Il prezzo del petrolio è alle stelle e il dollaro si svaluta sempre più

La crisi americana è tale che continua inarrestabile la rivalutazione dell’euro

Un fatto nuovo è emerso nell’economia mondiale in questi ultimi tempi, ossia che la costante svalutazione del dollaro si accompagna ad un altrettanto costante aumento del prezzo del petrolio.

La stampa borghese fa a gara per cercare di dare una spiegazione plausibile al nuovo fenomeno: alcuni sostengono la tesi che sia l’Iran e le tensioni che la sua politica nucleare crea di essere all’origine di tale aumento spropositato del greggio, altri attribuiscono la responsabilità alla crescita economica di Cina e India che succhiando oltre misura greggio alimentano la spinta in alti del prezzo del petrolio. Sono risposte tutte parziali che non riescono a cogliere fino in fondo le contraddizioni accumulate in questi ultimi mesi nell’ambito dell’economia mondiale ed in quella americana in maniera particolare.

Sono anni che sosteniamo che per capire le dinamiche del moderno imperialismo è necessario mettere a fuoco le strettissime relazioni che intercorrono tra dollaro, prezzo del petrolio e rendita finanziaria.

Nel sottolineare queste relazioni non siamo più soli, tant’è vero che alcuni autori borghesi, vedi la recensione al libro Euroil pubblicata su questo stesso numero del giornale, ricorrono a queste relazioni e al dominio del dollaro nel sistema monetario internazionale per spiegare l’aggressività statunitense nell’area medio orientale.

Cosa è cambiato nel contesto economico mondiale per invertire il rapporto tra aumento del prezzo del petrolio ed andamento del valore del dollaro? È noto a tutti che il dollaro è attualmente l’unica moneta utilizzata nel mercato del petrolio; un monopolio che ha finora garantito agli Stati Uniti dei vantaggi economici enormi in termini di rendita finanziaria.

L’utilizzo esclusivo della moneta statunitense nel mercato petrolifero è stato uno degli elementi che ha permesso al dollaro di mantenere inalterato il proprio ruolo anche dopo la rottura dei trattati di Bretton Woods, con i quali nel 1944 si era realizzato il sistema monetario internazionale a cambi fissi denominato dollar standard.

La centralità del dollaro nell’ambito dell’economia mondiale è stata una delle leve più importanti con la quale si è finora espresso il dominio imperialistico degli Usa. Senza voler qui riprendere tutta l’analisi che abbiamo condotto sull’argomento e pubblicata in questi ultimi anni sulla stampa di partito, basta sottolineare che il finanziamento dell’intera economia statunitense è stato finora possibile grazie alla capacità, derivante dalla forza del dollaro, di attrarre capitali dall’estero.

Un flusso costante di capitali esteri necessari a chiudere il circuito dei debiti attratti dal fatto che il dollaro è utilizzato come moneta di riserva dalle varie banche centrali e nelle transazioni commerciali internazionali, petrolio ovviamente compreso. La forza del dollaro è tale che ha finora permesso agli Stati Uniti di stampare carta moneta e ottenere in cambio dall’estero merci e servizi e nello stesso tempo attrarre capitali nonostante tassi d’interesse più bassi rispetto a agli altri maggiori paesi.

La forza del dollaro è stata per decenni così devastante da autoalimentare la propria supremazia sui mercati valutari. Infatti fino a qualche tempo un aumento del prezzo del petrolio, determinando sui mercati un aumento della domanda di dollari, si traduceva in un aumento del valore della moneta americana.

Tutto questo dava agli Stati Uniti l’indubbio vantaggio di poter aumentare il flusso capitali esteri senza alzare i tassi d’interesse, ma semplicemente favorendo, magari attraverso una serie di azioni belliche preparate ad hoc, un aumento del prezzo del petrolio. Prezzo del petrolio e corso del dollaro erano finora legati da un rapporto direttamente proporzionale, tanto che all’aumento del prezzo del petrolio, ferme restando altre variabili come i tassi d’interesse, il dollaro si apprezzava rispetto alle altre monete. E tutto questo accadeva per il meccanismo sopra indicato.

La crisi dell’economia statunitense, determinata dalla legge della caduta dei saggi di profitto, in questi ultimi tempi si è così aggravata che il dollaro è diventata una moneta fortemente sopravvalutata, tanto che gli economisti borghesi si aspettano da un momento all’altro un crollo del proprio valore.

Il declino della forza del dollaro è stato finora frenato solo ed esclusivamente grazie alla capacità imperialistica degli Stati Uniti di imporlo come moneta di riserva e negli scambi commerciali. Il mare di debiti che sommerge l’intera economia degli Stati Uniti ha raggiunto dimensioni tali che sono in tanti a cercare di sfuggire dalle grinfie del dollaro prima di un suo crollo. Da un lato Cina, Giappone e altri paesi hanno messo in cantiere un progetto per abbassare la quota di dollari delle proprie riserve valutarie, dall’altro alcuni paesi produttori di petrolio vorrebbero vendere il proprio greggio in euro. Entrambi questi fattori spingono nella direzione di una svalutazione del dollaro. Ma se il dollaro si svaluta e l’intera economia internazionale non è lanciata verso performance tali da mettere a rischio i rifornimenti di greggio perché aumenta il prezzo del petrolio? Dietro questi aumenti vertiginosi, non giustificati da alcun parametro dell’economia reale, si celano le forze della speculazione finanziaria che disponendo di una massa enorme di capitali sono in grado di alimentare la corsa al rialzo del prezzo del petrolio.

È l’operare del capitale fittizio, denominato per una grossissima parte ancora in dollari, che spinge in alto il prezzo del greggio e di conseguenza blocca in parte la caduta della moneta americana.

Tant’è che se si dovesse spezzare l’esclu-sività del dollaro nel mercato petrolifero la svalutazione del dollaro assumerebbe dimensioni ben più grandi tali da travolgere l’intera economia mondiale ed alimentare ulteriormente i fronti della guerra permanente.

lp

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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