Crisi e ripresa della lotta di classe

La crisi che sta vivendo il sistema capitalistico su scala internazionale è forse la più profonda e grave che si sia verificata dopo quella degli anni Trenta del secolo scorso.

Essa giunge, inoltre, dopo una lunga serie di crisi locali che hanno messo in ginocchio paesi come la Russia, le famose Tigri asiatiche, il Giappone, il Brasile, per non parlare poi dell'Argentina e di tutto il subcontinente latino-americano, e dopo che anche nei paesi capitalisticamente più sviluppati gli attacchi al salario e alle condizioni di vita del proletariato si sono succeduti a ritmo frenetico.

Il mercato del lavoro di tipo fordista, basato sullo scambio: pace sociale contro occupazione e salari certi, è stato radicalmente stravolto dall'introduzione di contratti di lavoro in cui l'unica cosa certa è il diritto del capitalista di disporre della forza-lavoro a proprio piacimento in relazione all'andamento del ciclo economico.

In alcuni settori si configurano addirittura rapporti di lavoro che sconfinano in forme di vera e propria schiavitù. È così, per esempio, per tutti i contratti di lavoro che riguardano gli immigrati, per i quali, in Italia, ma anche in gran parte dell'Europa e come già accade negli Usa, è stato di fatto disegnata una condizione giuridica che, per certi versi, configura una vera e propria subordinazione di tipo schiavistico al “proprietario”. E non diversamente vanno le cose anche per un gran numero di lavoratori della metropoli capitalista.

Da una recente ricerca sul campo condotta dalla giornalista statunitense Barbara Ehrenereich (1), apprendiamo, per esempio, che circa il 30 per cento della forza-lavoro negli Stati Uniti guadagna non più di otto dollari l'ora quando, secondo i dati della National Coalition for the Homeless, già nel 1998...

per potersi permettere un monolocale più servizi, un lavoratore doveva guadagnare 8,89 dollari l'ora (media nazionale). (2)

In verità, negli ultimi decenni, nonostante la vertiginosa crescita della sua produttività, la condizione del lavoro e, in generale, le condizioni di vita del proletariato e degli strati sociali ad esso assimilabili sono enormemente peggiorate. La tanto esaltata globalizzazione e le politiche neo-liberiste adottate a suo supporto che, secondo le aspettative degli economisti borghesi, avrebbero dovuto assicurare sviluppo, benessere e libertà in tutto il pianeta, sono - come peraltro era facilmente prevedibile - miseramente fallite. Perfino alcuni fra i suoi più accaniti sostenitori, come il premio Nobel per l'economia 2001, ex consigliere del presidente degli Usa Clinton e membro della Banca Mondiale, Joseph E. Stiglitz, è costretto ad ammettere i disastri che ne sono derivati e il fatto che esse hanno favorito soprattutto i più abbienti.

E anche quando i risultati [della globalizzazione e delle politiche d'adeguamento strutturale imposte dal Fmi - ndr] - egli scrive nel suo ultimo lavoro - non sono stati così disastrosi, quando hanno favorito una crescita temporanea, spesso ne hanno tratto vantaggio solo i più abbienti, mentre i poveri sono diventati ancora più poveri. (3)

Per Stiglitz, ovviamente, la causa del disastro è da ricercarsi non nelle contraddizioni strutturali del sistema capitalistico di cui la cosiddetta globalizzazione è una conseguenza, ma nel modo errato con cui essa è stata perseguita.

Ritengo che la globalizzazione - scrive nella prefazione del libro appena citato - ossia l'eliminazione delle barriere al libero commercio e la maggiore integrazione tra le economie nazionali possa essere una forza positiva e che abbia tutte le potenzialità per arricchire chiunque nel mondo, in particolare i poveri. Ma perché ciò avvenga è necessario un ripensamento attento del modo in cui essa è stata gestita (4).

Il fatto che di fronte all'impoverimento violento di intere aree del pianeta e a una crisi rispetto alla quale, per ora, non si riesce a fare altro che spostare la previsione del suo superamento sempre più avanti nel tempo, uno dei maggiori economisti borghesi non abbia da proporre nulla di meglio che un ripensamento per una più graduale applicazione di quelle stesse politiche ritenute responsabili del disastro, costituisce forse la prova più convincente che a questa crisi, sul terreno delle politiche economiche, la borghesia non ha più nulla da opporre.

Alla luce dei precedenti storici, non è dunque per niente azzardato prevedere fenomeni di ulteriore generalizzazione della miseria fino all'affamamento di un numero crescente di individui e l'intensificarsi delle spinte verso la militarizzazione dei conflitti economici e alla dilatazione delle guerre (vedi in questo stesso numero di Prometeo l'articolo “La guerra permanente è la risposta alla crisi del capitalismo americano”).

In verità l'alternativa c'è ed è data non tanto da un capitalismo riformato, dal volto “più umano” o dal generico quanto indefinito “nuovo mondo possibile” del movimento No Global, ma dal superamento rivoluzionario degli attuali rapporti di produzione e dalla costruzione di una società socialista, cioè di un'economia nuova, che, prescindendo dal profitto e dal denaro, possa realmente prefiggersi un radicale rovesciamento di tutti i parametri che regolano attualmente l'attività produttiva per farne un reale strumento per la soddisfazione dei reali bisogni degli uomini e non per il loro sfruttamento e sottomissione a un'esigua minoranza.

Forse mai come oggi il socialismo è stato un'autentica necessità. Non c'è, infatti, solo il possibile disastro economico a sottolinearne l'attualità, ma è l'intero ambito della vita sociale che ne reclama la sua urgente concretizzazione. Basti pensare, per esempio, ai danni gravissimi all'ambiente che il modo di produzione capitalistico causa e al rischio concreto che nel volgere di qualche decennio la stessa vita degli uomini su questo pianeta potrebbe risultare impossibile, per rendersene pienamente conto. Mai, almeno nella storia del moderno capitalismo, la ricerca di un'alternativa storica allo stato di cose esistenti si è posta in modo così drammatico, anche se mai come oggi essa è stata così poco avvertita o addirittura negletta e proprio da quel proletariato che, per la sua specifica collocazione nella produzione, il marxismo rivoluzionario ha individuato come l'unico soggetto realmente in grado di produrre il superamento dell'attuale formazione sociale.

Nuovi soggetti?

L'emersione di questa dicotomia non è recente e già negli anni sessanta abbiamo avuto il fiorire di vere e proprie scuole di pensiero che da ciò trassero la conclusione che il marxismo fosse obsoleto e che quindi occorresse superarlo. Da lì in poi, il tentativo di andare oltre Marx ha assunto l'aspetto di una corsa frenetica e, con essa, frenetica è divenuta anche la ricerca di eventuali nuovi soggetti rivoluzionari che avrebbero dovuto sostituire il proletariato nel compito di abbattere il capitalismo.

Per esempio, il poderoso sviluppo della grande industria verificatosi dopo la Seconda Guerra Mondiale e fino ai primi anni 1970 e il notevole miglioramento delle condizioni di vita del proletariato dei paesi capitalisticamente più avanzati, venne assunto non come un fenomeno di una determinata fase del ciclo di accumulazione capitalistico e perciò come necessariamente limitato nel tempo e nello spazio, ma come un dato strutturale irreversibile, permanente e generalizzato, da cui si estrapolò l'integrazione definitiva del proletariato nell'ambito dei rapporti di produzione capitalistici e la fine di ogni possibile antagonismo fra esso e la borghesia, e si pensò, pertanto, che il nuovo soggetto rivoluzionario dovesse essere cercato al di fuori del mondo della produzione dove l'integrazione aveva luogo. E lungo questa china, poi, il ruolo del soggetto rivoluzionario è passato dal proletariato agli intellettuali, da questi agli studenti, dagli studenti all'operaio-massa e così via.

Oggi è diffusa la convinzione che il nuovo soggetto rivoluzionario, il protagonista di un imprecisato “nuovo mondo possibile” sia da ricercarsi in un nuovo fantasma, quello delle moltitudini, che si sarebbe materializzato in virtù del fatto che il plusvalore realizzato nella produzione delle merci, che sarebbero divenute “merci immateriali”, non sarebbe più il frutto dello sfruttamento della forza-lavoro, ma dell'appropriazione di un presunto quanto imprecisato “sapere diffuso” nella società e dunque di appartenenza non di una classe sociale, ma, appunto, della moltitudine..

Al di là della valutazione critica specifica di ognuno di questi presunti approdi oltre Marx, ci sembra necessario sottolineare che questi tentativi hanno tutti in comune un medesimo presupposto metodologico, che consiste nell'assumere l'astrazione teorica necessaria per una migliore comprensione del mondo reale, operante come un soggetto in sé indipendentemente dagli individui e dalla loro vita cui l'astrazione si riferisce. Nella fattispecie, si dimentica cioè che:

i singoli individui formano una classe solo in quanto debbono condurre una lotta comune contro un'altra classe; per il resto essi si ritrovano l'uno contro all'altro come nemici nella concorrenza. (5)

La classe è un'astrazione determinata sulla base delle ragioni materiali che accomunano una parte degli individui che compongono la società contro un'altra, estrapolando dalle specifiche condizioni che mettono questi stessi individui in concorrenza fra loro. Ritenere che ciò comporti meccanicamente che all'astrazione, frutto della individuazione delle ragioni che determinano l'appartenenza, corrisponda meccanicamente anche la consapevolezza di questa appartenenza negli individui reali è come ritenere che questi ultimi, per effetto dell'astrazione, cessino realmente di esistere come individui in quanto tali e con essi anche che le loro specifiche condizioni materiali di esistenza - i modi cioè con cui essi producono la loro vita immediata - si dissolvano meccanicamente in quelle generali che determinano la loro appartenenza di classe. Fra le due c'è invece una strettissima correlazione e i comportamenti degli individui che le vivono non possono essere indagati senza una costante e attenta valutazione critica dei mutamenti che esse subiscono in relazione allo sviluppo e alle modificazioni che via via si determinano nel processo di accumulazione del capitale.

I processi di acquisizione della consapevolezza di questa appartenenza, dunque, non possono non risentire di queste modificazioni a meno che non si supponga che questo processo consista in una sorta di svelamento di un'idea contrapposta a un'altra idea, cioè che si voglia spiegare “la prassi partendo dall'idea...” (6) quando invece, se si vuole realmente rimanere sul terreno del materialismo storico, è necessario il contrario. Si badi bene però che, proprio perché si parte dalla prassi, non si tratta di una semplice riproduzione e rappresentazione del dato oggettivo, ma di un processo di produzione complesso che include in sé anche i processi di elaborazione critica del dato e del fatto che il prodotto di questo processo non resta accantonato in qualche cartella dell'archivio della storia, ma che sul dato ritorna e con esso interagisce.

Dal punto di vista storico-materialistico, dunque, affermazioni come: “Il proletariato ha fallito il suo compito storico” o “Il proletariato ha deluso le aspettative” sono prive di qualunque significato, così come la ricerca di nuovi soggetti rivoluzionari, anche se la base materiale dell'antagonismo che mette di fronte borghesia e proletariato, cioè i rapporti di produzione capitalistici, non solo non è stata minimamente intaccata, ma si è ulteriormente universalizzata.

In verità, quel che emerge è l'incapacità di leggere criticamente i grandi mutamenti che si sono prodotti nel corso del tempo. I grandi processi di concentrazione e centralizzazione del capitale con il passaggio dal capitalismo concorrenziale a quello monopolistico (Imperialismo), due guerre mondiali come prodotto delle crisi del primo e secondo ciclo di accumulazione del capitale, la sconfitta della Rivoluzione d'Ottobre come avamposto della possibile rivoluzione internazionale, per finire ai grandi processi di ristrutturazione e l'introduzione della microelettronica nei processi produttivi indotti dalla crisi del terzo ciclo di accumulazione capitalistica manifestatasi agli inizi degli anni 1970 del secolo scorso (Vedi in questo stesso numero di Prometeo l'articolo Crisi del ciclo di accumulazione del capitale e crisi congiunturali e il documento del Bipr Alcune precisazioni sulla crisi argentina) - per sottolineare solo i passaggi più salienti della storia recente del capitalismo - non possono essere ignorati, se si vuole sul serio tentare di capire l'attuale fase della lotta di classe che, salvo alcuni casi più recenti ma ancora sporadici, vede l'iniziativa ancora completamente nelle mani della borghesia, nonostante i rischi di esplosione di una crisi devastante si facciano di giorno in giorno più concreti.

Anche a volersi soffermare solo sui profondi mutamenti indotti dal passaggio dalla fase ascendente a quella discendente del terzo ciclo di accumulazione del capitale, ci si rende conto che in questi ultimi trenta anni si sono prodotti cambiamenti così radicali che immaginare che si possa riproporre il processo di maturazione di una chiara coscienza anticapitalistica negli stessi termini, per esempio, con cui si è svolto a partire dalla seconda metà dell'800 e culminato con la vittoria della Rivoluzione d'Ottobre, sarebbe un'esercitazione di pura fantasia.

Con il passaggio dalla trasferta (catena di montaggio) rigida alle macchine a controllo numerico è cambiata tutta l'organizzazione del lavoro in fabbrica, sono cambiate le fabbriche anche fisicamente, come luoghi dove si concentravano un gran numero di lavoratori ed è cambiata la composizione della classe con la proletarizzazione di fasce sempre più consistenti di piccola borghesia e la plebeizzazione di altrettanto consistenti strati di classe operaia.

Infine, è cambiata la struttura del salario e del suo mercato. I sindacati, che con il trionfo della grande industria e il passaggio alla fase dell'imperialismo avevano già subito una profonda trasformazione diventando elementi essenziali della programmazione capitalistica, con il prevalere delle forme di contrattazione individuali e del lavoro “usa e getta” tendono sempre più a trasformarsi in strumenti di repressione della stessa lotta sindacale e, in quanto tali, a far strutturalmente parte dell'apparato statale. Eppure di fronte a tutto ciò, cioè di fronte all'evidenza che si sono modificati perfino i luoghi fisici dove la lotta economica può maturare e che si sono praticamente annullati gli spazi della rivendicazione, è ancora diffusa l'idea che il rilancio della lotta di classe - e per alcuni anche oltre il terreno economico - passi attraverso la ricostruzione sic et simpliciter di nuovi sindacati. Noi, per esempio, parliamo invece della necessità della costruzione di nuovi organismi territoriali e di fabbrica strettamente collegati con il partito.

Ma al di là delle problematiche connesse ai profondi mutamenti della struttura del salario e del suo mercato, dell'organizzazione del lavoro e della sua suddivisione su scala internazionale di cui ci occupiamo più diffusamente nell'articolo Composizione e ricomposizione di classe... che appare in questo stesso numero di Prometeo, qui ci preme sottolineare un altro aspetto, strettamente connesso al processo di produzione di una chiara coscienza di classe sul terreno dell'anticapitalismo e che raramente viene preso nella dovuta considerazione, e cioè che con lo sviluppo capitalistico si modificano profondamente anche le forme del dominio ideologico che esercita la borghesia sul proletariato e che le consentono di far prevalere anche all'interno del suo avversario di classe idee, comportamenti e perfino stili di vita conformi alla esigenza di valorizzazione del capitale e della conservazione del sistema.

Il dominio ideologico della borghesia

Nel sistema capitalistico, come è noto, lo scopo della produzione delle merci è l'estrazione di un plusvalore mediante lo sfruttamento della forza-lavoro. Anche se per un lungo periodo le merci prodotte sono state in prevalenza merci il cui valore d'uso era strettamente correlato alla loro attitudine a soddisfare soprattutto i bisogni che scaturiscono dai processi vitali della produzione e riproduzione degli uomini, ciò interessa il capitalista solo marginalmente e solo se costituisce un requisito perché di quella determinata merce ci sia poi una domanda, in altre parole che di essa ci sia un mercato.

Contrariamente a quanto comunemente si crede, anche lo sviluppo delle forze produttive non è tanto il prodotto della necessità di soddisfare bisogni crescenti o i bisogni di una popolazione in crescita, quanto conseguenza del fatto che, a causa dello sfruttamento della forza-lavoro, dopo ogni ciclo produttivo i capitali risultano accresciuti. La loro crescita, come l'allargamento della produzione delle merci, non è conseguenza della necessità di allargare l'area del soddisfacimento dei bisogni, per quanto vitali essi possano essere, ma del fatto che a ogni ciclo produttivo si rendono disponibili capitali sempre più grandi ovvero che la riproduzione del capitale avviene normalmente su base allargata. Un capitalismo senza riproduzione allargata dei capitali in realtà è un puro non sense e, infatti, quando ciò accade o anche solo quando il tasso di crescita non è sufficientemente elevato, la produzione delle merci rallenta e il sistema va in crisi. Perché ciò non accada è necessario, dunque, che la produzione delle merci si espanda almeno in ragione direttamente proporzionale alla crescita dei capitali utilizzati in essa.

Ora, è del tutto evidente che se la platea dei bisogni vitali da soddisfare si restringe perché la produzione delle merci che li soddisfano si è molto accresciuta e/o non si registra una crescita della popolazione, si crea o un surplus di merci che restano invendute o, che in ultima istanza è lo stessa cosa, un surplus di capitali che restano inutilizzati. È da questa contraddizione che a un certo grado dello sviluppo capitalistico, soprattutto nei paesi maggiormente industrializzati, è scaturita la tendenza, da un lato a produrre merci, anche nel caso di beni strumentali, progettate per avere un ciclo di vita molto breve e, dall'altro, a ingenerare nuovi bisogni che giustifichino la produzione di nuove merci. Si pensi, per esempio, al dilagare dei mezzi di trasporto individuali a discapito di quelli collettivi lasciati appositamente deperire, nonostante che ciò comporti un incremento fortissimo dei costi della mobilità sia a livello individuale sia della collettività, per non parlare dei danni ambientali.

Negli ultimi decenni, con la nascita dell'elettronica prima e della microelettronica poi, il numero delle merci sempre meno correlate alla soddisfazione dei bisogni vitali è cresciuto a dismisura, anche grazie alla nascita di nuovi strumenti di comunicazione come la televisione, che, oltre a essere essa stessa un bene di questo tipo, svolge anche la funzione di favorire la diffusione di massa di bisogni fittizi.

Ora, proprio perché più che mai correlate a bisogni indotti dalle esigenze dell'accumulazione e della conservazione capitalistica, queste merci incorporano oltre al lavoro vivo e morto di cui si sostanziano anche “l'anima” del capitale. In esse c'è di conseguenza tutto il punto di vista della borghesia, la sua concezione del mondo e della vita, tutta la sua ideologia e sottrarsene è per molti versi quasi impossibile. Finalizzate, per essere prodotte su vasta scala, al maggior numero possibile di consumatori, la loro caratteristica fondamentale è data dalla loro attitudine a soddisfare individualmente anche bisogni che sarebbe più opportuno e meno costoso - da un punto di vista generale - soddisfare con beni di uso collettivo, così che ogni individuo costituisca un universo a sé stante, atomo fra atomi, concretamente separato da tutti gli altri individui anche se appartenenti alla sua stessa classe.

Tutto ciò non costituisce in sé una novità in assoluto: l'ideologia dominante è sempre stata espressione dei rapporti di produzione vigenti; ma la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa e quelli teleaudiovisivi in particolare, hanno consentito un tale affinamento e una tale capillarità dei suoi processi di riproduzione a livello di massa che spesso si tende addirittura a individuare in essi la base stessa del dominio ideologico della borghesia, che invece mai come oggi è stato così direttamente collegato alla produzione delle merci e della mercificazione di ogni momento della vita sociale e anche, appunto, quello della produzione delle idee.

Altro che merci immateriali! Qui siamo davanti alla materializzazione, mediante la sua mercificazione, perfino dell'ideologia, a una sorta di “pensiero-merce” che condiziona l'esistenza degli individui al di là della loro stessa volontà, imponendo con la forza delle cose stili di vita e valori che sono propri della classe dominante.

La potenza di questo dominio, la sua capillarità e il fatto che si esprime in gran parte per mezzo del controllo dei mezzi di comunicazione di massa ha indotto, e tuttora induce, qualcuno a ritenere che non può esserci reale sviluppo di una coscienza autenticamente anticapitalistica, anche solo sul terreno della lotta economica, se il proletariato e le sue avanguardie non riescono a contrastare questo dominio sul suo medesimo terreno mediante la propria autonoma produzione delle idee. È un po' il serpente che si mangia la coda.

In verità, e proprio per le ragioni che abbiamo visto, una ripresa diffusa della lotta di classe anche al solo livello economico non può prescindere dall'acuirsi delle contraddizioni proprie del processo di accumulazione del capitale e della produzione delle merci. Anzi, la fortissima interconnessione che esiste fra questa e la produzione delle idee dominanti lascia supporre che, qualora si dovesse produrre una frattura drammatica nell'economia, questa potrebbe estendersi, a dispetto di tutte le televisioni del mondo, in breve tempo anche all'intero processo di produzione dell'ideologia dominante. Altresì, e anche le esperienze più recenti come quella argentina lo dimostrano, non si tratta neppure di rimanere alla finestra ad attendere l'eventuale crollo.

Proprio perché - come abbiamo già visto - il processo di produzione di una coscienza antagonista e chiaramente anticapitalistica non è il prodotto della semplice riproduzione del dato oggettivo, ma implica anche la rielaborazione critica sua e di quella dell'esperienza dei singoli proletari e/o delle singole categorie in cui essi sono inclusi, è indispensabile la presenza di un organismo collettivo e quindi non atomizzato nella e dalla singola esperienza come può esserlo solo un partito interprete dell'autonomia degli interessi di classe del proletariato da quelli della borghesia.

Si ripropone così più che la questione dell'assenza del proletariato quella di colmare la lacuna più importante ovvero la necessità della ricostruzione del partito rivoluzionario. Purtroppo, la sconfitta della Rivoluzione d'Ottobre prima e il crollo dell'URSS poi hanno generato, fra gli altri mille guasti, anche una sorta d'idiosincrasia diffusa verso la parola stessa “partito”. Si ritiene cioè ineluttabile, una volta che il proletariato abbia conquistato il potere, che il partito, che pure in quella rivoluzione lo ha guidato, si faccia partito-stato e degeneri in quella sorta di mostruoso grande fratello che è stato poi il partito comunista russo.

Ora, da una rilettura critica dell'esperienza russa si possono certamente rilevare gli innumerevoli errori commessi dal partito bolscevico (e come sarebbe stato possibile che non ne commettesse, visto che un partito è fatto di uomini?); si può anche dissentire da alcune o da molte della scelte da esso compiute, ma non si può non rilevare che la sua degenerazione è conseguenza della sconfitta; della rivoluzione e sua, non il contrario, e che, invece, senza la sua presenza, costruita con largo anticipo rispetto agli eventi che portarono alla rivoluzione e ben radicata nel corpo della parte più viva della classe, non ci sarebbe stata neppure la rivoluzione. Ovviamente anche qui non si tratta della riproposizione pura e semplice delle esperienze del passato, ma di un percorso che deve muoversi a partire da un bilancio spietato e rigoroso del passato e in particolare dell'esperienza russa, compresa quella di chi pure alla sua degenerazione si opposto, ma non è riuscito a trarne fino in fondo le conseguenze, rimanendo così in qualche modo sepolto sotto le macerie del suo crollo.

È perfino assurdo parlare di ripresa della lotta di classe; così come assurdo sarebbe farlo a prescindere da una attenta valutazione critica di tutte le modificazioni che si sono prodotte nelle forme del dominio della borghesia, se non si comprende quanto grande è stato il danno compiuto dallo stalinismo e la necessità di chiarire che si è trattata di un'esperienza tutta interna al capitalismo. Infatti, non si tratta tanto di ripercorrere le ragioni della sconfitta della Rivoluzione, che in gran parte sono state già sviscerate, ma quanto di capire che nulla di quanto si è prodotto dopo la sua sconfitta ha avuto qualcosa a che fare con il socialismo e meriti di essere in qualche modo recuperato.

È molto probabile che Il proletariato spinto dall'acuirsi della crisi economica, e in questo senso si registrano già alcuni segnali, riprenda a lottare in difesa dei suoi interessi immediati ed anche di più, ma ciò, seppure costituisca una sua condizione imprescindibile, non sarà di per sé sufficiente per la maturazione e radicalizzazione di una chiara coscienza anticapitalista e rivoluzionaria se non sarà stato chiarito fino in fondo che il socialismo non si identifica con la semplice espropriazione dei mezzi di produzione, cioè con il proseguimento dell'economia capitalista nelle mani dello stato, ma è la rottura definitiva con l'economia stessa, almeno così come finora l'economia è stata intesa. Ed è la rottura con il concetto stesso di valore in tutte le sue forme e pertanto non necessita né dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo né del denaro né tanto meno della sua accumulazione e della produzione della merce per la merce stessa, cioè del meccanismo infernale nelle cui spire rischia di rimanere stritolata l'umanità intera.

Non quindi un generico mondo possibile, ma una precisa e moderna alternativa al capitalismo che implica perciò anche la necessità delle definizione degli strumenti politico-organizzativi e della strategia necessaria per raggiungerla e dunque del partito rivoluzionario che deve elaborarle. Questi sono i problemi veri e con questi bisogna misurarsi. Hic Rhodus, hic saltus, direbbe Marx.

Giorgio Paolucci

(1) Barbara Ehrenreich - Una paga da fame - Feltrinelli Editore - aprile 2002 - pag. 9.

(2) ibidem - pag. 8.

(3) Joseph E. Stiglitz - La globalizzazione e i suoi oppositori - Giulio Einaudi Editore - 2002 - pag. 14.

(4) op. cit.

(5) K. Marx - L'ideologia Tedesca - Opere Complete Vol. V° - Editori Riuniti - pag. 63.

(6) ibidem - pag. 39.

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