L'imperialismo russo alla riscossa?

Introduzione

Due anni fa, in una nota sulla Russia (1), osservavamo che il nuovo corso della borghesia russa, impersonato dal vecchio “kaghebista” Putin, puntava a ricostruire quella potenza imperialista che l’ultima fase dell’era sovietica e le devastazioni dell’epoca eltsiniana avevano seriamente compromesso.

Si trattava e si tratta - dicevamo - di una corsa contro il tempo imposta dall’incancrenirsi della crisi mondiale del capitalismo e dalle accelerazioni da questa impressa ai contrasti tra banditi imperialisti piccoli e grandi.

Ma le stesse contraddizioni del capitale che hanno prodotto il crollo verticale della società sovietica se, in un primo momento, hanno decretato il trionfo dello Zio Sam, suo storico antagonista, ora stanno creando, da un certo punto di vista, condizioni favorevoli alla riscossa dell’orso russo, forte delle sue enormi risorse naturali, in primo luogo, va da sé, energetiche.

La nascita dell’euro, la vittoria dei governi di centro-sinistra in America Latina - a cui la moneta europea fornisce un esempio da seguire e un’arma di ricatto/rivalsa verso il controllo nordamericano - l’impetuosa crescita economica della Cina (2) e, per finire, l’alto prezzo del petrolio, sono tutti fattori che offrono, in un modo o nell’altro, una sponda alle ambizioni neoimperiali della “Madre Russia”. Naturalmente, ciò non significa affatto - è bene ricordarlo - che la partita sia già vinta, al contrario. Le macerie degli anni novanta e i rottami del periodo brezneviano rendono il cammino quanto mai accidentato, mentre le leggi proprie del modo di produzione capitalistico non cessano di dettare all’economia e alla formazione sociale russa limiti e ritmi della sua trasformazione.

Ripresa dell’economia?

È noto che qualunque discorso sulle prospettive della Russia deve partire dal ruolo di potenza energetica a scala internazionale che ha riconquistato dopo che la secessione di alcune importanti regioni petrolifere (Azerbaigian, Kazakistan) e le tormente degli anni 1990 ne avevano indebolito la portata. E all’interno di questo quadro spicca, ovviamente, l’azienda controllata dallo stato - in particolare dall’entourage di Putin - Gazprom, la terza impresa mondiale per capitalizzazione con poco più di trecento miliardi di dollari. Attraverso la leva del gas (ma anche del petrolio: gas e petrolio fanno della Russia il primo paese “energetico” al mondo) la Russia sta ottenendo importanti risultati di ordine economico e strategico. Grazie, come si diceva, all’alto prezzo degli idrocarburi, da qualche anno sta affluendo nelle casse dello stato un fiume di petrodollari, con il quale si cerca di rimettere in sesto il malandato paese. Nel giro di poco tempo, alcuni dei principali indicatori economici hanno imboccato una tendenza positiva, tanto che, per fare un esempio, lo scorso agosto la Banca Centrale ha ripagato con largo anticipo il debito nei confronti del Club di Parigi, risparmiando miliardi di dollari di interessi. Debito pubblico, debito estero, deficit dello stato: le voragini degli anni novanta poco a poco vengono o sono già colmate, mentre crescono senza sosta le riserve in valuta straniera detenute dalla Banca Centrale. Parallelamente, si assiste a un progressivo apprezzamento del rublo nei confronti delle principali divise estere e se questo può avere alcune ricadute negative, ne ha altre positive che le neutralizzano e, probabilmente, le sopravanzano. Certamente, un rublo rivalutato rende meno competitive le merci di produzione nazionale, ma, pur essendo questo un problema reale, è anche vero che la produzione russa in generale ha in ogni caso poche frecce al suo arco per contrastare la migliore qualità a prezzi - relativamente - bassi dei prodotti provenienti dall’estero. Infatti, il problema vero dell’industria russa non è tanto la perdita di competitività derivante da una moneta forte, ma la scarsa competitività/produttività strutturale dell’industria e del sistema economico nel suo insieme. È un problema che si trascina fin dall’epoca brezneviana e che ha portato, di fatto, all’implosione del sedicente socialismo reale. Dunque, si tratta in primo luogo di ristrutturare in profondità l’apparato industriale - così come le infrastrutture e i servizi - se la Russia vuole avere aspirare con qualche probabilità di successo al ruolo di brigante imperialista mondiale. È ovviamente un compito gigantesco, bisognoso di capitali enormi, nazionali e internazionali, per i quali la moneta forte e la stabilità economica costituiscono da sempre un promettente richiamo. Condizioni che Mosca sembra proprio offrire, se i suoi bond (governativi e non) sono tornati ad essere appetibili dopo il tracollo del 1998: chi, allora, non li ha cacciati nel cestino, cioè svenduti in fretta e furia, oggi ha ampiamente recuperato e superato l’investimento iniziale; addirittura, alcuni bond hanno fruttato un guadagno del 414%. (3)

Questi bond sono garantiti, sostanzialmente, dalle enormi riserve di idrocarburi (nonché di oro, diamanti, materie prime in genere), ma, e ritorniamo al nodo centrale, per assicurare, anzi, accrescere l’attuale livello di estrazione occorre rimodernare gli impianti e potenziare le reti di trasporto in via di logoramento o comunque non all’altezza delle prospettive future. Come dice il presidente russo:

In un contesto di intensa concorrenza, i vantaggi scientifici e tecnologici rappresentano i fattori definitivi per lo sviluppo economico di una nazione. Sfortunatamente, la gran parte degli impianti tecnologici utilizzati oggi dall’industria russa restano indietro non soltanto anni, ma decenni rispetto alle più avanzate tecnologie che il mondo può offrire.. E persino tenendo conto delle particolari condizioni climatiche della Russia, la nostra utilizzazione delle fonti energetiche è di molte volte meno efficiente di quella dei nostri competitori diretti. (4)

Ovviamente, a Putin interessa più la possibilità di affilare l’arma energetica che il riscaldamento dei cittadini (benché, nel quadro di una rinnovata strategia imperialista anche il consenso interno abbia il suo peso), e per centrare l’obiettivo un rublo “pesante” è senza dubbio un fattore importante, poiché agevola l’acquisto all’estero di macchinari e tecnologie avanzate. Non a caso, impianti, macchinari e veicoli sono di gran lunga le voci più importanti delle importazioni russe, circa la metà di tutto l’import dai paesi non CSI. In breve, l’imperialismo russo ha bisogno di capitali giganteschi che, ora, gli vengono assicurati dagli idrocarburi, ma per garantire la continuità di questo flusso di denaro deve rinnovare profondamente la sua struttura economica. In un certo senso, il gas (e il petrolio) fa per la Russia ciò che l’immenso esercito industriale fa per la Cina: entrambi procurano massicce entrate valutarie con le quali procedere alla ristrutturazione della propria economia. Tra parentesi, il declino demografico (esploso durante gli anni di Eltsin), cioè la difficoltà nella riproduzione della stessa forza-lavoro, è un altro elemento che spinge ad accelerare i tempi.

Oggi, la produttività media è abbastanza bassa e la riprova sarebbe - se dobbiamo dar fede alle statistiche ufficiali, da molti ritenute poco affidabili - che il costo del lavoro in questi ultimi anni sarebbe aumentato più della produttività. Se è vero, ciò non significa che gli operai si siano messi a pasteggiare a champagne, ma semplicemente che l’apparato produttivo mostra la corda, è invecchiato per cui anche il prolungamento della giornata lavorativa (vedi l’elevato numero di ore straordinarie), cioè l’incremento del plusvalore assoluto, non è sufficiente a dare competitività al sistema. D’altra parte, quest’ultimo espediente, insieme all’enorme estensione del lavoro nero, fu l’approdo finale dell’epoca sovietica, quando il capitalismo di stato smise, sostanzialmente, di investire a fronte di un saggio del profitto calante e della progressiva paralisi della società. Allora, si “ovviava” alla meno peggio con quello strumento, ma è ovvio che da solo non può costituire un solido trampolino di rilancio dell’economia e delle aspirazioni imperialistiche. Quanto detto non toglie che gli stipendi e, in generale, le condizioni di esistenza del lavoro salariato siano un poco risalite dal precipizio in cui erano cadute negli anni eltsiniani (5) per effetto della ripresa economica trainata da gas e petrolio. D’altronde, un sistema economico-industriale moderno non può basarsi esclusivamente su forme di sfruttamento che ricalcano letteralmente quelle ottocentesche, come, per esempio, in Bangladesh: deve avere almeno un settore della classe operaia (intesa in senso lato) che abbia il tempo e i mezzi per ricostituire in un dato lasso di tempo le proprie energie fisico-mentali. A meno dell’apparizione di scenari sempre possibili nella barbarie capitalistica, ma oggi non avvistabili, è impensabile che si possa lavorare sette giorni su sette, per quindici ore al giorno, alle prese con la fame e la malattia, su di un robot o un sistema informatico: sarebbe fisicamente impossibile da reggere per lungo tempo.

Ma, benché leggermente migliorate, le condizioni di vita del proletariato variano anche notevolmente da regione a regione. Per esempio, i minatori di Norilsk, Siberia del nord (nichel e platino):

guadagnano seicento dollari al mese, mentre quelli delle piccole città di provincia ne prendono cento. (6)

Ma quei minatori o gli ingegneri aeronautici di S. Pietroburgo rimangono molto meno costosi dei loro compagni occidentali: un minatore canadese, per lo stesso lavoro, guadagna 4-5.000 dollari, un ingegnere cinque volte di più; si capisce dunque perché l’Airbus e la Boeing delocalizzino parti della loro produzione in Russia. Però, la vita nelle grandi città, in particolare quelle dove le grandi imprese estere hanno aperto i loro uffici, non è meno cara che a New York o a Londra. È anche vero che, nonostante il progressivo aumento delle bollette e la tendenziale monetizzazione dei servizi sociali (in pratica, il furto del salario indiretto e differito), lo stato continua a sussidiare i consumi domestici di gas, acqua, luce, ecc., ma perché se lo può ancora permettere e, non da ultimo, per tamponare il malessere sociale tutt’altro che scomparso. Il piano di rilancio dell’economia ha bisogno della pace sociale, la quale non si può ottenere unicamente con la grancassa della propaganda ideologica o con la repressione (ambedue ampiamente utilizzate), ma deve essere sostenuta da una sufficiente base economica senza la quale le altre due risultano essere meno efficaci nel medio-lungo periodo.

L’indispensabile intervento dello stato

La stabilità sociale o, detto diversamente, la capacità di tenere sotto controllo i movimenti di protesta, è un altro ingrediente importante della ricetta volta ad attirare i capitali esteri, che hanno fatto della Russia il sesto paese al mondo quanto a ricezione di investimenti diretti esteri (IDE). Per aumentare la capacità di attrarre capitali, il governo sta mettendo a punto un piano (anzi, in parte è già arrivato alla fase esecutiva) diretto a creare numerose Zone economiche speciali (ZES) proprio come in Cina che, anche per questo, è al primo posto nella classifica mondiale per gli IDE. Nelle ZES, come si sa, le imprese hanno spese ridotte e ampia libertà di manovra sia per quanto riguarda la manodopera che gli obblighi fiscali (per altro, già bassi per le imprese russe, soprattutto se paragonati a quelli occidentali), per cui risulta ovvia la loro convenienza. Ma le ZES russe sono pensate, oltre che come fonte di più abbondante plusvalore, anche come centri di ricerca scientifica e di innovazione tecnologica: non per niente, a molte di esse sono associati, almeno a livello di ideazione, dei “parchi tecnologici” che possono contare su di una disponibilità tutt’altro che trascurabile di forza-lavoro qualificata e anche molto qualificata a costi decisamente interessanti (per i borghesi, beninteso).

Dunque, gas, petrolio, investimenti di varia provenienza, interventismo statale a più livelli (e intenso sfruttamento della forza-lavoro, va da sé) permettono alla Russia di ottenere da quattro-cinque anni a questa parte indici di crescita economica che oscillano tra il 6 e l’8% circa; ma, come è stato osservato non solo da noi, “l’attuale crescita dell’economia russa non è investimento, ma rinnovamento” (7), intendendo con ciò che non di vera espansione si tratta, ma di rimozione delle macerie e recupero del ritardo storico accumulatisi in oltre trent’anni. Anche questo dovrebbe far riflettere chi, “a sinistra”, vede sorgere dall’Oriente il sole di una rinnovata prosperità capitalista...

Ma, intanto, “Zar Putin” e i suoi “amici”, installati saldamente al comando dei settori strategici dell’economia (energia, complesso militar-industriale, finanza, comunicazioni) (8), stanno cercando di governare questo momento delicato della storia russa, accentuando l’interventismo statale, anche ad onta delle lamentele di una parte della borghesia, sempre pronta - buon sangue bottegaio non mente - a stracciarsi le vesti e a gridare al lupo “comunista” ogni volta che lo stato, in quanto capitalista collettivo, è costretto a prendere decisioni che, tutelando gli interessi generali del capitalismo russo, possono andare oltre gli interessi singoli e/o di corto respiro. D’altra parte, questo interventismo statale - è bene ricordarlo - gode di un certo consenso tra la “gente”, profondamente disillusa dal neoliberismo selvaggio degli anni 1990, che vede di buon occhio il ridimensionamento politico degli oligarchi, protagonisti delle spudorate razzie sul finire del secolo scorso, e l’offensiva contro le grandi compagnie occidentali dell’energia, degni compari dei suddetti signori. Dopo aver incarcerato il petroliere Khodorkovsky, punta di lancia degli intrighi statunitensi, gli oligarchi continuano ad accumulare miliardi di dollari, ma politicamente sono stati resi innocui, anche con la minaccia pendente sulle loro teste di una revisione giudiziaria delle privatizzazioni degli anni 1990. Allo stesso modo, sempre di più sono i casi di sospensione (o minaccia di sospensione) degli accordi di estrazione degli idrocarburi, concessi un tempo a condizioni molto vantaggiose alle compagni occidentali, in vista di una loro rinegoziazione. Ultimo, in ordine di tempo, è stato il “fermate tutto” imposto in ottobre alla Shell operante nell’isola di Sakhalin, che aveva in programma investimenti dell’ordine di venti miliardi di dollari per la prospezione e lo sfruttamento di nuovi giacimenti. Anche la Total, della “amica” Francia, pare stia correndo lo stesso pericolo. Naturalmente, i rischi di inquinamento ambientale, addotti come motivazione dell’intervento governativo, c’entrano ben poco, mentre c’entra molto la volontà politica di riprendere il controllo delle risorse energetiche col relativo fiume di denaro che sgorga dalle torri di pompaggio. Brutti tempi per le povere multinazionali dell’oro nero: anche in America Latina i nuovi governi della sinistra populista stanno imponendo la revisione delle concessioni più che generosamente concesse dai governi-zerbino degli USA alle multinazionali suddette. Questo, ovviamente, ha ben poco a che fare col comunismo e non è nemmeno tanto “di sinistra”, sebbene pennivendoli e ingenui no-global sostengano il contrario. È “semplicemente” un tentativo di riappropriarsi delle risorse nazionali da anni - o da sempre - svendute al più forte, in totale spregio dello stesso mitico “libero mercato”. (9)

Il momento è più che favorevole, visti, com’è stato più volte ricordato, gli alti prezzi degli idrocarburi. Con il mare di soldi che ne deriva, è appunto possibile dare corso (o almeno tentare di) a una politica economica meno subordinata agli interessi stranieri e/o più aggressiva verso l’esterno. Oggi, dunque, la Russia ha in mano carte molto buone da giocare, anche nel mondo dell’alta finanza internazionale. L’intraprendenza della finanza moscovita ha fatto alzare le orecchie all’Unione Europea, in particolare a Francia e Germania, soprattutto dopo che una delle più importanti banche russe, la Vneshtorgbank (controllata, inutile dirlo, da uomini della cerchia di Putin) ha acquisito il 5%, se non il 7%, di EADS, l’ente aerospaziale europeo che produce l’Airbus (da cui l’Italietta berlusconiana, valletta di Bush, si è tenuta fuori). Se, da una parte, l’afflusso di capitale fresco ha dato un po’ di sollievo alle tormentate vicende dell’Airbus (ritardi nelle consegne, penali da pagare, ecc.), dall’altra gli europei temono che la Russia possa arrivare ad avere un peso determinante nel colosso aerospaziale, con il relativo controllo di tecnologie d’avanguardia. Nello stesso tempo, il governo russo ha promosso la costituzione di un consorzio aereo - UAK - che riunisce i più importanti costruttori di aerei - MiG, Sukhoi, ecc. - per rinnovare tutto il settore aeronautico e ha dato il via libera all’ingresso di compagnie europee sia nell’industria aeronautica militare che in altri settori strategici, come l’impiantistica energetica, in particolare nucleare, aumentando però simultaneamente la quota di controllo del governo sulle imprese interessate. Per esempio, la Siemens tedesca è recentemente entrata nella grande impresa Silovye Mashini (centrali nucleari e “affini”) con due miliardi di dollari. (10)

Si tratta di un affare che vede soddisfatti entrambi i partner: la Russia acquisisce, oltre che capitali, tecnologie all’avanguardia, mentre la Siemens (e a seguire la Germania, l’UE...) la possibilità di introdursi in un mercato importante come l’Iran, con il quale la Russia ha intensi, benché non sempre esibiti, rapporti economico-militari. Per dirne una, non è tanto che l’Iran ha ricevuto da Mosca nuovi missili terra-aria con i quali è possibile tenere sotto scacco, o quanto meno minacciare più efficacemente, il traffico aeronavale nel Golfo Persico...

Gas, euro, dollaro (e rublo)

Il gas è grande e Gazprom è il suo profeta, potrebbe ben dire la “banda Putin”. È col gas che la Russia ha fatto fallire o sta creando grosse difficoltà alle cosiddette rivoluzioni colorate - vedi l’Ucraina e la Georgia - finanziate dagli USA (e, in via subordinata, non del tutto malviste dall’UE); è col gas che sta riportando all’ovile alcune delle ex repubbliche societiche - comprese quelle dell’Asia centrale - che, per anni, hanno goduto di prezzi di favore per il loro riscaldamento mentre aprivano cuore, braccia e tutto il resto allo Zio Sam. In questo quadro, il nuovo gasdotto sotto il Mar baltico, dalla Russia alla Germania, costruito da un consorzio misto russo-europeo (tedesco, in particolare) renderà ancora più stretti i rapporti economici tra Bruxelles e Mosca e centrerà diversi obiettivi. La Russia potrà rifornire la Germania e da lì l’Europa occidentale, aggirando le repubbliche baltiche, la Polonia e, in generale, i paesi dell’est europeo, molto sensibili alle lusinghe del dollaro. Questi, pur dipendendo totalmente dal gas russo, esigono diritti di passaggio molto onerosi e anche per questa possibilità di controllare i canali energetici russo-europei sono, finora, stati in grado di condizionare le politica dell’UE sia nei confronti di Mosca che di Washington. Quando il gasdotto sarà operativo, da Riga a Kiev, passando per Varsavia, le borghesie di quei paesi si accorgeranno (anzi, lo sanno già) di aver perso non solo un’importante fonte di valuta straniera, ma anche un’arma politica di importanza primaria. (11)

Stesso discorso, vale, grosso modo, per il progettato oleodotto che attraverso il Mar nero, la Bulgaria e la Grecia dovrà convogliare il petrolio dalla Russia caspica fino all’Europa meridionale. Se verrà portato a termine, ridimensionerà l’importanza dell’oleodotto Baku-Ceyan, fortemente voluto dalle compagnie occidentali, dagli USA e dai suoi vassalli mediorientali per tagliare fuori gli oleodotti russi e indebolire il ruolo di Mosca nel Caucaso. A ciò si aggiunga che il moltiplicarsi degli accordi diretti in materia di energia tra la Russia, i partners europei e di altre regioni del mondo - in primo luogo, Venezuela e Algeria (12) - fomenta un “effetto collaterale” piuttosto sgradevole per l’architettura imperialista statunitense: contribuisce a mettere in discussione il ruolo del dollaro quale moneta di riferimento degli scambi internazionali, a cominciare da quelli delle materie prime. Se l’euro non fosse nato, il problema - per gli USA - non si sarebbe posto, ovvio, ma l’euro c’è e sta diventando sempre di più una tentazione per quei paesi che finalmente intravedono uno spiraglio attraverso il quale sfuggire alle grinfie dell’imperialismo a stelle e strisce. Tra l’altro, la “opzione euro” avrebbe il vantaggio supplementare che, per ora, l’Unione Europea, debole politicamente, non è in grado di dispiegare un controllo militare a scala mondiale come l’imperialismo americano. L’Iraq ci aveva provato a sganciarsi dal dollaro, con i risultati - peraltro ancora aperti - che vediamo. Ma dopo l’Iraq, anche il Venezuela e l’Iran sempre più frequentemente parlano di abbandonare progressivamente il biglietto verde per passare all’euro o, ma il processo è più complicato, a un’altra moneta continentale-regionale: vedi gli annunci in tal senso fatti qualche tempo fa da alcuni paesi arabi e dal Brasile-Argentina.

Poteva “Zar Putin” rimanere estraneo a questo sommovimento? Chiaramente, no:

Il rublo deve diventare un mezzo più diffuso per svolgere transazioni internazionali e deve gradualmente espandere la sua zona di influenza. A tal fine, dobbiamo organizzare sul territorio russo borse valori per la commercializzazione di petrolio, gas naturale e altre commodity, mercati che svolgano le proprie contrattazioni in rubli. I nostri beni sono scambiati sui mercati mondiali, perché non lo sono qui in Russia? (13)

L’altro passo è la completa convertibilità del rublo. Certamente, non bastano le parole per fare della divisa russa un mezzo di pagamento accettato sui mercati mondiali, ma pare che la Borsa russa delle materie prime sia già qualcosa di più che un semplice sogno nel cassetto di Putin e dei suoi compari. (14)

Intanto, è un dato di fatto che tra le grandi riserve della Banca Centrale l’euro sia cresciuto a scapito del dollaro e che i risparmi dei “cittadini” si stiano de-dollarizzando a favore del rublo: negli anni del totale marasma economico, chi aveva qualcosa da parte lo convertiva in dollari, unico, ancorché debole argine alla miseria più nera.

A mo’ di conclusione (provvisoria)

Per concludere questo sintetico aggiornamento sul capitalismo russo, ci corre l’obbligo di ribadire - a costo di annoiare il lettore - che la “riscossa” dell’imperialismo moscovita è sì avviata, ma lungi dall’essere compiuta e che gli enormi problemi economici sono appena abbordati, non certamente risolti. Alcune premesse ci sono, è indubbio, ma la strada è accidentata, piena di ostacoli. Oltre a quelli citati, c’è la corruzione diffusissima, anche se è un fenomeno in gran parte ineliminabile per varie ragioni, tra cui quella che nei paesi a capitalismo di stato o dove lo stato controlla importanti settori economici, il funzionario che riceve la “mazzetta” svolge la stessa funzione esercitata dai legali procacciatori d’affari nel “libero” occidente.

Un altro problema è il duro scontro tra poteri più o meno occulti - anche risiedenti all’estero... - che si manifesta negli omicidi eccellenti degli ultimi mesi: giornalisti scomodi, come la Politkovskaya, uomini d’affari con forti agganci politici, persino il vicedirettore della Banca Centrale. Questi assassinii non giovano agli sforzi della classe dirigente di accreditare un’immagine rispettabile della Russia - di cui il prossimo ingresso nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio è un passo importante - e possono contribuire a rallentare o comunque ostacolare i processi di scomposizione/ricomposizione degli schieramenti imperialistici. Per non andare troppo lontano, la “Strategia della tensione” e il cosiddetto terrorismo “rosso” degli anni 1970, qualcosa hanno insegnato e solo le facce di bronzo dei politicanti europei (in specie italiani) hanno il coraggio di rinfacciare a Putin - che, per altro, non è da meno - lo scarso rispetto della libertà e dei diritti umani.

Tuttavia, ciò che, in fondo, a noi interessa veramente, non è tanto sapere se e come Putin e la sua gang riusciranno a far risplendere la stella dell’imperialismo russo, quanto se e quando il proletariato di quell’immenso paese saprà riaffacciarsi da protagonista sulla scena della lotta di classe ed esprimere l’avanguardia politica che possa guidarlo sulla strada di un mondo migliore.

Celso Beltrami

(1) Vedi “I problematici scenari del capitalismo russo”, Prometeo n. 10, 2004.

(2) Sul ruolo dello sviluppo economico cinese nel contesto del capitalismo mondiale, vedi “Cina, un boom dai piedi d’argilla”, Prometeo n. 7, 2003 e “Lo sviluppo della Cina” Prometeo n. 10, 2004.

(3) “La Russia lancia un’emissione di bond trentennali in rubli”, in Uomini&Imprese (U&I) n. 70, 2006, uominieimprese.ru Molte informazioni per questo lavoro sono state tratte da questa rivista telematica di orientamento neoliberista, in particolare dalle annate 2005 e 2006.

(4) “Putin, serve fiducia nello Stato e nelle imprese”, U&I n. 72, 2006.

(5) Nonostante dal 2001 al 2005 i salari si siano mediamente triplicati, per lo meno un quarto della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e gran parte dei consumi di tipo “occidentale” rimane ancora collocata su di un lontano orizzonte; solo chi è impiegato in aziende estere o che lavorano per l’estero può aumentare il proprio paniere di spesa (15 -20%). Per uno sguardo complessivo sull’economia russa, vedi U&E n. 68, 2006.

(6) Boris Kagarlitsky, Dove va la Russia, Di Renzo editore, 2004, pagg. 38 - 39.

(7) “Un presidente giornalista e la quadratura del cerchio”, U&I n. 70, 2006.

(8) Carine Clément e Denis Paillard, “Dieci flash sulla società russa”, Le Monde diplomatique - Il Manifesto, novembre 2005.

(9) Per dare un’idea dei contratti che stipulano le multinazionali petrolifere coi governi locali, può essere utile quanto segue: “Per ogni 100 dollari di greggio estratto dalle foreste pluviali ecuadoriane, le compagnie petrolifere ne ricevono 75...”, John Perkins, Confessioni di un sicario dell’economia, Minimumfax, 2005, pag. 23.

(10) “Siemens ottiene il via libera dall’antimonopolio per le partecipazioni in Silovye Mashini”, U&I, n. 68, 2006.

(11) Vedi anche di Giulietto Chiesa, “L’asiatica fenice”, “Questione energetica: in ginocchio da Putin” e “La cena delle beffe”; quest’ultimo articolo si sofferma sul recente vertice di Lathi in Finlandia tra UE e Russia, dove sostanzialmente l’UE non è riuscita a imporre a Putin il proprio piano di penetrazione nello sfruttamento delle risorse energetiche russe. Al contrario, è la Russia, tramite Gazprom, che entra come distributore diretto del proprio gas in Europa occidentale, come attesta il recentissimo accordo tra l’impresa russa e l’ENI. Tutti gli articoli prima citati sono in giuliettochiesa.it .

(12) Vedi a questo proposito i numerosi articoli di Elisabeth Studer sui rapporti Russia-Venezuela-Iran, imperniati sulle risorse energetiche, in leblogfinance.com . Ultimamente, la Russia ha firmato un accordo col Venezuela per la vendita di 100.000 kalashnikov, nonché di aerei ed elicotteri da combattimento; oltre a ciò, è stata messa alla studio la collaborazione tra Gazprom e il paese sudamericano per il progettato gasdotto che, partendo dal Venezuela, dovrebbe attraversare tutta l’America meridionale.

(13) U&I, n. 72, cit.

(14) Elisabeth Studer, “Russie: bientot une borse pour le pétrole” (Russia: presto una borsa per il petrolio), in leblogfinance.com 22 ottobre 2006.

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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