Finanziarizzazione dell'economia, pensioni e TFR

Una corretta impostazione dell’analisi del l’attuale quadro economico-finanziario secondo una prospettiva marxista, materialistica e di classe, consente di legare a doppio filo una serie di eventi storici, tendenze e provvedimenti governativi di politica interna e internazionale, altrimenti osservabili solo superficialmente nella loro individualità.

La delocalizzazione dei capitali, la finanziarizzazione dell’economia, l’attacco sempre più profondo alle condizioni dei lavoratori, la guerra permanente per il mantenimento degli equilibri finanziari e il controllo delle materie prime sono tutti fenomeni tipici della fase imperialistica del capitalismo.

L’imperialismo, lungi dall’essere la particolare politica di uno Stato, è il modo di essere del capitalismo nella fase in cui tutte le sue contraddizioni storiche ne rendono altrimenti impossibile la sopravvivenza. La radice dell’impossibilità di perpetuarsi del capitalismo, come di ogni modo di produzione che lo ha preceduto, è in ultima analisi (“tra le mille cose accidentali”, dice Engels) economica e si ritrova nella caduta del saggio di profitto e nelle conseguenti difficoltà di valorizzazione del capitale: maggiore composizione organica del capitale con tendenza alla diminuzione delle capacità di estrazione di plusvalore.

Anche in Italia la compressione dei salari, la precarizzazione del lavoro, la riforma del sistema previdenziale e il dirottamento forzato del TFR dei lavoratori verso i fondi pensione non sono altro che il completamento in politica interna di ciò che in politica internazionale si esprime con l’intervento militare nelle zone di interesse strategico.

Non è un caso che, in corrispondenza delle riforme volte alla massimizzazione dello sfruttamento dei lavoratori e alla monetizzazione delle loro liquidazioni, si registri un consistente aumento della spesa militare nonché del commercio e della produzione di materiale bellico.

Con buona pace dei “pacifisti-progressisti di sinistra“, più o meno rifondaroli, sostenitori del governo Prodi, l’ultima Finanziaria ha previsto un aumento delle spese militari intorno all’11%.

L’export di armi italiane è aumentato del 61% nel 2006, grazie a vendite record per 2 miliardi di euro, una parte dei quali provenienti ad esempio dalla Nigeria, dove l’Italia arma le truppe governative per proteggere gli interessi dell’Eni che estrae in zona circa 160 mila barili di greggio al giorno (1).

Quanto alla produzione bellica, il “governo amico” ha firmato un protocollo d’intesa che prevede la costruzione, il supporto e il successivo sviluppo del caccia statunitense da combattimento Joint Strike Fighter JSF-F35, per un costo complessivo di 903,2 milioni di dollari dal 2007 fino al 2046 (2).

Tornando sul fronte interno, le vicende storiche del sistema previdenziale, dalla sua origine alle attuali riforme, dovrebbero rendere assolutamente evidente come l’ultima parola sulle sorti anche di questa branca dello Stato sociale sia sempre spettata a congiunture economico-finanziarie sovranazionali e a dinamiche di classe, con un’assoluta trasversalità per quanto riguarda il colore del governo. L’istituzione di una Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai si deve infatti a re Umberto I (1898); il perfezionamento del sistema avviene durante il Ventennio fascista (creazione dell’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale, 1933); il suo smantellamento è inaugurato da un governo di centro-sinistra (1995, riforma Dini).

Le strategie del capitalismo sono flessibili ed è possibile che, in contesti di crescita economica, sia più conveniente concedere qualche briciola alle classi subordinate piuttosto che reprimerle col manganello (3).

Solo chi ha un approccio idealistico alla storia può trasformare la giusta critica dell’attuale demolizione delle garanzie sociali in quell’apologia del “Pubblico” che ci viene propinata dal radical riformismo dei comunisti di governo, dei vari orfani di Stalin, dei no global o dei sindacati di base. Nella loro incapacità di considerare il capitalismo come un modo di produzione storico destinato al declino, questi sedicenti teorici di sinistra riconducono le attuali politiche di governo a irresponsabili tendenze neoliberiste diffuse dagli anni 1980, criticandole (da un punto di vista assolutamente interno al capitalismo) magari perché si sono rivelate perdenti sul piano dell’efficienza economica e hanno condannato l’Italia ad un ruolo di secondo piano nello scacchiere internazionale. Quanta nostalgia per gli “anni d’oro” nei quali ai loro occhi il PCI era un partito rivoluzionario (!) e la CGIL un sindacato di classe (!!) (4).

Nello stesso senso un atteggiamento superficialmente pacifista porta tutti questi orpelli di sinistra del capitale a considerare la guerra come conseguenza della perversione di un qualche Hitler o Bush di passaggio e non come una necessità superiore dell’ordine economico esistente.

Del resto l’abbandono della base materialistica e la fondazione del socialismo su basi esclusivamente etiche come fosse un semplice problema di distribuzione (si considerino le variopinte campagne per il reddito di cittadinanza...) è sempre stata la caratteristica principale delle correnti pre-marxiste e riformiste: gli appelli alla morale e alla giustizia non ci aiutano ad avanzare un passo nella scienza, direbbe Engels.

Eppure basta uno sguardo ai processi economici e finanziari mondiali per rendersi conto dello scenario nella sua globalità e nella sua storicità.

Tanto negli Stati Uniti quanto in Giappone o Germania i tassi di profitto realizzati nell’economia privata durante gli anni 1990 non hanno mai superato quelli degli anni 1970 e 1980, a loro volta molto inferiori a quelli del boom del dopoguerra (5).

La bilancia commerciale degli Stati Uniti è cronicamente in deficit. La prima potenza capitalistica mondiale è anche la più indebitata del mondo (nel 2006 il deficit in conto corrente è stato di oltre 900 miliardi di dollari) e si ritrova un’economia sostenuta essenzialmente dalla rendita finanziaria derivante dall’uso internazionale del dollaro come divisa di scambio e per il commercio del petrolio. Circostanza ovviamente da preservare con ogni mezzo possibile, primo tra tutti quello militare.

Il declino inarrestabile dell’industria manifatturiera porta a una sempre maggiore compressione dei salari, a una crescita epocale della concentrazioni di capitale e all’espansione del settore finanziario.

Tutte le più importanti tendenze degli anni 1990, sia economiche che politiche, si sono mosse in favore della finanza: compito primario dello Stato, comitato d’affari della classe dominante, è diventato sostenere i mercati finanziari e spingere verso la finanziarizzazione dell’economia.

Esemplare in questo senso la politica del credito facile e dei mutui subprime: i mutui concessi in USA a famiglie che non presentano sufficienti garanzie di rimborso salgono ad un totale di 640 miliardi di dollari, rispetto ai 150 miliardi del 1998 (6). Ugualmente esemplare è anche il modo in cui tale politica si è ritorta contro il sistema stesso, concretizzandosi nell’esplosione della “bolla immobiliare” e nella cosiddetta “crisi dei mutui”.

Analoga strategia fu perseguita ad esempio in Argentina, dove, nel 1993 con il meccanismo del silenzio-assenso, fu trasferito il TFR dei lavoratori alle Administradoras de fondos de jubilaciones y pensiones (società di gestione dei fondi) con esiti talmente catastrofici che uno dei cavalli di battaglia dell’attuale candidato presidente Kirchner è il ritorno al sistema previdenziale pubblico!

Ma tutto ciò non dovrebbe sorprendere dato che, all’espansione del settore finanziario, è seguita una sempre maggiore propensione al rischio dell’investimento: la relazione annuale della Bank for Internatonal Settlement riconosce che gli indici del valore a rischio per le maggiori banche sono quasi raddoppiati dal 2002 (7). È fin troppo evidente il parallelo con quello che sta accadendo in Italia, dove le motivazioni ufficiali a sostegno della necessità della riforma previdenziale sono allo stesso tempo assolutamente demenziali e particolarmente significative del rivoltante intruglio di propaganda che viene fatto ogni giorno trangugiare alle masse sfruttate. Così, l’aumento dell’aspettativa di vita dovrebbe comportare la necessità dell’aumento dell’età pensionabile per sostenere il peso dell’esercito di pensionati. Non una parola sull’aumento della produttività del lavoro, la quale, in un’economia non basata sul profitto, non si rivolterebbe contro i lavoratori, ma migliorerebbe la qualità della vita della comunità. Allo stesso modo in cui l’automazione dei processi produttivi non dovrebbe creare disoccupazione e miseria, ma liberare l’essere umano da una quantità sempre maggiore di lavoro e consentirgli di dedicare più tempo allo sviluppo della propria personalità. Ma non è il processo tecnico di produzione il fattore chiave dell’economia capitalistica, bensì quello della valorizzazione del capitale!

Inoltre, sotto un’altra ottica, il fatto che l’aumento dell’aspettativa di vita venga considerato un “problema”, una circostanza che stride con le dinamiche economiche, è un’implicita dichiarazione di sconfitta del modo di produzione dominante, che dimostra ancora una volta di portare dentro di sé i germi del proprio superamento e di essere un involucro sempre meno adeguato per contenere le forze produttive che esso stesso ha contribuito a sviluppare.

Nel campo della previdenza la trasversalità politica dei provvedimenti continua ad essere esemplare.

Nel 1995 è il governo Dini sostenuto dal centro-sinistra a mettere mano al sistema previdenziale (passaggio dal metodo retributivo a quello contributivo); nel 2004 il governo Berlusconi cambia i requisiti per l’età pensionabile e introduce la normativa per far decollare la previdenza integrativa; l’attuale governo Prodi non solo non modifica alcunché della riforma Maroni, ma la anticipa di un anno, con l’entusiastico placet dei sindacati, perfettamente in sintonia ora come allora.

Altrettanto trasversale è l’imbarazzante tentativo di sottacere il fatto, unico nei sistemi pensionistici moderni, per cui l’INPS non si limita alla previdenza, ma eroga anche prestazioni assistenziali, come l’integrazione del TFR dei dipendenti in caso di fallimento delle aziende o la Cassa Integrazione Guadagni. Forse perché potrebbe risultare eccessivamente evidente il contenuto di classe (borghese) di queste norme, lo scopo delle quali è far pagare alla collettività le gestioni avventurose, truffaldine o semplicemente le speculazioni dell’imprenditoria privata.

E allora ecco creato ad arte uno strumento di propaganda come “lo scontro intergenerazionale e tra i giovani e anziani”, per solleticare i primordiali istinti compassionevoli delle masse. O la mistica della “lungimirante attenzione” per le condizioni di vita dei giovani del 2050, a difesa dei quali sarebbe necessario agire subito sul sistema previdenziale attuale. Quanta compassione!

Soprattutto se si osserva il trattamento riservato ai giovani di oggi, scaraventati nel baratro della precarietà dai vari Treu e Biagi, solerti interpreti delle pressanti esigenze dell’economia moderna.

Di fronte a tutto ciò passa addirittura in secondo piano il fatto che l’INPS sia comunque in attivo per 1,6 miliardi nel 2007 o che la famigerata “gobba pensionistica” non si materializzerà prima del 2050.

Complementare all’erosione del sistema previdenziale pubblico, troviamo la riforma del TFR, secondo la logica diabolica per cui si distrugge qualcosa (traendone vantaggio) e si fa pagare la ricostruzione alle vittime. Un breve sguardo alla normativa che regolamenta il dirottamento dei TFR ai fondi pensione privati (decreto legislativo n. 252/05) consente di mettere in evidenza alcuni aspetti della riforma che ne esplicitano la “violenza” e il segno di classe.

Innanzi tutto il meccanismo stesso del silenzio-assenso dovrebbe essere quasi un sintomo della disperazione in cui versa il modo di produzione dominate. Nei primi anni della facoltà di giurisprudenza, nelle lezioni di Diritto Privato, viene tramandato il feticcio borghese della “libera manifestazione di una volontà esplicita come elemento essenziale nella formazione del negozio giuridico” e, conseguentemente, la pratica del silenzio-assenso viene relegata ad ambiti assolutamente marginali, quasi folkloristici, della vita quotidiana, come “l’acquisto di un giornale semplicemente porgendo i soldi all’edicolante”.

Il salto dalla condanna di un sì barbaro meccanismo di formazione del contratto a strumento per far approdare un cifra intorno ai 15 miliardi di euro di salario (differito) dei lavoratori nell’avventuroso mondo della speculazione finanziaria è notevole... ma non dovrebbe stupire: nella sua storia di classe dominante, la borghesia ci ha abituati a ben più fragorosi stravolgimenti ideologici e propagandistici.

Ugualmente degna di nota è l’incursione della propaganda nella lettera stessa della legge: l’art. 8 del decreto legislativo prevede l’investimento delle somme provenienti dal conferimento tacito del TFR nella linea a contenuto più prudenziale in modo da “garantire la restituzione del capitale e rendimenti comparabili, nei limiti previsti dalla normativa statale e comunitaria, al tasso di rivalutazione del TFR”.

Ora, non solo non è possibile GARANTIRE alcunché, ma la sottoscrizione di fondi a prestazione definita da parte di lavoratori dipendenti è espressamente vietata dalla legge (8)! Dopo le fallimentari esperienze statunitensi, si è infatti deciso di “concedere” solo i fondi a contribuzione definita: in parole povere, sono legali i fondi in cui è stabilito quanto si versa, mentre sono illegali (illegali!!) i fondi in cui è stabilito quanto si riceve!

A tutto ciò si possono ancora aggiungere 2-3 notevoli tocchi di classe, come la circostanza per cui il conferimento del TFR alla previdenza complementare è irrevocabile, mentre la scelta di mantenere il TFR presso l’azienda potrà essere sempre cambiata. O la corrente definizione di “inoptato”(!!) per il TFR non colpito dal silenzioassenso.

Per finire con la mitizzazione del contributo del datore di lavoro, che oltre ad essere parte integrante dei costi contrattuali in sede di contrattazione collettiva (e quindi di fatto sottratto ai non sottoscrittori del fondo), dovrebbe essere considerato a fronte delle commissioni previste per i costi di gestione del fondo, per i fondi chiusi, tra l’1,2% e 1,8%). Da non sottovalutare l’effetto, collaterale ma incamerato con entusiasmo, di legare in un sciagurato abbraccio gli interessi dei lavoratori a quelli delle imprese nelle azioni delle quali saranno investite le liquidazioni abilmente scippate.

La violenza e la profondità delle operazioni politiche sovranazionali e degli attacchi alle condizioni di vita dei lavoratori, se da un lato dimostrano la forza e la capacità di manovra del sistema, in un altro senso ne sottolineano la debolezza e la disperazione. Le misure sono sempre più spregiudicate e apertamente antioperaie e gli schieramenti sempre più definiti. Basta un’occhiata fugace all’attuale condotta dei partiti “comunisti” di governo o dei sindacati per fugare molte illusioni riformiste. A qualcuno potrebbe forse anche balenare l’idea che la lotta di classe sia viva e vegeta, nel momento in cui la vede praticata con tale quotidiano accanimento dalla borghesia.

Altrettanto evidente è il modo in cui i meccanismi di controtendenza che affannosamente vengono adottati per arginare la crisi economica strutturale abbiano un effimero riscontro nell’immediato, per poi rivoltarsi contro il modo di produzione sul lungo periodo. Ma per quanto marcio e decadente, il capitalismo non crollerà da solo. Alle forze oggettive della coercizione economica si dovrà affiancare l’azione politica organizzata di un partito veramente comunista, il quale, se riuscirà a difendere e trasmettere il suo programma rivoluzionario ad un proletariato finalmente classe per sé, potrà aiutarlo ad assestare la spallata decisiva.

d.r.

(1) “La Stampa” del 14/8/2007.

(2) Dati dal sito: unimondo.oneworld.net .

(3) Da questo punto di vista è molto interessante un articolo de “L’Ouvrier Communiste” del 1930 intitolato “Abbasso le assicurazioni sociali” del quale citiamo qualche riga: “[...] subiamo l’amara beffa di pagare al capitalismo una tassa in cambio della promessa di ricevere tra trent’anni una rendita annua di 1200 franchi, oppure 1000 franchi per il nostro funerale [...] Il riformismo è solo un’aberrazione che spinge l’operaio nelle braccia del capitalismo assassino, in una fase in cui il capitalismo non può far altro che condurre l’umanità alla rovina [...] Noi siamo contro ogni specie di assicurazione sociale, con o senza versamenti operai [...] perché la classe operaia ha il compito di liquidare lo Stato, attraverso l’estensione permanente della sua rivoluzione di classe, e non di affidargli nuove funzioni”. Da Dino Erba, “Ottobre 1917 - Wall Street 1929. La Sinistra Comunista tra bolscevismo e radicalismo: la tendenza di Michelangelo Pappalardi”, Milano, Cooperativa Colibrì, 2005.

(4) “... è perciò necessario un cambiamento urgente e radicale degli indirizzi di politica economica e dei suoi riferimenti sociali [...] Il ripristino di una politica economica ed industriale che riscopra il ruolo dell’intervento pubblico. È la scelta che in anni ormai lontani ha consentito all’Italia di svilupparsi e i divenire uno dei paesi più ricchi del mondo”. Volantino RdB/CUB.

(5) Dati da “Dove va l’economia americana. Nuovo boom o nuova bolla?” di Robert Brenner. larivistadelmanifesto.it .

(6) “La Repubblica” del 10/8/2007.

(7) 77a Relazione annuale della BIS, citata da “Il Manifesto” del 18/8/2007.

(8) D. lgs 124/93 mod. legge 335/95 (Riforma DINI).

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