Il capitalismo dei disastri - L'ultimo libro di Naomi Klein

Se il declino di un “impero” si manifesta anche attraverso il moltiplicarsi delle voci critiche espresse dagli ambienti intellettuali, allora si può dire che l’imperialismo statunitense e l’ideologia con cui si è rivestito negli ultimi decenni - il neoliberismo - stanno attraversando tempi difficili. Dalla sale cinematografiche alle librerie, sempre più frequentemente possiamo imbatterci in opere che puntano l’indice contro le guerre dello Zio Sam e le trame che le muovono, tese a tutelare gli enormi interessi economici delle corporations americane.

Rientra a pieno titolo in questo clima, anzi, ne è una delle manifestazioni più significative, l’ultimo lavoro della giornalista canadese Naomi Klein, punto di riferimento di buona parte del movimento no-global, specialmente dopo la pubblicazione del bestseller “No-logo”, benché non si possano attribuirle automaticamente le sciocchezze dette e fatte dai suoi ammiratori nostrani: ex Tute bianche, ex Disobbedienti, ex di tutto e di più. Il libro a cui facciamo riferimento - “Shock Economy - L’ascesa del capitalismo dei disastri” (1) - presenta i pregi (per così dire) e i difetti tipici dell’impostazione altermondialista o, detto in altri termini, del riformismo radicale sorto dalle ceneri del sessantottismo. Infatti, l’appassionata, circostanziata denuncia dei misfatti della borghesia negli ultimi tre decenni, non sa tradursi in un’indicazione politica che offra una concreta via d’uscita all’orrore senza fine del capitalismo decadente, perché si arena nelle solite “soluzioni” offerte dal ricettario riformista.

Ma, prima ancora, non coglie il motore primo dei cambiamenti che hanno investito la società dagli anni settanta del secolo scorso, vale a dire il manifestarsi della caduta del saggio medio del profitto. L’autrice rimane così alla superficie dei fenomeni - benché sia una superficie minuziosamente scandagliata - dando sovente l’impressione che le motivazioni ideologiche abbiano un peso uguale, se non talvolta superiore, a quelle di ordine economico-politico. Va da sé, dunque, che non ci si può stupire quando si constata come in un’opera che abbraccia col suo sguardo il mondo intero, manchi un altro aspetto importante ossia anche solo l’abbozzo di una teoria dell’imperialismo, che non si limiti, cioè, a denunciare l’avidità delle corporations, la ferocia dei politicanti al loro servizio, il fanatismo interessato dei loro ideologi, ma che metta in relazione tutto questo con i contrastanti interessi economico-strategici delle borghesie di aree geografiche diverse.

Qual è il filo conduttore di questo corposo libro?

Che dai primi anni settanta, precisamente col golpe di Pinochet in Cile, il capitalismo mondiale, guidato dagli Stati Uniti, si è spogliato dei panni keynesiani imponendo un “fondamentalismo capitalista” (pag. 16) per mezzo di un’azione politico-economica che ricalca, nella logica che la sottende, le pratiche di shockterapia messe a punto negli anni 1950 da alcuni psichiatri nordamericani. Costoro, al pari di Mengele - il famigerato medico di Auschwitz - volevano creare “l’uomo nuovo”, per cui puntavano ad azzerare, attraverso l’uso prolungato dell’elettroshock e della totale deprivazione sensoriale, la personalità dei pazienti (se così si possono chiamare), facendoli regredire a livello infantile, rendendoli perciò incapaci di reagire - dopo l’allucinante trattamento a cui erano sottoposti - a qualsiasi imposizione esterna o di prendere una qualunque consapevole decisione.

Allo stesso modo - dice la Klein - le dittature latinoamericane hanno aperto l’era degli shock economico-sociali sottoponendo i loro paesi, e nello specifico gli strati popolari, a una shockterapia fondata sul terrore scientificamente calcolato. Tale “cura” aveva lo scopo di applicare direttamente sul campo il verbo iperliberista dei Chicago Boys o, per meglio dire, del loro maestro Milton Friedman, celebre economista dell’università di Chicago (nonché amico personale di lugubri personaggi come Margaret Thatcher), per il quale ogni intervento dello stato in economia era sinonimo di comunismo.

Le torture (2), i massacri, le sparizioni che hanno annientato un’intera generazione, dovevano traumatizzare la “gente” privandola della capacità di opporsi all’introduzione del neoliberismo, prima in Cile e poi in Argentina; una volta constata l’efficacia della shockterapia, il neoliberismo, e in particolare le grandi multinazionali, avrebbero esportato il modello, con poche varianti, un po’ in tutto il mondo. Anzi, il prototipo cileno sarebbe stato perfezionato con l’entrata in scena dei disastri, sia nella versione economica - prodotti e in parte provocati dalla stessa logica neoliberista - che in quella naturale, quali, per esempio, lo Tsunami del 2004 o l’uragano Katrina del 2005.

Definisco “capitalismo dei disastri” questi raid orchestrati contro la sfera pubblica in seguito a eventi catastrofici legata a una visione dei disastri come splendide opportunità di mercato.

pag. 12

Dal Cile del 1973, passando attraverso la Bolivia del 1985, la Russia eltsiniana, la Cina di piazza Tienan Men, il Sudafrica del post-apartheid, fino, appunto, alla devastazione di New Orleans, il neoliberismo si è dato al saccheggio della “cosa pubblica”, privatizzando non solo i servizi forniti dallo “stato sociale”, ma anche alcune funzioni da sempre appannaggio eslcusivo dello stato, quali la sicurezza e la guerra. In particolare, la guerra e la sicurezza (comprensiva della protezione civile) sarebbero, secondo la Klein, le nuove frontiere del “capitalismo dei disastri”, un nuovo Eldorado sostenuto ideologicamente da martellanti cam27 pagne mediatiche sui pericoli costituiti dal terrorismo e dai cosiddetti stati canaglia. La scia di lacrime e sangue che ogni shockterapia si è lasciata dietro (3) ha avuto come corrispettivo lo scandaloso arricchimento di una piccolissima parte della popolazione - di solito, quella già ricca - e delle multinazionali, planate come avvoltoi là dove la catastrofe aveva fatto tabula rasa dei precedenti modi di vivere. E se la violenza per così dire selettiva dei colpi di stato o la violenza all’ingrosso della natura non bastano (4), ecco che la guerra, come quella in Iraq, realizza in un colpo solo le condizioni “ambientali” che fanno prosperare i “capitalisti dei disastri”.

Ora, come dicevamo più indietro, benché la Klein ci dia una descrizione convincente delle catastrofi sociali del neoliberismo, quando passa all’analisi teorica rimane impigliata nelle classiche contraddizioni del riformismo noglobal, che identifica il capitalismo con la sua versione neoliberista, mentre tutte le altre forme in cui l’economia capitalistica si è presentata da due secoli in qua sono catalogate sotto altre voci: keynesismo, socialdemocrazia, cooperativismo, ecc.

Già di per sé, risulta in ogni caso discutibile la teorizzazione della shokterapia ristretta, se così possiamo dire, agli ultimi decenni del secolo scorso. Infatti, il capitalismo, da quando è nato, dalle prime scorribande sugli oceani, si è imposto con la violenza più brutale, perché le impersonali leggi del mercato, disgregatrici delle società precapitalistiche, sono state costantemente accompagnate dall’uso delle armi. Il modo di produzione capitalistico, fondato sull’accumulazione incessante della ricchezza nella sua forma astratta (il denaro) e non in quella concreta (le cose, i beni materiali), ha sconvolto i tempi di vita naturali, provocando fortissime resistenze che ha dovuto superare con la spada, la forca e le cannoniere. Rimangono ancora insuperate la pagine di Marx sulla cosiddetta accumulazione originaria o quelle della Luxemburg sulla distruzione delle economie naturali (5), tanto che, per certi aspetti, sembrano scritte ieri e non un secolo fa. Anche in Italia, naturalmente, il capitalismo, per imporsi dopo il cosiddetto Risorgimento, ha sottoposto le masse contadine e semiproletarie a una lunga seduta di shockterapia, di cui, per esempio, la repressione del Brigantaggio meridionale o delle rivolte contro l’imposta sul macinato sono stati passaggi fondamentali. Che dire, inoltre, delle due guerre imperialiste mondiali? Il livello di shock - per usare il linguaggio della Klein - è stato notevolissimo, eppure le conseguenze sono state diverse: liberismo, sistematica repressione della classe operaia, fascismi negli anni 1920; al contrario, trionfo del keynesismo nel secondo dopoguerra.

Dunque, uno dei più spaventosi “shock” della storia dell’umanità - il secondo conflitto mondiale - ha aperto la strada a un trentennio in cui lo stato borghese - pur senza mai rinunciare all’uso della forza in senso antioperaio - si è fatto “sociale”, mettendo in atto una serie di riforme tese ad addomesticare la classe operaia (intesa come lavoro dipendente) con la concessione delle famose briciole, a volte nemmeno microscopiche, cadute dal banchetto capitalista.

Come mai? Nel primo caso, la guerra non aveva ristabilito fino in fondo le condizioni per un rilancio in grande stile dell’accumulazione del capitale, tanto che si assisteva ad una miscela fatta di attacco a tutto campo delle condizioni di esistenza del proletariato (drastico abbassamento dei salari, disoccupazione, intensificazione dei ritmi, allungamento della giornata lavorativa, terrore dentro e fuori la fabbrica) e, contemporaneamente, di un abnorme aumento della speculazione finanziaria.

Gli enormi profitti risultanti dall’accresciuto sfruttamento tendevano a prendere più volentieri la via della speculazione, delle piramidi finanziarie, poiché il reinvestimento nel processo di produzione dava sì un alto saggio del plusvalore, ma un saggio del profitto non sempre o sempre meno soddisfacente. Insomma, un quadro non molto dissimile da quello attuale. Ci volle l’enorme distruzione di uomini e cose del secondo conflitto mondiale, combinata con la gigantesca svalorizzazione del capitale costante operata dalla crisi del 1929 - oltre che, va da sé, l’ulteriore incremento dello sfruttamento operaio (6) - per creare i presupposti dei “trenta gloriosi”, come dicono in Francia, cioè del boom economico (o nuovo ciclo di accumulazione) post-bellico. Dunque, a nostro parere, la domanda giusta da porsi, ma che la Klein non si pone, è se la moderna shockterapia e il capitalismo dei disastri possono rimettere in moto un processo di accumulazione che, invece, dà segno di avvitarsi su se stesso. Giustamente, l’autrice sottolinea che

Lo scopo della shockterapia è aprire una finestra per enormi profitti in brevissimo tempo [... e mercificare anche] forme di vita e risorse naturali mai prima d’ora considerate merci (e attaccarci sopra un cartellino con il prezzo): semi, geni, carbonio nell’atmosfera terrestre.

pagg. 276-277

Ma è appunto a causa di questa visione a breve termine (se così si può dire), in cui gli aspetti parassitari, speculativi e predatori tendono ad avere il sopravvento e a stornare i profitti dal reinvestimento produttivo di plusvalore primario, che il capitalismo, se non ha certamente imboccato la via del’autodistruzione, come alcuni sostengono (7), sta sicuramente esasperando le proprie contraddizioni di sempre.

La speculazione, come la predazione, la “rapina a mano armata di straordinaria violenza” (pag. 145) - ossia la privatizzazione dei servizi pubblici, i tagli al salario diretto, il furto di quello indiretto/differito - possono certamente fornire boccate d’aria a un sistema economico in debito d’ossigeno e peggiorare sensibilmente le condizioni di vita di strati via via crescenti di popolazione, ma se questo ossigeno va in gran parte ad alimentare il fuoco di paglia della speculazione, le scintille che si sprigionano dall’attrito degli ingranaggi economici sotto sforzo sono destinate ad far esplodere la “bolla” della crisi generalizzata. La terapia dello shock, risposta della borghesia alla crisi, deve prima di tutto 28 attaccare il mondo del lavoro salariato (non per niente, la Klein ricorda che l’80% dei prigionieri politici in Cile sotto la giunta golpista era formato da operai e contadini) e riprendersi ciò che la borghesia stessa era stata costretta a mollare nei decenni precedenti, anche a causa dello spauracchio del sedicente socialismo reale (8), che, benché di socialismo non avesse proprio nulla, costituiva pur sempre per milioni e milioni di proletari la prova vivente che un altro mondo era possibile. Ma non si ferma qui: impoverisce o mette in difficoltà strati di piccola e persino media borghesia, annienta economicamente popolazioni intere. Risultato: gli indici di consumo scendono e si acuisce la concorrenza sui mercati internazionali, dato che quelli interni sono diventati più ristretti, la lotta per il controllo delle materie prime si fa più aspra, così come diventa questione di vita e di morte il mantenimento - nel caso dell’imperialismo statunitense - della propria moneta quale valuta di riferimento negli scambi internazionali, in quanto strumento di appropriazione parassitaria del plusvalore mondiale. Insomma, mentre la megashockterapia della seconda guerra mondiale aveva innescato un ciclo economico ascendente, durante il quale il tenore di vita - inteso come possibilità di consumo - della classe operaia crebbe, quella attuale produce un effetto esattamente opposto, secondo il più classico meccanismo della crisi capitalistica (9).

La guerra localizzata, la lotta al terrorismo e l’ossessione artificialmente gonfiata per la sicurezza (vedi, in particolare, i capitoli 20 e 21) possono costituire - e costituiscono - gigantesche fonti di guadagno per singoli settori/imprese del ramo, per esempio la Halliburton, la Bechtel, la Blackwater e simili, ma non si deve dimenticare che tutto questo si fonda, oltre che sul tendenziale abbassamento del salario al disotto del valore della forza-lavoro, sul debito reso possibile dal particolare ruolo del dollaro.

Benché la Klein sottolinei (pag. 478) la provvisorietà di ogni “bolla” (delle cosiddette dot.com, ieri, della guerra, oggi, dei disastri domani), sembra di capire che questo succedersi di nuove “bolle” speculative possa proseguire all’infinito, svendendo pezzo per pezzo le funzioni dello stato a spese dei contribuenti, che si troveranno sempre più impoveriti a dover comprare la sicurezza o la protezione dai disastri”naturali”.

Chi potrà permetterselo, naturalmente. Ancora una volta, però, alla Klein si deve obiettare che il cuore del modo di produzione capitalistico si trova nella produzione di plusvalore, non nella sua circolazione-appropriazione; dunque, a lungo andare, la speculazione, la predazione, l’appropriazione parassitaria di ricchezza in genere sono destinate a scontrarsi, benché possa apparire paradossale, con un’insufficiente produzione di plusvalore o, detto in altri termini, contro il muro della sovraccumulazione, che le varie forme del parassitismo hanno sì spostato più in là, ma anche irrimediabilmente rialzato.

Lo spettro della guerra generalizzata e non delle riforme democratiche è quello che si materializza da quel muro.

Invece, la Klein, dopo aver narrato per oltre cinquecento pagine il “cammino delle lacrime” della globalizzazione (10), pensa che un’alternativa riformista non solo sia praticabile, ma stia muovendo i primi passi, incoraggiata dal fallimento del neoliberismo.

Certamente, avverte l’autrice, il disgusto dei popoli per le ricette dei Chicago Boys non si traduce solo in un rinnovato slancio socialdemocratico (che considera positivo), in quanto può anche imboccare derive di destra, ma, nel complesso, all’orizzonte appaiono più luci che ombre.

In particolare, in America Latina, dove le multiforme esperienze “dal basso” - dai contadini brasiliani Sem Terra alle fabbriche recuperadas argentine - si intrecciano con l’azione dei governi di sinistra, di cui Chavez rappresenta la punta di diamante, nel contrastare l’ormai screditato “Consenso di Washington”, cioè l’imperialismo statunitense. Dunque, secondo la Klein, si riannoderebbe il filo di Salvador Allende, brutalmente strappato dalla controrivoluzione pinochettista (e dalla CIA, suo mandante). Ora, benché le nefandezze della giunta golpista non siano mai abbastanza esecrabili, è improprio parlare di controrivoluzione, perché Allende non voleva rovesciare la borghesia, ma intraprendere una normale via socialdemocratica di riforme dentro il sistema capitalistico. Ma né la borghesia cilena, né lo Zio Sam erano disposti a tolleralo, sia per ragioni interne che internazionali: a parte il contagio che l’esempio del governo di Unidad Popular poteva diffondere (vedi, per esempio, pag. 516), il Cono Sud del continente americano era pur sempre il giardino di casa di Washington e niente doveva turbare sia quanto era stato stabilito dal presidente Monroe nel lontano 1823 (le Americhe appartengono agli USA), sia gli accordi di Yalta del 1945. Ma, oggi, l’impero sovietico non esiste più e lo spauracchio del terrorismo non può uguagliare - almeno in America Latina - quello del comunismo, con cui la CIA ha sempre giustificato i macelli più orrendi. Non solo, gli USA sono in crisi profonda e l’euro può offrire una sponda ai tentativi di certi settori della borghesia latinoamericana di sottrarsi alle plurisecolari grinfie dei “gringos”: le immense risorse di materie prime (petrolio e gas, innanzi tutto, ma domani anche l’acqua dolce) possono venire quotate in monete diverse dal dollaro; in più, il loro prezzo crescente permette ai governi della sinistra borghese di destinare parte dei profitti derivati dalla vendita degli idrocarburi al consolidamento del consenso tra le masse diseredate.

Se poi è vero che diversi paesi latinoamericani si stanno svincolando dalla dipendenza del Fondo Monetario Internazionale e delle altre istituzioni del Consenso di Washington (pag. 523), ciò non significa che gli scambi tra quelle nazioni si fonderanno sul baratto (com’è detto a pag.

521-522) eludendo la legge del valore: per quanto il commercio possa essere “equo”, alla fine è con questa legge che deve fare i conti! E se un domani nascesse l’ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe), vorrebbe dire che la borghesia latinoamericana ha portato a compimento il suo sogno secolare di amministrare in proprio risorse naturali e forza-lavoro del continente, senza spartirle o farsele saccheggiare dalla rapacità nordamericana.

No, l’alternativa è nelle mani dei fratelli di classe dei torturati cileni e dei desaparecidos argentini, degli abitanti delle townships sudafricane traditi (?) dalla nuova borghesia dell’African National Congress e dal suo compagno di merende (il PC sudafricano), dai pescatori cingalesi brutalmente espropriati dopo lo tsunami: in breve, del proletariato internazionale. Purché, beninteso, non si faccia incantare dalle lucciole del riformismo, anche e soprattutto in buona fede, si scrolli di dosso la rassegnata soggezione nei confronti dei sindacati, anestesisti, per conto del capitale, nelle sedute di shockterapia “dolce” somministrata da oltre trent’anni nei paesi metropolitani.

Purché incontri, faccia proprio e alimenti con le sue lotte il programma del comunismo e le minuscole avanguardie che lo sostengono.

Celso Beltrami

(1) Rizzoli editore, 2007, € 20.50.

(2) Le torture furono e sono praticate seguendo i manuali della CIA derivati dai sadici esperimenti “scientifici” praticati dai suddetti psichiatri. Tali manuali erano alla base dei corsi istruiti nella Escuela de las Americas e sono tuttora il punto di rifermento nelle carceri di Abu Graib e Guantànamo.

(3) “Ovunque la scuola di Chicago ha trionfto, ha dato vita a un sottoproletariato permanente che comprende tra il 25 e il 60 per cento della popolazione”, in Naomi Klein, “Shock Ecnomy”, pag. 463. Benché queste cifre colgano la portata del disastro sociale, dal nostro punto di vista è improprio generalizzare la qualifica di sottoproletariato a tutti i settori della popolazione immiseriti: ci pare più corretto - in linea di massima - parlare di proletariato allo stato puro. Che poi una parte più o meno consistente prenda la strada della delinquenza, è senz’altro un dato di fatto.

(4) Giustamente, la Klein osserva che fino a un certopunto uragani e tsunami si possono considerare fenomeni naturali, nel senso che è ormai ampiamente dimostrato come gli eventi climatici estremi siano aumentati a causa del dissennato stile di vita imposto dal capitalismo: “Il fatto che tutti dipendiamo da fonti di energia sporche e non rinnovabili non fa che provocare nuovi tipi di emergenza: i disastri naturali (aumentati del 430 per cento dal 1975)”, Naomi Klein, cit., pag. 488. Se i terremoti sono indipendenti dal neoliberismo, non lo sono affatto le conseguenze sulle popolazioni povere, che pagano le inefficienze interessate e i tagli ai finanziamenti pubblici sulla vera sicurezza ambientale.

(5) Karl Marx, “Il Capitale. Critica dell’economia politica”, Libro I, capitolo 24; Rosa Luxemburg, “L’accumulazione del capitale”, Einaudi, 1968, in particolare i capitoli 27-29.

(6) R.O. Boyer - H.M. Morais, “Storia del movimento operaio negli Stati Uniti”, De Donato, 1974, in particolare il capitolo 11.

(7) Patrick Artus e Marie-Paule Virard, “Le capitalisme est en train de s’autodétruire” [Il capitalismo si sta autodistruggendo], La Découverte, 2005. Il capitalismo è omicida, non suicida.

(8) La Klein sostiene (pag. 285) che il capitalismo imboccò la via del keynesismo anche e forse soprattutto per la paura del mito che l’URSS rappresentava presso le masse proletarie e popolari, devastate dalla crisi degli anni trenta e dalla guerra. La tesi ha un fondamento, sebbene, va da sé, non condividiamo affatto la definizione di “comunismo autoritario” che dà dell’Unione Sovietica.

(9) Beninteso, la borghesia non ha regalato niente neanche allora: è sempre stata la lotta, per quanto imbrigliata e contenuta nel quadro delle compatibilità capitalistiche dal sindacato, a dare alla classe operaia i miglioramenti di cui si parla. Il punto è che fino agli anni settanta il suddetto quadro aveva una cornice molto più ampia di quanto non abbia ora, tanto che la concessione di aumenti salariali poteva addirittura essere utile per allargare il mercato, aumentando la capacità di spesa dei lavoratori dipendenti.

(10) Così venne chiamata la straziante deportazione degli indiani Cherokee, sul finire del 1838, al di là del fiume Mississipi, su ordine del governo degli Stati Uniti: “un Cherokee su quattro morì di freddo, di fame o di malattia”, in Dee Brown, “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee”, Mondadori, 1975, pag. 20.

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