Liquami politici e crisi in Italia

Il padronato attacca, il suo governo annaspa

Le crisi hanno sempre avuto come bagaglio appresso quello di scaricare sui lavoratori il peso delle loro conseguenze e quello di mettere in difficoltà i governi. Questa crisi non ha fatto eccezione, anche se con qualche distinguo. Il governo Berlusconi si è trovato in pesante difficoltà sino al punto di paventare un possibile ritorno alle urne o, in alternativa, la nascita di un governo di transizione voluto dalle opposizioni. La maggioranza si è scomposta dando vita ad una serie di squallidi balletti dentro e fuori le stanze del potere. Dopo aver steso un ampio e pietosissimo velo sulle vicende da basso impero che hanno caratterizzato la vita politica, e non solo, del suddetto governo, occorre passare all’analisi dei rapporti di forza economici e politici che sono stati alla base di questa crisi.

Come sempre, il fattore economico ha rappresentato il motore propulsore. La crisi finanziaria si è abbattuta sull’economia reale italiana come un tir in piena corsa contro un fragile foglio di carta velina. Da un punto di vista capitalistico il mondo imprenditoriale e finanziario si sarebbero aspettati che il Governo facesse il suo mestiere. Marxisticamente parlando la borghesia italiana si sarebbe aspettata che il suo strumento politico di dominio di classe, lo Stato, il Governo in carica, si rimboccasse le maniche e incominciasse ad amministrare la crisi. Amministrare la crisi del capitale avrebbe significato mettere in atto tutte quelle misure atte a ridare fiato all’asfittica economia nazionale per metterla in grado di competere, o comunque galleggiare, sul difficile mercato globale che si sta ancora leccando la ferita di una non sopita crisi internazionale. Le aspettative erano che il Governo operasse sul terreno bancario per ricreare le condizioni di “normalità” di un sistema creditizio che, se è pur vero che è stato colpito dalla crisi finanziaria mondiale meno di altri sistemi europei, è pur altrettanto vero che negli ultimi due anni la sua redditività si è praticamente azzerata. Le banche hanno lesinato i finanziamenti alle imprese e, in alcuni casi, hanno preferito la strada delle attività speculative penalizzando ulteriormente le “necessità” dell’economia reale.

A parte qualche operazione più di facciata che di sostanza, in cui peraltro, si è assistito allo scontro tra il governatore della Banca D’Italia Draghi e il ministro dell’economia Tremonti, nulla di concreto è stato fatto. Il risultato è stato che la crisi di settore è continuata, si sono incrinati i vecchi equilibri e il sistema creditizio è diventato terreno di conquista dei soliti noti con l’aggiunta di componenti politicamente “nuove” per la spartizione, in zone d’influenza, del mondo creditizio italiano. (il caso Unicredit ne è un esempio)

Fatte le debite differenze di ambito, lo stesso discorso vale per l’economia reale ben più penalizzata dalle devastanti conseguenze della crisi perché già in sofferenza prima dell’esplosione della bolla finanziaria. Dati e statistiche, ripetuti all’infinito sino all’esasperazione, parlano da soli. Crollo delle attività industriali, esportazioni ridotte al lumicino, il Pil che rimane piatto come l’encefalogramma di un malato terminale, un debito pubblico che ha raggiunto vette che sembravano inaccessibili per un paese ai primi posti delle classifiche mondiali per produzione, sono la cornice all’interno della quale naviga a vista l’economia del Bel Paese. In aggiunta, alcuni settori, come quello cantieristico, siderurgico e metalmeccanico (Fiat e indotto) si sono trovati in acque particolarmente agitate, e per la crisi, e per la determinata concorrenza che da sempre travaglia i loro ambiti di agibilità economica, con il non trascurabile fardello, che dura da decenni, di saggi del profitto progressivamente sempre più bassi.

Anche in questo caso la borghesia imprenditoriale si sarebbe aspettata, con la tempestività e l’intensità che la situazione impone, che il governo intervenisse a tutto campo, concentrando la sua attenzione su tre macro problemi da risolvere nel più breve tempo possibile.

  1. Finanziamenti pubblici da concordare sotto banco per non contravvenire palesemente alle direttive europee. Sgravi fiscali per le imprese in particolare stato di sofferenza. Incentivi alla produzione e detassazione per quelle attività che dichiarano di investire nelle aree depresse e che hanno nel loro programma il “progetto” di aumentare l’occupazione. A dire il vero, il governo ha “mimato” qualche misura ad hoc, ma si è mantenuto ben lontano da quelle che erano le “legittime” aspettative degli imprenditori, lasciando, di fatto, le cose come stavano.
  2. La messa in cantiere di un nuovo patto sociale con il mondo del lavoro che consentisse all’economia reale di riprendere fiato, di iniziare a produrre profitti, di proporre l’«Azienda Italia» in termini competitivi con il capitale internazionale. In altri termini, le aspettative erano centrate su di un intervento normativo da parte dei Ministeri di competenza, affinché il rapporto tra capitale e forza lavoro si ripulisse di tutti quei residui vincoli che ancora si frappongono, per una gestione assoluta e senza lacci sindacali, da parte del capitale, su di un proletariato che sempre più deve entrare nei meccanismi produttivi alla stregua di una variabile talmente dipendente da non essere nemmeno più una variabile, ma un costo fisso, il più basso possibile, e sempre a disposizione: in termini di aumento delle ore lavorative, di flessibilità dell'orario lavorativo, ricattabile attraverso i contratti a termine, licenziabile quando è necessario con o senza giusta causa, sterilizzazione degli scioperi ecc.. Il governo ha, anche in questo caso, “mimato” con il ministro Sacconi alcuni provvedimenti ma, sostanzialmente è rimasto al palo.
  3. Che il tutto fosse gestito in modo da non implicare la rottura della pace sociale coinvolgendo i Sindacati nel processo di edificazione del nuovo patto sociale, pena l’impraticabilità o, quantomeno, la maggiore difficoltà di attuazione del piano. Il timore, sempre presente tanto nel mondo imprenditoriale che in quello politico, è che l’oggetto di simili pratiche economico-sociali, il proletariato che è chiamato a sopportare interamente ed unicamente il peso della manovra, se non ammansito nei dovuti modi, se non ricattato adeguatamente, se non portato all’altare del sacrificio in nome del dio profitto da un’adeguata vestale (il Sindacato), potrebbe alzare la testa, scendere nelle piazze e mandare in fumo i tanto sospirati programmi di rinascita competitiva e di acquisizione di redditività dei capitali investiti o da investire. Nulla di nuovo se non l’intensità della ennesima politica dei sacrifici e il già precario scenario sociale che dovrebbe accogliere, senza fiatare o fiatando poco, i contenuti della rinascita del capitalismo italiano. Il futuro che la borghesia va confezionando è che, sullo scenario sociale già caratterizzato dalla disoccupazione, dalla precarietà del posto di lavoro, dall’allontanarsi dell’età pensionabile e delle crescenti difficoltà da parte dei giovani di trovare uno straccio di lavoro, si abbatterà come un ciclone la devastante proposta di un nuovo patto sociale i cui contenuti non faranno altro che esasperare le già precarie condizioni economiche e di qualità della vita del proletariato. Nell’occhio del ciclone uno sfruttamento che, per essere sempre di più funzionale agli interessi del capitale in crisi, dovrà essere intenso ed assoluto, senza se e senza ma, come direbbero i paladini della nuova e costituenda società. Anche con il rischio di forme più o meno consistenti di resistenza che entra per forza di cose nei calcoli della borghesia e che, per evitarne il pericolo, deve ricorrere all’effetto narcotizzante dei Sindacati prima di reagire con l’arma letale della repressione.

Lo squallido scenario del politicantume italico

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Niente o molto poco di tutto questo, che era ed è nell’agenda della borghesia italiana, si è espresso in termini di leggi e conseguenti atti operativi . Il Governo Berlusconi era in tutt’altre faccende affaccendato. Mentre gli ex neoliberisti invocavano a gran voce l’intervento dello Stato per salvare la baracca che faceva acqua da tutte le parti, il Parlamento e buona parte delle attività di Governo erano concentrate su altri problemi. E’ pur vero che il ministro del lavoro Sacconi e quello del tesoro Tremonti avevano varato misure di sterilizzazione degli scioperi e una finanziaria che colpiva ancora una volta il mondo del lavoro. Ma gli imprenditori non potevano ritenere sufficienti questi palliativi, invocavano misure drastiche (riforme strutturali) che affrontassero le necessità del capitalismo italiano in termini di efficienza e rapidità e che non si perdesse tempo con questioni che riguardavano le beghe interne alla maggioranza e le necessità giuridiche del capo di Governo. Mentre la produzione industriale era affondata ai minimi storici, il debito pubblico salito a vertici insostenibili, le esportazioni contratte sino al punto da essere superate dalle importazioni, la disoccupazione a quasi due milioni e mezzo di lavoratori e settecentomila cassa integrati in un quadro economico complessivo disastroso, il Governo di centro-destra rischia la crisi su questioni come la legge sulle intercettazioni, sul processo breve e sul lodo Alfano.

Che Berlusconi fosse “sceso in campo” per salvarsi dalle sue beghe processuali e ridare fiato al programma di “rinnovamento democratico” della P2 erano in molti a saperlo anche, se non soprattutto, nel mondo industriale. Che si macchiasse del reato di occupazione privata di Istituzione pubblica non creava certamente particolari problemi agli imprenditori, anzi, ma la condizione era che svolgesse appieno il suo ruolo di strumento politico del capitale pur nel più grande conflitto di interessi che la storia italiana annoveri da centocinquant’anni a questa parte. Invece, nel bel mezzo di una crisi che ha attraversato il mondo capitalistico, che ancora non accenna a diminuire le sue nefaste conseguenze, Berlusconi ha continuato imperterrito ad inseguire la sua immunità, ha litigato con quasi tutti i suoi alleati, ha messo seriamente in crisi il suo governo, ha inscenato una squallida pantomima contro il suo ex alleato Fini, ha dato vita ad una serie di capriole tattiche sulla necessità delle elezioni anticipate dando un’immagine di inefficienza e inaffidabilità. Non a caso, il presidente di Confindustria Marcegaglia ha dovuto, con una stizzita sintesi, richiamare all’ordine chi di dovere, dichiarando ufficialmente che il Governo doveva andare sino alla sua scadenza naturale, niente elezioni che in un momento come questo sarebbero state un disastro per l’economia italiana, ma che facesse finalmente il suo dovere e non perdesse tempo investendo il Parlamento solo delle vecchie, ma sempre presenti questioni del Presidente del Consiglio. Una sorta di (non) fiducia ad orologeria pur di salvare il salvabile.

In buona sostanza, il centro destra al Governo ha dimostrato di non essere lo strumento politico idoneo a portare fuori dalla crisi il capitalismo italiano, che la fiducia sin qui datagli era mal riposta e che è necessario correre ai ripari, perché, come dicono tutti i capitani d’industria, la competizione internazionale non aspetta e perdere altro tempo significherebbe rimanere fuori da ogni concreta possibilità di ripresa.

Sull’altro fronte dello scenario politico borghese, quello del centro-sinistra, le cose non vanno meglio. Bersani, Franceschini, D’Alema e compagni (si fa per dire) non hanno un programma credibile, soprattutto non hanno un programma da sottoporre al mondo imprenditoriale. Hanno vissuto sull’antibelusconismo, oltretutto con scarsi risultati. All’interno del Pd non si è ancora sopita la dilaniante lotta per la leadership tra D’Alema e Veltroni, tra gli ex Pci e gli ex Dc, tra Bersani e Vendola. Così come è messo, il Partito democratico sta agli interessi del capitale come un naufrago sballottato dalle onde, privo di forze, senza orientamento, nei confronti di una lontana costa che non riesce nemmeno a vedere. Al Pd piacerebbe essere l’ancora di salvezza degli interessi capitalistici dell’Azienda Italia, ambirebbe ad essere il salvatore della patria capitalistica, portando il proletariato al macello e facendo quelle riforme strutturali che tanto invoca il capitale, ma è talmente messo male che non troverebbe nessuna sponda da parte dell’economia reale, che, dalla pentola berlusconiana, finirebbe per cadere nella brace di un’opposizione assolutamente inadeguata e non affidabile a compiti di dirigenza governativa.

In questo marasma politico che caratterizza il cosiddetto bipolarismo all’italiana, c’è chi ha fiutato la possibilità di smarcarsi da entrambe le sponde per tentare di dare vita ad un terzo polo, il solito Centro, nella speranza, o nell’illusione, di svolgere quel ruolo che i due poli, per diversi motivi, hanno mostrato di non saper o di non voler fare. La “nuova” compagine, a vario titolo centrista, che va da Casini a Rutelli passando attraverso l’arcipelago finiano, pensa di crescere aggregando gli scontenti del Popolo della libertà e la componente cattolica del Pd. Le prime piccole “grandi manovre” si sono già messe in moto. Un esempio è quello del trasformismo politico in terra di Sicilia, diventata il laboratorio delle alchimie centriste con ambizioni di maggioranza. Il Mpa di Lombardo, sino a ieri quinta colonna della presenza berlusconiana in Sicilia, ha dato vita ad un governo “tecnico” regionale senza il Popolo della libertà, ma con elementi dell’Udc di Casini, i rutelliani, esponenti del Pd e i finiani. Di converso, Micicchè e i vari Mannino e Cuffaro, già noti alle cronache giudiziarie, sotto la guida spirituale di Dell’Utri, hanno partorito una Lega sud che, nelle intenzioni dei soci fondatori, dovrebbe svolgere un ruolo di sostegno al Governo e al Pdl come la Lega di Bossi fa al nord. Va da sé che in Sicilia, la terra del 61 a 0 delle ultime elezioni politiche, i riallineamenti e gli esperimenti di laboratorio politici devono fare i conti (se già non sono stati fatti) con il quadro di riferimento rappresentato da Cosa nostra, con tutti gli annessi e connessi del caso, ribaltoni compresi.

Intanto il governo “tira a campa'” a colpi di fiducia intascando l’appoggio anche dei finiani che non si sono assunti l’onere di far cadere il Governo Berlusconi per non essere tacciati di venire meno al mandato elettorale e, contemporaneamente, per mostrare che senza di loro, per il momento, il Governo stesso non avrebbe nessuna possibilità di sopravvivere. Il tutto condito da un ripugnante liquame che sembra essere il vero contenuto delle pratiche politiche italiche.

Scende in campo il capitale

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Come già detto, nel bel mezzo dello sfascio, con una disoccupazione giovanile che è tra le più alte d’Europa e con l’apparato produttivo in rosso in tutti i suoi comparti, il Governo non trova di meglio da fare che bloccare la sua attività politica sui problemi del suo capo. Nessun progetto industriale, tanto atteso dal mondo imprenditoriale, nessuna seria misura in favore del capitale che tanto gli necessita, pena la sua sopravvivenza, zero per quanto riguarda le tanto agognate riforme strutturali sulle pensioni e sul nuovo patto sociale tra capitale e forza lavoro. In compenso, l’agenda del governo è riempita dal decreto sulle intercettazioni, dalla riforma della giustizia, dal processo breve e dal Lodo Alfano.

È paradossale che lo strumento politico della borghesia sia così latitante nei confronti degli interessi della classe dominante. Così come non è sorprendente che, a fronte di tanta latitanza, i capitani “coraggiosi” dell’economia italiana siano stati costretti a prendere l’iniziativa. Con un centro-destra al potere ma impegnato su altri tavoli da gioco, con un centro-sinistra talmente inaffidabile da non essere nemmeno preso in considerazione, e con un terzo polo tutto da costruire, ammesso che ci riescano, l’unica via che il capitale ha ritenuto di percorrere è stata quella della scesa in campo senza più aspettare che le “belle statuine” della politica si dessero una mossa.

Hanno fatto da cornice una serie di dichiarazioni che non lasciano spazio a interpretazioni che non siano quelle della più totale sfiducia nei confronti del mondo politico. Marchionne ha tenuto a precisare che “si è perso il senso delle Istituzioni” che grazie al Governo “la Fiat non ha fatto un euro di utile” intendendo con ciò il venire meno da parte dell’Istituzione Governo di quel ruolo che gli compete. Motezemolo, non più Presidente della Fiat, ruolo che ricopre nel gruppo Ferrari ma con ancora un posto nel consiglio di Amministrazione nella fabbrica degli Agnelli, ha sparato a zero denunciando che saremmo in presenza “di una classe politica screditata” al di là di ogni limite di tolleranza e sopportazione. Dello stesso tenore sono state le dichiarazione del Presidente di Confindustria Marcegaglia che, dopo aver atteso invano che qualcosa si muovesse, si è sfogata dicendo che “la nostra pazienza ha un limite”: basta cioè con i tormentoni all’interno della maggioranza e le sterili polemiche tra la maggioranza e l’opposizione, che il governo faccia il suo dovere, presto e bene. Dichiarazioni che le sono costate i morsi dei soliti cani da guardia belusconiani che gravitano attorno al Giornale che fu di Montanelli.

Sempre, ma a maggior ragione nelle situazioni di crisi, il capitale deve perseguire i suoi interessi con velocità e determinazione. O il suo strumento politico, lo Stato, interviene come è nella logica delle cose di una società borghese, o il capitale è costretto a prendere l’iniziativa. Il primo a “scendere in campo” è stato Marchionne, prima annunciando la chiusura dello stabilimento di Termini Imerese, poi imponendo il diktat di Pomigliano. Per quanto riguarda le impellenti necessità dell’impresa Fiat, il suo pronunciamento non fa una grinza, è una sorta di manuale di comportamento del “buon” capitalista. In estrema sintesi, il pronunciamento dell’italico capitano coraggioso della Fiat suona in questi termini: o voi (forze politiche, Sindacati e lavoratori) mi mettete in condizioni di produrre in termini competitivi, e allora sono disposto ad investire 20 miliardi di euro in Italia, oppure chiudo baracca e burattini a vado ad investire e a produrre da qualche altra parte dove mi garantiscano profitti e salari compatibili con le necessità dei “miei” investimenti. Chiudo Termini Imerese perché l’impianto non è sufficientemente competitivo, e quindi non remunerativo, (secondo i suoi calcoli, mediamente una vettura costruita in Sicilia gli costerebbe due mila euro in più che se prodotta in Argentina o in Brasile) ma lascio aperto Pomigliano e gli altri stabilimenti solo a determinate condizioni. Prendere o lasciare. Questi gli obiettivi e queste le condizioni per raggiungerli: il “progetto fabbrica Italia” prevede entro il 2014 un aumento di oltre il 100% della produzione, passando dalle attuali 650 mila autovetture a un milione e 400 mila. Nello stabilimento di Pomigliano si aumenterebbe la produzione delle Panda sino ad arrivare a 250 mila a fronte di 700 milioni di euro di investimento. Per quanto riguarda gli stabilimenti all’estero il programma prevede, sempre entro il 2014, di arrivare ad una produzione di autovetture di sei milioni all’anno, 2,2 milioni da parte della Chrysler, 3,8 milioni negli stabilimenti Fiat, ma solo un milione e mezzo in Italia.

Per le condizioni proposte e per l’aggressività del ricatto, lo scenario che si profila è a dir poco inquietante, un esempio di macelleria sociale.

Sul tavolo anatomico della vivisezione del proletariato Fiat si parte con l’imposizione di 120 ore di straordinario obbligatorio all’anno. Il che significa oltre 12 ore di lavoro in più al mese, defalcando il mese di ferie, quasi tre e mezzo alla settimana. Lo straordinario obbligatorio non impedisce che, in determinati periodi, si possa aggiungere anche quello volontario che tale sarebbe solo sulla carta, in quanto un eventuale rifiuto comporterebbe automaticamente il non rinnovo del contratto come già avviene, colpendo i contrattisti a termine con il solito ricatto del prendere o lasciare. Nei termini del rapporto capitale-lavoro, gli straordinari obbligatori si configurano come un allungamento della giornata lavorativa, una aumento cioè del plusvalore assoluto. Per il capitale non è più sufficiente l’intensificazione del lavoro, l’aver ridotto l’operaio ad un’appendice dei robot, non è più sufficiente l’aver portato sino agli estremi limiti lo sfruttamento attraverso lo sviluppo delle forze produttive con il plusvalore relativo, occorre che a tutto ciò si sommi un aumento del plusvalore assoluto quale condizione necessaria alla ripresa del suo processo di valorizzazione. Va da sé che niente e nessuno deve intervenire a rompere gli equilibri produttivi che si basano sull’introduzione delle 120 ore di straordinario obbligatorio, altrimenti si perderebbe in competitività con tutte le conseguenze negative del caso. Non per niente il primo corollario che attiene all’introduzione degli straordinari recita che “non sarà ritenuto legittimo qualsiasi sciopero” in materia di straordinari o su qualunque altro punto del protocollo, pena sanzioni amministrative che possono giungere sino al licenziamento, che scatterebbe automaticamente, senza interferenze di sorta, tanto meno sindacali.

La stessa pausa mensa, non a caso posizionata a fine turno, può a seconda delle necessità della produzione, essere utilizzata per recuperi e straordinari come se fosse un normale tempo di lavoro. I recuperi sono peraltro obbligatori per fermate della produzione indipendenti dalla volontà o dall'efficienza dell'impresa. Ad es. per ritardi delle consegne di materiale necessario alla produzione, per scioperi non dichiarati o fuori dall'orario “canonico”. Come dire che qualunque accidente provocato da fattori esterni o, peggio ancora, dal comportamento dei lavoratori, deve essere recuperato nei tempi di pausa senza nessun margine di trattativa.

Gli altri punti che completano il tragico protocollo, sono apparentemente meno gravi, ma sommati a quelli precedentemente esposti, compongono un quadro di completa sottomissione della forza lavoro all'arroganza del capitale. Nei quattordici articoli si legge che ci saranno diciotto turni settimanali di 40 ore (straordinari a parte) distribuiti su sei giorni. La pausa mensa è collocata a fine turno per le ragioni che abbiamo detto. I riposi settimanali saranno a scorrimento, in giorni di volta in volta diversi, sempre a seconda delle necessità dell'impresa, senza rispettare il distacco minimo di 11 ore come era previsto dal contratto precedente.

Le pause organizzate in tre periodi di dieci minuti l'una, passano da 40 a 30 minuti con una diminuzione del 25%. In più la malattia non è pagata se il periodo supera quello ritenuto statisticamente medio. Come dire che l'operaio non si deve ammalare e se si ammala gli è riconosciuta quella malattia i cui tempi di guarigione rientrino nella media, altrimenti l'azienda non risponde. Lotta all'assenteismo? No, ricatto nei confronti dei lavoratori in nome della produttività e delle solite necessità produttive dell'impresa. Ricatto sempre e comunque, prendere o lasciare.

Il diktat di Pomigliano non è soltanto lo strumento ricattatorio per produrre la Panda nello stabilimento campano, è il tentativo, molto più ampio ed enormemente più devastante di andare a configurare un nuovo patto sociale tra lavoro e capitale, sulla base di uno sfruttamento che non deve avere vincoli di sorta, il cui raggio d'azione deve poter spaziare a 180 gradi passando attraverso l'aumento della giornata lavorativa e l'intensificazione del lavoro, in una sorta di prateria senza confini dove il capitale possa percorrere i suoi spazi, in lungo e in largo, senza incontrare alcun ostacolo. Non a caso uno dei pilastri del diktat riguarda il seppellimento del vecchio contratto nazionale con la demolizione di quelle poche “garanzie” residue per i lavoratori a favore di contratti settoriali, periferici, dove i rapporti di forza tra capitale e lavoro sono più vantaggiosi per il primo, sia in termini economici che di ricattabilità contrattuale. Un altro pilastro che va erigendosi è quello relativo alla flessibilità dell'orario di lavoro. Oltre all'obbligatorietà dei sabati lavorativi e degli straordinari, l'orario settimanale può variare a seconda dell'andamento del mercato, si lavora cioè di meno o di più, sino a superare le 50 ore se la programmazione aziendale lo richiede. La vita del lavoratore, i suoi spazi di riposo, di libertà sociale, non saranno scanditi dalle sue necessità (figli, socialità, rapporti con la famiglia ecc..) ma da quelle dell'impresa che può succhiare a piacimento, oltre al pluslavoro, anche “l'anima” di chi lo produce.

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Non da ultimo, alta si sta elevando la colonna infame del contenimento dei salari. Il fenomeno è in corso da anni, le stesse statistiche borghesi ci dicono che il potere d'acquisto dei lavoratori dipendenti è fermo agli anni Novanta, ma il progetto di rendere ufficiale e praticabile in tutti i settori l'agganciamento dei salari alla produttività aziendale è un must che deve essere perseguito ad ogni costo. Il che comporterebbe una contrazione dei salari base sino al 30% e gli eventuali incrementi si calcolerebbero sulla base degli aumenti produttivi, che al massimo, qualora le cose andassero bene per l'azienda, la busta paga del lavoratore sarebbe uguale a prima. L’obiettivo è quello di portare il salario fisso al 60% dell’attuale e quello legato alla produttività al 40% contro il 5% attuale. Altro punto strategico è rappresentato dalla governabilità della fabbrica. Il piano pretende che sempre, ma qualora ci fosse una sola linea produttiva contro le normali due, come succede a Pomigliano, non sia possibile che qualche lavoratore, esasperato dai carichi di lavoro, scioperi o si metta in condizioni di boicottare la produzione. In questo caso, dice Marchionne, tre operai sarebbero in grado di fermarne mille (il riferimento numerico non è casuale). Perché ciò non succeda, e non deve mai succedere, oltre alla direzione dell’azienda, ci devono pensare i sindacati. Niente scioperi. Tutto ciò che si configura come boicottaggio diretto o indiretto della produzione deve essere immediatamente punito con il licenziamento. La “pace sociale”, prima ancora di essere una necessità per il capitale, sia in piazza che, soprattutto, in fabbrica, deve essere la prima delle preoccupazioni dei sindacati, altrimenti scatterebbe il solito ricatto del prendere o lasciare.

Che il protocollo imposto da Marchionne vada ben al di là delle vicende della Fiat di Pomigliano e che assuma un respiro più ampio, oltre che dai contenuti è evidenziato dall'entusiastica accoglienza avuta all'interno delle file imprenditoriali. Da Confindustria a Federmeccanica, passando attraverso la galassia di centinaia di medi e piccoli imprenditori, il coro è stato unanime: “Finalmente qualcosa si muove”! La via è stata tracciata ora bisogna percorrerla sino in fondo. Federmeccanica ha immediatamente colto la palla al balzo, dichiarando defunto il vecchio contratto nazionale, perché retrogrado e conservatore (non ci sono limiti alla fantasia del capitale), e agganciandosi alle linee guida del diktat di Pomigliano. La Confindustria per bocca del suo presidente Marcegaglia ha rincarato la dose sulla assoluta necessità di un nuovo patto sociale i cui contenuti non possono essere che quelli di Pomigliano: flessibilità, precarietà, salari legati alla produttività, e rilancia sugli straordinari obbligatori proponendo che il tetto salga sino alle 200 ore annuali, plaudendo contemporaneamente, al senso di responsabilità dei sindacati che si sono allineati immediatamente.

Non tragga in inganno il rifiuto della Fiom-Cgil. Epifani e Landini hanno mostrato sincera comprensione per le preoccupazioni del capitale. Si sono dichiarati consapevoli della precarietà in cui versa il capitalismo italiano a causa della crisi nazionale e internazionale. Si sono aperti alle richieste di Marcegaglia e soci alla sola condizione di salvare il diritto di sciopero (quello stesso diritto che loro hanno contribuito a sterilizzare sino a renderlo quasi inutile) e l'impianto del contratto nazionale. Detto in termini più espliciti, la posizione di Fiom-Cgil è questa: se l'ennesima politica dei sacrifici, la più aspra dalla fine della guerra, è necessaria, noi daremo il nostro apporto, ma non possiamo permettere nessuna limitazione, deroga, del contratto nazionale, anche perché là dentro, e loro lo sanno benissimo perché lo hanno firmato, esistono tutte le possibilità normative per far passare di tutto e di più, secondo quello stesso protocollo di Pomigliano che a parole si critica, ma che nei fatti non si ostacola. In questo modo si consentirebbe al capitale Fiat di rifiatare e al sindacato di non perdere la faccia. Questione di non poco conto per chi, come il sindacato, si è sempre assunto l'onere di salvare la pace sociale, e con essa le pratiche politiche di salvataggio dell'economia nazionale, che da sempre sono state al primo posto nella sua agenda, rispetto alle necessità del mondo del lavoro. Fatta salva la messa in scena di scioperi farsa, quando e se vengono organizzati, con il solo scopo di fungere da valvola di sicurezza, e senza di quelli se il mantenimento della pace sociale non richiede nemmeno l'effimero sfogo di una manifestazione di piazza. E' questa la prassi del sindacalismo che agisce sempre e comunque all'interno delle compatibilità del sistema, indipendentemente dalle sigle e dalla tattica con cui si presenta ai lavoratori. Non fanno eccezione i sindacatini di base che, pur tentando di andare al di là delle compatibilità, si muovono sul terreno di quel radical riformismo che non prende in considerazione il livello politico del superamento del sistema stesso che quei limiti impone, rimanendo nel mezzo del guado tra un rivendicazionismo velleitario e l'impossibilità delle sue realizzazioni.

Elementi per una risposta di classe

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Mai come in questa recente fase storica i rapporti di forza tra capitale e forza lavoro pendono dalla parte del primo. Non solo il proletariato non esprime alcuna lotta contro il capitale, anche se solo in termini rivendicativi, ma palesemente mostra di non riuscire, se non per episodi (vedi Grecia e Francia), ad opporsi concretamente agli attacchi che il capitale gli porta. Ciò consente alla borghesia di rafforzare il suo dominio economico e di estendere il suo “pensiero dominante” a facile giustificazione dell'ingiustificabile. L'esempio classico è quello che riguarda il concetto di crisi economica. Ci sono tagli alla sanità, alla scuola e alla ricerca: per forza, c'è la crisi. Le tasse non diminuiscono e la pressione fiscale aumenta. Il potere d'acquisto dei salari è fermo o addirittura diminuisce, c'è la necessità dell'ennesima politica dei sacrifici, è colpa della crisi. Ci sono otto milioni di persone che sopravvivono sotto la soglia di povertà, altri otto milioni sono a rischio di precipitare nel baratro dell'indigenza, i posti di lavoro calano e quelli che resistono sono sempre più precari, in termini di contratti e di tempo: è colpa della crisi. Il ritornello viene recitato come se la crisi fosse un fattore esogeno, qualcosa che piomba sulla società dall'esterno. Una sorta di maledizione imprevedibile e inarrestabile che tutto travolge e sfascia, lasciando sul terreno rovine e morti. Un evento da cui non ci si può difendere preventivamente ma dal quale ripartire con tanto sacrificio e spirito di adattamento, ovviamente per chi produce plusvalore, per chi è oggetto di sfruttamento. Nulla di più falso e mistificatorio. Le crisi e le loro nefaste conseguenze sociali sono l'avvelenato frutto dei rapporti di produzione capitalistici.

Le cause dello sfascio economico e sociale sono tutte all'interno della società capitalistica, nel suo modo di produrre e di distribuire ricchezza basato sul rapporto capitale-forza lavoro, che ha come unico e insostituibile obiettivo quello del profitto nella cosiddetta economia reale, gli effimeri vantaggi finanziari a cui il capitale ricorre nei momenti di crisi del saggio del profitto, dando vita a gigantesche bolle finanziarie che, quando esplodono, ritornano sulla stessa economia produttiva, devastandone i già precari fondamentali e creando quelle condizioni di impoverimento a cui stiamo assistendo. Non deve, quindi, esserci lotta rivendicativa o di semplice resistenza agli attacchi del capitale, che non debba sforzarsi di porsi, sin dall’inizio, in termini anticapitalistici. Solo così si combattono le compatibilità del sistema, solo così si è contro l’insostenibilità di una organizzazione sociale che, per sopravvivere alla crisi che genera, crea miseria e disoccupazione. Solo in questo modo si può interrompere la catena delle devastazioni sociali che il capitale pone continuamente in essere. Per agire concretamente contro quell’attitudine perversa che riesce a produrre solo più miseria per molti e più ricchezza per pochi. La lotta contro il capitale è la condizione necessaria affinché la schiavitù salariale non continui ad essere la condizione di una iniqua distribuzione della ricchezza sociale. Il che presuppone che le lotte, escano sempre di più dalle compatibilità del sistema, dall’opprimente ruolo dei sindacati che, a tutti i costi, lì le vogliono costringere, se e quando le organizzano, sterilizzandone ogni anelito di vera protesta e di insofferenza nei confronti di una società che, ormai, sa produrre solo miseria e sfruttamento, crisi economiche, guerre e devastazioni sociali ed ambientali. Occorre anche che le lotte riprendano il senso dell’alternativa sociale, dove la produzione della ricchezza e della sua distribuzione non dipendano più dalle logiche del capitale, del profitto ma dai bisogni di chi lavora, di chi questa ricchezza produce. Ma occorre anche la presenza operante di un partito di classe che, dalle istanze poste dal capitalismo stesso, sia in grado di convogliare le lotte verso questi obiettivi. Percorso lungo, difficile, pieno d’ostacoli ma che deve essere percorso sino in fondo, altrimenti altre crisi verranno, altri sacrifici saranno imposti al mondo del lavoro, altra barbarie economica e sociale si sommerà a quella attuale, in una perversa spirale senza fine.

Fabio Damen

Art. chiuso ottobre 2010

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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