Alle radici della guerra contro l'Iraq e quelle future

Gli Usa consumano 19,5 milioni di barili di petrolio al giorno, pari al 26% del consumo mondiale, dei quali più della metà (9,8 milioni) provengono nell'ordine da: Arabia Saudita, Messico, Canada, Venezuela, Nigeria, Iraq.

L'Iraq, dopo l'Arabia Saudita, possiede le maggiori riserve petrolifere mondiali e un barile del suo petrolio costa alla produzione 5 dollari mentre quello del Texas 15 dollari (1).

Inoltre l'economia statunitense sta vivendo la più pesante recessione di questo secondo dopoguerra. Nello scorso aprile, quando solo pochi mesi fa secondo molti analisti, si sarebbero dovuti registrare i primi consistenti segnali di ripresa, la produzione industriale ha subito un calo dello 0,5% rispetto al mese di marzoe dello 0,4% rispetto allo stesso mese del 2002.

Ma a dare la misura della profondità della crisi è il grado di utilizzo degli impianti che è sceso a quota 74,4 per l'intera industria e al 72,5% per il settore manifatturiero facendo registrare un calo di 13 punti rispetto al 2000, quando fu raggiunto il picco massimo, e di ben 7 punti percentuali rispetto alla media degli ultimi trenta anni.

Anche a voler tener conto solo di questi dati, è del tutto evidente che le ragioni di ordine economico hanno avuto un peso determinante sulla decisione degli Usa di attaccare l'Iraq. Peraltro, la conferma viene anche dal comportamento delle loro truppe di occupazione. Sotto i loro occhi sono avvenute le più incredibili devastazioni. È stato assaltato e svuotato dei suoi pezzi migliori il museo di Bagdad, uno dei più importanti del mondo; sono stati saccheggiati i magazzini dove erano stivate le scorte alimentari del piano oil for food gestito dall'Onu, i palazzi presidenziali, tutti i ministeri e perfino gli ospedali senza che i marine battessero ciglio, ma a nessuno è stato consentito di avvicinarsi al ministero del petrolio. Di più: dopo aver bombardato con ogni tipo di bomba, intelligente, cretina, a grappolo e alla grafite e cannoneggiato con ogni tipo di proiettili, ivi compresi quelli al plutonio impoverito e ridotto l'Iraq a un cumulo di macerie, ci si poteva aspettare, anche solo a fine propagandistici, che l'esercito della più grande potenza del mondo - prima nella storia dell'umanità a fare guerre di tipo "umanitario" e per "esportare la democrazia" - si preoccupasse di ripristinare almeno i servizi essenziali come l'erogazione di acqua potabile e di elettricità distrutti dai bombardamenti; invece, dopo più di un mese dalla dissoluzione del regime iracheno, dell'acqua e dell'elettricità non c'è traccia né a Bagdad né altrove e i lavori per ripristinarli non sono stati né avviati né programmati. Ben altra cura c'è stata invece per i pozzi di petrolio accuratamente evitati dai bombardamenti e celermente riattivati quando sono rimasti danneggiati durante i combattimenti o incendiati dai militari iracheni in fuga e per le riserve valutarie della banca centrale irachena immediatamente requisite dai marine.

Alla luce di ciò, secondo molti analisti anche di scuole diverse, l'attacco all'Iraq sarebbe stato determinato per due ragioni fondamentali: una d'ordine strategico, importantissima soprattutto se dovesse risultare vera la previsione che il picco mondiale massimo dell'estrazione di petrolio potrebbe essere raggiunto già nei prossimi dieci anni, e l'altra, più immediata, di garantire d'imperio, in funzione anticiclica, le commesse per il rilancio della produzione industriale statunitense, vista l'incapacità dell'apparato produttivi Usa di vincere, o solo contenere, in altro modo la sfida con la concorrenza internazionale. A causa della sua scarsa competitività, infatti, nonostante che il dollaro, dall'ottobre 2000 a oggi, abbia subito una svalutazione di circa il 28 per cento rispetto all'euro, il deficit della bilancia commerciale statunitense è continuato a crescere a un ritmo del 10 per cento all'anno e il valore complessivo delle importazioni supera ormai del 42% quello delle esportazioni (2).

Un peso non irrilevante, come sta emergendo dalle sempre più dettagliate e frequenti rivelazioni di stampa, hanno avuto anche i forti interessi privati della stessa lobby presidenziale. A cominciare da Bush e Rumsfiled per finire al consigliere per la sicurezza Condoleeza Rice sono molti, infatti, i componenti del team presidenziale che hanno ricoperto cariche di primo piano nei consigli di amministrazione di quelle multinazionali a cui, ancor prima che la guerra scoppiasse, sono state assegnate le commesse per la ricostruzione.

Come accade per tutte le fiabe, a credere che l'attacco sia stato motivato dalla volontà di esportare la democrazia o di eliminare le armi di distruzione di massa in mano al feroce saladino sono rimasti solo i bambini - e non tutti - e gli... ingenui. Eppure se la chiave di lettura che spiega la guerra riconducendola, da un lato, alla necessità di garantire, in vista di un loro progressivo esaurimento, agli Usa fonti di approvvigionamento energetico abbondanti e a buon mercato e, dall'altro, a un utilizzo della guerra stessa in funzione anticiclica secondo lo schema keynesiano classico, proietta abbastanza luce sulla crisi irachena, lascia nell'ombra, sottraendole a una più attenta valutazione critica, le contraddizioni fondamentali che sono alle radici di questa guerra e impedisce di comprenderne quegli aspetti che ne fanno non un episodio contingente e particolare, ma una tappa fondamentale di quel che potremmo definire il passaggio dalla economia basata sull'appropriazione parassitaria di plusvalore mediante la dilatazione della produzione di capitale fittizio e la conseguente dilatazione della sfera finanziaria a quella nella quale a tutto ciò si aggiunge la rapina sistematica per mezzo della guerra.

Un passo indietro

Gli economisti e gli intellettuali borghesi di fronte anche alla sola idea che il capitalismoè un prodotto storico e come tale è transitorio, provano una sorta di timor panico, un vero e proprio horror - come direbbe Marx - che li induce o a stravolgere o a rimuovere tutto ciò che può loro rammentare questa che è prima di ogni altra cosa la più semplice lezione che ci viene dalla vita stessa. Deve essere per questo che il mese di agosto del 1971 raramente viene ricordato anche dagli analisti più attenti, eppure si tratta di una data che ha segnato una svolta fondamentale nella storia del capitalismo moderno. Nell'agosto del 1971, l'allora presidente degli Usa Nixon denunciò gli accordi sottoscritti nel 1944 a Bretton Woods con cui, sulla base della sua convertibilità nel rapporto fisso di 35 dollari per oncia, il dollaro fu posto a fondamento del nuovo sistema di pagamenti internazionali.

Con ciò gli Usa, in quanto maggiore potenza industriale vincitrice della seconda guerra mondiale, assicuravano alle loro merci e ai loro capitali una grande facilità di circolazione sui mercati internazionali e di conseguenza la possibilità di espandere la massa dell'extraprofitto derivante sia dalla posizione di monopolio che occupavano le loro imprese in molti settori produttivi sia dalla maggiore competitività complessiva del loro apparato industriale.

Con gli accordi di Bretton Woods, insomma, il dollaro di fatto soppiantava nel sistema dei pagamenti internazionali definitivamente la sterlina e in parte anche l'oro e la Federal Reserve si assicurava il controllo e il governo delle principali variabili macroeconomiche, oltre che della propria, di quasi tutta l'economia mondiale. D'altra parte si trattava della Banca centrale della potenza il cui Pnl costituiva il 50 per cento dell'intero Pnl mondiale.

Per tutti gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, il sistema ha funzionato egregiamente tanto che i paesi che gravitavano nella sfera di influenza statunitense, e gli stessi Usa, inanellavano, anno dopo anno, tassi di crescita da record, spesso, come l'Italia negli anni del famoso boom, addirittura a due cifre. Anche allora gli economisti borghesi, abbagliati da così sostanziosi tassi di crescita, decretarono la fine dell'andamento ciclico dell'economia capitalistica e mentre osannavano Keynes, celebravano senza sosta i funerali del marxismo.

Dimenticavano però che le contraddizioni del sistema capitalistico non sono un'invenzione di Marx ma appartengono al capitalismo come il cuore a ogni organismo animale vivente. E come del cuore se ne può avere più o meno cura, ma non se ne può fare a meno pena la morte, così il capitalismo non può liberarsi dalle sue contraddizioni se non negando se stesso.

Già sul finire degli anni Sessanta, infatti, la poderosa potenza industriale americana cominciò a perdere colpi e i saggi medi del profitto, che in ultima istanza non dipendono né dal sistema dei cambi né dalle politiche economiche in voga, come ampiamente previsto dal marxismo, cominciarono inesorabilmente a declinare. Per tutta risposta, la Federal Reserve per finanziare il debito pubblico in forte ascesa a causa sia della crescita della spesa militare per la guerra in Vietnam sia per compensare con il sostegno alla domanda interna la contrazione delle esportazioni dovuta all'accresciuta concorrenza internazionale, cominciò a barare alla grande stampando dollari a tutta forza e senza costituire le corrispettive riserve auree come stabilito a Bretton Woods. Ne stamparono così tanti che anche i ciechi se ne accorsero e cominciarono a richiederne la conversione in oro; ma giunti allo sportello della Banca Centrale americana vi trovarono appeso il decreto con cui il presidente Nixon dichiarava l'inconvertibilità del dollaro e la denuncia del trattato del 1944.

Liquidato il sistema di cambi fissi incentrato sulla convertibilità del dollaro con l'oro, non esistendo una valuta capace di sostituirsi a quella statunitense, teoricamente sarebbe stato possibile un ritorno a un gold standard puro, ma, oltre che a motivi di praticità dato il volume raggiunto dagli scambi internazionali, nei fatti il ritorno al sistema preesistente la seconda guerra mondiale risultò impossibile. I prezzi di quasi tutte le materie prime, a cominciare dal petrolio, erano espressi in dollari; in dollari era denominato il debito dei paesi che le producevano ed esportavano e in dollari erano denominate le riserve detenute dalle banche centrali. Per non dire poi del fatto che gli Usa rimanevano pur sempre la maggiore potenza economica e militare e l'unico baluardo capace di contenere ed eventualmente contrastare il temuto orso russo. Dunque, il sistema dei cambi fissi fu liquidato, ma il dollaro rimase il mezzo di pagamento internazionale più diffuso. Accadde così che per la prima volta nella storia del capitalismo moderno un biglietto di banca inconvertibile assumesse il ruolo che fino ad allora era appartenuto solo ai metalli nobili.

Una volta abbandonata la parità fissa con l'oro, la base di riferimento per la determinazione della quantità e del valore della massa monetaria denominata in dollari emessa dalla Federal Reserve, dato l'elevato numero delle transazioni a cui dava luogo su scala mondiale e per la sua universalità, divenne di fatto il petrolio anzi, per essere più precisi, il prezzo del petrolio. Da ciò gli Usa trassero un enorme vantaggio. All'epoca essi importavano meno del 30 per cento del loro fabbisogno nazionale di petrolio, mentre i loro più diretti concorrenti come l'Europa e il Giappone, importavano tutto il loro fabbisogno per cui, quando il prezzo del petrolio con la complicità dell'Arabia Saudita e di Israele, nel volgere di poco più di un anno, balzò da quattro a quaranta dollari al barile, per gli Usa fu come la manna dal cielo.

Il loro apparato industriale, grazie alla minore incidenza che aveva il prezzo del petrolio sulla sua struttura dei costi rispetto a quella dei concorrenti, registrò un notevole recupero di competitività, ma, cosa ancora più importante, una parte considerevole della massa monetaria precedentemente emessa anziché riversarsi negli Usa fu assorbita dal rincaro del petrolio e così la svalutazione del dollaro poté essere governata in modo da favorire la svalutazione del debito senza che l'inflazione travolgesse il sistema economico e finanziario americano. Essa pur raggiungendo punte del 20-30 per cento su base annua, fu seppure con qualche difficoltà riassorbita; mentre si trascinò per molto più tempo in Europa e mise letteralmente in ginocchio i paesi maggiormente dipendenti dal dollaro e in particolare quelli dell'America Latina dove in alcuni casi superò il 100 per cento su base mensile.

I costi della crisi americana furono così scaricati sull'intera economia mondiale e gli Usa grazie al nesso strettissimo che si determinò fra dollaro e petrolio si assicurarono una fonte di rendita non più incentrata sulla crescita e la maggior forza del loro apparato produttivo, ma su quella del loro sistema finanziario. Fu in funzione di ciò, infatti, che negli anni ultimi anni Settanta e nei primi anni Ottanta, dopo che la Gran Bretagna aveva operato da battistrada, essi si fecero paladini della cosiddetta deregulation dei mercati finanziari e della liberalizzazione della produzione di capitale finanziario, in particolare di quello fittizio che, invece, la legislazione roosveltiana del 1932 aveva vincolato fortemente alla crescita degli investimenti industriali finalizzandola al sostegno della domanda aggregata e degli investimenti produttivi (3).

La dollarizzazione dei mercati internazionali

Nel corso del tempo dal nesso dollaro/prezzo del petrolio è scaturito un sistema talmente raffinato di appropriazione parassitaria di plusvalore mediante l'espansione della rendita finanziaria da farne uno dei fondamenti dell'intera economia mondiale. Tanto è stato abbagliante il suo successo, che la maggioranza degli economisti vi ha letto la conferma definitiva delle tesi della scuola monetarista e neoliberista secondo cui il plusvalore si genera nella fase della circolazione delle merci e dunque anche del denaro che le rappresenta per cui stampare dei dollari e loro derivati, o derivati di qualsiasi titolo immobiliare denominato in dollari era la stessa cosa che produrre merci. Ovviamente la tesi è del tutto falsa come dimostra il fatto stesso che non a tutti è dato di stampare moneta avendo come base di riferimento per la determinazione del suo valore non la propria capacità di produrre realmente merci, ma il prezzo di una materia prima quale il petrolio peraltro appartenente ad altri. Solo gli Usa stampano dollari per cederli a tutti coloro che devono acquistare materie prime - soprattutto petrolio - sui mercati internazionali diversi da quello statunitense ricevendone in cambio un fiume di valuta estera con cui possono acquistare sul mercato internazionale concretissime merci e nel contempo, non esistendo sui mercati finanziari internazionali alternative altrettanto sicure, offrire in cambio di quegli stessi dollari eventualmente di ritorno, né merci proprie né altri dollari ma loro derivati come titoli del proprio debito pubblico (buoni del tesoro) o privato (obbligazioni); azioni o loro derivati (opzioni ecc.).

D'altra parte le borghesie dei paesi produttori di petrolio detentrici di gran parte di questi dollari - contrariamente a quanto credono tuttora taluni loro sostenitori che le ritengono la punta di diamante del fronte dell'antimperialismo - traevano enormi profitti da tale sistema sia perché in esso è implicito un comune interesse con gli Usa a mantenere il prezzo del petrolio tendenzialmente più elevato di quello di mercato sia perché reinvestire in titoli denominati in dollari i dollari ricevuti in cambio del petrolio non presentava particolare rischi e per di più offriva guadagni speculativi molto consistenti visto che proprio a causa di questo fiume di dollari che vi si riversava, la capitalizzazione dei mercati finanziari statunitense era in costante crescita. Il successo di questa forma di accumulazione basata non sulla produzione di merci, ma mediante la produzione e la circolazione di capitale fittizio e il suo prolungarsi nel tempo, ha indotto a ritenere che il capitalismo fosse riuscito a sottrarsi alle contraddizioni delle sue leggi e che la tendenza alla diminuzione del saggio medio del profitto fosse stato definitivamente neutralizzata; in realtà, trattandosi non di una produzione ex novo di plusvalore, ma di una sofisticata forma di appropriazione parassitaria essa era destinata non solo a permanere ma a riproporsi in forma ancora più accentuata.

Una cosa simile era accaduta dopo la scoperta delle Americhe da parte di Cristoforo Colombo. Gli storici dell'economia politica descrivono il fiume di ricchezze proveniente dal nuovo continente come una pioggia di oro e di argento che cadeva sui tetti della Spagna. E gli spagnoli credettero davvero che bastava salire sul tetto, raccogliere quell'oro e quell'argento e trasformarlo in moneta per assicurarsi tutto ciò di cui avevano bisogno. D'altra parte non era l'oro l'essenza stessa del valore? Né i mercanti di tutta Europa lo disdegnavano ricevendolo in cambio delle loro merci. Stando così le cose, dunque, bastava mantenere stretto il controllo delle Americhe perché la cuccagna si perpetuasse nel tempo e così gli spagnoli destinarono una parte crescente di quell'oro e di quell'argento al potenziamento del loro esercito e della loro flotta. Ma dimenticavano - come già rilevava il Galiani - che "niuna cosa ha valore in sé" e che il valore di ogni cosa è dato dalla quantità di lavoro in essa incorporato. Non era l'oro che dava valore alle cose che consentiva di acquistare, ma ciò che in esso vi era contenuto. Più in generale non è la moneta anche se di oro che dà valore alle cose che con essa si acquistano ma ciò che essa contiene o, come è nel caso dei biglietti di banca, ciò che per convenzione si presume che contenga.

Fu così che proprio quando le quantità di oro e di argento messe in circolazione toccarono l'apice si scoprì che il loro valore a seguito della scoperta delle nuove miniere d'Oltreoceano era notevolmente diminuito, ma non lo era quello delle merci che con essi si potevano acquistare i cui prezzi, infatti, salirono vertiginosamente spalancando le porte a una delle crisi più catastrofiche che nella storia moderna ha colpito, partendo dalla Spagna, l'Europa intera.

Vediamo ora cosa è successo negli Stati Uniti con la dollarizzazione dei mercati internazionali delle materie prime.

Negli anni novanta, quando la cosiddetta globalizzazione finanziaria conseguente alla dollarizzazione dei mercati internazionali è giunta al suo apogeo, scrive E. Todd nel suo recente volume Dopo l'impero:

L'aumento del flusso dei capitali verso Gli Stati Uniti è stato sorprendente: da 88 miliardi di dollari nel 1990 a 865 miliardi nel 2001... Ma al di là della massa crescente del capitale finanziario immigrato, quel che colpisce su un periodo di dieci anni è come prima cosa la variabilità del tipo di afflusso: nel 1990 predomina l'investimento diretto, creazione o soprattutto acquisto di imprese da parte di stranieri (55% dell'apporto di denaro). Nel 1991, gli acquisti di azioni e di obbligazioni (45%). Nel 1991,1992, 1995, 1996 e 1997 gli acquisti di buoni del tesoro erano importanti e servivano a coprire il deficit di bilancio americano... Gli acquisti di azioni americane da parte di stranieri rappresentavano 192,7 miliardi di dollari nel 2000, al loro apogeo; ma nello stesso periodo, gli acquisti di obbligazioni raggiungevano 292,9 miliardi di dollari. Se si valutano questi volumi di transazioni in percentuale di denaro fresco prelevato nel mondo dagli Stati Uniti, otteniamo il 19% per le azioni e il 30% per le obbligazioni (4).

Quel che si deduce da questi dati è che sostanzialmente il flusso di capitali proveniente dall'estero, contrariamente a quanto sosteneva fino a qualche tempo fa la stragrande maggioranza degli economisti, si è trasformato solo in minima parte in investimenti produttivi mentre il resto è stato attratto dall'investimento speculativo. Ciò vuol dire che alla capitalizzazione crescente dei mercati finanziari statunitensi non corrispondeva una proporzionale crescita della base produttiva americana né un reale aumento della sua produttività, piuttosto essa era l'espressione, oltre che di una gigantesca centralizzazione del capitale finanziario, di un rigonfiamento fittizio dei valori di borsa dovuto proprio al fatto che la massa dei titoli realmente disponibili era di gran lunga inferiore al flusso di capitali che Wall Street attraeva.

Scrive ancora Todd:

L'America aveva tutte le carte in regola: l'ideologia adatta, l'apparato militare più imponente, la capitalizzazione di borsa iniziale più forte. Giappone a parte, verso il 1990 le capitalizzazioni di borsa degli altri paesi occidentali appaiono minuscole in rapporto a quella degli Usa... Gli Usa, leader monetari e militari, all'inizio offrivano condizioni di massima sicurezza. Wall Street, i cui indicatori borsistici sembrano ormai dirigere quelli di tutto il pianeta (al rialzo ieri, al ribasso oggi), è diventato la chiave di volta della costruzione: 3059 miliardi di dollari nel 1990, 13451 miliardi nel 1998. Ma tutto questo non ha molto a che vedere con il senso fisico e reale della nozione di efficacia economica e di produttività, anche se l'immagine delle nuove tecnologie è un elemento mitico del processo apprezzabile. L'aumento della capitalizzazione di borsa, completamente sproporzionato rispetto alla crescita concreta dell'economia americana, in realtà rappresenta soltanto una sorta da inflazione dei ricchi. L'estrazione del profitto gonfia i redditi che verranno investiti in borsa, dove la rarità relativa dei beni da comprare, le azioni, produce un rialzo del loro valore nominale. (5)

Peraltro, anche gli investimenti ritenuti produttivi non hanno dato l'effetto sperato. Indirizzati soprattutto nell'informating technology, essi hanno contribuito più a distruggere posti di lavoro e a comprimere i salari che a restituire competitività all'economia statunitense. In realtà, anche gli investimenti nell'informating technology si sono orientati più verso i personal computer, utilizzati soprattutto nelle attività connesse ai processi di circolazione dei capitali e delle merci, che verso l'informatica industriale cioè verso i settori autenticamente produttivi.

In un intervista rilasciata al Manifesto è ancora Todd che ci offre il quadro della situazione:

Prenda i robot industriali, l'informatica inserita nei beni d'investimento: in Giappone ci sono 300mila robot industriali, in Europa 200-220 mila (di cui 89mila in Germania), mentre negli Usa ce ne sono solo 97mila. (6)

D'altra parte, dal punto di vista capitalistico, sarebbe stato assurdo che accadesse il contrario. La possibilità di finanziarle mediante il riciclaggio dei petrodollari, ha reso le importazioni dall'estero talmente convenienti - soprattutto quelle ad alto contenuto di capitale variabile - da farle risultare imbattibili dalla produzione nazionale. Più in generale, per incrementare l'appropriazione di plusvalore è risultato più conveniente privilegiare la produzione di capitale fittizio e il riciclaggio dei petrodollari che non stimolare la crescita della produzione industriale. Bastava, infatti, sostenere il prezzo del petrolio e automaticamente si rivalutava anche la massa monetaria in dollari che quindi poteva essere allargata, stampando suoi derivati, senza il rischio di una crescita dell'inflazione; si accresceva il flusso di capitali dall'estero e con esso le possibilità di finanziare sia il deficit commerciale sia il debito pubblico e privato.

Il riciclaggio - scriveva lo scorso febbraio su The Observer l'economista arabo Faisal Islam - dei cosiddetti petrodollari, i profitti degli alti prezzi del petrolio, hanno aiutato gli Stai Uniti a sostenere il loro colossale deficit commerciale... Effettivamente i normali standard economici non sono applicati agli Usa, a causa del ruolo internazionale. Circa tre trilioni di dollari (1,880 bilioni) sono in circolazione per il mondo e aiutano gli Usa a sostenere virtualmente i loro permanenti deficit commerciali. Due terzi del commercio mondiale sono denominati in dollari. Due terzi delle riserve ufficiali di valuta estera delle banche centrali sono denominate in dollari. La dollarizzazione del mercato petrolifero è stata una delle chiavi di volta, negli anni recenti, del lungo periodo di crescita dell'economia degli Stati Uniti. (7)

Le conseguenze della dollarizzazione

La crescita pur poderosa dell'economia nascondeva, però, numerose contraddizioni che prima o poi potevano esplodere. In primo luogo, come abbiamo già visto, godendo del formidabile privilegio di poter determinare il valore (rivalutazione o svalutazione) della mossa monetaria denominata in dollari mediante il controllo del processo di formazione del prezzo del petrolio, gli Usa di fatto hanno potuto, stampando dollari e loro derivati, finanziare anche il loro debito verso l'estero cosa che ha favorito ulteriormente la loro già forte dipendenza dalle importazioni a causa della scarsa competitività del loro apparato produttivo.

Le importazioni, che non hanno mai smesso di crescere negli ultimi quindici anni, superano ormai - scrive l'economista francese F.F. Clairmont - del 42% il valore delle esportazioni. Uno scarto quasi impossibile da ridurre, per la scarsa competitività dei prodotti americani sui mercati mondiali. Per far fronte a un deficit corrente di 500 miliardi di dollari, che cresce annualmente del 10%, occorrono entrate per quasi due miliardi di dollari al giorno per ogni giorno lavorativo, ossia il 76% dell'eccedenza della bilancia dei pagamenti correnti mondiali. (8)

E non è finita qui, perché questo perverso meccanismo non ha riguardato solo il deficit corrente, ma l'intero sistema economico americano, sia il settore pubblico sia quello privato, che si è strutturato sulla crescita del debito.

L'aumento dello stock del debito - scrive ancora Clairmont - è impressionante: tra il 1964 e il 2002, è passato da 10.000 miliardi a 30.000 miliardi di dollari. Se si guardano ora i particolari di questo stock, il fatto saliente è la crescita enorme dell'indebitamento finanziario interno delle imprese: è passato da 53 miliardi a 7.620 miliardi, ossia il 72% del Pil statunitense. (9)

Perfino la sostenuta crescita della domanda interna, che ha caratterizzato il lungo periodo delle performance positive degli Usa si è alimentata con l'incremento del debito:

La crescita vertiginosa dell'indebitamento delle famiglie mette in evidenza il fatto che il consumatore americano vive a credito. In quattro decenni, questo indebitamento è passato da 200 miliardi di dollari nel 1964, a 7.200 miliardi di dollari nel 2002. Nel 1985, rappresentava il 26% del reddito individuale, e il 40% alla fine del 2002. (10)

In secondo luogo, la dipendenza crescente dal finanziamento estero ha richiesto un controllo sempre più capillare del processo di formazione del prezzo del petrolio per cui è stato necessario potenziare costantemente il già mastodontico apparato militare indirizzando verso la spesa militare gran parte della spesa pubblica in un crescendo che non a caso ha raggiunto il suo apice quando il finanziamento del debito dall'estero ha incontrato le prime difficoltà e si è reso evidente che il solo controllo del prezzo del petrolio non era più sufficiente a garantire la supremazia del dollaro sul mercato mondiale.

Le cifre della guerra - scrive G. Chiesa - sono diventate impressionanti. Nel 2002 balzano a 360 miliardi di dollari con un incremento del 19 per cento rispetto al 2001. Si consideri, inoltre, che la spesa degli Stati Uniti per la difesa (316 miliardi dollari) era già di gran lunga superiore, di oltre due volte, ai circa 140 miliardi di dollari spesi complessivamente da Cina, Gran Bretagna, Giappone, Russia, Germania e Corea del Nord. Le previsioni per il 2003 si attestano per ora sui 400 miliardi di dollari, con un altro incremento del 12 per cento, un dato che non tiene conto della guerra contro l'Iraq, messa a preventivo senza badare troppo alla glasnost. Nessuno sa bene quanto costerà, secondo la migliore tradizione dei segreti militari dell'era sovietica. (11)

Si tratta di una cifra colossale che oltre a determinare un forte incremento del debito e la formazione di un disavanzo del bilancio federale di 165 miliardi nel 2002 contro il surplus di 127 miliardi del 2001, ha comunque imposto una radicale ristrutturazione della spesa pubblica con la falcidia della spesa per le infrastrutture civili e di quella sociale. Per quanto riguarda lo stato delle infrastrutture civili ecco cosa scrive J. Rifkin nel suo ultimo lavoro L'Economia all'idrogeno, recensito in questo stesso numero di Prometeo:

Il rapporto annuale sullo stato delle infrastrutture, redatto per il 2001 dall'American Society of Civil Engineers (Asce) è, a questo riguardo, illuminante. Secondo l'associazione, le infrastrutture americane - strade, ponti, porti e aeroporti, scuole, acquedotti, fognature, dighe, discariche, canali navigabili ed energia - versano in tale stato di degrado da rendere urgente, nei prossimi cinque anni, un investimento di 1300 miliardi di dollari per la solo manutenzione. Il rapporto Asce riferisce che il 33 per cento delle strade della nazione sono al di sotto dello standard, e costano ogni anno ai cittadini 5,8 miliardi di dollari... I ponti non si trovano in una situazione migliore: il 29 per cento sono obsoleti o strutturalmente carenti e, secondo l'associazione, saranno necessari 10,6 miliardi di dollari l'anno, per i prossimi venti anni, per il loro ammodernamento... Le scuole stanno invecchiando e sono sovraffollate; l'Asce stima che il 75% delle infrastrutture scolastiche sia inadeguato rispetto alla domanda di istruzione... I 54.000 acquedotti sono antiquati e stanno diventando fonte di inquinamento; molti dei 16.000 sistemi fognari sono sull'orlo del collasso: alcuni hanno più di cento anni e sono saturati dalla domanda. Attualmente, il finanziamento della manutenzione del sistema fognario nazionale è carente nella misura di 12 miliardi di dollari l'anno (12).

In terzo luogo, si è verificata, e non poteva essere diversamente, visto che sia la provenienza sia la destinazione dei profitti erano orientate più verso l'espansione delle attività speculative che di quella della base produttiva, una spaventosa concentrazione della ricchezza in poche mani.

Negli Stati Uniti, la parte di reddito nazionale assorbita dal 5% più ricco della popolazione è passata dal 15,5% nel 1980 al 21,9% nel 2000, la parte del 20% più ricco è passata dal 43,1 al 49,4%. L'80% dei meno ricchi è calato dal 56,9 al 50%. I quattro quintili inferiori hanno visto le loro quote diminuire rispettivamente dal 24,7 al 22,9%, dal 17,1 al 14,9, dal 10,6 al 9,0%, dal 4,5 al 3,7%, Secondo la classifica stabilita dalla rivista Forbes, nel 2000 i quattrocento americani più ricchi lo erano dieci volte di più dei quattrocento più ricchi nel 1990, mentre il prodotto nazionale era soltanto raddoppiato. (13)

Tutto ciò, aggiunto al taglio della spesa pubblica per le infrastrutture e per la spesa sociale e alla riduzione dei salari, fermi ai livelli dei primi anni settanta (oltre il trenta per cento dei lavoratori salariati vive con redditi al di sotto della soglia minima di povertà e quaranta milioni di americani sono privi di qualsiasi forma di assicurazione sociale), esaurita la spinta proveniente dall'indebitamento, ha contribuito notevolmente a determinare quella contrazione strutturale della domanda interna che sempre più frequentemente oggi viene indicata come uno dei possibili fattori scatenanti di un processo deflattivo quale preludio di una depressione di proporzioni catastrofiche.

L'inversione di tendenza

Per tutti gli anni 1990, comunque, il finanziamento del debito non ha incontrato problemi di sorta, anzi...

il volume degli attivi privati esteri ha fatto un balzo in avanti a partire dalla metà degli anni 1990 e ha raggiunto un massimo di 1000 miliardi di dollari nel 2000. (14)

Ma gli "squilibri gemelli" (15), costituiti dal deficit corrente e dal deficit di bilancio e il contrasto sempre più evidente fra l'effettivo valore economico e industriale dei titoli quotati a Wall Street e la loro capitalizzazione di borsa., a un certo punto hanno cominciato a spaventare gli investitori esteri. Raggiunta la massima quotazione nel marzo del 2000, i titoli azionari e i loro derivati, a cominciare proprio da quelli tecnologici che, in quanto espressione della cosiddetta new economy, erano ritenuti la chiave di volta dell'intero sistema., uno dopo l'altro sono crollati e insieme alle quotazioni dei titoli anche le quotazioni del dollaro hanno cominciato a scendere. In un primo momento, la svalutazione del dollaro è stata accolta come una benedizione dalle autorità monetarie statunitensi e per certi versi è stata da loro stesse stimolata. Si riteneva, infatti, che la svalutazione, favorendo un recupero di competitività dei prodotti americani sui mercati mondiali e la contemporanea svalutazione del debito, avrebbe contribuito ad allentare la morsa del doppio deficit e la dipendenza degli Usa dall'estero. Come negli anni 1970, con la svalutazione si sperava di rimettere in moto l'economia americana scaricandone i costi sull'intera economia mondiale. Gli Usa, infatti, come osserva Faisal Islam...

Come custodi del circolante mondiale, hanno sempre avuto come ultima risorsa la possibilità di svalutare [il dollaro - ndr] costringendo gli altri paesi esportatori a pagare le sofferenze dell'economia statunitense. Ciò che è probabilmente la cosa più vicina a un pranzo gratuito nell'economia mondiale. (16)

Ma questa volta le cose non sono andate come era nelle aspettative. Benché la svalutazione del dollaro sia coincisa con interventi (guerra in Afghanistan, provocazione di Sharon a Gerusalemme e ripresa dell'intifada palestinese) mirati al rialzo del prezzo del petrolio con l'intento, da un lato di incidere sulla competitività dei maggiori paesi esportatori e, dall'altro, di evitare che la svalutazione si trasformasse in una valanga incontrollata capace di travolgere anche il meccanismo del finanziamento del debito estero, il deficit commerciale è continuato a crescere e il rilancio dell'apparato industriale, che si sperava di poter realizzare per questa via, è rimasto nel libro dei sogni. Le uniche imprese che vi hanno tratto profitto sono state le compagnie petrolifere, quelle cioè più interessate a conservare il vecchio stato delle cose essendo in esso implicita la necessità di mantenere il prezzo del petrolio al di sopra di quello di mercato.

I profitti netti di queste società sono cresciuti dai 16 miliardi di dollari del 1999 ai 40 del 2000 con un incremento del 146% in un solo anno. Il profitto netto delle stesse società nel primo trimestre 2001, è aumentato ulteriormente passando da 8,7 miliardi di dollari dell'ultimo trimestre del 2000 a 12, con un incremento del 38% in soli tre mesi. La crescita dei profitti delle grandi compagnie petrolifere è in netto contrasto con la diminuzione media del 43% dei profitti netti registrata dalle altre 1400 aziende americane nel primo trimestre del 2001. (17)

Ma quel che è peggio è che mentre in passato pur svalutandosi il dollaro e il debito, dall'estero i capitali continuavano a fluire con immutata regolarità, questa volta essi hanno trovato un'alternativa che ha consentito ai loro possessori di dirottarli verso altri lidi, come dimostra il fatto che gli attivi privati esteri, dopo il picco massimo raggiunto nel 2000, oggi non superano i 500 miliardi di dollari.

Per la prima volta dalla denuncia degli accordi di Bretton Woods, l'incantesimo per il quale anche in presenza di vistosi deficit commerciali, il dollaro manteneva quotazioni elevate si è inceppato e il meccanismo di finanziamento del debito (stampando dollari e loro derivati senza alcuna copertura) ha mostrato le sue prime crepe.

Per molto tempo - osserva ancora Feisal Islam - tutto è andato liscio. L'industria del petrolio nata in Texas si è sviluppata in dollari. La complessa rete della catena di approvvigionamento, distribuzione e dei mercati dei futures, tutto è ruotato attorno al perno centrale che è il dollaro statunitense. Ma ora c'è l'euro. (18)

E con l'euro tutto è mutato a cominciare dallo stesso mercato del petrolio.

La crisi, l'euro e la guerra

Lo scorso anno, a una commissione del congresso, il primo ambasciatore statunitense per Arabia Saudita così descrisse lo stato dei rapporti fra i due paesi.

Una delle cose notevoli che i Sauditi hanno storicamente fatto, nell'ambito dell'amicizia con gli Stati Uniti, è insistere perché il prezzo del petrolio continuasse a essere fissato in dollari. Perciò, il tesoro degli Stati Uniti ha potuto stampare soldi e compare petrolio, che è un vantaggio che nessun altro paese ha. Con la comparsa di altre valute e con le tensioni sorte nelle relazioni diplomatiche, io mi chiedo, se sarà ancora come è stato in passato, molte persone in Arabia Saudita sollevano il problema del perché loro dovrebbero essere così gentili con gli Stati Uniti. (19)

L'area dell'euro è la più grande importatrice di petrolio del mondo, ma nello stesso tempo da essa proviene ben il 45% delle importazioni dell'intero Medioriente. Perché continuare a quotare il petrolio in dollari per poi doverli cambiare in euro per acquistare le merci di cui si ha bisogno? E così non solo i sauditi, ma un po' tutti i paesi esportatori di petrolio hanno cominciato a valutare l'opportunità di denominare i prezzi del petrolio, almeno di quella parte destinata all'Europa, in euro. Poi, nell'ottobre del 2000, il governo iracheno per primo prese la storica decisione di farlo e la successiva rivalutazione dell'euro dimostrò che la decisione era stata giusta poiché si tradusse in un incremento di circa il 30% del flusso di beni e servizi nell'ambito del piano oil for food gestito dall'Onu.

Subito dopo la Giordania lanciò la proposta di un accordo bilaterale con l'Iraq per denominare tutti i loro rapporti commerciali in euro. Successivamente è stata la Russia, che forse è il primo produttore mondiale di petrolio, ad avviare trattative con la Germania per un accordo commerciale per denominare i prezzi delle sue esportazioni in euro visto che la maggior parte del suo commercio estero, che recentemente ha raggiunto un volume pari a 50 bilioni di dollari, si svolge con l'Europa. Recentemente anche la Cina ha annunciato di aver avviato la ristrutturazione delle sue riserve in valuta estera portandone la quota in euro dall'attuale cinque per cento del totale al 20 per cento, cioè allo stesso livello del suo interscambio commerciale con la zona dell'euro.

Soprattutto in una fase di crisi come questa, una modifica così radicale del mercato del petrolio, compromette ogni possibilità di rilancio sia della domanda sia dell'offerta statunitense. Infatti, la rivalutazione dell'euro, annullando gli effetti derivanti dall'aumento del prezzo del petrolio sulla competitività dei prodotti europei, non consente quel recupero di produttività necessario per il rilancio dell'industria nazionale e quindi dell'occupazione e, in ultima istanza, neppure della domanda interna. Per ovviarvi in qualche modo, bisognerebbe o che il prezzo del petrolio raggiungesse livelli stratosferici, ma ciò si ripercuoterebbe anche su gli Usa o che il biglietto verde si svalutasse in ragione direttamente proporzionale al deficit corrente e di bilancio, ma questo significherebbe il tramonto definitivo del primato del dollaro. Di fronte a una simile prospettiva, infatti, il flusso dei capitali esteri rallenterebbe in modo ancora più deciso di quanto già non accada ora compromettendo irrimediabilmente il sistema di finanziamento del debito su cui, come abbiamo visto, poggia anche il finanziamento della spesa militare, il vero pilastro della incontrastata egemonia statunitense.

Per l'America, dunque, l'unica via di uscita da questa morsa, che in prospettiva rischia di risultarle fatale, è, da un lato, impedire che il movimento verso l'euro si rafforzi e si completi e, dall'altro, affrancarsi completamente dalle importazioni di petrolio in modo che qualunque livello raggiungano i suoi prezzi, la sua economia non ne subisca, data la sua già scarsa competitività, conseguenze e ciò, con la rottura del monopolio del dollaro, può avvenire soltanto con l'appropriazione diretta delle fonti di produzione.

Nel breve periodo il petrolio iracheno, facendo diminuire (sempre che la guerra non si prolunghi nel tempo) il deficit corrente, potrà dare un certo respiro all'asfittica economia statunitense. Nel lungo periodo, però, - pur essendo l'Iraq uno dei maggiori produttori di petrolio del mondo - nulla potrà impedire all'Arabia Saudita o alla Russia, per citare solo due dei grandi produttori, e/o agli altri partner commerciali della zona dell'euro, di denominare i loro scambi internazionali nella moneta europea e rompere per questa via il controllo totale che oggi gli Usa esercitano sul processo di formazione del prezzo dell'oro nero.

La stagione della crisi strutturale dell'economia americana gestita mediante l'incontrastato dominio del dollaro si è chiusa per sempre. La guerra contro l'Iraq, come già quella contro la Serbia e l'Afghanistan ne è l'ultima e più eclatante conferma. Essa contrariamente a quanto sostiene Bush - non ha nulla a che fare con il terrorismo, che ne è comunque un supporto indispensabile, né affonda le sue radici nelle ragioni contingenti della crisi economica; piuttosto rappresenta un'ulteriore escalation, una nuova fase della sua lunga gestione in cui sempre più spesso sarà la violenza a decidere chi detenendo il controllo diretto della produzione e della distribuzione del petrolio e dei processi di formazione della rendita finanziaria dominerà il mondo, un mondo in cui comunque a farla da padrone non saranno più democrazia e più benessere, ma più sfruttamento e più sottomissione.

Giorgio Paolucci

(1) Vedi "Il serbatoio dell'economia americana"di P. Pescali - I manifesto del 22/03/03.

(2) Vedi "Vivere a credito..." di F.F. Clairmont - Le Monde Diplomatique - n. 4 aprile 2003.

(3) Vedi: G.P. - "Il dominio della Finanza" - Prometeo V serie n 14.

(4) Emmanuel Todd - Dopo l'impero - pag. 90 - Marco Tropea editore - Milano 2003.

(5) Ib. pag. 92-93.

(6) Gli Usa? Un pallone sgonfiato - Intervista rilasciata da E. Todd a Marco D'Eramo - il Manifesto del 23/4/2003.

(7) Faisal Islam - When it comes to the global oil trade, the dollar reigns supreme - The Observer, 23/02/03.

(8) F. F. Clairmont - Vivere a credito, il credo della prima potenza del mondo - LMD - aprile 2003.

(9) Ib.

(10) Ib.

(11) G. Chiesa e Marcello Villari - Superclan - feltrinelli - aprile 2003 - pag. 120.

(12) Jeremy Rifkin - Economia all'Idrogeno - ed. Mondatori - sett. 2002 - pag. 61.

(13) E. Todd - op. cit - pag. 71-72.

(14) F.F. Clairmont - art. cit.

(15) Così li chiama F.F. Clairmont nell'articolo prima citato.

(16) Faisal Islam - art. citato.

(17) J. Rifkin - op. cit. pag. 94.

(18) Faisal Islam - art. cit.

(19) Cit. da Faisal Islam - ibid.

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