Lo sciopero dei lavoratori edili inglesi - Una prima risposta alla crisi economica

Le cause

Parallelamente all’estensione dei recenti scioperi “selvaggi” presso le raffinerie petrolifere Total, venivano diffuse le immagini dei lavoratori che agitavano cartelli con lo slogan “Posti di lavoro inglesi per lavoratori inglesi” (“British Jobs for British Workers”). I media hanno presentato la vicenda come una rabbiosa reazione razzista contro i lavoratori stranieri, ma la situazione reale è molto più complessa.

Lo stesso slogan è una citazione diretta del discorso di Gordon Brown alla Conferenza del Partito Laburista nel novembre 2007. All’epoca c’era un’ondata di panico contro i lavoratori immigrati dall’Europa dell’Est, che Brown stava tentando di cavalcare. Anche il leader conservatore, Cameron, lo accusò per la sua xenofobia e il suo arruffianarsi il Partito Nazionale Inglese neo-fascista (anche se in origine lo slogan era stato adottato dal suo predecessore, il Fronte Nazionale).

Gli scioperi hanno origine negli eventi della fine dell’anno scorso, quando una azienda italiana, la IREM, vinse un subappalto del valore di 17 milioni di sterline (in un contratto complessivo di 200 milioni) per lavori di edilizia. La IREM affermò che avrebbe portato in loco parte della sua forza lavoro permanente, per svolgere lavoro “specializzato”, e alla fine del 2008 oltre 100 lavoratori italiani furono portati nella vicina città costiera di Cleethorpes, dove furono sistemati su una nave ancorata nel Mare del Nord. Sono attesi altri 300 lavoratori, che dovrebbero raggiungerli presto dal Portogallo, su due altri vascelli. Ci sono una serie di cose che non sono chiare, dato che i termini concreti dei contratti sono segreti. Anche se la Total nega che ci siano in ballo dei tagli salariali, sembra strano che la IREM affronti il costo dell’affitto di una sistemazione in mare, quando in zona ci sono migliaia di esperti lavoratori edili lasciati senza impiego. La disoccupazione nel Lincolnshire è aumentata del 47% negli ultimi mesi, e attualmente in Gran Bretagna 2500 lavoratori perdono il lavoro ogni giorno (la disoccupazione è ora vicina ai 2 milioni, in rapido aumento) e 600 piccole aziende chiudono ogni settimana. L’edilizia è naturalmente uno dei settori più colpiti, dato che la speculazione finanziaria e l’inflazione dei prezzi delle case sono andati a braccetto.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, per i lavoratori della zona, sembra sia stato l’annuncio dato a Capodanno che una azienda inglese, la Shaws, avrebbe perso un terzo dei suoi subappalti. I lavoratori, con un certo grado di logica, hanno individuato nel contratto con la IREM la causa della perdita di occasioni di lavoro, e questo ha provocato lo sciopero.

Gli scioperi si allargano

Da allora il numero di scioperi selvaggi si è moltiplicato: 400 persone hanno scioperato alla raffineria ConocoPhillips di South Killingholme a altri 300 alla centrale elettrica di Immingham, della stessa azienda. Questi sono stati seguiti da 100 alla stazione del gas di Dimlington, nello Yorkshire, 700 alla stazione del gas INEOS a Grangemouth, in Scozia (gli stessi lavoratori che l’anno scorso scioperarono per difendere le pensioni di tutti i lavoratori), altri 500 in tre centrali elettriche in Scozia e 200 in centrali in Cheshire e nel sud del Galles. Lunedì 2 febbraio 800 operai edili a Sellafield (British Nuclear Fuels) anche hanno votato in una assemblea di massa l’interruzione del lavoro in solidarietà con i lavoratori in sciopero nel Lincolnshire. Lo stesso giorno a essi si sono uniti 400 lavoratori della stazione del gas Longannet, a Fife. Questa imponente dimostrazione di solidarietà in così breve tempo - benché senza dubbio siano stati Unite e GMB, i due sindacati coinvolti, a dare inizio all’intera vicenda, come dimostrato dai cartelli stampati con cura che Unite ha fornito fin dall’inizio perchè dovevano sostenere la finzione di scioperi “selvaggi”, fuori dal loro controllo, per evitare l’accusa di aver violato la legge - è anche dovuta alla tipologia di questo lavoro. Questi lavoratori infatti sono abituati a passare di appalto in appalto, e c’è un passaparola tramite cui si contattano a vicenda sul lavoro. Un sms o una telefonata avverte subito i compagni che lavorano in altri luoghi su quel che sta accadendo.

Come prevedibile, il governo laburista ha condannato gli scioperi, ma ha mostrato sentimenti molto contrastanti al riguardo. Da una parte, gli scioperi sono dannosi per gli affari, e il governo non vuole che il capitale inglese perda delle possibilità di avere lavoro più a buon mercato. Ma d’altro canto, fin dal suo insediamento, il governo si è impegnato a fondo per promuovere un senso d’identità nazionale e far allineare i lavoratori dietro la Union Jack (la bandiera nazionale). Per di più il New Labour è sempre stato portatore degli interessi del capitale finanziario e Brown è stato il principale architetto di questa alleanza. Brown ha ignorato il fatto che i lavoratori (o meglio i loro sindacati) stanno usando le sue stesse parole, e ha dichiarato l’azione “indifendibile”. Lord Mandelson, ministro per le imprese e ben noto percettore di “doni” dai ricchi, ha sostenuto che la Total si è mossa nel rispetto delle leggi europee, e che i manifestanti stanno mettendo a rischio i posti dei lavoratori inglesi all’estero. Ma dato l’elemento nazionalista, i media della classe dirigente non sono mai stati così pieni di simpatia per i lavoratori in sciopero selvaggio, che hanno ricevuto ossigeno dalla pubblicità come nessun altro sciopero da 25 anni a questa parte. Il Daily Mail, per esempio, ha pubblicato una foto di un presunto lavoratore italiano che mostra un dito ai dimostranti (ma che probabilmente era diretto alla stampa inglese!). Il British National Party intanto, fiutando in tutta questa situazione nuove adesioni e voti, annusa tutto attorno, come i topi sul letame. Ha già provato a ficcarsi in una disputa simile (ancora in corso) che iniziò lo scorso autunno alla stazione del gas di Staythorpe nel Nottinghamshire e senza dubbio alcuni degli elementi coinvolti sono ricettivi rispetto alle loro menzogne. Il loro ultimo trucco è stato quello di organizzare un sito sui “British Wildcats” per tentare di incassare i risultati dello slogan di Brown, usato dai sindacati. Poi naturalmente ci sono i sindacati. “British jobs for British workers” è rimasto a lungo il loro mantra, e i cartelli che vengono agitati sono stati forniti dai sindacati Unite e GMB. Tuttavia, nonostante tutte le bandiere che sventolano, molti dei dimostranti non hanno simpatie nazionaliste. Molti di loro stessi hanno lavorato all’estero, e la maggior parte di quelli che hanno parlato alla stampa, o che hanno scritto sui blog, generalmente enfatizzano il fatto che loro non sono contro i lavoratori stranieri ma contro i padroni stranieri che negano loro il lavoro.

Il vero problema

E qui ci avviciniamo al nocciolo della questione. La UE è l’area di libero commercio più grande del mondo... per i padroni. Quando loro parlano di “libertà di movimento per capitale e lavoro”, intendono che il capitale può sfruttare la forza-lavoro più economica in modo tale da abbassare il suo prezzo dappertutto. Si diceva che la direttiva europea sui “lavoratori in trasferta” dovesse prevenire il dumping sociale del lavoro a basso costo dovunque. Tuttavia in Inghilterra i contratti (come quello della IREM) sono segreti e non c’è stato alcun tentativo da parte di alcun governo inglese di controllarli.

Come ha scritto Seumas Milne sul Guardian (30-01-2009):

“La realtà è che la direttiva europea e, ancora di più, la legislazione inglese hanno incoraggiato i datori di lavoro a sfruttare i mercati del lavoro deregolamentati per mettere una parte della forza-lavoro contro l’altra e spingere in basso il costo del lavoro. I lavoratori inglesi organizzati non sono più disposti a sopportare una situazione come quella attuale, in cui i posti di lavoro sono difficili da trovare, e quindi ignorano le leggi anti-sindacali per far sentire la loro voce.”

Allo stesso tempo i banchieri, che in primo luogo hanno creato questo tracollo economico, hanno ricevuto miliardi; il totale ha raggiunto i 20 miliardi di sterline l’anno scorso. Gli azionisti hanno ottenuto i loro dividendi mentre quelli che hanno creato la ricchezza si trovano di fronte al taglio dei posti di lavoro. Troppo a lungo i lavoratori hanno accettato passivamente il declino del loro diritto alla pensione (che oggi è sottoposto ad un attacco ancora più massiccio), il declino dei loro standard di vita e la crescente insicurezza del lavoro che è arrivata con la cosiddetta “globalizzazione”. I lavoratori edili possono aver lanciato lo slogan sbagliato, ma stanno dando la giusta risposta agli ulteriori attacchi che la classe capitalista sta preparando.

Una risposta di lotta della classe operaia è necessaria. Ma non dietro gli slogan di un gretto nazionalismo. Se finiamo col prendercela con quelli che hanno di fronte gli stessi nostri problemi, allora stiamo facendo il gioco dei padroni. Divide et impera è il modo migliore per spingere i livelli salariali al ribasso per tutti. Fortunatamente la maggior parte di questi lavoratori edili non ha fatto proprio il messaggio nazionalista. Questo perché, per trovare lavoro, molti hanno dovuto viaggiare in altri paesi come Dubai, Germania ed anche Kazakistan. Il nostro slogan è quello internazionalista, ed è valido per i lavoratori di ogni luogo: tutti i lavoratori dovrebbero unirsi ed assieme dovrebbero rifiutare di pagare la crisi capitalista.

In termini di organizzazione, gli scioperi selvaggi sono un passo in avanti. Gli scioperi che realmente vanno oltre il controllo sindacale e che invece sono portati avanti da assemblee di massa, che eleggono comitati di coordinamento che possono essere revocati, sono un modello per i lavoratori di altri posti. Ma una lotta in un settore non sarà sufficiente a trattenere la marea degli attacchi. E lungi dall’individuarsi a vicenda come capri espiatori tra inglesi, italiani, portoghesi, polacchi, greci, lettoni... l’intera classe operaia di tutta l’Europa, e di tutto il mondo, dovrà necessariamente raccogliere il guanto di sfida lanciatole dal capitalismo. Nei prossimi mesi i lavoratori del mondo dovranno realmente unirsi per vincere questa sfida, ma non dietro gli slogan congegnati da padroni e leader sindacali.

CWO, 2009-02-03

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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