Considerazioni a margine del G8, ovvero fiera dell'assurdo

Ci domandiamo, come pensiamo si domandino in tanti, perché i cosiddetti “potenti” della terra sentano quest’irrefrenabile voglia di incontrarsi, per parlare di cosa, quando le conclusioni a cui addivengono rappresentano un inno all’inconcludenza ed alla genericità.

Sembra quasi che lo debbano fare per aggiornare un rito, con propri officianti, attenendosi fedelmente ad una liturgia che si presenta sempre uguale e che ha come riflesso un’altrettanta liturgia, di segno opposto, quella dei cosiddetti “antagonisti” che, non potendo portare il loro attacco ad un “Palazzo d’inverno” si accontentano - potenza della modestia - di mettere in scena le loro frustrazioni prendendo di mira la cosiddetta “Zona rossa”. Rappresentazione stucchevole che da un lato mostra emblematicamente l’ipocrisia, la limitatezza, l’afasia che sovrintende a tali incontri, dall’altro l’assurdità di una deplorevole pretesa di contrastare il “sistema” con queste manifestazioni da baraccone.

Ben al di là dello slogan “un altro mondo è possibile”, ciò che si è rappresentato ad Heiligen-damm mostra, al contrario, come le potenze mondiali, le diverse centrali imperialistiche per essere più chiari, si trovino a dover gestire dei rapporti sempre più asfittici.

Il dato saliente è che, fatta la debita tara ai solenni impegni presi che non saranno, puntualmente, rispettati come, d’altra parte, è sempre avvenuto, il fallimento si tocca con mano e tocca i vari temi trattati.

Sì, perché il G8, si è oramai ridotto ad un circo mediatico che mette in agenda argomenti, i più svariati, finendo con lo stravolgere la sua vocazione originaria che era stata quella, su iniziativa di Valery Giscard d’Estaing e di Hemut Schmidt, nel 1974, di porre sul tappeto le questioni monetarie sorte, a livello mondiale, dopo lo sganciamento del dollaro dall’oro.

Invece ad Heiligendamm si è discusso di vari temi a partire dal clima per finire allo scudo spaziale, soffermandosi sui problemi dell’Africa, del Kosovo, di stabilità finanziaria e di altri ancora, temi che hanno visto, in conclusione dei lavori, un pressoché totale disaccordo su tutto.

Né, d’altra parte, poteva essere diversamente perché, tanto per fare un esempio, se diversi paesi cercano di limitare l’invadenza devastante dei fondi speculativi, gli hedge funds, finiscono con lo scontrarsi con l’intransigenza inglese e americana che, a loro volta, non hanno motivo alcuno per voler regolare un settore finanziario dal quale traggono rendite più che corpose.

C’è poi la questione africana che, messe da parte le pompose promesse di Gleneagles, nel 2005, tutte incentrate sugli aiuti allo sviluppo e sulla cancellazione del debito, vede adesso privilegiare un approccio assai più prosaico, maggiormente in linea coi dettami della globalizzazione, per cui i nuovi accordi coi paesi africani verteranno su varie forme di partnership, di stampo ovviamente liberista. Che tutto questo possa tradursi in una ulteriore emarginazione del continente africano è più che plausibile e forse chi meglio d’altro può sintetizzare il tutto è questo semplice dato: ad Heiligendamm sono stati dispiegati, per proteggere questi gentiluomini e relativi lacchè, 16.000 agenti: in Darfur, per fronteggiare l’emergenza umanitaria, sono state dislocate 7.000 unità.

Decisamente è finita l’epoca, semmai esistita, felicemente sintetizzata da una battuta di Stuart Mill: “Dovrebbe essere consentito di fare beneficenza solo coi propri soldi”.

Sul clima si è raggiunto, solo a livello formale, un compromesso che viene, nei fatti, del tutto disatteso poiché l’inconcludenza, a cui prima si faceva cenno, si ravvisa nelle formule ufficiali adoperate per salutare questo “magnifico successo”: ad una indicazione della Germania insieme al Giappone, Italia, Francia e Canada di ridurre le emissioni di gas del 50% entro il 2050 gli Stati uniti rispondono col solenne impegno (!) di “prendere in considerazione la proposta europea. Che dire?

Il leit-motiv sembra quello di rifiutare, di fatto, impegni precisi e vincolanti per privilegiare, magari, successivi accordi bilaterali coi quali continuare a fare quel che si è sempre fatto osservando, così, di passata, che per ottenere questi mirabolanti risultati sono stati bruciati 120 milioni di euro.

Se sul clima ci si è lasciati con convergenze tutte da verificare è su altre tematiche, molto più stringenti, che i punti di frizione sono tali e tanti da destare serie preoccupazioni.

Ci riferiamo, più nel dettaglio, alla questione dello scudo spaziale sulla quale Putin non nasconde di poter ricorrere ad...

un intervento ostile russo oltre il territorio della Federazione in nome della sicurezza preventiva e del riequilibrio dei sistemi offensivi globali.

Repubblica, 4 Giugno

Le argomentazioni americane sono, dall’entourage moscovita, ritenute assai risibili in quanto il sistema missilistico non sarebbe approntato per eventuali attacchi da parte di “paesi canaglia” ma solo ed esclusivamente in funzione anti-russa.

Quella degli USA è una strategia ad ampio spettro ed ha come scopo l’isolamento della Russia dall’Europea in quanto una loro eventuale alleanza metterebbe, e di molto, in discussione l’attuale dominio americano. Vengono pertanto fomentate rivoluzioni filo-occidentali in Ucraina, in Georgia, nonché finanziati gli attuali governi degli ex paesi di oltre cortina come anche i movimenti di opposizione nella stessa Russia. Lo scopo vero è quello di mettere piede stabilmente in Europa (per adesso attraverso la Nato), ciò che consentirebbe di esercitare un controllo ad ampio raggio sulla Russia, sul Medio oriente, sulla regione del Caspio e sui confini occidentali cinesi.

Come appare evidente sono tutte motivazioni, a matrice imperialistica, che inducono i vari attori a porre in primo piano la difesa dei propri interessi che sono sempre meno mediabili se prendiamo come riferimento la crisi di sistema che dura oramai da quasi quarant’anni.

Di quali margini di manovra si può quindi parlare, a quali trattative, e di che genere, richi-amarsi se Putin tratteggia, sempre meno implicitamente, l’ascesa del petro-rublo, se parla, sempre più, esplicitamente di “rublo internazionalmente convertibile” da utilizzare nelle transazioni riguardanti petrolio e gas naturali? In quale altro modo gli USA possono combattere il declino dell’egemonia del dollaro e la messa in discussione della rendita che ne deriva, se non ricorrendo alla guerra permanente in ogni angolo del mondo?

Il dato centrale è che i processi di concentrazione economica e di centralizzazione dei capitali si sviluppano a ritmi vertiginosi e pertanto, considerato che sul mercato finanziario internazionale è presente un capitale speculativo di gran lunga superiore a quello produttivo,alla continua ricerca di adeguata remunerazione, una conflittualità sempre meno latente caratterizza le relazioni tra le centrali imperialiste nel persegui-mento di quest’obiettivo.

Un analista di mercato della A.G. Edwards, Bill O’ Grady, ha forse sintetizzato plasticamente il tutto sostenendo che:

se un giorno i maggiori produttori petroliferi del globo chiedessero euro per i loro barili, sarebbe l’equivalente finanziario di un attacco nucleare.

Avere la pretesa che un sistema che si basa su queste piacevolezze assortite possa venire modificato con pittoreschi assalti alla cittadella capitalista oltre che velleitario non è estremamente stupido?

Gianfranco Greco

Prometeo

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