Dietro il "ruolo attivo dello stato per una società solidaristica"

Poiché non si potrebbe né si dovrebbe programmare la totale negazione del capitalismo quale modo di produzione e distribuzione storicamente transitorio (concetti da vetero marxisti, da ossificati comunisti ottocenteschi!), e poiché altrettanto utopistica sarebbe diventata la conquista di una completa emancipazione (economica e politica) del proletariato e con esso della intera umanità, ne consegue che anche il solo supporre una fine dello Stato nazionale borghese venga fatta passare per una assurdità. Questo punto di vista affiora spesso nelle divagazioni politiche, economiche e sociali alle quali si dedicano, di tanto in tanto, alcuni pensatori della sinistra borghese.

Altri, nel tentativo di conquistarsi a loro volta un poco di... attenzione, arrivano ad una mistificazione dei propri sofferti pensieri e, nel tentativo di assestare il classico colpo al cerchio e alla botte, si spingono fino alla ipotesi conclusiva di una dichiarata e probabile - per loro - autoscomparsa (una estinzione pacifica e graduale) dello Stato. Interventi di questo tipo sono apparsi tempo fa su "la rivista del manifesto", e ad uno di questi in particolare ci riferiamo. Autore G. Liguori, titolo "Lo Stato non è morto"; anno di grazia giugno 2002, ma sempre attuale nel suo contenuto ideologico.

Lo Stato nazionale - si dice - (cioè, Stato capitalista e borghese) potrebbe aver concluso la sua esistenza, sempre al seguito di una visione neo-liberista che tende a considerarlo, a parole, come uno strumento ormai superfluo se non dannoso all’economia. Che poi la realtà sia ben diversa, lo sappiamo noi per primi.

Lo Stato, nazionale e borghese, dando magari la falsa impressione di aver cambiato pelle, ha semmai perfezionato le sue funzioni e i suoi poteri nell’ambito delle coalizioni politico-economiche continentali. In una seria analisi delle caratteristiche oggi fatte proprie, o meglio perfezionate, dallo Stato (nell’esercizio delle sue funzioni fondamentali di organo di gestione amministrativa, controllo e repressione per la conservazione del capitalismo e della società borghese), non si può né si deve prescindere da alcuni aspetti assunti dallo scenario economico complessivo.

Uno scenario entro il quale si muovono i processi di produzione e riproduzione del capitalismo, sotto le spinte delle innovazioni scientifiche e tecnologiche e della crisi in corso nel ciclo di accumulazione del capitale.

Abbiamo assistito negli ultimi decenni ad una gigantesca crescita del commercio internazionale e delle imprese multinazionali, ad una dilatazione mondiale del controllo degli investimenti, della produzione e delle vendite, fino a un assoluto dominio di alcuni gruppi nei settori tecnologicamente di punta (inizialmente petrolchimica e auto, poi informatica, elettronica, aerospaziale, biotecnologie).

Ancor più gigantesco si è fatto lo sviluppo dei capitali finanziari e del loro convulso movimento, oltre i limiti di ogni possibile controllo nazionale, dal quale, anzi, necessariamente era d’obbligo liberarsi. Lo esigeva l’integrazione trasversale e transnazionale di grandi concentrazioni industriali le cui dimensioni e poteri superano quelli di alcuni Stati nazionali, mentre quotidianamente si spostano da un capo all’altro del mondo colossali masse di capitali speculativi che le stesse maggiori Banche centrali sono impotenti a controllare.

Lo scopo generale è la massimizzazione del profitto, integrato con quote di extraprofitto di provenienza monopolistica e imperialistica, e col rastrellamento, ovunque e con qualunque mezzo, di plusvalore estorto alle masse proletarie sia nei paesi metropolitani sia periferici.

La concorrenza si è così spostata dall’ambito nazionale a quello internazionale; si è fatta feroce trasformandosi sempre più frequentemente in scontro bellico: la lotta per la conquista di spazi di mercato, zone di influenza controllate per l’aumento del volume delle esportazioni di merci e dell’importazione di materie prime.

È in questo scenario che la funzione economica dello Stato nazionale e la sua diretta influenza gestionale si sono in parte ridimensionate, concentrandosi piuttosto e soprattutto sugli interventi di sostegno che non su una direzione in prima persona di quanto - sia in campo produttivo che finanziario - sta imponendo la irrazionalità, ormai vera e propria pazzia, del capitalismo. Rimane invariata, ed anzi potenziata, la diretta funzione dello Stato come indispensabile ed insostituibile strumento per l’esercizio del potere imperialistico oltre che di controllo e repressione sociale.

Stato sociale e società politica

Dietro questa più che evidente realtà, la sinistra riformista - di natura borghese e per fini di conservazione del capitalismo - tenta invece di portare avanti una immaginifica visione, progressista e democratica, tendente a ridefinire i rapporti economia-società civile-Stato politico: lo Stato diventerebbe sociale (ed economico), la società si politicizza.

E sempre sperando che la finzione dell’eguaglianza politica riesca a coprire la realtà della disuguaglianza economica, si agita da più parti la tensione riformista per la democratizzazione dello Stato e per il suo intervento correttivo sulla economia (capitalismo più umano).

Oggi - così si dice nella sinistra borghese - il neo-liberismo, in senso negativo, ha conquistato una sua egemonia; lo statalismo, in senso positivo, sarebbe stato sconfitto poiché sarebbero state sconfitte su scala mondiale le idee socialiste. Quelle impersonificate e messe in pratica da uno Stalin e soci, per intenderci, ma naturalmente non lo si dice, facendo di ogni erba un fascio etichettato come filone marxista-leninista e trasportato fra le masse sul carro ideologico del Marx-Stalin-Mao-leninismo

Si dovrebbe allora rinunciare a quello strumento, lo Stato, ritenuto in grado di contrastare il mercato, ridistribuire il reddito, assicurare beni d’uso, ecc., secondo, per l’appunto, gli schemi classici del riformismo? Se lo chiedono questi signori, per i quali lo Stato (sociale) sarebbe diventato il più grande strumento usato dalle classi subalterne per opporsi al mercato e al capitale.

Non più Stato borghese, del capitale, bensì - ricorrendo a Gramsci come pezza d’appoggio - uno Stato riconducibile ad una definizione concettuale di tipo dinamico e dialettico, processuale. Chi se la sente di seguire questo contorto pensiero, dovrebbe tener conto anche delle modifiche apportate dallo spirito popolare creativo, sempre di gramsciana memoria. Non fu infatti il Gramsci nazionale ad inseguire la figura di uno Stato (integrale o allargato) in cui dialetticamente (?) si unirebbero Stato e società civile in un intreccio inseparabile? Lo Stato, sì, come luogo di scontro delle classi (borghesi e proletari, almeno Gramsci ancora li teneva in considerazione), ma dove la classe sfruttata avrebbe però avuto la possibilità di diventare attiva e protagonista, facendosi - magari per grazia di Dio e volontà della nazione - classe egemone.

Senza alcun bisogno, qui sta il punto e l’approvazione... del riformismo borghese, di attuare una completa rivoluzione politica, distruttrice delle precedenti istituzioni utilizzate dalla classe borghese. Basterebbe - aggiungono gli odierni sinistri - non subire passivamente le dinamiche strutturali, cioè le leggi dell’economia capitalistica, dando semplicemente ad esse una diversa interpretazione politica e culturale, soggettiva. Una interpretazione - scriveva per esempio il sunnominato Liguori - comunque non staccata dalle dinamiche strutturali (capitalistiche - ndr) poiché altrimenti si cadrebbe nell’utopia...

Notiamo di passaggio che, alla luce di quanto poi sarebbe accaduto negli anni Venti in Russia, in quelle ricerche ideologiche di Gramsci si può ritrovare qualche anticipazione della degenerazione stalinista a livello teorico-politico. Così come nelle divagazioni dei suoi attuali simpatizzanti (la sinistra borghese simpatizza con chiunque si adatti, o sia comunque adattabile, a portare acqua al mulino della conservazione capitalistica) si ritorna a sprofondare, anche se per ora solo teoricamente, nel pantano dello stesso stalinismo.

La visione strategica di una riverniciatura formale dello Stato borghese (la sua forma è l’oggetto del contendere e non, invece e come dovrebbe essere, la sua sostanza), ne è la evidente dimostrazione.

Lo Stato custode del dominio di classe

Apriamo una delle nostre solite, ma necessarie, parentesi. Al cui interno, e con l’aiuto del vecchio Marx e del fedele compagno Engels, precisiamo alcuni fondamentali e ribattuti chiodi di ciò che - a sentire lor signori - Marx non avrebbe mai elaborato e di cui spesso viene incolpato. Vale a dire, una teoria dello Stato; quello Stato che andrà costituendosi e rafforzandosi come espressione del dominio borghese pienamente dispiegato e della direzione politica e gestione amministrativa della società divisa in classi. Nel corso stesso della storia della rivoluzione borghese, l’apparato statale si completò e perfezionò: da un mezzo per preparare il dominio di classe della borghesia fino a diventare lo strumento per la conservazione del potere capitalistico. (Nel suo scritto, Il 18 Brumaio, Marx ci ha lasciato in proposito pagine stupende.)

Lo Stato si separa completamente dalla società poiché la sua vera natura è di classe e quindi, di fronte alla esistente divisione in classi contrapposte della società capitalistica, esso deve svolgere al servizio della classe al potere una duplice funzione, al tempo stesso repressiva e mediatrice.

Questa sua azione si esercita e si stabilizza al meglio quando riesce a collocarsi in un apparente equilibrio di mediazione sociale nel rapporto con l’antagonismo di classe, sempre presente nella società. Ciò si rende possibile solo quando le favorevoli congiunture economiche del capitalismo (oggi lo sono sempre meno) consentono di allentare la stretta repressiva, comunque e sempre necessaria per la conservazione del sistema.

Sono gli inconciliabili antagonismi fra le classi a produrre lo Stato, in quanto organo del dominio di classe, della oppressione imposta al proletariato da parte della borghesia. "È la creazione di un ordine che legalizza e consolida questa oppressione moderando il conflitto fra le classi" (Lenin, Stato e rivoluzione). Qualunque sia la sua forma e la sua veste, lo Stato non cambia il suo carattere classista e la sua funzione, necessaria, di custode del dominio di classe. Per questo fine, la macchina statale si consolida nel tempo, accrescendo il suo apparato burocratico, poliziesco e militare.

Ecco che, venendo ai tempi nostri, i medesimi processi economici di mondializzazione non sono subiti, ma sollecitati e favoriti dagli Stati nazionali che hanno adeguato le loro strategie economico-finanziarie: liberalizzazione del mercato dei capitali e della forza-lavoro, ristrutturazione e riduzione della spesa pubblica, privatizzazioni.

Lo Stato borghese, quindi, non è mai venuto meno al suo ruolo attivo e determinante nei passaggi da una fase all’altra del capitalismo, a sostegno di una stabilizzazione economica e sociale, momentaneamente minacciata dalle contraddizioni sempre presenti ed operanti nel sistema.

Non è da meno oggi, quando, nell’assecondare i determinanti processi di cui sopra, il tutto va nella direzione di una maggiore centralizzazione del potere (rafforzamento dei poteri esecutivi) a fronte anche dei contrasti esistenti tra le varie fazioni borghesi coinvolte nel generale processo di mondializzazione. Quindi anche verso i rischi di possibili marginalizzazioni e di declini di posizioni privilegiate.

Lo Stato è, per regola, lo Stato della classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tener sottomessa e per sfruttare la classe oppressa.

Engels, Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato

Lo Stato, dunque, espressione del dominio economico di una classe. Questo è un punto fermo. E lo Stato non fa certamente da arbitro imparziale fra gli interessi del capitale e quelli del proletariato; può anche elargire qualche demagogica concessione, può abbandonarsi a qualche manifestazione di accorto paterna-lismo, ma in nessun caso potrebbe intaccare o moderare sostanzialmente il predominio dell’interesse borghese e dei ceti possidenti. Al di là degli interessi particolaristici delle fazioni che compongono il blocco dominante, resta fondamentale la tutela dell’interesse generale borghese nel suo complesso, attraverso l’esercizio di un potere politico unitario e solo apparentemente autonomo dal dominio economico.

Nella società capitalistica le istituzioni statali si fondano sui principi di libertà e di uguaglianza formali delle persone.

È questa una diretta conseguenza ideologica della rivoluzione borghese contro il feudalesimo. Ma gli individui non sono in realtà né liberi né eguali su quel terreno economico e quindi sociale che determina concretamente le condizioni di vita di ciascun individuo. Lo Stato politico borghese rappresenta una universalità astratta che trova la sua contraddizione fondamentale nei rapporti sociali che si sviluppano dalla sacralità della proprietà privata, e quindi nella atomizzazione degli individui e nella lotta delle classi. È qui che sorgono e si sviluppano le diversità, le divisioni, gli antagonismi fra le classi; opposizioni che si stabiliscono e si raccolgono attorno ad interessi ben definiti e fra loro contrastanti.

La lotta fra le classi diventa un fatto concreto, ma respinto ufficialmente dalle istituzioni statali che, di fronte alla realtà di questo conflitto insanabile, sbandierano l’interesse generale di tutti gli individui (il popolo, i cittadini e sopra di loro la nazione) "solidarmente" uniti nel corpo della società.

È per avvalorare questi principi astratti che lo Stato tenta di attuare - nelle circostanze possibili e nelle forme più adeguate - preferibilmente una mediazione piuttosto che una aperta e dichiarata repressione verso le classi subalterne. A quest’ultima forma "politica", apertamente autoritaria e repressiva, lo Stato ricorre però inevitabilmente quando l’ordine sociale mostra pericolose incrinature e quindi la borghesia stessa è costretta a portare alle estreme conseguenze l’antagonismo fra le classi.

O quando - come sta accadendo nella presente fase storica - la crisi che attanaglia il capitalismo impone un peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita delle masse proletarie, la cui pratica gestione necessita un cambiamento di metodi (ideologici e politici).

Questo vale in parte anche quando gli "attriti" tra fazioni della stessa borghesia raggiungono livelli pericolosi per la conservazione e funzionalità del potere nel suo complesso. Così Marx notava (Le lotte di classe in Francia) come i borghesi avessero praticamente riconosciuto nel "regno anonimo (e apparentemente neutrale) della repubblica" il terreno migliore per "unirsi e porre all’ordine del giorno il dominio della loro classe, anziché il regime di una sua frazione privilegiata".

Ignorando e quindi negando questa "teoria dello Stato", ampiamente convalidata dagli accadimenti storici e dai fatti economico-sociali, le conclusioni della sinistra borghese non possono che essere vecchie e stantie, nonché forcaiole quanto lo è il capitalismo. Enunciano che gli attuali processi economici, anche se ci dominano e opprimono, si possono e si devono controllare soltanto con la politica; "dunque - si conclude candidamente - anche sul terreno e per mezzo dello Stato".

Tra i referenti del movimento delle genti (quello che i socialdemocratici di vecchio e nuovo stampo cavalcano dopo aver decretato la morte di quello di classe) viene quindi posta in primo piano la difesa dello Stato, non più borghese - se mai lo è stato per questi pensatori - ma "sociale".

Se ne raccomanda l’uso come strumento per operare imbrigliamenti, canalizzazioni (e, a questo punto, anche... ponti sullo stretto di Messina!), regolamentazioni e sostituzioni rispetto agli spiriti animali del capitalismo. Insomma, tutto ciò che di meglio offre l’arsenale dei rottami arrugginiti forniti dalle ultracentenarie esperienze riformiste, nel tentativo di addomesticare il capitale, sempre più bestia feroce. Quindi, e in conclusione: lo Stato non si distrugge mai - come magari sosteneva un certo Lenin - ma si continua ad usare, dandogli solo un altro aspetto. L’importante è che non muoia, poiché altrimenti (qui siamo al culmine della logica idealistica e della turlupinatura politica borghese) che ne sarebbe di un movimento (della gente) senza referenti e/o obiettivi istituzionali su cui esercitare pressioni e domande di cambiamento?

Lo Stato, perciò, va sempre difeso e sostenuto; su di esso dovremmo "fare affidamento" e non considerarlo un ferro vecchio da relegare in soffitta, come sostenevano e sostengono i sovversivi discepoli di Marx! Finiscono qui i frutti del nuovo pensiero riformatore che applaude alle classi subalterne, alle masse che entrano nella storia e accettano di usare lo Stato della classe dominante e sfruttatrice, accingendosi con esso a condizionare il mercato, altro sacro tabù delle sinistre borghesi.

La tragicommedia continua le sue repliche, ma il copione potrebbe perdere credibilità e successo da un momento all’altro.

Davide Casartelli

Prometeo

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