Precarietà e coscienza di classe

Recentemente su questa rivista ci siamo occupati della precarizzazione del lavoro (1), evidenziando come il fenomeno, reso possibile anche grazie alla complicità sindacale e della sedicente sinistra, sia tutto da iscrivere nel tentativo della borghesia di recuperare quei margini di profitto erosi dalla crisi economica. Per sostenere i processi d’accumulazione, resi sempre più difficoltosi dall’operare della caduta del saggio medio di profitto, la borghesia attacca costantemente le condizioni di vita e di lavoro della classe lavoratrice, e questo attacco si fa sempre più frontale proprio in virtù dell’aggravarsi della crisi economica. Negli ultimi tre decenni la borghesia per difendere i propri interessi di classe ha smantellato lo stato sociale, ridotto drasticamente salari stipendi e pensioni, incrementato i ritmi dello sfruttamento sui posti di lavoro e nel contempo ha profondamente modificato l’organizzazione del lavoro, rendendola sempre più funzionale ai processi d’accumulazione.

La diversa organizzazione del lavoro, resa possibile in questi ultimi anni grazie anche all’introduzione massiccia della microelettronica nei processi produttivi, ha significativamente modificato sia l’ambiente di lavoro sia lo stesso rapporto di lavoro. Se ci soffermiamo solo un istante per valutare le complesse trasformazioni subite in questi ultimi decenni dall’ambiente lavorativo possiamo osservare come, soprattutto nelle aree centrali del capitalismo, il mondo della produzione sia radicalmente modificato rispetto al passato; infatti, sono quasi del tutto scomparse le grandi concentrazioni produttive, all’interno delle quali lavoravano fianco a fianco migliaia di operai, sostituite nel frattempo da unità produttive notevolmente più piccole rispetto al passato e dove il contatto tra i lavoratori è reso sempre più sporadico e occasionale.

Insieme a queste trasformazioni dell’organizzazione dell’ambiente di lavoro occorre evidenziare le mutazioni del rapporto di lavoro dipendente. Grazie all’introduzione di nuove forme contrattuali, che prevedono un uso molto flessibile della forza lavoro sia in entrata che in uscita, il tradizionale lavoro salariato a tempo indeterminato rappresenta ora solo una delle tante forme giuridiche che regolamentano il rapporto tra capitale e lavoro.

Il contratto di lavoro a tempo indeterminato, dominate nel passato, è diventato ormai una rarità nelle nuove assunzioni di lavoratori.

Il precariato, ossia quella situazione di permanente instabilità e mancanza di sicurezza per i lavoratori, è diventato ormai la nuova frontiera dello sfruttamento capitalistico. Questa trasformazione nell’organizzazione del lavoro e l’introduzione della precarietà nel rapporto di lavoro ha avuto profonde conseguenze sul piano del manifestarsi del conflitto sociale.

In altre parole, chi si aspetta che la lotta di classe possa ancora esprimersi negli stessi termini in cui si è espressa fino agli anni settanta del secolo scorso è destinato a non cogliere fino in fondo le trasformazioni nella composizione di classe e il diverso modo del formarsi della coscienza di classe tra le nuove figure di lavoratori.

Le recentissime esplosioni di rabbia sociale in Francia rappresentano un primo importantissimo segnale del diverso modo di manifestarsi del conflitto sociale. Il fatto che questi episodi siano esplosi in uno dei paesi più importanti del capitalismo avanzato deve essere letto sotto una duplice luce: in primo luogo conferma come nella società borghese lo scontro di classe sia un dato permanente, in secondo luogo cominciano ad emergere importanti segnali d’opposizione tra le file del proletariato, soprattutto quello giovanile, al progetto borghese di rendere totale la precarizzazione del rapporto di lavoro.

A distanza di pochissimo tempo la Francia è stata teatro di significativi esplosioni di rabbia e di lotta da parte del proletariato giovanile. Se lo scorso autunno le periferie parigine sono esplose per protestare contro l’aggressione e la morte subita da due giovani in seguito all’inseguimento della polizia, con migliaia di macchine bruciate durante la notte per alcune settimane(2), in questi giorni milioni di studenti e lavoratori sono scesi in piazza più volte per protestare contro il provvedimento governativo che introduce un ulteriore elemento di precarietà nel mondo del lavoro, soprattutto tra i giovani con un’età inferiore ai 26 anni. La massiccia mobilitazione ha indotto il presidente Chirac a ritirare il provvedimento. Questo rappresenta una grossa novità di questi ultimi tempi: dopo tante batoste, in un paese a capitalismo avanzato, il proletariato ha dimostrato che la lotta di classe può determinare un percorso diverso rispetto a quello tracciato dagli interessi della borghesia.

In questo nostro lavoro ci proponiamo di esaminare come le modificazioni nell’organizzazione del lavoro e la precarietà abbiano delle conseguenze importanti nel processo di formazione della coscienza di classe dei lavoratori. Un processo evidentemente modificato dal diverso contesto in cui operano i lavoratori e dal diverso rapporto giuridico che lega la forza lavoro al capitale. Cercheremo inoltre di vagliare come i differenti livelli di maturazione della coscienza di classe abbiano delle ripercussioni sul rapporto tra classe in sé, che matura la consapevolezza di essere una classe sociale che ha determinati interessi economici, e classe per sé, in cui la classe s’appropria della coscienza rivoluzionaria e quindi della necessità di progettare un mondo nuovo alternativo al capitalismo, il comunismo.

La formazione della coscienza di classe

Le modificazioni nell’organizzazione del lavoro e nella composizione di classe hanno determinato un diverso modo di acquisire la coscienza di classe dei proletari. Soltanto chi sostiene idealisticamente che la coscienza di classe sia un qualcosa di preesistente i proletari, ai quali non spetta altro che appropriarsene, può pensare che le radicali trasformazioni subite dal capitalismo non abbiano avuto delle ripercussioni anche sul modo in cui i proletari maturano la consapevolezza di essere una classe sociale. La coscienza di classe è il prodotto di un processo durante il quale i proletari maturano, sulla base delle esperienze fatte sul posto di lavoro e più in generale all’interno della società borghese nel suo complesso, la consapevolezza di appartenere ad una classe sociale. Non basta essere proletari per avere la coscienza di appartenere ad una classe sociale, occorre invece un lungo processo di maturazione per arrivare ad acquisire tale consapevolezza. È nella vita pratica, reale e contraddittoria che gli operai acquistano la coscienza di classe. Proprio perché è il risultato finale di un processo, la coscienza di classe si produce in differenti modi, che variano in relazione alla diversa forma in cui i proletari lavorano e si relazionano tra di loro.

Lenin, nel Che Fare?, l’opera nella quale ha esposto la sua concezione del partito e il rapporto tra i diversi gradi della coscienza maturata dalla classe operaia, analizzando il rapporto tra coscienza rivoluzionaria e spontaneità, osservava come la differenza tra i due concetti deve essere sempre storicizzata. Scrive Lenin:

Anche negli anni sessanta e settanta vi furono in Russia degli scioperi accompagnati da distruzioni spontanee di macchine e simili. In confronto con queste rivolte, gli scioperi avvenuti dopo il 1890 potrebbero perfino essere chiamati coscienti, tanto è importante il passo in avanti fatto nel frattempo dal movimento operaio. Ciò prova che in fondo l’elemento spontaneo non è altro che la forma embrionale della coscienza. (3)

La spontaneità si sostanzia nel fatto che i proletari, anche senza alcuna guida politica, sono in grado di lottare per migliorare le proprie condizioni di lavoro. Spontaneamente gli operai lottano per ottenere un aumento salariale, per la riduzione della giornata lavorativa: la storia del movimento operaio è piena di episodi in cui i lavoratori sono stati protagonisti di straordinari episodi di lotta per difendere i propri interessi di classe. Affinché i proletari lottino spontaneamente per un aumento salariale o per la riduzione della giornata lavorativa è necessario che si produca una coscienza di classe che possa fare da collante nelle lotte. Lenin, sempre nel Che Fare?, prosegue e scrive che:

La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia colle sue sole forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionista, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai. (4)

In quest’ultima citazione possiamo osservare come tutta l’impostazione di Lenin sia determinata dal fatto che la maturazione della coscienza di classe dei lavoratori avvenga quasi in termini automatici all’interno della fabbrica. Ai tempi in cui fu scritto il Che Fare?, e fino a tutti gli anni settanta del secolo scorso, lo schema di Lenin circa la formazione della coscienza di classe è risultato perfettamente aderente alla realtà.

Spontaneamente gli operai, vivendo sulla propria pelle la contraddizione tra capitale e lavoro all’interno della fabbrica, maturano la coscienza di appartenere ad un’unica classe sociale. Il quotidiano lavoro all’interno della fabbrica, il contatto con centinaia se non migliaia di altri lavoratori, determina negli operai la coscienza di appartenere ad un’unica classe sociale e quindi anche la necessità di organizzarsi per tutelare i propri interessi economici. La fabbrica non è stata solo il luogo della produzione e dello sfruttamento capitalistico, ma anche il luogo dove meglio si è potuta formare la coscienza di classe dei proletari. Usciti di fabbrica gli stessi operai si ritrovavano in altri luoghi, come per esempio i tantissimi circoli del dopolavoro, e anche qui si determinavano rapporti sociali tali da facilitare la formazione di una coscienza di classe. Le stesse città, strutturate in maniera tale che i lavoratori vivessero nei quartieri operai, spesso in aree nei pressi della stessa fabbrica, in un certo qual modo erano funzionali alla maturazione di una coscienza di classe.

La maturazione di una coscienza di classe all’interno del mondo della fabbrica ha permesso al proletariato di rendersi protagonista di straordinari episodi di lotta per difendere i propri interessi. Nello stesso tempo le lotte spontanee per avere un aumento salariale o più in generale migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro, sono state a loro volta un importante elemento per far crescere la coscienza di classe.

Nello schema leninista la lotta economica degli operai assume una valenza di spontaneità determinata dall’agire della coscienza di classe. Ma per abbattere il capitalismo la sola lotta economica non è sufficiente, occorre che il proletariato conduca delle battaglie politiche che pongano all’ordine del giorno la realizzazione del socialismo, come unico rimedio allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. In altre parole occorre trasformare la lotta economica in lotta politica, ma per fare questo bisogna che all’interno della classe si sia prodotta una coscienza rivoluzionaria, capace di far assumere la consapevolezza della necessità di andare oltre la società borghese. La coscienza rivoluzionaria non matura all’interno della classe operaia, così come avviene per la coscienza di classe, ma è necessario un apporto esterno alla classe lavoratrice. Lenin giustamente faceva rilevare come il proletariato da solo possa acquisire una coscienza di classe, mentre la coscienza rivoluzionaria deve provenire dall’esterno del rapporto economico tra capitale e lavoro. Nel suo vivere quotidiano in fabbrica l’operaio è in grado di maturare solo la consapevolezza di appartenere ad una classe sociale e di dover lottare per difendere i suoi interessi economici. Nel rapporto tra capitale e lavoro che si estrinseca in fabbrica, il lavoratore percepisce il fatto di appartenere ad una classe sociale e di dover lottare contro i padroni, ma non è in grado di maturare la coscienza della necessità di abbattere la società borghese per dar vita ad una nuova formazione sociale. Questa coscienza rivoluzionaria è apportata alla classe dall’esterno, attraverso tutta una serie di soggetti che fanno proprie le istanze politiche e storiche della classe operaia. Solo il partito di classe è in grado di produrre una coscienza rivoluzionaria.

Nella visione di Lenin la coscienza rivoluzionaria propria del partito di classe, ossia della parte più sensibile del proletariato, è portata alla classe attraverso il sindacato, inteso come cinghia di trasmissione tra partito e classe. Gli operai maturavano all’interno della fabbrica una coscienza di classe che si esprimeva in lotta economica, e dall’esterno del rapporto puramente economico tra capitale e lavoro proveniva l’azione del partito per la trascrescenza della coscienza di classe in coscienza rivoluzionaria. Negli ultimi decenni si è profondamente modificato il mondo della fabbrica, i lavoratori sono stati divisi in tantissime nuove categorie e nello stesso tempo il dominio ideologico della borghesia è diventato così totalizzante da aver reso oltremodo difficile far maturare all’esterno ed all’interno del mondo del lavoro una coscienza di classe.

Precarietà e lotta di classe

Nelle aree centrali del capitalismo, negli ultimi decenni, abbiamo assistito ad un intenso processo di ristrutturazione degli apparati produttivi che hanno di fatto radicalmente modificato l’organizzazione e lo stesso rapporto di lavoro. Le grandi concentrazioni operaie, che per oltre un secolo sono state alla base della grande produzione capitalistica, grazie all’introduzione della microelettronica e alla possibilità di delocalizzare ed esternalizzare molte attività di fabbrica, sono state smembrate in tante piccole isole produttive. Nel volgere di pochissimi anni le grandi fabbriche, all’interno delle quali lavoravano migliaia di operai, sono state letteralmente svuotate. Il drastico ridimensionamento della presenza operaia in fabbrica rappresenta un primo e fondamentale elemento per comprendere la diversità rispetto al passato dello svolgimento del processo di formazione della coscienza di classe all’interno del mondo del lavoro. Oggi la fabbrica, proprio per la ridotta presenza di lavoratori, è una realtà che non offre più le stesse possibilità di far maturare al suo interno una coscienza di classe.

La riduzione della componente operaia è solo un aspetto della trasformazione subita dalla fabbrica in questi decenni. Infatti, in questo periodo siamo passati dalla trasferta rigida, in cui gli operai lavoravano insieme per lunghissimi periodi gomito a gomito, alla flessibilità totale, in cui il contatto tra i lavoratori è sporadico e spesso si incontra lo stesso operaio solo a distanza di settimane se non di mesi. È facilmente intuibile come in un simile contesto lavorativo non ci siamo le stesse condizioni per far maturare una coscienza di classe all’interno della fabbrica, ma tale processo sia stato reso molto più complesso e tortuoso. La formazione della coscienza di classe, proprio per il fatto di dipendere dalle situazioni reali in cui si trovano ad operare i proletari, in questo nuovo contesto lavorativo deve per forza di cose passare attraverso nuovi percorsi. Il fatto di non condividere quotidianamente le stesse esperienze con gli altri operai di fabbrica è sicuramente un fattore che non facilita l’aggregazione e la formazione della coscienza di classe. Saranno le stesse dinamiche del capitale a determinare il superamento di tali difficoltà ed a ricreare i meccanismi necessari all’acquisizione della coscienza di appartenere ad una classe sociale.

Con questo non vogliamo assolutamente sostenere che la fabbrica non rappresenta più un luogo adatto alla formazione della coscienza di classe, o che la lotta economica non sia più praticabile nella società moderna. Ci preme invece sottolineare come i cambiamenti prodotti all’interno del mondo del lavoro abbiamo avuto un riflesso importante sulla formazione della coscienza di classe e quindi del manifestarsi dello stesso conflitto di classe.

La “riduzione” della presenza operaia all’interno della fabbrica non deve essere intesa come l’inizio della fine del conflitto sociale tra borghesia e proletariato; la lotta di classe è una caratteristica permanente della società capitalistica, quello che si è modificato sono i luoghi in cui si esprime tale conflitto. Oggi non è solo la fabbrica l’unico posto in cui lo scontro di classe si manifesta, ma in virtù delle modificazioni sociali imposte in questi ultimi anni dal capitale, tale conflitto si è esteso all’intera sfera sociale.

Se la componente operaia, nelle aree centrali del capitalismo si è ridotta, nel contempo è cresciuto il processo di proletarizzazione dei ceti medi. Diminuiscono gli operai ma crescono enormemente i proletari costretti a vendere esclusivamente la propria forza lavoro, senza peraltro avere le stesse garanzie che in passato erano state conquistate dal movimento operaio attraverso sanguinose lotte. È cresciuto a dismisura un proletariato precario che vive senza alcuna prospettiva a medio o lungo termine, e che subisce l’umiliazione di non poter neanche sperare in un miglioramento futuro nelle proprie condizioni di vita e di lavoro. La precarietà del lavoro è la caratteristica di questa fase storica del capitale, in cui la crisi economica ha raggiunto tali livelli da imporre alle masse proletarie un drammatico processo d’impoverimento.

I lavoratori precari in questi ultimi anni rappresentano una componente importante del proletariato delle aree centrali del capitalismo. In alcuni paesi il loro numero ha superato quello dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, e non è peregrino pensare che nel volgere di qualche anno, se continua questo trend, il loro numero è destinato a crescere ulteriormente tanto da diventare la forma prevalente di sfruttamento della forza lavoro. Questi proletari precari lavorano spesso per pochi mesi nel settore dei servizi, e solo in alcuni casi vengono impiegati nell’attività di fabbrica. In ogni caso tutto il precariato è in balia delle istanze del capitale, pronto a lavorare nei posti più disparati ed alle condizioni più svantaggiose e senza alcuna garanzia per il futuro.

La diffusione di questa massa enorme di proletari precari ha avuto delle conseguenze sia nella composizione di classe che nel processo di formazione della coscienza di classe. La precarietà del lavoro ha rotto quei legami che hanno permesso fino a qualche decennio fa di far maturare tra i lavoratori una coscienza di classe.

Spesso isolati tra di loro, le nuove figure di proletariato hanno maggiori difficoltà rispetto al passato di identificarsi come un’unica classe sociale, di acquisire quindi una coscienza di classe.

Non si ha più un luogo fisico, come lo è stato in passato la fabbrica, dove maturare la consapevolezza di appartenere ad una stessa classe sociale; frantumati sul territorio i precari hanno moltissime difficoltà a cogliere fino in fondo i comuni interessi di classe che li dovrebbe spingere a lottare per gli stessi obbiettivi.

È questo uno dei motivi che spiega come nonostante i continui attacchi subiti in questi ultimi anni dalla classe lavoratrice da parte del capitale, tardano ad arrivare delle adeguate risposte sul piano del conflitto sociale.

Quando il proletariato non si riconosce neanche come una classe sociale è difficile pensare che esso possa esprimere una conflittualità adeguata agli attacchi subiti. La grande abilità della borghesia è stata appunto quella di rompere quei meccanismi che facilitavano la formazione della coscienza di classe da parte dei lavoratori, ridimensionare la fabbrica come luogo di acquisizione della coscienza e nello stesso tempo disperdere sul territorio una massa amorfa di proletari. (5)

Permane il conflitto di classe, ma il proletariato proprio per il fatto di non sapersi rappresentare come una classe sociale subisce finora quasi passivamente gli attacchi del capitale.

Se fino alla prima metà del secolo scorso la proletarizzazione ha interessato soprattutto le masse rurali, che apportavano all’interno della classe una rabbia sociale accumulata da centinaia d’anni di sfruttamento e di stenti, oggi ad essere proletarizzati sono soprattutto i ceti medi, che inevitabilmente apportano all’interno della classe lavoratrice la propria cultura fatta di aspirazioni verso modelli e stili di vita che riproducono quelli della classe dominante.

Il dominio ideologico della borghesia, la sua capacità di permeare tutta la vita sociale con i propri stili di vita, esasperano ancor di più le difficoltà incontrate dalla classe lavoratrice nell’acquisire una coscienza di classe.

Se sono aumentate le difficoltà nella formazione della coscienza di classe all’interno del posto di lavoro, a causa della ristrutturazione delle fabbriche, le occasioni per maturare tale coscienza fuori dal contesto produttivo sono quasi del tutto scomparse.

Non esistono più spazi sociali in cui i lavoratori possono socializzare, le città sono state letteralmente trasformate e milioni di proletari di fatto espulsi verso le periferie a decine di chilometri dai posti di lavoro.

Un dominio ideologico, quello borghese, reso ancor più totalizzante dalla pervasività dei mass media televisivi che quotidianamente riproducono modelli funzionali alla conservazione del capitale e, nei paesi a capitalismo avanzato dei modelli di consumo imposti.

Conclusioni

La lotta di classe non può esprimersi negli stessi modi in cui si esprimeva nel passato in quanto è cambiato il capitalismo ma è soprattutto mutato il proletariato. La componente operaia si è notevolmente ridotta e nuove figure vanno a incrementare la massa del proletariato. La fabbrica ha perso la propria centralità, ma allo stato attuale la frantumazione sul territorio del proletariato non ha permesso la creazione di quei meccanismi necessari alla formazione della coscienza di classe.

In passato il conflitto di classe si è espresso partendo da istanze economiche e solo rarissime volte ha assunto anche una valenza politica. Gli operai, acquisita la coscienza di essere una classe sociale, lottavano sul terreno sindacale per ottenere dei miglioramenti economici. Il capitalismo nelle aree più avanzate per tutta una fase storica ha potuto soddisfare le richieste economiche degli operai, in quanto i margini di profitto erano tali da permettere di distribuire le briciole richieste dai lavoratori. L’aggravarsi della crisi economica ha fortemente ridotto queste possibilità tanto che negli ultimi decenni su scala mondiale abbiamo assistito che non sono più i lavoratori a chiedere degli aumenti ma sono i capitalisti ad imporre sacrifici, sia in termini di tagli ai salari che in incrementi dei ritmi della produzione e dell’aumento della giornata lavorativa.

Abbiamo finora cercato di evidenziare tutti gli elementi che ostacolano la formazione della coscienza di classe all’interno della nuova composizione del proletariato, sottolineando come il dominio ideologico borghese e la nuova organizzazione del lavoro abbiano rotto i vecchi processi e nello stesso tempo ridotto gli spazi per la formazione di tale coscienza. Questo non significa che il conflitto sociale sia eliminato, anzi è ipotizzabile e auspicabile che nel volgere di un lasso di tempo più o meno breve si possano creare nella prassi quotidiana quei meccanismi che facilitano l’acquisizione di una coscienza di classe da parte del proletariato. Piccoli segnali in tal senso si sono già manifestati in questi ultimi tempi. La rivolta nelle periferie parigine dell’autunno scorso e l’ultima grande ondata di manifestazioni degli studenti e lavoratori in Francia, con tutti i limiti politici di tali lotte, sono i primi sussulti di un proletariato che comincia lentamente a rialzare la testa dopo aver subito i violenti attacchi del capitale. In questo contesto se il proletariato dovesse ricompattarsi, maturando quindi una coscienza di classe, qualsiasi sua istanza assumerebbe immediatamente una valenza politica. Il vecchio schema leninista, che prevedeva che la classe operaia esprimesse la propria conflittualità partendo da istanze economiche per poi trasformarle in istanze politiche, attraverso l’azione del partito, deve essere inevitabilmente aggiornato. Non nel senso che la lotta economica non sussista più, tutt’altro, ma che proprio la crisi economica del capitale e la diversa composizione del proletariato determinano che lo scontro di classe possa esprimersi immediatamente sul terreno politico, in quanto gli spazi per la contrattazione economica sono di fatto annullati. Quando il proletariato chiede dei miglioramenti economici e la borghesia non è in grado di darne, anzi contrattacca peggiorando le condizioni dei lavoratori, lo scontro di classe può assumere immediatamente una valenza politica. In altri termini lo scontro sociale, proprio in mancanza di spazi per la contrattazione, potrebbe potenzialmente manifestarsi immediatamente sul piano della lotta politica per la conquista del potere.

La difficoltà della borghesia di concedere alla classe lavoratrice anche le briciole nella contrattazione determinano che il conflitto di classe si possa potenzialmente ed immediatamente esprimersi sul terreno politico. La precarietà del lavoro, con le conseguenze in termini sociali che tutto questo comporta, l’enorme processo di proletarizzazione di questi ultimi decenni, se nel breve periodo hanno determinato un non riconoscersi dei nuovi proletari nella propria classe, hanno creato le condizioni affinché il conflitto possa manifestarsi su tutto il fronte sociale. Se in passato gli operai lottavano per chiedere un aumento salariale, oggi i giovani proletari precari chiedono di avere un futuro che il capitale non può garantire; questa è una grande differenza che pone le istanze dei nuovi proletari potenzialmente ed immediatamente sul terreno della politica.

Da ciò emerge che oggi più di ieri la presenza attiva del partito rivoluzionario è assolutamente indispensabile. Le lotte dei moderni proletari necessitano di una guida politica che sappia raccogliere le istanze che provengono dalla base per poi tradurle in indicazioni tattiche e strategiche per la conquista del potere politico. Il passaggio della classe in se, che possiede una propria coscienza di classe, in classe per sé, che abbia maturato una coscienza rivoluzionaria, può concretizzarsi alla sola condizione che si sia formato per tempo un’avanguardia rivoluzionaria capace di porsi come punto di riferimento politico rispetto alla totalità del proletariato. Su questo terreno rimangono perfettamente attuali le indicazioni metodologiche fornite da Lenin nel Che Fare?, con la consapevolezza che molti degli aspetti legati alle forme organizzative dovranno essere ripensati proprio alla luce dei profondi cambiamenti subiti dalla classe in questi ultimi decenni. Solo se sapremo costruire per tempo dei solidi punti di riferimento politici le lotte proletarie potranno fare quel salto qualitativo tale da trasformarle in lotte contro il modo di produzione capitalistico.

Lorenzo Procopio

(1)Vedi l’articolo “ Il buon governo della precarietà”, Prometeo n. 11 giugno 2005

(2) Vedi l’articolo “La rivolta della periferia parigina”, Prometeo n. 12 dicembre 2005.

(3) Lenin Che Fare?, ed. Editori Riuniti pag. 62.

(4) Lenin Che Fare?, ed. Editori Riuniti pag. 63

(5) La ristrutturazione dell’apparato produttivo non è stato ovviamente frutto di un atto volontaristico della borghesia per spezzare l’unità della classe operaia, ma è stata imposta dalle dinamiche della crisi economica.

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