Un percorso concreto per un nuovo mondo possibile? Sulla parola d'ordine del reddito di cittadinanza

La rivendicazione del "reddito di cittadinanza" vuole essere una risposta concreta alla 'condizione di precarietà che coinvolge ormai la totalità della vita di ciascun soggetto'. Le politiche neo liberiste hanno prodotto una incredibile polarizzazione della ricchezza. È necessario redistribuire queste ricchezze per mezzo di un reddito non solo economico ma anche con l'accesso gratuito ai servizi: scuola, sanità e trasporti... È questa una proposta tanto più realistica in quanto c'è 'un timido - ma irresistibile - affacciarsi del tema del reddito garantito sulla scena politica ufficiale' che si concretizza in più proposte di legge ed in particolare in una a firma Salvi-Cento (sinistra DS, verdi) appoggiata da associazioni, sindacati e vari centri sociali. Questa prevede entità del reddito, condizioni per l'ammissione e costi a carico esclusivo della tassazione di capitali. Non si tratta ora che di giocare al rialzo su questa proposta. Costruire i necessari rapporti di forza in una battaglia che parta dai bisogni reali di chi vive una condizione di precarietà, ovvero tutta la cittadinanza. 'Lavoro o non lavoro reddito per tutti... reddito di cittadinanza, universale ed incondizionato per tutti i cittadini del pianeta... per liberare non fette di tempo ma il tempo pieno per costruire e vivere quel altro mondo possibile di cui necessitiamo oggi, ora!... La costruzione dei rapporti di forza (necessari a questo cambiamento) non passa attraverso l'immaginario del sol dell'avvenire ma attraverso la riappropriazione quotidiana... Momenti realizzabili, possibili, in grado di trasformare la nostra vita'

Tutto bene? Certo! Se fossimo nel paese di Bengodi.

Un primo dato balza agli occhi di chi sfoglia i vari documenti del movimento sull'argomento: nonostante si parli spesso di 'trasformazione del modello di sviluppo capitalistico', da nessuna parte emerge un'analisi della fase economica attuale. Il neo liberismo, la disoccupazione, la precarietà, la perdita del potere d'acquisto dei salari, i tagli allo stato sociale, la guerra permanente... non vengono visti come le risposte del capitale alla crisi strutturale che lo attanaglia, ma, al contrario, come pura volontà egoistica da parte dei potenti del mondo.

Vogliamo mettere in campo alcuni problemi: prima di tutto non ha senso parlare di generici cittadini visto che la popolazione mondiale è divisa in classi: sfruttati che vivono di salario (se e quando ce l'hanno) e sfruttatori che vivono, in maniera diretta od indiretta, di plusvalore. Il problema non sta nella rivendicazione di cittadinanza, ma nel fatto che la classe proletaria, nel suo insieme, non riesce a produrre nessuna risposta significativa all'attacco al quale è sottoposta.

Se partiamo dal presupposto della crisi strutturale, allora ne consegue che ogni riforma (ogni!) prodotta da un qualsiasi governo borghese non può che significare un peggioramento delle condizioni di vita di chi lavora per vivere, per tutti basti l'esempio delle 35 ore in Francia. È allora evidente che legare una rivendicazione qualsiasi a disegni parlamentari significa contribuire a legare la classe mani e piedi e a subordinarla agli interessi del capitale per mezzo dei suoi agenti (politicanti e sindacati di destra o di sinistra).

La necessità oggi è, al contrario, quella di ricompattare un proletariato demoralizzato da troppe sconfitte, di contribuire a ridargli autonomia politica e fiducia nella propria forza. Partiamo, dunque, non dal mondo dei sogni, ma da una fase di crisi strutturale e da una classe priva di una, seppure elementare, coscienza di classe. Priva di una guida politica rivoluzionaria. Priva della fiducia in un cambiamento rivoluzionario dello stato di cose presenti. Priva di un programma politico per una società libera dal capitale e dalle sue leggi.

In questa situazione i, fautori del "reddito di cittadinanza" immaginano una sorta di pacifica transizione alla società nuova senza l'abbattimento del potere politico borghese, anzi per mezzo di esso. Credono che la questione stia tutta in una (utopica) ridistribuzione "del capitale".

No, il problema non è di ridistribuire la cancrena che attanaglia l'umanità, ma di estirparla una volta per tutte. Non è di lotta per il reddito di cittadinanza che hanno bisogno oggi milioni di lavoratori, ma innanzi tutto di difendersi dall'attacco del capitale. Non possono essere i movimenti politici ad indicare dall'alto e dall'esterno gli obiettivi di lotta immediati, ma solo i lavoratori stessi, ognuno a partire dalle proprie e specifiche condizioni! Ai comunisti il compito di stimolare e unificare queste lotte sul piano dell'anticapitalismo, dimostrando in maniera chiara l'irriformabilità del capitalismo, di un capitale che non può concedere nulla se non guerra e sfruttamento crescente. Ai comunisti il compito imprescindibile di denunciare lo schieramento di politicanti (tutti) e sindacati (ancora tutti) sul fronte della difesa del capitalismo, le loro enormi responsabilità rispetto all'attuale situazione. Su questo e solo su questo si possono aggregare forze. C'è bisogno di fare crescere le lotte dalle istanze che nascono sul lavoro, ed in seno a queste agitare il programma del superamento rivoluzionario dell'attuale modo di produzione, di ricostruire il partito intorno a questo programma. Ottomila euro garantiti all'anno? Ma non prendiamoci per i fondelli!

Loto

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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