Alcune considerazioni sui movimenti attuali e il movimento comunista

All'interno della società capitalistica in crisi, sorgono continuamente movimenti di diversa natura, che sono il segno insieme del suo deperimento e delle sue convulsioni isteriche, ma non ancora della sua agonia. Tali movimenti portano con sé sia le energie che salgono dal sottofondo delle dinamiche sociali che i rigurgiti patologici delle ideologie borghesi in declino. Non sono ancora il nostro movimento, ma contengono in nuce le potenzialità della sua nascita.

Marx ed Engels enunciano il loro concetto di movimento nella famosa frase della “Ideologia tedesca”:

Il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.

Da essa traspare un concetto di movimento ben lontano da quello oggi in auge. I nostri grandi teorici in questa proposizione volevano definire il movimento comunista e il soggetto della frase è “il comunismo”, ma giacché l'affermazione esprime un'identità dei due termini, comunismo e movimento reale, si può invertire soggetto e predicato senza cambiare il senso complessivo della frase. Dunque: “Il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente è il comunismo”. Così riformulata la frase cosa ci dice? Innanzi tutto distingue un movimento reale, cioè un movimento esistente nella società, rispetto a un movimento culturale, presente nella testa solo di qualche intellettuale o ideologo, o a un movimento di minoranze illuminate o sette utopistiche e millenaristiche. Già è una prima distinzione importante, che trova la sua valenza nell'attualità, dove compaiono spesso intellettuali che promuovono movimenti e risorgono di continuo sette mistiche, associazioni in stile new age o anche gruppi politici (anche di primitivo riferimento marxista) caratterizzati da grosse spinte idealistiche (1).

Ma la frase ci dice qualcosa di molto più importante, ovvero che il movimento che abolisce lo stato di cose presente, cioè la realtà dei rapporti di produzione capitalistici, altro non è che il comunismo. Non qualsiasi movimento, ma esclusivamente il movimento comunista può trasformare la società.

Questo vuol dire che fin dalle origini del materialismo storico viene definito a chiare lettere come la possibilità di “un nuovo mondo” (2) è solo dentro la prospettiva comunista e che i movimenti critici della società e dello stato che non mettono in discussione la totalità del sistema capitalistico e le sue forme politiche, per quanto si sbattano, non cambiano nulla, semmai funzionano come droga (una nuova forma di oppio dei popoli, che si somma a quello religioso) per spegnere la tensione verso veri cambiamenti.

Ed è proprio questa la funzione in taluni casi o comunque la sorte dei movimenti che continuamente si generano nel seno della società capitalistica. L'effetto droga è assicurato dal fatto che tali movimenti deviano il disagio sociale verso aspetti molto limitati e spesso sovrastrutturali del disagio stesso o, pur individuando talora nodi fondamentali della sofferenza e dell'alienazione sociale, danno risposte o peggiori del male o del tutto inadeguate alla soluzione dei problemi. Ci riferiamo sia ai movimenti con una connotazione di destra, come la Lega e i vari movimenti europei xenofobi e neonazisti, che ai movimenti umanitari come i pacifisti e anche a quelli di sinistra, come gli “antiglobalizzatori” e i “girotondisti” (scusate l'uso di questi brutti neologismi, ma li usiamo anche noi per semplificare). Tutti esprimono senz'altro malesseri reali. Sarebbe superficiale e controproducente una lettura moralistica, che desse, sia degli uni sia degli altri, un giudizio meramente morale, attribuendo per esempio ai primi un carattere di sola ideologia reazionaria e ai secondi quello di sano interprete di bisogni umani.

La ripresa di una destra sociale

Nel voto a Le Pen, come in quello a Fortuyn di tanti proletari si esprime la paura di un salto nel buio di un Europa fatta solo di unità monetaria o di un mondo “globalizzato”, cadenzato dallo scontro speculare tra un terrorismo criminale e un bellicismo assassino. In tutta l'Europa l'arido tecnicismo dell'economia politica borghese, che dalla fine della guerra fredda, a destra come a sinistra, non ha fatto altro che esaltare la potenza benefica del mercato mondiale unificato, come massimo regolatore vitale e portatore di benessere e prosperità, porta anche, e forse principalmente, in settori di proletariato, a forme di rigetto, che si manifestano nella chiusura nel proprio guscio di sicurezze antiche: la famiglia, le culture nazionali, i tradizionali valori religiosi.

Naturalmente ciò non esclude che a questi voti di proletari si aggiungano i tanti voti bottegai e piccolo borghesi che richiedono sicurezza per le loro piccole proprietà e i loro ancor più piccoli e squallidi affari. D'accordo, sono reazionari i piccolo-borghesi, come i proletari, quando votano a destra, non saremo certo noi a difendere il proletariato, anche quando prende la via sbagliata, sia essa un rigurgito nazionalista o l'impotente illusione riformista. Ma, di fronte alla politica dei loro vecchi capi stalinisti, convertiti dal capitalismo di stato al capitalismo tout court, e dei loro tradizionali sindacati, passati dal riformismo imbelle all'affaristica concertazione, i quali insieme in nome dell'Europa (certo meno sentita dagli strati più popolari rispetto alla propria comunità o nazione) hanno sostenuto la necessita di un rilancio della competitività, cioè dei profitti del capitale, attraverso una flessibilità selvaggia e la precarizzazione generalizzata del lavoro, e hanno attuato un forte ridimensionamento dello stato sociale, è più che comprensibile tale reazione.

Essi, data la debolezza attuale di un rinnovato progetto di transizione al comunismo, si difendono dalle loro paure con un ripiegamento nelle tradizioni. Al di là dei recenti risultati elettorali, sottovalutare la possibilità dello sviluppo di movimenti con caratteri di massa, che assumano connotati di destra xenofoba e tradizionalista, sarebbe miope e ci impedirebbe di lavorare al recupero dei settori proletari coinvolti, partendo dai loro disagi reali e da una lotta contro l'Europa capitalistica e la mondializzazione del mercato e dello sfruttamento che riporti l'attenzione verso il comunismo come vera e unica alternativa alle loro sofferenze.

I movimenti critici verso il capitale

Ma la società, di fronte ai mutamenti selvaggi in atto, espressioni del dominio sempre più totale del capitale, ma anche della sua crisi, sempre più irreversibile, produce anche movimenti che, anziché ritirarsi nelle trincee della tradizione, mostrano di voler accettare la sfida di un mondo “globalizzato”, ma di rifiutarne gli effetti disumanizzanti. È il cosiddetto movimento “no global”.

Anche al suo interno, insieme a abbondanti strati di piccola borghesia intellettuale, sono presenti settori di proletariato, prevalentemente giovanile, che avvertono un'esclusione sociale e un'incertezza nel loro futuro, che se non è ancora paura della sopravvivenza, è certo preoccupazione per una vita non dignitosa. Essi non rimpiangono, giustamente, un passato irriproducibile, un mondo di valori morto per sempre per opera del capitalismo stesso, tuttavia cercano nelle pieghe del capitalismo medesimo, in alcuni aspetti delle sue modalità attuali, forme da contrapporre alla logica del mercato.

È questa la motivazione di una loro critica solo al cosiddetto neoliberismo e non al capitalismo in tutte le sue forme e di un loro appoggio a forme statalistiche di gestione capace di erogare salari di cittadinanza o di tassare le rendite finanziarie in prospettiva di un dirottamento di risorse verso paesi poveri. Ed è questo anche il motivo di una loro strenua difesa della democrazia anche nelle forme apertamente borghesi e di un vero e proprio culto della mediazione sociale del tipo “acciacca e medica”: il giorno prima un appello alla ribellione sociale e il giorno dopo un'intervista conciliatrice sulla stampa borghese, in una fase dure manifestazioni di piazza e in una successiva raccolte di firme per referendum abrogativi di qualche legge (3).

Tale schizofrenia non è casuale, dipende da una visione progressista, che fa da contraltare ugualmente idealistico alla visione reazionaria dei movimenti di destra. Tale visione considera neutrali alcuni meccanismi dell'economia e dello stato capitalistici. La diffusione di nuove forme di organizzazione del lavoro, che superano la grande concentrazione industriale e creano nuovi rapporti di lavoro atipici non sono visti come espressione della crisi capitalistica, quindi come imposizione nei rapporti di produzione capitalistici, scossi dalla caduta dei saggi di profitto, di misure per ridurre il salario e aumentare l'estrazione di plusvalore, ma come indotto dallo sviluppo delle forze produttive che nell'attuale stadio rendono inutile il proletariato e liberano le condizioni per il superamento del lavoro coatto e la generalizzazione del reddito garantito per tutti. Il progresso del capitale stesso libera il proletariato; le lotte servono solo per determinare l'adeguamento della legislazione alla nuova situazione di fatto.

Non vogliamo qui sviluppare la critica teorica a queste posizioni, che è stata svolta in tanti numeri di questa rivista e che vede anche in questo numero un articolo ad essa dedicato, ci interessa far riferimento agli atteggiamenti pratici di buona parte del movimento no-global che hanno introiettato questa visione ottimistica delle forze produttive mosse dal capitale e una sostanziale sottovalutazione dei rapporti di produzione capitalistici.

Mentre i movimenti di destra rigettano in blocco la globalizzazione, anche se solo da un punto di vista sovrastrutturale e salvaguardando il capitalismo nazionale e locale, gli antiglobalizzatori di sinistra rivendicano gli aspetti unificanti della modernizzazione capitalistica, rifiutandone le conseguenze speculative e belliche e proponendo in alternativa una globalizzazione dei diritti.

Lo stesso fanno nei confronti dei moderni strumenti di comunicazione, come internet: esaltano la democraticità del mezzo e la sua capacità di potenziare le facoltà produttive dei singoli, tranne a turbarsi di un uso autoritario e speculativo-finanziario di esso. Ma di che si turbano? A dominare non è il capitale finanziario? E il potere politico non è nelle mani della borghesia? Tanta parte del movimento sembra non dare più importanza a queste domande e alla necessità di ribaltare i rapporti di potere. D'altra parte ciò non fa meraviglia, poiché anche la democrazia viene letta come istituzione pressoché neutrale, come un meccanismo che, se rivitalizzato da partecipazione diretta, può funzionare anche a favore del movimento.

Questa è forse l'illusione più pericolosa diffusa nei giovani in lotta, perché, nella fase di inasprimento della crisi del sistema capitalistico e di massimo sviluppo della sua aggressività imperialista, porta tanti a credere nella possibilità di un riconoscimento da parte dell'avversario del proprio movimento, anche nelle sue forme più radicali, e a vivere quindi i momenti di repressione selvaggia come un'eccezione e non come l'ordinario comportamento dello stato borghese. Tale illusione è forse la prova principale dell'immaturità del movimento no-global, perché gli fa ritenere possibile la trasgressione sociale, da una parte senza chiarezza sui risultati concreti delle proprie azioni e dall'altra senza livelli adeguati di organizzazione e di autodifesa. Date tali deleterie illusioni, è naturale che le grosse batoste, come quelle di Napoli e ancor più di Genova, determinino come conseguenza un grosso ripiegamento e la ricerca di protezione tra le ali del pacifismo cattolico (4) o peggio dello strumentale garantismo dei partiti di centro-sinistra.

I nuovi movimenti liberali della piccola borghesia

Sullo stesso terreno dell'illusione democratica è sorto un altro movimento, quello dei “girotondisti”, che non si misura nemmeno alla lontana su temi sociali, ma entra nel merito di questioni sovrastrutturali, che riguardano una presunta degenerazione dello stato democratico e della politica, con conseguenti abusi da parte di poteri dello stato e ridimensionamento del pluralismo sia a livello delle istituzioni che a livello dell'informazione. Tale movimento nasce critico nei confronti dei gruppi dirigenti della sinistra, ritenuti anch'essi in gran parte responsabili della degenerazione.

I girotondisti propongono una nuova partecipazione diretta del vecchio popolo di sinistra alla battaglia politica, senza più deleghe in bianco agli attuali gruppi dirigenti diessini, che per troppo spirito di mediazione avrebbero favorito l'ascesa della destra al governo. Sicuramente nelle prime mobilitazioni, proposte da intellettuali e docenti universitari, si è assistito a una partecipazione spontanea di delusi dalla politica dell'Ulivo, ma tale partecipazione non è mai entrata nel merito di una critica, pur larvata, alla società capitalistica. Oltre tutto quasi subito i gruppi dirigenti diessini hanno capito che conveniva cavalcare e sono rientrati in gioco, dando a vedere di sostenere i girotondi. Tale movimento, in linea con tutta la tradizione liberal-borghese, considera lo stato un apparato neutrale e rivendica che tale deve restare, pena l'utilizzo privatistico o comunque “di parte” delle istituzioni.

L'Ulivo avrebbe tradito tali presupposti, perché avrebbe accettato di mediare su tutti i terreni con la destra, utilizzando metodi verticistici di gestione, privilegiando l'accentramento dei poteri, rispetto alla consultazione della base. Nessuna critica viene fatta al centro-sinistra sul terreno delle misure economiche e sociali, che hanno realizzato il più forte attacco degli ultimi anni alle condizioni proletarie e la centralizzazione degli apparati statali e dell'informazione non viene letta come funzionale alle necessità di tale attacco, cioè come una “controrivoluzione sociale preventiva”.

Questo movimento, come d'altra parte quello che ha riempito le piazze francesi dopo il successo di Le Pen, ha chiare caratteristiche piccolo-borghesi ed è ben visto anche da settori del grande capitale europeo, il quale teme che, nel rafforzamento di una destra nazionalista, si possano inserire manovre, specialmente americane, contro il rafforzamento del progetto imperialista europeo. Una cosa sono i residui di utopia democratica presenti nel movimento no-global, un'altra il progetto di rilanciare gli apparati screditati del sistema democratico borghese: dare forza alla magistratura, che per noi comunisti resta uno dei principali strumenti repressivi dello stato, realizzare una nuova spartizione delle televisioni e dei mezzi di informazione, più idonea a un bipolarismo perfetto, che ad altro non serve che a garantire l'esistenza un'opposizione di sua maestà, e infine riformare e rilanciare, attraverso la riattivizzazione dei quadri intermedi delusi dalla sconfitta, le strutture screditate dei partiti socialdemocratici e poststalinisti, come strumento di controllo della classe operaia, proprio mentre appaiono segni eclatanti di sfiducia nelle opzioni riformiste e prime manifestazioni di ripresa della lotta di classe.

Per un movimento comunista

Mentre riteniamo utile una presenza dei comunisti, anche se critica, nel movimento no-global, che vede al suo interno, specialmente in alcune realtà di “reti” meridionali, tensioni anticapitaliste effettive e espressioni concrete di embrionali organizzazioni proletarie, dobbiamo denunziare ogni scadenza e iniziativa dei girotondisti, lavorando per impedire la contaminazione, già purtroppo in atto, tra questi e i no-global, sul terreno della lotta alla destra e della difesa della democrazia borghese. È necessario per far ciò valorizzare ogni momento di rottura classista e di organizzazione autonoma del proletariato, che si esprime anche all'interno dei movimenti attuali, quando superano la sola critica dell'autoritarismo del mercato. Ci deve aiutare in questo lavoro anche una più estesa radicalizzazione del conflitto sociale e la nascita di nuove avanguardie, che maturino nelle lotte.

Ma il compito nostro essenziale, che indichiamo a tutti coloro che sentono la necessità del superamento dei rapporti di produzione capitalistici e dell'abbattimento dello stato borghese, resta quello di ricostruire il movimento comunista. Non lo possiamo creare certo solo noi, può nascere unicamente nelle convulsioni attuali del sistema capitalistico in crisi, ma perché si sviluppi è necessario non civettare con i movimenti radicaldemocratici, ma indicare la soluzione realistica alle sofferenze e alle miserie proletarie, senza illuderle di una rivitalizzazione di questo sistema.

La sfiducia nelle possibilità di ripresa economica di esso, data l'esperienza quotidiana dei lavoratori sulla propria pelle, può nascere anche spontaneamente, ma la sfiducia totale nelle istituzioni politiche capitalistiche, comunque riverniciate, non nasce da sola e la fede malefica nella cultura borghese della cittadinanza non muore da sola; c'è bisogno di una costante e dura battaglia politica che indichi la strada dell'abbattimento dello stato borghese nelle sue forme nazionali e sovranazionali. Il movimento comunista non vive di compromessi e non cresce con le mediazioni; parafrasando Marx, “abolisce”, non riforma “lo stato di cose presente”.

Giovanni Leone

(1) Per quanto riguarda i gruppi di primitivo riferimento marxista, ci riferiamo a gruppi di origine trotskista, come Socialismo rivoluzionario, o di natura bordighista, come il partito comunista internazionale di Firenze, che con diverso approccio hanno recuperato nella loro elaborazione teorica un'astrazione pura, qual è quella di “specie”. Ma su questo torneremo in prossimi scritti. Per ora vedi l'articolo “Il mito idealistico della specie nella concezione del partito” su Prometeo, VI serie, n. 3, giugno 2001.

(2) Alludiamo all'abusato slogan no global: “Un nuovo mondo è possibile”.

(3) Vedi la scelta, proprio di questi giorni, di molta parte del movimento, dopo tante manifestazioni “autorganizzate” fino allo sciopero generale contro il “libro bianco” governativo, di sostenere una campagna referendaria con RC, Verdi e sinistra DS per l'estensione dell'art.18 alle piccolissime imprese e l'abrogazione della legge sulla parità scolastica e di altre normative di interesse ecologico.

(4) Ci riferiamo alle ricorrenti marce per la pace ad Assisi che hanno cercato e cercano di aggregare il movimento su di un terreno non soltanto decisamente interclassista, ma anche unitario con tutte le componenti politiche uliviste e non (ci sono stati talora appelli per una presenza anche di settori del Polo), col risultato di una partecipazione alle marce anche di forze e leaders apertamente guerrafondai.

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