la destra - ci sono i contestatori della "organizzazione di base" del sindacato. Con i nuovi governi, tecnico prima e di centro-sinistra poi (Prodi), si intensifica l'attacco al lavoro e viene rimessa mano alle pensioni secondo un piano di fronte al quale l'originale "provocatorio" progetto Berlusconi poteva sfigurare. Il sindacato, conscio delle difficoltà della "impresa Italia" collabora, e collabora in modo così spudorato da perdere gran parte della fiducia che ancora riscuoteva nella classe. Ormai gli iscritti al sindacato sono una minoranza della forza lavoro impiegata, ciononostante il sindacato continua ad essere l'elemento determinante nella definizione del prezzo e delle condizioni di vendita della forza lavoro, indipendentemente cioè dal fatto che quest'ultima sia d'accordo o meno. Il sindacato, in altri termini è diventato realmente, e percepibilmente quella istituzione dello stato borghese che noi denunciavamo già nell'immediato dopoguerra. Come tale, in tutti i casi, si comporta. Anche ora, mentre scriviamo, la CGIL appoggia la sua Federazione metalmeccanica (FIOM) nel respingere il contratto firmato dalle altre due Confederazioni e nel mantenere l'opposizione alla ennesima riforma del mercato del lavoro, promessa dal Libro bianco sul Lavoro del ministro leghista Maroni. Essa si comporta come responsabile elemento che, mentre solidarizza con la opposizione politica opponendosi alla delega al ministro Maroni per la riforma del mercato del lavoro, si rende disponibile a quella riforma, a patto che sia discussa con l'intero sindacato. Attaccare il lavoro, d'accordo, ma concordando i modi col sindacato - questa è la linea della CGIL, mentre le altre due confederazioni mostrano di capitolare con più immediatezza all'imperativo delle imprese capitalistiche e accontentarsi di alcuni emendamenti alla riforma del ministro.

In generale, nella fase attuale, il sindacato confederale si divide in un gioco delle parti - nel quale CISL e UIL si inchinano al governo, la CGIL fa l'opposizione - al quale il proletariato sembra ancora credere e cedere (significativa in questo senso la grande manifestazione a Roma del 16 novembre) e nel quale comunque cadono stupidamente, ma obbligatoriamente, anche i sindacati della radicalità di sinistra e autonomi.

I sindacati autonomi e di base

Iniziano a sorgere come visto, nel 1979 per moltiplicarsi dividersi e aggrupparsi per tutti gli anni 1980 e 1990, in un processo che vede intrecciarsi le ambizioni lideristiche di spaesati reduci del 1968, che quantomeno, non si erano accomodati nei posti caldi e lautamente pagati del conservatorismo borghese, e alcune genuine spinte alla lotta di nuovi strati proletari. È questo il caso, per esempio, del movimento dei Cobas scuola (Comitati di Base) del 1987, al quale i nostri compagni parteciparono attivamente, fino all'Esecutivo nazionale, fintantoché non prevalse la spinta alla creazione di fatto di un nuovo micro-sindacato. Questo si verificò quando il movimento reale della base iniziò a declinare e ci si ritrovò a fare i conti, nell'isolamento della lotta stessa, con l'alternativa fra lo scioglimento dei Cobas e la riorganizzazione, fra chi ci stava, di organismi di propaganda e lotta politica contro la scuola del capitale o la cristallizzazione dei Cobas in un nuovo sindacato. È significativo - di un percorso comune alla galassia dei sindacatini radicali e autonomi - che una volta prevalsa, nelle assemblee nazionali e locali, la tendenza sindacalistica, il movimento stesso si scindesse, di fatto e senza clamori, in almeno due formazioni sindacali diverse e in competizione. D'altra parte va ricordata una scissione che si verificò all'origine del movimento stesso e che vide la nascita della Gilda. Raramente un nome è così appropriato: il corporativismo estremo di questa organizzazione ben ricorda contenuti e scopi delle Gilde medievali.

E il corporativismo è un altra bruttissima base di aggregazione - perché arretratissima e sostanzialmente reazionaria - di altri sindacati autonomi nel mondo della scuola (SNALS) come nel mondo impiegatizio del Pubblico Impiego (UniCobas) o sulla quale arretrano organismi originariamente meno spudorati (COMU).

La compresenza per tutti gli anni 1990 di più formazioni pretese "di base" e non corporative, divise sul terreno nazionale come sul terreno locale sulla base delle appartenenze politiche delle rispettive leadership, determinava una situazione in cui su ogni tema grosso e nazionale - in genere determinato dalle Confederazioni ufficiali e dai loro rapporti con governo e padronato, o da eventi esterni come... le guerre - queste organizzazioni andavano a indire agitazioni e lotte in ordine sparso e con risultati dunque risibili, di fronte alla portata degli attacchi capitalistici.

Si parla di movimento dell'autorganizzazione, ma questo non riesce a manifestarsi come tale e dimostra piuttosto di essere espressione di diverse linee politiche della sinistra radicale, comunque molto minoritarie, piuttosto che di una genuina auto organizzazione del proletariato, sebbene sul terreno arretrato del sindacalismo.

È per tentare (o per far finta) di porre rimedio a questo che nel 2000 si assiste alla creazione della Confederazione Cobas, che riunisce i Cobas-Scuola, il Sin Cobas e alcuni altri Cobas di categorie del Pubblico impiego. È un tentativo di riunire le sparse membra di un corpo omogeneo, ma solo perché appartenente a una medesima area politica del vasto mondo gauchiste italiano. Oltre alla Confederazione Cobas, rimangono attivi e concorrenti la Confederazione Unitaria di Base e lo Slai Cobas. Le rispettive forze organizzative non sono dissimili e ciò comporta che la indizione di giornate diverse di lotta e diverse piattaforma (anche se formalmente) sugli stessi temi, rendono irrilevante o meglio inesistente il preteso movimento complessivo di "autonomia organizzativa della classe". Questo è un dato oggettivo, nonostante il fatto che qualcuna delle componenti di tali formazioni sindacali, come è il caso dei Cobas scuola nella Confederazione Cobas, riesca da sola a convocare scioperi e manifestazioni con decine di migliaia di partecipanti.

Di fatto, al grido di sempre "Proletari di tutti i Pesi Unitevi" questi sindacatini continuano ad opporre le ragioni meschine della loro autonomia. Si fondono e uniscono ad altri nella misura in cui non viene meno il ruolo e il peso del "lider maximo", o del gruppo politico che li "ispira". Qualche "carismatico capo" può poi benissimo spingersi ad analisi e prese di posizione personali di livello elevato - consideranti il movimento di classe in rapporto alla dinamica capitalista, che lo dovrebbero portare ben lontano dal ruolo ricoperto - salvo mantenersi invece saldo alla gestione del sindacalismo più basso e financo corporativo.

Conclusioni

L'esistenza di tanti sindacatini, dai più "radicali" ai più corporativi, testimonia comunque una perdita di fiducia operaia da parte delle confederazioni. Dai risultati delle elezioni della RSU nello stabilimento di Arese (MI) nel giugno del 2000, traiamo questi dati generali e significativi.

- Slai Cobas FLMU FIM (Cisl) UIL (Uil) FIOM (Cgil) Totale
Totale generale operai e impiegati 622 219 275 229 771 2116
Percentuali 2000 29,4% 10,3% 13,0% 10,8% 36,4% -
Percentuali 1997 28,6% - 15,7% 9,1% 46,6% -

Mentre è cresciuto il Cobas (aderente allo Slai Cobas) la FIOM ha perso molto, tanto a vantaggio del Cobas che, più sostanziosamente, a vantaggio della nuova (per lo stabilimento) FLMU.

Ma quella perdita di fiducia nelle confederazioni non significa affatto di per sé, come è naturale che sia, una ripresa di capacità di lotta al di fuori delle compatibilità del sistema, se si tramuta in adesione a nuovi sindacatini, che si spera "difendano meglio". E per ora, checché ne dicano ovviamente gli attori, i relativi successi del sindacalismo di base sono solo il segno di un radicato attaccamento operaio ai principi e meccanismi del sindacalismo, della mediazione, delle compatibilità.

Fa parte del nostro patrimonio di elaborazione la tesi che la nuova ondata di lotte operaie, all'inizio essenzialmente di autodifesa, avrà tuttavia un più elevato contenuto politico che in passato e partirà da una organizzazione territoriale della classe operaia stessa, quantomeno di sue consistenti avanguardie, che deve necessariamente travalicare i limiti del sindacalismo. (1)

In questo senso la strada appare, anche in Italia, tutta da fare e in salita.

Un'ultima notazione riguarda il raffronto generale fra la situazione italiana e quella di altri paesi. Due sono gli elementi essenziali, che caratterizzano il quadro italiano:

  1. La divisione fra le confederazioni ufficiali corrisponde alla molto democratica divisione degli schieramenti politici: una principale, corrispondente alle vecchie divisioni fra i fronti dell'imperialismo, fra "comunisti" filosovietici e gli altri "occidentalisti", e una seconda divisione tradizionale della borghesia e della società civile italiana fra area cattolica, legata alla Chiesa di Roma, e area laica.
  2. La pluralità di sindacati "alternativi", più o meno "radicali" più o meno corporativi, corrisponde alla pluralità di gruppi e tendenze del gauchisme italiano impegnate sul terreno della propria concezione del sindacalismo, e quella che potrebbe apparire come "ricchezza" del movimento di classe segna invece la debolezza della classe e la ancora eccessiva vitalità dei residui della III Internazionale.
Mauro jr. Stefanini

(1) Vedi Il rapporto fra capitale e lavoro nel processo di crisi in Italia, Prometeo, V serie, n.5, giugno 1993 e Dopo la ristrutturazione la nuova composizione di classe - Veso la ripresa delle lotte proletarie, in Prometeo, V serie, n.6, dicembre 1993

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