La minaccia dei bio carburanti

Con l’obiettivo difficilmente raggiungibile - nonché assolutamente insufficiente - di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 20% entro il 2020, l’Unione Europea ha fissato un utilizzo minimo dei biocarburanti, da raggiungere entro il 2020, pari al 10% del totale del mercato dei carburanti per veicoli. Anche il governo degli Stati Uniti ha annunciato di voler quintuplicare il consumo previsto di biocarburanti: entro il 2017 dovrebbero coprire il 24% di tutto il carburante consumato per il trasporto.

I “buoni propositi” sbandierati, nonché l’ammiccante prefisso “bio”, hanno indotto molti a pensare ad una sia pur parziale e tardiva presa di coscienza da parte della classe dirigente dei gravissimi e ormai quasi irreparabili problemi ambientali sofferti dal pianeta.

Le voci ufficiali sono state infatti di quasi unanime consenso. Abbastanza prevedibilmente, si sono affrettate a palesare la propria soddisfazione le associazioni degli agricoltori, tra cui le nostrane Cia e Coldiretti. Ma anche la Fao, l’organizzazione dell’Onu per l’agricoltura e l’alimentazione, si era dimostrata un’entusiasta promotrice dei biocarburanti, in occasione della Conferenza sul Clima tenutasi l’anno scorso a Nairobi, in Kenya, quando aveva plaudito alla possibilità di convertire in combustibile i residui forestali e agricoli (ramaglie e materiale da sottobosco, paglia) “per fornire abbondante energia pulita a basso costo e stimolare lo sviluppo rurale”.

Tuttavia bisogna prima di tutto chiarire che la produzione di biocarburanti a scala industriale, come ha già preso piede a livello mondiale, non si limita a sfruttare residui vegetali. Infatti i biocarburanti attualmente più comuni sono il biodiesel (ricavato da piante oleaginose come la colza o il girasole) e il bioetanolo (prodotto da colture ricche di zuccheri o amidi, come le barbabietole da zucchero o i cereali), entrambi basati su coltivazioni estensive. Se si capisce bene l’interesse palese che muove le associazioni degli agricoltori, stupisce invece la sfacciataggine della Fao, impegnata in una campagna disastrosa per gli equilibri ecologici e per la sicurezza alimentare, ossia quella che ufficialmente dovrebbe essere la sua ragion d’essere.

Dall’inizio dell’anno scorso il prezzo del mais è infatti raddoppiato. Anche il prezzo della farina ha raggiunto il livello massimo da 10 anni a questa parte, mentre le riserve globali di entrambi i cereali hanno raggiunto il livello minimo degli ultimi 25 anni. Secondo la stessa Fao, la ragione principale è la domanda di etanolo, che si ottiene proprio dal mais e dalla farina. Il risultato immediato è stato l’affamamento ulteriore della fascia più povera della popolazione mondiale. La “rivolta della tortilla” di gennaio in Messico, contro il repentino aumento del 40% del prezzo del mais, non è stato un caso isolato; è anzi un fenomeno destinato con tutta probabilità a ripetersi e amplificarsi, in Messico e altrove. È per evitare queste rivolte, oltre che per ragioni più propriamente economiche, che probabilmente il mais verrà sostituito da altre piante nella produzione di biocarburanti. Ovviamente ciò può servire a nascondere, ma non a risolvere l’aberrante competizione tra uomini e macchine per il cibo, che altro non è se non l’ultima manifestazione della innata predilezione del capitalismo per la produzione di nuovi mezzi di produzione, anziché beni di consumo.

Bisogna poi smentire la base teorica stessa della produzione di biocarburanti. Si sostiene infatti che i carburanti prodotti dalle piante possano ridurre la quantità di anidride carbonica emessa da auto e camion. Le piante infatti, mentre crescono, assorbono carbonio, che viene poi rilasciato quando il carburante viene bruciato. Incoraggiando l’utilizzo delle piante viventi, anziché quelle fossili, i governi di entrambe le sponde dell’Atlantico sostengono di rendere eco-sostenibili le reti di trasporto.

La realtà, ancora una volta, è ben diversa. Un rapporto pubblicato recentemente dalle Nazioni Unite stima che il 98% delle foreste pluviali in Indonesia sarà degradato o distrutto entro il 2022. Cinque anni fa si prevedeva che ciò non sarebbe avvenuto prima del 2032. Ma non si era tenuto conto delle piantagioni di palma da olio, che viene trasformato in biodiesel per rifornire il mercato mondiale. È questa ormai la principale causa di deforestazione ed è probabile che porterà presto all’estinzione di varie specie animali, tra cui l’orang utang selvaggio. È evidente che, nel momento in cui le foreste vengono bruciate per fare spazio alle nuove coltivazioni, sia gli alberi che la torba su cui poggiano si trasformano in anidride carbonica. Un rapporto commissionato dal governo danese mostra che ogni tonnellata di palma da olio, nel complesso, provoca l’emissione di 33 tonnellate di anidride carbonica: dieci volte peggio del petrolio!

Come se non bastasse, le nuove coltivazioni andranno ad aggravare globalmente la già terribile scarsità d’acqua per l’irrigazione, nella prospettiva di un continuo aumento della temperatura della Terra. Inoltre, in molti casi i biocarburanti sono ottenuti da piante geneticamente modificate in modo da essere maggiormente resistenti ai diserbanti, con ulteriore inquinamento di terreni e falde acquifere.

Emblematico è il caso del Brasile, primo produttore mondiale di bioetanolo da canna da zucchero. Presso le piantagioni, decine di migranti affollano squallidi edifici dall’aria stagnante, dove dormono in minuscoli cubicoli, tra abiti sudici, lettini e zaini. Sono già 200.000, ma il loro numero certamente crescerà dopo l’accordo per l’esportazione di etanolo tra Lula e Bush, che nei prossimi anni spingerà la produzione verso un aumento del 55%. Molti attivisti sostengono che i tagliatori siano schiavi a tutti gli effetti (la paga è di 150 euro al mese). In effetti la promettente industria dell’etanolo brasiliana è un mondo oscuro di caporalato e soprusi, fatta di giornate lavorative di dodici ore, sotto il sole cocente, per guadagnare 70 centesimi a tonnellata tagliata. Dal lucroso business non è rimasta assente neanche la “nostra” Eni, che il 27 marzo ha sottoscritto una alleanza strategica con la Petrobras, proprio per la produzione di biocarburanti.

Infine notiamo che secondo alcuni, come il presidente dell’ASPO, il bio-etanolo non sia nemmeno energeticamente conveniente: “Conta poco sapere se la resa è 1.08 oppure 1.27. Non funziona comunque.” In molti casi la sua produzione richiederebbe una quantità di energia addirittura maggiore di quella capace di erogare nella combustione, ma anche secondo i bilanci energetici più ottimistici, la poca energia guadagnata non giustificherebbe assolutamente gli altissimi costi sociali, economici e ambientali.

Se confermato, questo sarebbe uno dei peggiori controsensi di un sistema alla disperata ricerca di profitti, sempre più risicati, erosi da una crisi insanabile. Il prevalere dei fenomeni decadenti propri della fase imperialista del capitalismo, poi, produce distorsioni nei prezzi paradossali, dovute a condizioni di monopolio, sussidi e protezioni doganali, fino a rendere profittevole l’uso di una certa quantità di energia con l’unico scopo di ottenerne una quantità inferiore.

Del resto, quando si prospetta un massiccio incremento nell’uso industriale del carbone, quando politici e generali di democraticissime superpotenze presentano come plausibili e persino sicure opzioni militari basate sull’uso di armi nucleari, non c’è da stupirsi più di nulla. C’è solo da liberarsi di questo sistema marcio fino al midollo, prima che arrivi a mettere davvero a rischio la continuazione della vita su questo pianeta.

Mic

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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