Cinque anni dopo: nei laboratori sociali della borghesia

Introduzione

I grandi borghesi, e il personale politico che esprimono, non avranno – ammesso che le abbiano mai avute – le fattezze porcine dei personaggi ritratti da Georg Grosz, il grande fustigatore della società borghese, ma la spietatezza di classe dei “maiali” in cilindro e guanti gialli è la stessa. In particolare, per quanto riguarda l'Italia, ai ministri da barzelletta, alle attricette da avanspettacolo cooptate per meriti diversi, ma meno che mai politici, ai vertici delle istituzioni, all'arroganza sfacciata di onorevoli e spolpatori vari delle finanze pubbliche, è subentrata la sobrietà, la competenza ha sostituito la chiacchiera volgare, ma gli effetti sul proletariato e su strati crescenti del cosiddetto ceto medio sono, com'era scontato, anche peggiori. Però, al di là del “folclore” locale, le misure che i “tecnici” del capitale, catapultati dalle sue università e agenzie più importanti, stanno imponendo sono le stesse che vengono imposte – non da oggi – in tutta Europa, anzi, in tutto il mondo. E gli effetti cominciano a vedersi, solo che non sono quelli sperati da governi e gazzettieri, o forse sì, se solo si strappano i veli della propaganda e si mette a nudo la natura di classe degli interventi governativi, che ci stanno riportando agli sfondi sociali fissati nei quadri dipinti da Grosz quasi un secolo fa. Tanta post-modernità, tanto lavoro immateriale, cognitivo e creativo, tanta luminosità di orizzonti ci aveva promesso il capitalismo cosiddetto neoliberista, quanto brutale è invece il respingimento verso altre epoche credute (?) passate per sempre, fatte di enormi ricchezze e lusso sfacciato per pochi, fatica, sacrifici e fame per le masse.

Alla ricerca della giovinezza perduta

Sembra paradossale parlare di fame, oggi, nei paesi “avanzati”, ma è il paradosso stesso dell'esistenza di un sistema economico-sociale che non ha più niente di progressivo da dare, storicamente parlando, all'umanità, che manifesta l'incompatibilità non solo con la vita della classe operaia, del proletariato, ma degli esseri viventi in generale. Catastrofismo, il nostro? Non tanto, se si pensa che alla metà di aprile il Fondo Monetario Internazionale, in uno dei suoi periodici “outlook” (rapporti di analisi), tra le grigie prospettive sull'economia mondiale inseriva un motivo di preoccupazione in più per i conti pubblici: se nel 2050 le aspettative della vita media si saranno alzate di tre anni, i costi dello stato sociale aumenteranno del 50%. Tradotto, significa che la borghesia dovrà aumentare del cinquanta per cento la rapina del salario differito (se ci sarà ancora salario, da ogni punto di vista), abbassando praticamente a niente il già scarso godimento di un magrissimo welfare state, oppure metterà in pratica ciò che gli ideologi borghesi oltre due secoli fa teorizzavano – l'eliminazione delle bocche improduttive del proletariato – e che una sezione nazionale della borghesia mondiale stessa, avvolta nella croce uncinata, ha messo in pratica nei confronti di una parte dell'umanità, cioè lo sterminio degli ebrei d'Europa. Guerre e carestie a parte (prodotte o amplificate dai “mercati”), la classe dominante ha dunque già dimostrato concretamente come si possano assassinare efficacemente su scala industriale e con costi relativamente bassi, milioni di persone: perché non potrebbe rifarlo con gli “improduttivi” di ogni categoria per tacitare i suddetti “mercati”, ridurre gli spread e pareggiare i bilanci statali?

Per ora, in “Occidente” siamo lontani, naturalmente, da simili lugubri scenari, in tutto degni delle più cupe “utopie negative”, ma la crisi e le politiche attuate dai governi di ogni colore cominciano ad avere conseguenze drammatiche sulla vita delle persone appartenenti, inutile dirlo, agli strati sociali più bassi. Ci riferiamo non solo all'aumento esponenziale dei suicidi, che, per esempio, in Grecia ha toccato il 40% in più rispetto all'anno precedente (già eccezionale da questo tragico punto di vista) (1), ma anche a quello delle morti “silenziose” legate direttamente ai tagli alla sanità e, più in generale, alle prestazioni sociali. Per esempio, in Portogallo, un altro di quei paesi che secondo gli inflessibili tecnocrati della finanza avrebbe vissuto al di sopra dei propri mezzi, la brutale demolizione – o rapina pura e semplice – dello stato sociale (sanità, sussidi alla disoccupazione, trasporti, ambulanze comprese, ecc.) ha innalzato la mortalità del 20% e se il buongiorno si vede dal mattino, tutto lascia prevedere che le cose non miglioreranno. Infatti, una delle caratteristiche di fondo dei sacrifici a senso unico imposti dalla Troika (Banca Centrale Europea, FMI, Unione Europea) è che si peggiorano drasticamente le condizioni di esistenza di gran parte della popolazione, senza che i conti pubblici migliorino, se non, quando va bene, settorialmente e molto lentamente. Anzi, finora il debito pubblico portoghese continua a crescere: era di 150 miliardi di euro a dicembre 2010, salito a 176 miliardi un anno dopo e a 180 nel gennaio scorso. Né le cose vanno meglio in Grecia, dove, dopo manovre su manovre, il debito pubblico è balzato al 180% del PIL, rispetto al 120% del 2009 (2). Anzi, la Grecia registra probabilmente il più rapido abbassamento del livello di vita tra tutta l'Unione Europea. I dati ufficiali stimano la povertà al 20% della popolazione, ma le cifre reali si aggirano attorno al 30%, tanto che ormai non è più un'eccezione vedere gente che fruga nei cassonetti dell'immondizia in cerca di cibo o vive (cioè, sopravvive) in baraccamenti che ricordano le “Hooverville” della grande depressione americana (3). Naturalmente, anziani e bambini sono i primi a essere colpiti dagli uragani antiproletari scatenati dalla Troika: «la Grecia ha la più alta percentuale di bambini sottopeso dei paesi OCSE», a scuola molti svengono durante le lezioni, per la fame, e sono in crescita i neonati malnutriti. D'altra parte, perché stupirsi, se «negli ultimi mesi [...] oltre 400.000 nuclei familiari sono rimasti senza alcun reddito perché nessuno dei componenti lavora più» (4). Sono istantanee che ritraggono scenari non molto diversi da quelli dei paesi dell'ex blocco sovietico all'indomani della “conquista della libertà”, cioè dopo il crollo del falso socialismo, quando la borghesia locale – spesso nella persona degli ex burocrati “comunisti” – socia in affari di quella internazionale, si dedicò allo spolpamento sistematico del proletariato, della piccola borghesia e delle risorse complessive dei rispettivi paesi. L'essere immesso nel tritacarne del capitalismo neoliberista (poco neo e poco liberista) non ha procurato nessun particolare beneficio a color che erano e sono collocati nei gradini più bassi della società, se non quello di diventare più attraenti per i capitali internazionali in cerca di combustibile da gettare nelle caldaie di un nuovo ciclo di accumulazione a scala mondiale, di cui, finora, si sono viste, ovviamente, solo false partenze.

In breve, l'unica crescita che possiamo toccare con mano è quella delle sofferenze inflitte al mondo del lavoro salariato-dipendente, spacciata, per di più, in nome dell'equità e del riequilibrio tra le generazioni, dato che, recita l'infame propaganda borghese, i vecchi bloccherebbero, coi loro assurdi privilegi, l'entrata nel mercato del lavoro ai giovani. Ancora una volta, trova conferma l'affermazione cinica, ma realistica, di Goebbels, tra i massimi esponenti del nazismo, secondo il quale una calunnia ripetuta mille volte diventa una verità. D'altronde, il ruolo dell'ideologia è proprio quello di presentare il mondo in maniera rovesciata. Il più banale buon senso dice che se un posto rimane occupato, un altro aspetta in piedi finché – e se – non si libera; difatti, i dati più recenti sull'evoluzione del mercato del lavoro non possono che dare ragione alla... banalità: «Con lo spostamento in avanti dell'età pensionabile aumentano gli occupati nella fascia di età 55-64 anni (+15%) e si riducono quelli della fascia 15-34 (-14,8%)» (5). Solo tre settimane dopo, l'ISTAT ha tracciato un quadro ancora peggiore, registrando un aumento secco di due punti percentuali della disoccupazione giovanile (15-24 anni) tra febbraio e marzo, arrivata al 35,9%, mentre la disoccupazione generale sale al 9,8%, cioè 1,7 punti in più nei confronti dell'anno precedente. Così, mentre i giovani sono costretti a vivacchiare tra disoccupazione precarietà, rosolati al fuoco lento della cultura dello sballo – sottoprodotto micidiale del finto anticonformismo piccolo borghese e del consumismo più ottuso – le generazioni più anziane sono inchiodate al posto di lavoro (quando c'è) finché non crepano, evento che sarà probabilmente affrettato dalla maggiore usura psico-fisica cui è sottoposto un organismo che ha abbondantemente superato il fiore degli anni. Già oggi gli operai hanno un'aspettativa di vita inferiore rispetto, per esempio, ai professionisti, figuriamoci quando operai (autisti, commesse, e, perché no?, lavoratori delle amministrazioni pubbliche, ecc.) dovranno percorrere tutto il “cammin di nostra vita” sotto il giogo del lavoro salariato. D'altronde, il cancelliere tedesco Bismarck, che in quanto a difesa dei privilegi di classe se ne intendeva, allorché, alla fine dell'Ottocento, istituì le prime forme di stato sociale, fissò la soglia della pensione a un'età in cui la maggior parte degli operai aveva già lasciato questo mondo. Così, come tra i borghesi (in particolare) va di moda inseguire il mito di un'eterna giovinezza e si “rifanno”, trasformandosi in penosi mascheroni, allo stesso modo, il capitale impone al proletariato “stili di vita” che lo riportano indietro di decenni, se non di secoli. Di nuovo, in questo arretramento brutale, dal punto di vista ideologico c'è ben poco, se non la forza enorme degli strumenti a disposizione della borghesia con cui plasmare le coscienze proletarie e l'adeguamento totale, alla suddetta ideologia, di quegli organismi che un tempo, tanto tempo fa, cercavano bene o male di contrattare al rialzo le condizioni di vendita della forza lavoro e di dare a quest'ultima un posto il meno scomodo possibile (ma sempre di ultima fila) nel teatro della società borghese: sindacati e partiti “operai”. Crollata la speranza in un mondo alternativo allo stato di cose presenti (6), che aveva nutrito generazioni proletarie e costretto la borghesia internazionale a inventarsi, per così dire, il “compromesso fordista” (espressione, per altro, molto ambigua), il capitalismo crede che basti ritornare alle vecchie ricette pre-keynesiane, per ritrovare il brio dei vent'anni. Ecco allora riproporre i dogmi economici degli anni Venti come se niente fosse, come se, allora, avessero funzionato e non, invece, favorito lo scoppio della – finora – più grave crisi del sistema capitalistico. Tra i primi articoli di fede “liberista” a cui siamo obbligati a inchinarci c'è il pareggio del bilancio e, immediatamente a seguire, i “conti pubblici in ordine”. Anche il più somaro degli studenti di economia sa (si spera) che l'intestardirsi da parte dei governi (a cominciare da quello statunitense) nella difesa del pareggio del bilancio ebbe solo l'effetto di aggravare la crisi e la miseria di strati via via crescenti di popolazione, all'indomani del giovedì nero del 1929. L'osservanza del dogma liberista ha gonfiato il portafoglio di industriali e finanzieri (almeno di quelli che non vanno a fondo), ma, di per sé, non è mai riuscito a ridare uno slancio men che temporaneo a una ripresa economica. Esemplare è, da questo punto di vista, la politica economica attuata dal fascismo nei primi anni dopo la presa del potere. La libertà d'impresa venne favorita in ogni modo possibile, a cominciare dal soffocamento della classe operaia (intesa in senso lato), il che significava, in primo luogo, un abbassamento drastico del salario, l'allungamento della giornata lavorativa, l'intensificazione dei ritmi e dei carichi di lavoro. Mentre si procedeva alla riduzione o alla cancellazione di un gran numero di imposte e di vincoli vari che gravavano sul capitale (tra cui le “bardature di guerra”), venivano pesantemente compresse le spese sociali (quello che c'era, di spesa sociale), si aumentavano le imposte indirette – che, come si sa, hanno un andamento regressivo: meno si guadagna, più si paga – e la tassazione diretta sul salario. Se questo permise di abbassare il debito pubblico e di rilanciare le esportazioni, secondo lo schema classico per cui, deprimendo la capacità di consumo interna, si punta a strappare quote di mercato ai concorrenti esteri – ma se tutti esportano, chi importa? - nel giro di pochi anni la scorta di ossigeno strappata al proletariato finì e il capitalismo italiano, al pari degli altri, non poté evitare di essere trascinato nella crisi del 1929. La prima guerra mondiale non era riuscita a eliminare le difficoltà cui era andato incontro il ciclo di accumulazione pre-bellico e ci volle il macello del secondo conflitto imperialista per ridare una botta di gioventù al capitalismo internazionale, vale a dire a generare i “Trenta gloriosi”, il boom economico finito “ufficialmente” il 15 agosto del 1971 con la denuncia degli accordi di Bretton Woods da parte del presidente Nixon. Se è vero che anche durante la “Ricostruzione” il capitale fu – ovviamente – favorito in mille modi dai governi, la forza lavoro spremuta, affamata, stangata – con l'apporto determinante del sindacato e dei partiti a base operaia – non bisogna dimenticare che la guerra aveva spazzato via il capitale eccedente (esseri umani compresi) in maniera tale da sgomberare la strada a un nuovo ciclo di accumulazione. Come abbiamo già osservato altre volte, in mancanza di una guerra globale, la finanziarizzazione esasperata dell'economia è stato il tentativo da parte del capitale di eludere il declino del saggio del profitto con i trucchi della finanza, in primo luogo del debito, la cui marcia verso l'alto è cominciata, guarda caso, negli Stati Uniti degli anni settanta del secolo scorso (7).

I giochi di prestigio finanziari e l'attacco generale al mondo del lavoro dipendente, se hanno permesso al capitalismo – e forse permetteranno ancora – di tirare avanti per decenni, non hanno tuttavia estirpato le radici della malattia che lo corrode, tant'è vero che in questi ultimi decenni ha dovuto intensificare la guerra di classe contro il proletariato e gli strati più deboli della società. Le politiche di risanamento dei conti pubblici imposte dall'«Europa» ne sono una prova evidente. L'accelerazione nella predazione del salario indiretto (lo stato sociale) e differito (le pensioni), nel prosciugamento del risparmio, anche attraverso l'aumento del carico fiscale e dei tributi alla rendita monopolistica (bollette, pedaggi, ecc.), nell'abbassamento drammatico di salari e stipendi, nella deregolamentazione del mercato del lavoro, così come l'abbiamo conosciuto nei “Trenta gloriosi”, non hanno altro scopo che estorcere direttamente o indirettamente quanto più plusvalore possibile, anche se poi gran parte di questo plusvalore non prenderà la via dell'investimento produttivo, ma della speculazione e della rendita parassitaria. Allo stato attuale delle cose, i margini per un incremento della produttività attraverso l'innalzamento della composizione organica del capitale si sono molto ridotti e la compressione della forza lavoro rimane, se non l'unica, certamente la strada prioritaria sulla quale far camminare il capitalismo mondiale. Le conseguenze, come s'è detto, sono e saranno drammatiche, per il proletariato.

I laboratori in attività

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I cosiddetti P.I.G.S. (o P.I.I.G.S.) (8), in particolare Grecia, Portogallo e Spagna (ma anche Italia) costituiscono una specie di laboratorio sociale in cui la borghesia sperimenta, senza anestesia, sul corpo proletario le sue “cure” anticrisi, che sempre di più assomigliano a un inutile accanimento terapeutico. I contenuti di questi esperimenti sono, nella sostanza, identici da Lisbona ad Atene, passando per Madrid e Roma. La logica: privare la forza lavoro di qualsiasi difesa, per quanto formale, contro lo strapotere padronale, privato e “pubblico”, terrorizzarla con la minaccia del licenziamento facile, quindi della disoccupazione, costringerla all'aumento abnorme della prestazione lavorativa (orario compreso) sotto il pungolo di salari sempre meno sufficienti ad arrivare a fine mese. Lo smantellamento della contrattazione nazionale e, in generale, di quella collettiva, a favore di quella aziendale o individuale, la riduzione o cancellazione delle tutele, diciamo così, dai licenziamenti politici contro i lavoratori meno disposti ad abbassare la testa (in Italia, l'articolo 18), il ridimensionamento degli ammortizzatori sociali che, mentre tendono a disinnescare il potenziale anticapitalistico dei lavoratori in cassa integrazione o mobilità, permettono loro di sopravvivere, in attesa (una volta...) che la crisi passi, sono alcune delle misure contenute in tutte le riforme del mercato del lavoro attuate nei paesi dell'UE che si affacciano sul Mediterraneo (9). L'appello al pareggio del bilancio giustificherà sia il taglio dei servizi sociali (asili, scuole, ospedali, ecc.), quanto delle pur deboli forme di sussidio alla disoccupazione proprio nel momento in cui diversi organismi internazionali proiettano ombre lunghe sulla ripresa dell'occupazione:

mancano ancora circa 50 milioni di posti di lavoro a livello globale rispetto alla situazione pre-crisi e si sta profilando una nuova e più problematica fase della crisi globale dell'occupazione [...] l'austerità fiscale associata alla deregolamentazione del mercato del lavoro non favorirà la creazione di occupazione a breve termine. In generale, non esiste un chiaro legame tra riforme del mercato del lavoro e migliori livelli occupazionali. Inoltre, alcune recenti riforme – in particolare in Europa – hanno ridotto la stabilità del lavoro, hanno contribuito ad accrescere le disuguaglianze e hanno fallito nell'intento di creare posti di lavoro (10).

Difatti, le riforme del mercato del lavoro non sono pensate per accrescere l'occupazione, ma per annientare la capacità di contrapposizione al capitale della forza lavoro, per metterla individualmente di fronte al padrone, in un rapporto di forze, inutile dirlo, completamente sbilanciato a favore del secondo (11). Da questo punto di vista, il “laboratorio” greco sta funzionando egregiamente:

I redditi sono diminuiti tra il 25 e il 30% in un anno, fa sapere l'OCSE, che calcola come al netto delle imposte i redditi annuali di un lavoratore medio non sposato sono diminuiti del 25,50%. Non basta, perché spariscono letteralmente anche i contratti collettivi [...] nelle ultime otto settimane sono stati firmati 33.133 contratti individuali in 7.825 imprese, con tagli di stipendi tra il 22 e il 28%, sforbiciate che in alcuni casi hanno superato il 50%. Per i pochi contratti aziendali la diminuzione dei salari è tra il 22,35% e il 40% [...] In molti casi i datori di lavoro aspettano la scadenza per la firma di nuovi contratti collettivi per ricattare i lavoratori e costringerli a firmare contratti individuali con un forte taglio dei loro stipendi. E ancora: il 50% dei nuovi contratti di lavoro riguarda contratti precari o con orari ridotti, mentre i contratti con pieno orario di lavoro sono diminuiti del 20,93% nel primo trimestre dell'anno [...] Secondo i nuovi dati i pensionati hanno visto sparire negli ultimi anni tra il 12% e il 40% della loro pensione iniziale, e sette giovani su dieci sono pronti per emigrare» (12). Draghi, governatore della BCE, può essere soddisfatto, dato che le sue raccomandazioni sono state messe in atto: «la Grecia deve rinunciare al benessere sociale per uscire dalla crisi. Tale rinuncia – ha spiegato Draghi – coincide con la riduzione dei salari in tutti i settori (13).

Ma la Grecia è solo un esempio, forse il più crudo, di una tendenza generalizzata che, come abbiamo già ricordato, parte da lontano, si è accelerata negli ultimi anni e colpisce in misura maggiore – almeno in termini relativi – la forza lavoro dei paesi “avanzati”. Il rapporto dell’ILO sopra citato lo dimostra chiaramente, nonostante l’impostazione ultrariformista della sua analisi. Tutti i dati riferiti alle “economie avanzate” esprimono un deterioramento generalizzato delle condizioni legate al lavoro (salario, precarietà, disoccupazione) più marcato rispetto a quelli delle cosiddette economie emergenti, anche perché in questi paesi la situazione è da sempre peggiore. Anzi, registrano persino un certo miglioramento, anche se parlare di miglioramento quando si passa da trenta a cinquanta centesimi di dollaro l’ora è un eufemismo scandaloso (se si vuole fare della morale), senza contare che l’aumento dell’occupazione implica la chiusura di fabbriche e aziende in “Occidente”. Non per niente, dice l’ILO, «Gli investimenti globali […] restano 3,1 punti percentuali al di sotto della media storica, con una tendenza al ribasso più pronunciata nelle economie avanzate» (14). La svalorizzazione della forza lavoro “occidentale” verso un allineamento tendenziale con quella dei paesi emergenti è una delle strade principali imboccate dal capitalismo per rispondere alle difficoltà di accumulazione, perché, s’è già detto, i margini per un aumento della produttività, intesa come plusvalore relativo, si sono molto ridotti. Le delocalizzazioni hanno funzionato benissimo, ma il divario tra i paesi avanzati e quelli emergenti o in via di sviluppo, pur ridottosi, rimane molto ampio; infatti, un altro rapporto dell’ILO (gennaio 2012) attesta che la produttività nei paesi in via di sviluppo ha raggiunto i 13.600 dollari annui per lavoratore, ma contro i 72.900 dollari dei paesi di antica industrializzazione. E d’altronde, se è vero che la Cina, nel 2010, con il 19,8% della produzione manifatturiera mondiale ha sorpassato gli Stati Uniti, fermi al 19,4%, non bisogna dimenticare che il valore aggiunto prodotto da 11,5 milioni di operai americani è praticamente uguale a quello prodotto da 100 milioni di operai cinesi: 1952 miliardi di dollari contro 1985 (15). Da notare che la produzione manifatturiera statunitense, secondo la stessa fonte, è aumentata del 12,6%, ma i guadagni in posti di lavoro sono molto più lenti e, in ogni caso, non tali da incidere seriamente sull'andamento della disoccupazione, la cui leggera diminuzione sarebbe dovuta soprattutto all'aumento del numero degli “scoraggiati”. L'esercito industriale di riserva rimane enorme, tanto che nell'autunno del 2011 «c'erano 4,6 lavoratori che competevano per ogni singolo posto disponibile» (16): la “minaccia salutare della disoccupazione” continua a produrre ottime performance, per il capitale, come ben sanno i neoassunti operai Chrysler, costretti ad accettare un salario dimezzato rispetto a quello dei loro compagni sulle linee da vecchia data. Un esercito che, a scala mondiale, si accrescerebbe enormemente se la produttività della classe operaia dei “paesi emergenti” si avvicinasse rapidamente, molto più di quanto non faccia ora, ai livelli dei paesi “metropolitani”. Le contraddizioni del sistema capitalistico diventerebbero estremamente esplosive, se già ora

Esiste nel mondo attuale una contraddizione inaudita, per più versi insostenibile: da un lato vi sono masse immense di capitale alla ricerca forsennata di un impiego redditizio, dall'altro masse immense di individui disoccupati, od occupati marginalmente nell'economia informale [precari inclusi, ndr], che hanno disperatamente bisogno di un lavoro ragionevolmente retribuito e stabile (17).

Illusioni e ingenuità riformiste a parte (18), questo è uno degli elementi centrali del dramma che si sta svolgendo sul palcoscenico della lotta di classe. Ma solo uno: come diciamo da sempre, la crisi, di per sé, non genera automaticamente un orientamento rivoluzionario anticapitalistico delle masse proletarie e declassate. L'altro elemento, non meno centrale, è l'assenza del partito rivoluzionario, un partito che sappia raccogliere e convogliare il malessere sociale, in crescita, contro la fonte del malessere medesimo, cioè il sistema capitalistico. Se non perverremo a costituire un tale organismo politico a livello internazionale, ci potranno essere scioperi, rivolte e insurrezioni, ma il capitalismo, in un modo o nell'altro, supererà le sue crisi o ci trascinerà nell'abisso con sé. Benché possa apparire una visione catastrofista o fuori dal mondo, l'organizzazione dell'avanguardia comunista, dialetticamente intrecciata con gli organismi del potere proletario, è l'unico strumento possibile per portare il mondo fuori dal capitalismo.

Celso Beltrami

(1) Anche in Italia, dall'inizio dell'anno c'è un drammatico crescendo di suicidi, che coinvolgono disoccupati, precari e piccoli imprenditori.

(2) il manifesto, 16 febbraio 2012.

(3) Hooverville era il nomignolo sarcastico dato dai disoccupati, dagli sfrattati, ai baraccamenti fatti con materiali di recupero (lamiera, compensato, cartone, ecc.), sorti un po' ovunque nell'America degli anni Trenta. Ci si riferiva al presidente Hoover, che fino all'ultimo negò la gravità della crisi, dopo aver predetto, appena prima dello scoppio, un avvenire radioso alla nazione americana.

(4) La Stampa, 8 aprile 2012.

(5) Carlo Clericetti, la Repubblica on-line, 7 aprile 2012.

(6) Che il mito dell'URSS come patria del socialismo fosse, appunto, un falso mito, non toglie niente al fatto che per decenni è stata la prova, agli occhi proletari, che il mondo si poteva cambiare.

(7) Vedi, a questo proposito, i dati contenuti nel libro di Harry Magdoff e Paul M. Sweezy, La fine della prosperità in America, Editori Riuniti, 1979.

(8) Con questi acronimi poco eleganti, per così dire, si intendono Portogallo, Irlanda (Italia), Grecia e Spagna.

(9) Per vedere in dettaglio le misure antioperaie prese in Portogallo, Spagna e Grecia, vedere, tra il numeroso materiale circolante in rete e sulla carta stampata, il manifesto dei giorni 4, 11 e 14 febbraio 2012.

(10) Rapporto globale sul mondo del lavoro: lavori migliori per un'economia migliore, 29 aprile 2012, in ilo.org

(11) D'altronde, Luigi Einaudi, uno dei “padri della patria”, in tempi in cui ancora non esisteva il politically correct e il linguaggio della lotta di classe era diretto – 1920-21 – parlava apertamente della «minaccia salutare della disoccupazione» come antidoto all'ebollizione operaia. La citazione è a pag. 38 del libro di Pietro Grifone, Il capitale finanziario in Italia, Einaudi, 1973.

(12) Argiris Panagopoulos, il manifesto, 27 aprile 2012.

(13) In rassegna.it 23 marzo 2012.

(14) Riportiamo un ampio stralcio del rapporto, per vedere più in dettaglio l'andamento e le prospettive di alcuni importanti indicatori relativi al mercato del lavoro. Da notare che, anche se non è detto, molto probabilmente l'aumento degli occupati in Germania è dovuto all'esplosione dei cosiddetti minijobs - cinque milioni di occupati – che vengono pagati circa cinquecento euro al mese:

Altri risultati importanti del rapporto:
Dal 2007, tra le economie avanzate, i tassi di occupazione sono aumentati solo in 6 paesi su 36 (Austria, Germania, Israele, Lussemburgo, Malta e Polonia).
I tassi di disoccupazione giovanile sono aumentati nell’80% delle economie avanzate e nei due terzi dei paesi in via di sviluppo.
I tassi di povertà sono aumentati nella metà delle economie sviluppate e in un terzo di quelle in via di sviluppo, mentre le disuguaglianze sono cresciute nella metà delle economie sviluppate e in un quarto delle economie in via di sviluppo.
In media, oltre il 40 % delle persone in cerca di un lavoro nelle economie avanzate sono rimaste disoccupate per oltre un anno. Nella maggioranza dei paesi in via di sviluppo si è verificata una riduzione dei tassi di disoccupazione di lunga durata e di inattività.
Il lavoro a tempo parziale forzato è aumentato nei due terzi delle economie avanzate. Anche il lavoro temporaneo è cresciuto in più della metà di questi paesi.
La percentuale di lavoro informale supera il 40% nei due terzi dei paesi emergenti e in via di sviluppo.
In 26 paesi su 40, dei quali sono disponibili informazioni, la percentuale di lavoratori protetti da un contratto collettivo è scesa tra il 2000 e il 2009.
Durante la crisi, il 28% di un numero selezionato di paesi emergenti e in via di sviluppo ha adottato politiche volte a ridurre le prestazioni sociali, contro il 65% delle economie avanzate.
Gli investimenti globali, che hanno raggiunto il 19,8% del PIL nel 2010, restano a 3,1 punti percentuali al di sotto della media storica, con una tendenza al ribasso più pronunciata nelle economie avanzate. In tutte le regioni, la crisi ha colpito in misura sproporzionata gli investimenti delle piccole imprese.

(15) L'Expansion on-line, 14 marzo 2012: La Chine devient la première puissance manufacturière du monde [La Cina diventa la prima potenza manifatturiera del mondo]. Se i dati sono corretti, se ne deduce che la classe operaia americana produce tanto plusvalore quanto quella cinese.

(16) Luciano Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, 2012, pag. 87.

(17) L. Gallino, cit., pag. 211.

(18) Sulla questione del salario “ragionevole” o “equo”, rimane imprescindibile il testo di Marx Salario, prezzo e profitto.

Lunedì, May 21, 2012

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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