La Grecia sull'orlo del fallimento - Gli squali della finanza affilano i denti

Per Dominique Strauss-Khan, direttore del FMI, è indubbiamente un periodaccio, ma non se la passano tanto bene nemmeno i proletari di Portogallo e Grecia (per fermarci qui), oggetto delle attenzioni del FMI medesimo, dell'UE e della BCE. Anzi, se la sorte di quello che era uno degli uomini più potenti del mondo è incerta (potrebbe anche essere assolto), quella del proletariato di quei paesi è già scritta, e non da ora. Niente di nuovo, per quest'ultimo, se non che sarà chiamato a caricarsi di altri sacrifici per frenare la corsa dei rispettivi stati verso il baratro finanziario. Il “default”, cioè il fallimento, di uno qualunque di quei paesi si rifletterebbe per lo meno su tutta l'Unione Europea, a cominciare dai cosiddetti PIGS, m anche, secondo alcuni, dall'Italia, guardata a vista, con preoccupazione, dagli organismi economici della borghesia internazionale.

Se in ballo non ci fossero le condizioni di esistenza di milioni e milioni di esseri umani, si potrebbe sghignazzare sul fallimento certo, questo sì, dell'ideologia borghese in costume “neoliberista”, le cui ricette, da oltre trent'anni, hanno contribuito a devastare il pianeta e la vita di miliardi di persone, senza raggiungere l'obiettivo per cui erano state partorite: disincagliare il capitalismo dalle secche in cui, inevitabilmente, è finito. Eppure, di nuovo, lo stato maggiore della borghesia, quella europea in primis, ripropone, anzi impone - e sempre agli stessi, va da sé - le sue formule magiche, che, alla prova dei fatti, falliscono miseramente. Cioè: falliscono rispetto alle astratte teorie relative alla crescita economica, non rispetto agli interessi reali in gioco, dominati, nella nostra epoca, dalla finanza internazionale. La Grecia, per restare alla “patata più bollente”, ne è l'esempio lampante.

Molti ricorderanno che Atene, l'anno scorso, stava per dichiarare fallimento: il precedente governo di centro-destra, al pari di altri governi di ogni colore, si era illuso - o aveva illuso - che una politica economica fondata sul debito potesse allontanare lo spettro della crisi. Naturalmente, le cose non andarono così, e il nuovo esecutivo socialista, per tappare le voragini nelle finanze statali, ottenne dal FMI e dalla BCE un prestito di 110 miliardi di euro. La contropartita era, appunto, un piano di lacrime e sangue, non per i banchieri o le grandi istituzioni finanziarie internazionali, che avevano istigato il governo a spendere e spandere al di là delle proprie possibilità (1), ma il mondo del lavoro dipendente, chiamato a pagare conti non suoi. Taglio allo “stato sociale”, tagli, fino al 25%, degli stipendi agli statali, precarietà, privatizzazioni.

A cosa è servita questa devastazione sociale? Per quanto riguarda i cosiddetti “fondamentali” dell'economia greca, a nulla, anzi, com'era prevedibile, l'aggressione al lavoro salariato ha, per forza di cose, ridotto la capacità di spesa di milioni di persone, il che ha contribuito a far arretrare l'indice del PIL e, con esso, la possibilità di “onorare” il debito contratto con gli squali della finanza. Di qui, le voci insistenti, dai primi di maggio, su di un possibile default della Grecia e le frenetiche consultazioni tra gli organismi citati in apertura dell'articolo.

Tutti danno ormai per scontata la necessità di dare ancora un po' di ossigeno ad Atene, se non la si vuol lasciare soffocare, ma le divergenze vertono sulle modalità dell'ipotetico salvataggio. Qualcuno ha buttato lì la proposta di ristrutturazione (hard o soft) del debito precedente, cioè di uno spostamento dei termini di scadenza dei titoli in questione (con o senza l'aumento degli interessi), qualcun altro ha addirittura ventilato l'uscita della Grecia dall'euro, ma sembra, invece, che passi la linea dei “falchi” (i più esposti: Francia e Germania). Allora, nessuna ristrutturazione del debito, ma concessione di un ulteriore prestito da cinquanta miliardi di euro (da parte del FMI e della BCE) in cambio di nuovi pesantissimi tagli agli stipendi “pubblici”, alle pensioni e allo stato sociale in genere, chiusura, con licenziamenti in massa, di aziende statali, ancora privatizzazioni. Privatizzare cosa? Gli ispettori del FMI e della BCE indicano le aziende che gestiscono l'energia, i trasporti, gli acquedotti municipali di Atene e Salonicco, il che significherebbe l'aumento spropositato delle bollette e il peggioramento del servizio, com'è sempre e ovunque accaduto (Italia compresa).

Non è finita: giusto per guarnire il boccone destinato ai pescecani di cui sopra, nel “pacchetto” si inserisce l'aumento delle imposte sugli alcoolici e di quella speciale sui consumi (Il Sole 24 ore, 14 maggio 2011). Condizioni molto pesanti, ma l'appetito della finanza è illimitato, anzi, se lo stuzzica con le famigerate agenzie di rating, gestite dagli stessi - banche, istituti finanziari, hedge funds - che detengono i titoli dei debiti sovrani. Queste associazioni criminali (ma è il capitale in sé ad esserlo) creano i debitori, li strozzano e ne abbassano la valutazione dei titoli del debito (il rating, appunto), così che gli stati sono obbligati ad aumentare gli interessi sui titoli stessi, quindi i profitti degli speculatori. Oggi, i titoli greci a due anni pagano un rendimento pazzesco, il 25,32% (Il Sole 24 ore, 12 maggio 2011), ma qualcuno li deve pur pagare, anzi, lo sta già facendo: chi sia, lo si è appena visto. Per non avere neanche un dubbio in proposito, in un anno la disoccupazione è salita al 15,9% (era l 14,8% a dicembre) e quella giovanile al 40,4% contro il 32%. Nel frattempo, il debito pubblico è salito al 140% del PIL, ma non si esclude che possa arrivare al 160%, mentre il deficit è calato di uno zero e qualcosa, attestandosi al 9,5%, il che ne rende i piani di rientro in breve tempo quanto meno dubbi...

Ciò che differenzia le misure di austerità - a senso unico - del governo greco da quelle di altri governi, tra cui quello italiano, non è la natura delle stesse, ma l'intensità, perché dappertutto si picchia sulle pensioni, sulla scuola, sulla sanità, sugli stipendi, dappertutto si licenzia e si precarizza. Dunque, non stupisce che i lavoratori greci, a differenza di altri segmenti del proletariato europeo, siano scesi tante volte in piazza: dal maggio 2010, dieci scioperi generali, e un altro adesso. Non sorprende nemmeno che a fronte di tanta disponibilità alla lotta i risultati siano stati pressoché nulli. La crisi capitalistica è grave e la borghesia dimostra una determinazione, nel volerla superare, all'altezza di tale gravità.

Chi, invece, non ne è all'altezza è il proletariato, anche in Grecia. Forse, in Grecia si stanno esaurendo più rapidamente le riserve, per così dire, accumulate negli anni passati, che, in un certo qual modo, contribuiscono a tenere il proletariato europeo sotto la soglia dell'esplosione sociale. Sicuramente, in Grecia come ovunque, il proletariato sconta i danni dello stalinismo e del post-stalinismo, che lo hanno privato della prospettiva dell'alternativa radicale al capitalismo. Sconta decenni di intossicazione sindacale, che ha addormentato (speriamo non per sempre...) la capacità di dar vita a lotte sociali concretamente antagoniste al capitale. Undici scioperi generali sono tanti, il sacrificio anche, ma se sono organizzati e condotti come quelli della CGIL, neanche se fossero mille riuscirebbero a impensierire i nostri nemici di classe.

CB

(1) Per esempio, concedendo prestiti per tenere alto il livello dei consumi, come se la valorizzazione del capitale avvenisse nella sfera della circolazione e non della produzione.

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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