I fumi antagonistici della nazionalizzazione delle banche

Un punto fermo: lo Stato è il rappresentante ufficiale della società capitalistica; tale rimane anche se il governo che gestisce l’economia (la quale rimane del tutto capitalistica!) si presentasse come “sinistra”, sì, ma inserita nel capitalismo stesso e nello Stato borghese. Basti ricordare come a seguito della Grande Crisi 1929, negli Usa lo Stato intervenne nella gestione di imprese in crisi; la stessa centralizzazione dei capitali può oggi vedere di buon occhio una simile misura. Ed infatti il governo americano ha nazionalizzato due fondamentali istituti (Freddie Mac e Fannie Mae) che finanziavano l’80% dei mutui in crisi.Un costo pubblico di circa 26 miliardi di dollari, necessari per evitare un fallimento che avrebbe avuto pericolose reazioni a catena. Fra l’altro, con notevoli danni per una Banca Centrale come quella cinese, esposta con “investimenti” nei due istituti americani.

E in Europa, la Germania ha già proposto una nazionalizzazione di tutte le banche che dovessero rischiare il fallimento. Il presidente della BCE ha invitato i governi a “nazionalizzare le banche in crisi, nel quadro di condivisione degli oneri”… L’intervento dovrebbe dare “piena trasparenza” alle reali condizioni delle Banche, identificando le eventuali perdite e quindi “preservando la stabilità finanziaria”. Cosa questa che – fino ad una aperta dichiarazione negativa in proposito – preoccupa anche gli “antagonisti” presenti in questa fase storica. E in Italia, ecco un Tremonti che così si è espresso: “La nazionalizzazione delle Banche andava fatta fin dall’inizio della crisi”, mentre lo stesso Berlusconi si è più volte dichiarato favorevole ad un intervento di quel tipo.

Altri gruppi (qualcuno richiamantesi addirittura al trotschismo) pongono sul tappeto rivendicazioni apparentemente “rivoluzionarie” con lo scopo di attirare l’attenzione a livelli tanto massimalistici quanto demagogici, rinchiudendole in un quadro di permanenza e rivalutazione di tutte le categorie fondamentali del capitalismo (modo di produzione e distribuzione). Così è per quanto concerne una ripartizione del “lavoro che c’è” (?), aumenti salariali a cifra fissa, indennità di disoccupazione, piani di opere pubbliche, eccetera. Un castello di illusioni verbali: il capitale occorrente (che così si trasformerebbe in… capitale sociale) dovrebbe arrivare da una riduzione delle spese militari, dal taglio dei privilegi al Vaticano e alla casta politica, nonché dai prelievi sulle grandi ricchezze di Banche, imprese e assicurazioni. Basterebbe avere la maggioranza parlamentare per nazionalizzare e procedere ad una riorganizzazione dell’economia capitalistica che da quel momento in poi diventerebbe magicamente “socialista”… Tutto questo – visti i continui richiami alla “democrazia” e alla Costituzione – presupporrebbe la presenza di un governo dei lavoratori (eletto dal “popolo”? Già, e per questo si raccomanda il voto a certi candidati…), con una eventuale “opposizione” disposta a tenere aperte le porte dei Palazzi e a stendere ponti d’oro per il trionfo della Giustizia, della Libertà e dell’Eguaglianza.

Né ci si dimentichi dei rottami di Liberazione (con un Ferrero che criticava fino a ieri le manovre dei governi trascorsi perché “recessive, ingiuste, aggravanti la recessione economica e favorevoli alla speculazione finanziaria”. Per impedire tutto ciò, Rifondazione consigliava la BCE affinché agisse “come una banca centrale e non privata” (esempio positivo; la Banca Centrale giapponese…) evitando di truffare il “popolo europeo”. Quanto alla crisi che stava dilagando, essa altro non sarebbe che la conseguenza di una politica errata la quale lascia spazio agli attacchi delle forze della conservazione di destra contro i “popoli europei”, fino a cancellare (e ti pareva!) il glorioso 1945, ovvero il “gigantesco movimento di liberazione dal nazifascismo, che ha cambiato la faccia dell’Europa e del Mondo”. Basterebbe sconfiggere il neoliberismo per uscire dalla crisi; nazionalizziamo e puntiamo ad un “serio intervento pubblico in economia”. E sempre per stare in mezzo al “popolo”, si guardi pure a qualche necessaria “alleanza politica”… Ci vuole anche un po’ di sano realismo, democraticamente parlando!

Con un bla bla bla martellante si nasconde l’urgenza di una ripresa della lotta di classe da parte del proletariato, che si ponga sul vero terreno anticapitalistico della questione del potere politico, come risultato dell’antagonismo che oppone la nostra classe alla borghesia e che necessita di una unificazione organizzativa attorno ad una condotta politica contrapposta ad ogni cedimento interclassista. A questo serve l’intervento e la guida del partito comunista, attorno al quale si raccolgono ed operano gli elementi più combattivi, sensibili e “coscienti” del proletariato.

Instancabilmente, occorre sfatare le illusioni su un proletariato che possa arrivare spontaneamente al partito; il partito deve essere già presente, rafforzandosi e radicandosi nelle lotte a fianco dei proletari e facendo vivere in esse le sue indicazioni che devono tendere sempre a spostarsi sul terreno politico e su quello della diffusione della teoria rivoluzionaria, dello sviluppo della critica rivoluzionaria contro ogni cedimento collaborazionista.

Non guardiamo dall’alto in basso quelle che sono le esigenze proletarie di difesa immediata ma ci sforziamo di collegarle con gli interessi generali della lotta di classe e le sue finalità per un radicale superamento dell’attuale società, dove è soltanto la forza-lavoro dei proletari quella che produce tutta la ricchezza sociale che in gran parte riempie le tasche dei capitalisti in forma di… proprietà privata.

DC
Sabato, February 23, 2013