Il fumo e l'arrosto nel vertice USA-Cina

Indipendentemente dalle dichiarazioni conclusive che chiuderanno la visita del presidente cinese Hu Jintao a Washington, una cosa è certa: i controversi, ma stretti, rapporti economici tra la superpotenza americana e la Cina rimarranno, nella sostanza, gli stessi. Severi moniti sul rispetto dei diritti umani (in casa d'altri) da una parte, generiche assicurazioni sulla tutela degli stessi dall'altra - la solita fiera dell'ipocrisia - qualche accordo commerciale, anche succulento in sé, ma sulla questione di fondo ossia il rapporto dollaro-yuan si faranno ben pochi passi in avanti.

E' noto che, da anni, responsabili della politica economica americana ed economisti vari fanno dipendere la crescita costante del disavanzo commerciale statunitense verso la Cina (nel 2010 ha raggiunto 270 miliardi di dollari) dalla sottovalutazione dello yuan - in rapporto al dollaro - perseguita dalle autorità monetarie cinesi, che, in tal modo, assicurerebbero un ulteriore vantaggio competitivo alle proprie merci sul mercato internazionale e, in particolare, su quello USA. Secondo alcuni analisti americani, lo yuan, per esprimere correttamente il suo valore (semplificando: il peso reale dell'economia cinese) dovrebbe rivalutarsi nei confronti del dollaro da un minimo del quindici a un massimo del quaranta per cento; in caso contrario, si configurerebbe una strategia mascherata di concorrenza sleale, che autorizzerebbe, dunque, l'amministrazione americana a varare misure protezionistiche contro Pechino. La rivalutazione della moneta nazionale operata l'anno scorso dalla Cina, aggirandosi attorno al sei-sette per cento, sarebbe ancora troppo bassa per poter, se non invertire, quanto meno rallentare l'andamento del deficit commerciale a stelle e strisce. Ora, che le manipolazioni monetarie giochino un certo ruolo, a volte anche importante, nel rapporto importazioni/esportazioni dei paesi, è fuori discussione, ma non è l'unico, né, di per sé, quello principale e la storia di amore-odio tra le due potenze ne è un esempio.

Dalla fine degli anni settanta, le grandi corporation americane, per contrastare la caduta del saggio del profitto cominciarono a delocalizzare massicciamente in tutto il mondo e, allo stesso tempo, Deng Xiao Ping, liquidata la “Banda dei Quattro”, spalancava le porte ai capitali esteri, offrendo loro centinaia di milioni di operai a salari irrisori. Dunque, da una trentina d'anni, multinazionali e imprese del cosiddetto Primo Mondo (soprattutto, ma non solo) si sono precipitate nel fu Celeste Impero. Oggi, una bella fetta delle merci cinesi esportate negli USA viene prodotta nelle fabbriche di cui le multinazionali yankee sono proprietarie o al cento per cento o in joint venture con capitali locali. Ciò significa che eventuali misure protezionistiche colpirebbero interessi consistenti del capitale americano.

Ma ci sono altri aspetti non meno importanti del complesso rapporto economico tra Cina e “Occidente”, rilevato anche, sia pure col solito linguaggio depistante, dalla stampa borghese: «La concorrenza sui costi è sempre stata percepita come corsara e sleale dall'Occidente. In genere, per errore. Raramente nel dibattito si tiene conto dell'enorme beneficio che le nostre economie traggono, in quanto acquirenti, dal basso costo delle merci e componenti cinesi» (Il Sole 24 ore, 16 gennaio 2011, pag. 10). Tradotto in termini marxiani, significa che il basso costo di quelle merci contribuisce ad abbassare il valore del capitale costante e del capitale variabile, cioè, per quest'ultimo aspetto, dei mezzi di consumo della forza lavoro e del proletariato in generale. La sistematica riduzione del salario dei lavoratori dipendenti nordamericani - per non dire del mondo intero - è stata resa possibile anche dai bassi prezzi dei prodotti di uso corrente acquistabili, per esempio, nei supermercati della Wal Mart, che, non a caso, è tra le principali aziende importatrici dalla Cina. Ecco allora che si delineano alcuni elementi che hanno caratterizzato la difficoltosa accumulazione del capitale su scala mondiale negli ultimi decenni: i prezzi bassi dei prodotti “delocalizzati”, i bassi salari e il debito crescente di larghi strati proletari, progressivamente impoveriti, ma pur tuttavia ancora in grado di comprare case e cose che non si sarebbero potuti permettere senza la politica del denaro facile della Federal Reserve americana, sostenuta dai capitali cinesi investiti dei titoli USA (circa 850 miliardi investiti in buoni del tesoro), derivanti, a loro volta, dalle esportazioni, che vanno a beneficio, come s'è visto, anche delle corporation statunitensi. Una rivalutazione pesante dello yuan butterebbe della sabbia in questo meccanismo ben oliato e per mantenere la concorrenzialità delle proprie merci il capitale “cinese” dovrebbe spostare a sua volta, in tutto o in parte, la produzione in quei paesi dove il salario è addirittura più basso - cosa che già avviene - oppure scaricare il peso della rivalutazione sulla classe operaia. Come? Abbassando i salari e/o intensificando lo sfruttamento in fabbrica; cosa fattibilissima, ma forse con qualche difficoltà in più rispetto agli “anni d'oro” della fine del secolo scorso, visto che da un po' di tempo a questa parte la conflittualità operaia - almeno sul piano economico - è aumentata. Però, un innalzamento dei salari allargherebbe il mercato cinese, che compenserebbe, in qualche modo, ciò che verrebbe perso su quello internazionale, dicono i riformisti: sì, ma siamo sicuri che così facendo non verrebbe compromessa la profittabilità degli investimenti, cioè il motivo per cui la Cina è diventata la “fabbrica del mondo”? E poi, rivalutando lo yuan, si svaluterebbe automaticamente il dollaro, di cui le casse statali cinesi traboccano (2800 miliardi di riserve valutarie: il manifesto, 18 gennaio 2011).

C'è chi pensa che nella strategia cinese ci sia l'imposizione della propria moneta come valuta di riserva mondiale, se non in sostituzione del dollaro, almeno in condominio con esso. Certamente, però, nel breve-medio periodo questo è da escludere. Inoltre, benché la storia riservi sempre delle sorprese, finora nel plurisecolare percorso del capitalismo non si è mai verificato che due divise svolgessero contemporaneamente la medesima funzione di moneta di riferimento dominante a livello mondiale e il passaggio del testimone tra due paesi (dalla sterlina al dollaro) è avvenuto dopo due guerre mondiali che, per altro, hanno sancito il declino dell'uno e l'ascesa dell'altro al vertice della produzione industriale nel pianeta. Oggi, è vero, che la Cina è la “manifattura del mondo”, ma dipende in parte non piccola da capitali esteri, da un mercato in cui il debito gioca un ruolo primario, dalla speculazione finanziaria che sostiene l'accumulazione mondiale come la corda sostiene l'impiccato.

Insomma, ancora una volta è assai problematico trovare quella quadratura del cerchio che la borghesia va cercando inutilmente - se non per periodi limitati - da sempre.

CB

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

Abbonamento annuale: € 15,00 (10 numeri)