La rivolta della periferia parigina

La morte di due giovani dentro una centrale elettrica della EDF, causata dall’inseguimento della polizia, ha innescato una sommossa di proporzioni enormi che per tre settimane ha messo a ferro e fuoco la periferia parigina e moltissime altre città della Francia e del Belgio. I danni materiali della sommossa sono stati ingenti, tanto che nel corso delle tre settimane sono state incendiate migliaia di auto e danneggiati numerosi edifici pubblici, tra cui scuole ed asili. Sui reali motivi che hanno determinato l’esplodere della rivolta, come sempre accade in queste circostanze, la classe dominante francese ha tentato di confondere le acque, fino a quando le cose hanno assunto una dimensione tale che le motivazioni addotte non erano assolutamente più credibili. Infatti, durante i primi giorni della sommossa, i media, il governo e l’intera classe dirigente francese hanno cercato di attribuire la responsabilità delle violenze ai giovani figli d’immigrati nordafricani. La classe dominante francese ha tentato di far credere, nei primissimi giorni, che le cause della rivolta di migliaia di giovani della periferia parigina andassero individuate in un problema di tipo razziale e religioso. Dipinti come fanatici dell’islam e non perfettamente integrati nella società francese, le nuove generazioni di immigrati nord africani si sarebbero rivoltati contro la moderna società francese. Come tutte le bugie, anche questa raccontata dalla borghesia francese e dai suoi corifei ha avuto le gambe corte ed è stata clamorosamente e in pochissimo tempo smentita dai fatti.

In primo luogo i giovani proletari che hanno scatenato la sommossa non sono degli immigrati extra comunitari, come ha tentato di descriverli la propaganda borghese, ma figli di operai d’origine nordafricana che ormai vivono in Francia da tre generazioni. Dopo oltre cinquant’anni anni dall’arrivo dei loro avi, quei giovani non possono essere definiti come degli immigrati, poiché anche da un punto di vista legale sono cittadini francesi a tutti gli effetti.

Il fatto che la stragrande maggioranza dei rivoltosi fosse di chiara origine nord africana non può autorizzare nessuno a dipingere la sommossa della periferia parigina come una rivolta razziale o peggio ancora religiosa. La popolazione della banlieue presenta una componente importante d’origine nordafricana; retaggio della vecchia potenza coloniale, milioni di nordafricani, soprattutto nei primi anni del secondo dopoguerra, sono stati attratti dal richiamo del grande capitale francese, bisognoso come non mai di forza lavoro disponibile al selvaggio sfruttamento per sostenere lo sforzo della ricostruzione post bellica ed avviare un nuovo ciclo d’accumulazione. Negli anni cinquanta e sessanta la periferia parigina sotto la spinta dell’immigrazione è cresciuta a dismisura tanto che la popolazione nell’arco di pochi decenni quasi raddoppia; la conseguente espansione urbanistica è stata inevitabilmente caotica con la costruzione di immensi quartieri-ghetto privi dei minimi servizi sociali essenziali.

Le difficoltà d’integrazione delle popolazioni immigrate, causate da differenze di tipo culturale e da diversi stili di vita, sono superate nei decenni passati soprattutto grazie allo sviluppo dell’economia francese; uno crescita che è stata capace di assorbire senza alcuna difficoltà la forza lavoro disponibile, sia quella indigena che immigrata, creando quindi i presupposti di una convivenza civile nel segno della tolleranza. Questo non significa in ogni caso che la cultura del razzismo sia stata sconfitta, ma evidenzia solo come lo sviluppo economico francese abbia favorito l’integrazione di milioni di immigrati. Nello spazio di tre generazioni il loro processo d’integrazione all’interno della società francese si è di fatto compiuto.

Crisi economica e rivolta

I motivi che hanno determinato lo scoppio delle violenze dei giovani proletari nella periferia parigina e nelle altre città francesi vanno ricercati nelle loro drammatiche condizioni sociali. La crisi economica del capitalismo a livello internazionale ha determinato negli ultimi decenni un peggioramento progressivo nelle condizioni di lavoro e di vita della classe lavoratrice mondiale. La Francia ovviamente non rappresenta un’eccezione in questo contesto, tanto che i provvedimenti di politica economica dei vari governi che si sono succeduti in questi anni alla guida del paese, non si discostano di un solo millimetro rispetto a quelli presi dai governi degli altri paesi a capitalismo avanzato. L’attacco frontale sferrato dalla borghesia nei confronti del proletariato non conosce confini: tagli al salario, massima flessibilità nel mercato del lavoro, sia in entrata che in uscita, ossia introduzione di tutta una serie di leggi che permettono l’allargamento delle possibilità di sfruttare la forza lavoro secondo le più svariate esigenze del capitale e nello stesso tempo eliminazione di tutti i vincoli burocratici che limitano l’espulsione dei lavoratori dai cicli produttivi. Per le nuove generazioni di proletari, siano essi francesi, italiani, statunitensi o figli di immigrati, il capitalismo in crisi può offrire solo insicurezza sociale, precarietà e, nella migliore delle ipotesi, salari da fame. Il capitale, per attenuare gli effetti della crisi economica, determinata dalla caduta del saggio medio di profitto, può solo attaccare le condizioni di vita e di lavoro del proletariato. È in questo contesto che si è determinata l’esplosione di violenza dei giovani proletari della periferia parigina. Una generazione che non ha neanche la speranza di poter entrare stabilmente nel mondo del lavoro, che viene drammaticamente emarginata da una società in cui la ricchezza prodotta si concentra sempre di più nelle mani di pochissimi miliardari e contemporaneamente milioni di diseredati non hanno la benché minima risorsa con cui sfamarsi. La morte dei due giovani è stata solo la miccia che ha fatto esplodere la tensione sociale che si è accumulata in questi anni tra le nuove generazioni di proletari.

Una prima considerazione che occorre fare per comprendere la gravità della crisi in cui versa il capitalismo a livello internazionale è che la rivolta è avvenuta in un paese dell’area più avanzata del pianeta. Parigi è la capitale di uno dei paesi più sviluppati al mondo e se migliaia di giovani proletari si ribellano, significa che la crisi morde in profondità anche nelle centrali del capitalismo. In Francia, paese in cui lo stato sociale si è realizzato molto di più che in tanti altri paesi del capitalismo avanzato, i continui attacchi della borghesia ai salari e agli stipendi e i contestuali tagli alla spesa sociale hanno de-terminato una situazione esplosiva. I giovani proletari precarizzati, senza speranza di entrare stabilmente nel mondo del lavoro, senza sussidi pubblici in virtù dei tagli allo stato sociale e con una famiglia che non è più in grado di assecondare i propri bisogni, in quanto i salari si sono ridotti all’osso, inevitabilmente accumulano una tensione e una rabbia pronta ad esplodere alla prima occasione.

La risposta della borghesia alla sommossa parigina è stata solo ed esclusivamente repressiva, con la dichiarazione di tre mesi di stato d’emergenza e il coprifuoco per sedare la rivolta. Solo vaghe promesse di ridicoli stanziamenti per alleviare le drammatiche condizioni in cui sono costretti a vivere milioni di giovani proletari. Questo a dimostrazione del fatto che la crisi del capitale è tale che la borghesia non riesce ad elargire più neanche le briciole al proletariato, anzi tenta sempre di più di attaccarlo togliendo quel che rimane dello stato sociale e riducendo salari, stipendi e pensioni. Saranno questi i motivi che spingeranno nel prossimo futuro altri giovani proletari a rivoltarsi così come è avvenuto a Parigi, magari in qualche periferia di una grande città europea o statunitense.

Una rivolta di giovani proletari

La crisi del capitalismo e le risposte date dalla borghesia in questi ultimi decenni hanno prodotto un cambiamento significativo nella composizione del proletariato. Cogliere tutti gli aspetti di questa diversa composizione significa evitare di commettere gravissimi errori politici, tali da non comprendere fino in fondo le ragioni e le modalità con le quali si è espressa la rivolta parigina. È metodologicamente sbagliato definire i giovani protagonisti della rivolta come dei sottoproletari che, in quanto tali, non meritano l’attenzione delle avanguardie rivoluzionarie.

Mentre fino agli anni settanta il proletariato era concentrato nella grande fabbrica e la sua componente principale era costituita dalla classe operaia, negli ultimi decenni questo quadro, sotto la spinta della crisi economica e delle risposte date a questa crisi dalla borghesia, è profondamente mutato. La ristrutturazione del capitale ridimensionando le fabbriche nelle quali si trovavano fianco a fianco decine di migliaia di lavoratori ha ridotto di conseguenza le grandi concentrazioni operaie. Si è notevolmente ridotto il settore della classe operaia, almeno nelle aree del capitalismo avanzato, mentre sono emersi nuovi settori del proletariato sparsi sul territorio e che non hanno più come punto di riferimento, dove maturare la coscienza di classe ed esprimere il conflitto sociale, la grande fabbrica. La rivolta della periferia parigina è l’espressione del conflitto sociale di un settore del proletariato che in questi ultimi anni è cresciuto enormemente soprattutto tra le nuove generazioni. Non possiamo dunque definire sottoproletari milioni di giovani figli di operai che subiscono l’esclusione dal mondo del lavoro e l’emarginazione sociale. Marx, nel Manifesto del Partito Comunista, giustamente osservava e scriveva che

Quanto al sottoproletariato, che rappresenta la putrefazione passiva degli strati più bassi della vecchia società, esso viene gettato qua e là nel movimento da una rivoluzione proletaria; ma per le sue stesse condizioni di vita esso sarà piuttosto disposto a farsi comprare e mettere al servizio di mene reazionarie.

La citazione chiarisce come la rivolta della periferia parigina abbia avuto come protagonisti non dei sottoproletari ma una componente del proletariato. Da un punto di vista sociologico come possiamo definire sottoproletari milioni di giovani che per colpa del capitalismo non entreranno mai nel mondo del lavoro, se non come sottopagati e sempre come precari? Sottopro-letario è colui che si rifiuta di entrare nel mondo del lavoro pur avendo la possibilità di entrarvi, non colui che subisce una scelta imposta dal capitale. Per Marx, vagabondi, prostitute, delinquenti il sottoproletariato propriamente detto è, oltre che un retaggio della vecchia società feudale chi non riesce ad integrarsi nella moderna società borghese, composto da chi rifiuta la logica dello sfruttamento capitalistico ma che in ogni caso rimane ai margini della società e politicamente è uno strumento della conservazione borghese. Al contrario i giovani parigini che si rivoltano e bruciano le macchine fanno tutto ciò in quanto esclusi dal mondo del lavoro e pertanto reclamano di entrare a farvi parte.

Il cambiamento nella composizione del proletariato si riflette inevitabilmente nelle modalità in cui si manifesta lo scontro di classe. Chi si aspetta che il conflitto sociale debba avvenire sempre e solo negli stessi termini di trenta o cinquanta anni fa non ha compreso fino in fondo le modificazioni intervenute all’interno del proletariato. Se in passato lo scontro di classe vedeva come unico protagonista la classe operaia e la fabbrica, oggi, proprio in seguito alle modifiche nella composizione sociale, le nuove generazioni di proletari manifestano il conflitto sociale direttamente sul territorio e fuori da quelle fabbriche. Se prima il conflitto sociale partiva all’interno della fabbrica su un terreno economico-sindacale, per poi svilupparsi in rarissimi casi anche sul piano politico, oggi settori importanti del proletariato esprimono un conflitto sociale dalle connotazione diverse, in quanto non avviene sul terreno economico-sindacale ma si pone immediatamente e potenzialmente su un terreno politico. Lo schema classico in base al quale lo scontro sociale parte da una base economico-sindacale per crescere sul piano politico, per le nuove generazioni di proletari precari ed esclusi dal mondo del lavoro non è più del tutto vero, poiché il conflitto sociale si manifesta potenzialmente su un terreno immediatamente politico, ma affinché ciò accada, e l’esperienza francese sta lì proprio a rimarcarlo, occorre la presenza del partito rivoluzionario.

La necessità del partito rivoluzionario

La rivolta parigina ha visto come protagonisti migliaia di giovani proletari che per tre settimane hanno sfogato la loro rabbia accumulata in questi anni. Violenza che è sembrata fine a se stessa, non avendo il movimento dei rivoltosi dichiarato alcun obiettivo da raggiungere né di tipo economico né tanto meno di tipo politico. Una sommossa proletaria, nella sua componente sociologica, che si è espressa con le caratteristiche tipiche delle rivolte sottoproletarie. Che la rivolta assumesse queste caratteristiche è la logica conseguenza del totale disarmo ideologico subito dal proletariato in questi decenni. Un disarmo così profondo tale da non far percepire ai diversi settori del proletariato la coscienza di appartenere ad un’unica classe sociale. Se consideriamo, appunto, che le nuove generazioni proletarie non vivono la realtà di fabbrica e quindi non hanno la possibilità di maturare nell’esperienza quotidiana una seppur minima coscienza di classe, le difficoltà aumentano a dismisura.

Sono questi i motivi per i quali oggi più che mai occorre lavorare per costruire il partito rivoluzionario del proletariato. Un’organizzazione politica che sia capace di coordinare le istanze che provengono dai diversi settori del proletariato e sappia proporre una reale moderna alternativa alle barbarie del capitalismo. La costruzione del partito di classe, che non potrà che avvenire su scala internazionale, è il compito che dovranno assolvere nel prossimo futuro le sparute avanguardie rivoluzionarie. Tale organizzazione politica occorre costruirla per tempo, prima che il proletariato produca le proprie lotte o rivolte. Quando queste si manifestano, il partito deve essere già presente sul territorio e sui posti di lavoro per saper orientare le lotte, dando le giuste parole d’ordine, per far maturare all’interno della classe la coscienza rivoluzionaria. Se non si è capaci di costruire per tempo il partito, il rischio che corriamo è quello di assi-stere passivamente ai moti di classe, come nel caso della rivolta francese, senza essere in grado di dare le giuste indicazioni alla lotta.

Un proletariato frantumato sul territorio, incapace di riconoscersi come tale, sarà anche in grado di esprimere straordinari episodi di lotta, ma, in assenza di un’organizzazione rivoluzionaria con una piattaforma politica capace di costituire un chiaro punto di riferimento all’interno della classe, sarà inevitabilmente sconfitto dalla reazione borghese.

Lorenzo Procopio

Prometeo

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