Lo yuan cinese fra dollaro ed euro

Quando nei primi anni '80 il Giappone inondava di merci a basso prezzo il mercato Usa, Washington intervenne sui tassi di cambio. In seguito, con l'accordo del Plaza (1985) lo yen fu costretto a raddoppiare il suo valore rispetto al dollaro, ma i giapponesi diventarono in questo modo ricchissimi e non solo il loro surplus commerciale con gli Usa continuò a salire, ma acquistarono in America tutto ciò che gli capitava sottomano. Ancora oggi il Giappone, nonostante la profonda crisi che lo ha travagliato, è in attivo nella bilancia delle partite correnti. Ora il problema si ripropone con la Cina, ed infatti il Tesoro americano ha recentemente chiesto a Pechino almeno una libera fluttuazione dello yuan, in vista di una sua rivalutazione a fronte di un cambio fisso troppo basso (dal 1944: 8,28 yuan per un dollaro) che rende ancor più competitive le esportazioni di merci cinesi verso gli Usa e l'Occidente in generale. La Cina ricorda però le rivalutazioni fatte nelle altre economie asiatiche (Thainlandia, ecc.) dove poi si è aperto il baratro della recessione, fallimenti industriali, disoccupazione, tagli agli investimenti, ecc. Inoltre, l'economia cinese, pur vantando ancora forti tassi di crescita (in lenta diminuzione nel tempo...), è pur sempre complessivamente un decimo di quella americana e ha già al proprio interno grossi problemi che si aggraverebbero con restrizioni alle esportazioni (oggi circa pari al 20% del Pil). La disoccupazione rurale è al 20% e fa prevedere un esodo di almeno 12 milioni di cinesi all'anno verso le città, con costi di circa il 4% del Pil su base annua. Sarà una urbanizzazione che con la domanda di lavoro, alloggi, acqua, servizi sanitari, ecc. creerà presto un cocktail sociale e politico esplosivo, coinvolgendo nella lotta per la sopravvivenza centinaia di milioni di uomini e donne.

Tornando ad una ipotesi di svalutazione dello yuan, questa minerebbe lo stesso sistema finanziario ancora fragile, con le imprese pubbliche che hanno accumulato debiti colossali con le banche. Anche altri interessi particolari degli Usa (e del Giappone e dell'Europa) ne risentirebbero, a cominciare da quelli delle multinazionali che, in Cina, producono ben il 60% delle esportazioni cinesi. Nel 2002 gli investimenti stranieri sono stati di quasi 60.000 milioni di dollari; dal 1993 ad oggi, americani, giapponesi ed europei hanno investito sul territorio "comunista" cinese circa 450 miliardi di dollari.

Il fatto che la maggior parte dei paesi asiatici abbia la propria moneta agganciata al dollaro, fa ricadere oggi molti oneri degli squilibri monetari anche sull'euro, poiché dall'attuale cambio le merci asiatiche ricevono maggiore competitività di quella che già hanno nei confronti dei prodotti europei. Un aggancio all'euro più che al dollaro (o anche ad "un paniere di valute") viene visto in Europa come un freno agli eccessivi scompensi che oggi gravano sull'euro stesso, e che ancora peggiori conseguenze avrebbero nel caso di un eventuale ribasso del dollaro causato dal deficit americano delle partite correnti, deficit che ha già superato il 5% del Pil Usa. Dal giugno 2002 al giugno 2003 la Cina ha esportato nell'Unione Europea merci per oltre 31 miliardi di dollari e ha importato per un fatturato di 24,3 miliardi di dollari. Da notare che la Cina è già il secondo consumatore mondiale di petrolio ed è al primo posto per l'acciaio. Quanto basta, insomma, perché anche l'euro s'interessi a "migliorare" i propri rapporti con lo yuan, al di là delle misure antidumping invocate da Tremonti o dei dazi protettivi minacciati da Bossi. A colpi bassi, i protagonisti degli "armonici" sviluppi del libero scambio si contendono spazi e profitti di un mercato dove, dietro le bandiere della competitività, si affilano le armi.

cd

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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