A proposito di Paul Krugman e dei suoi “stipendiati” editoriali

Leggendo “Come convivere (a lungo) con la depressione economica”, da Repubblica, 2 dicembre - e seguendo i "pensieri" che circolano in questa bella società

P. Krugman (professore di Economia e Relazioni Internazionali all'Università di Princeton) ha frequentato le più "prestigiose" Università americane; dal 2000 è opinionista del New York Times, premiato nel 2008 col Nobel per "la sua analisi degli andamenti commerciali e del posizionamento dell'attività economica". Al servizio quindi di sua Maestà il Capitale, Krugman ha dimostrato tutta la propria acutezza di "analista" borghese accodandosi a chi - d'accordo coi suoi geniali pensieri - scopriva che l'economie asiatiche crescevano sfruttando eccessivamente il lavoro vivo ("l'impiego dei fattori capitale e lavoro") senza la necessaria crescita della total-factor productivity (ovvero la produttività delle nuove tecnologie) che il capitale si vede costretto a sviluppare nel tentativo di rallentare quella tendenziale caduta dei saggi di profitto che a lungo andare tormenta i desideri (e le esigenze) dell'accumulazione capitalistica. Ma le innovazioni tecnologiche degli ultimi decenni, ovunque vengano introdotte dal capitale, portano ad una costante riduzione della manodopera impiegata, creando cioè un costante esubero di forza-lavoro. Inevitabile, col mutare della composizione organica del capitale, di nuovo una tendenziale caduta del saggio medio di profitto. Cresce quindi l'esercito dei disoccupati, l'aumento della "povertà" ufficiale, senza contare il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro per gli stessi occupati, alle prese con precarietà e flessibilità, dilagante frammentazione (postfordismo) della organizzazione del lavoro ed esternalizzazione e dislocazione delle fasi dei processi produttivi di merci.

Sostenitore fra l'altro anche di barriere protezionistiche fra gli Stati, la sua "filosofia economica" si nutre più o meno di un keynesismo che non l'ha però minimamente disturbato nella sua collaborazione prima con l'amministrazione Reagan e poi, seppure senza riuscirci ufficialmente, con Clinton. Ed oggi Krugman è un ammiratore di Obama.

Sempre seguendo il principio etico della "chiarezza ed efficacia", il nostro analista fu membro del comitato consultivo della Enron nel 1999, prima che scoppiasse lo scandalo delle fraudolente operazioni finanziarie: l'incarico gli fruttò - partecipando a due sole riunioni del consiglio di amministrazione - un compenso di 37.500 dollari. Quindi, prendendo atto della insostenibilità della politica economica ed estera dell'amministrazione Bush, fra le sue più originali idee - sempre per gli interessi nazionali - vi fu quella di un ritorno dello Stato quale attore economico decisivo, con la proposta di un altro new deal per dare slancio all'economia e ai redditi dei "cittadini" americani, sempre con un occhio di riguardo alla salvaguardia delle ricchezze in mano a lor signori...

Fra i "critici" degli attuali assetti economici, ma sempre al servizio dei loro "datori di lavoro", il premio Nobel Krugmann occupa un posto di primo piano nel contrapporsi - sul piano ideologico, s'intende - alla "spilorceria" che caratterizzerebbe soprattutto l'attuale dirigenza europea in campo economico. Per poi domandarsi, in un suo recente articolo sul New York Times: "Se il mondo nel quale stiamo vivendo da cinque anni a questa parte fosse la nuova normalità? La crisi finanziaria che ha avuto inizio con la Grande Recessione è ormai acqua passata. Nonostante ciò, la nostra economia continua a essera depressa".

Fa seguito quindi il suo invito - ecco il rimedio! - per una politica di crediti facili per tutti: si brindi con shampagne e impariamo a vivere felici anche se attorno a noi gira lo spettro incombente di una lunga depressione (o magari qualcosa di peggio). Incita quindi alla "lotta" contro l'insufficiente lavoro (salariato) che al capitale dà il giusto profitto: per scongiurare questa "mutilazione dell'economia", Krugman ribatte il chiodo di un aumento della spesa pubblica e del debito. Una strada ancora percorribile - a suo dire - per tenere in vita il capitalismo, specie negli Usa, dove dopo tutto gli utili delle corporation sarebbero da record...

E cita le argomentazioni - le ha presentate il FMI alla sua Conferenza annuale - sulla presenza di una "stagnazione secolare", di una economia depressa con rari e sporadici episodi di breve ripresa. Così sostiene anche un personaggio come L. Summers, nipote di Samuelson ed ex segretario del Tesoro degli Usa con Clinton nonché direttore del Consiglio Economico Nazionale, a sua volta insignito di numerosi premi e riconoscimenti. Krugman è d'accorco con lui sul fatto (a loro evidente ma per noi, comuni mortali, invisibile) che la crisi finanziaria sarebbe passata nonostante la depressione economica continui a strangolare quel costante sviluppo dell'economia mondiale, senza il quale il capitalismo rischia di affogare...

Krugman si vede costretto ad ammettere, fra l'altro, che i precedenti incrementi della spesa (bolla immobiliare e credito) - per lui ancora oggi raccomandabili in mancanza di meglio - non hanno migliorato di molto l'economia e neppure l'occupazione, tant'è che il relativo boom (di certo più finanziario che economico) non ha aumentato la pressione inflazionistica. Un aumento, questo, che starebbe ad indicare, quando si manifesta e sempre secondo Krugman, che le cose vanno bene.....

Dopo aver aggiunto al quadro dipinto dalle sue analisi anche l'indebitamento delle famiglie (il quale pur essendo di molto aumentato non ha migliorato la "performance economica") Krugman si chiede: che cosa fare allora di fronte a consumi (di merci) in calo e alla disoccupazione in aumento? Forte dei suoi studi da premio Nobel, il nostro analista continua tuttavia a giudicare come una "lieve depressione" la condizione attuale dell'economia in generale, alternata a periodi di moderata "crescita", anche se dovuti a bolle e indebitamenti insostenibili.

Ma il seguito dei pensieri di Krugman è a dir poco sconcertante. Fra le cause di quella che risulta essere una domanda in calo di merci e servizi, vi sarebbe una troppo "lenta crescita della popolazione". La vera crisi sarebbe in fondo quella "demografica"; ne deriverebbe una debole costruzione di... case con un relativo rallentamento della cementificazione di vaste aree, paralizzando un settore quale quello dell'edilizia capace di trascinare al suo seguito altri comparti industriali.

Ed ecco inoltre la presenza di un eccesso di "deficit commerciali". Ragion per cui, Krugmann bacchetta i banchieri centrali che sono contrari al denaro facile, senza del quale, invece, non vi sarebbe sviluppo per il capitale. Quindi, freghiamocene dell'indebitamento pubblico; evviva l'imprudenza, abbasso le prediche di onestà e senso etico; si spenda di più e si aumentino i deficit di bilancio: godiamoci il presente poiché del domani non vi è certezza! E chi proprio non può spendere se la prenda con l'amaro destino di cui sarebbe vittima... Ecco la conclusione: "la realtà è quella che è, e come ha detto Summers, la crisi 'non è finita finché non sarà finita' ". Evidentemente, siamo in presenza di pensieri concettualmente troppo profondi perché dei comuni mortali possano comprenderli. (Aggiungiamo che al suddetto Summers la crisi attuale "sembra" essere di lungo periodo, persino "secolare", caratterizzata solo dall'“ondeggiare di una sinusoide degli andamenti congiunturali"...)

Quella che Krugman sta conducendo, sempre lautamente stipendiato come editorialista del New York Times (un particolare di non poco conto), è anche una campagna giornalistica contro il "grande complotto" che intenderebbe colpire l'Europa e in particolare la Francia. Ne sarebbero artefici le Agenzie di Rating, la rivista The Economist e la emittente Tv Cnn, tutti fiancheggiatori del partito della austerità nella Commissione europea, a vantaggio delle politica economica della Germania. L’austerity sta minacciando l’economia globale – sentenzia Krugman; le politiche di austerità non sono altro che un inutile salasso e potrebbero uccidere l'ammalato, al punto da spingere Krugman alla previsione che soltanto una catastrofe, ormai prossima, potrebbe farci uscire dalla crisi (sempre in riferimento alle faccende europee).

L'invito rivolto agli Stati della UE sarebbe in definitiva quello di riprendersi la propria sovranità nazionale: ciascuno eserciti liberamente il signoraggio - seppure limitato - delle proprie banconote. Godrà di un reddito supplementare che gli deriverebbe dalla "produzione" a costi limitatissimi di banconote sulle quali si può stampigliare a piacimento il più alto valore. Questo non sarebbe altro che un principio di "logicità" in quanto "la banconota è la merce che dà il piu alto profitto".... Così negli Usa il nostro ineffabile Krukman sostiene la tesi secondo la quale il presidente Obama dovrebbe coniare una moneta di platino da mille miliardi di dollari per evitare il pericolo di un pubblico default!

Riguardo alle cosiddette "guerre delle valute", Krugman le considera un "sicuro vantaggio per l'economia mondiale"; quanto ai criteri adottati dalle Agenzie di rating, essi sono da ritenersi inattendibili, inaffidabili e contradditori, usati solo per alimentare la speculazione. La preoccupazione che anima i pensieri di Krugman è chiaramente quella di mantenere al meglio le possibilità e le condizioni di una costante valorizzazione del capitale, oggi in crisi. La strada da percorrere sarebbe quella (in verità altre non ve ne sono e gli "esperti" nuotano in un mare di merda) di una diminuzione dei salari (una "via" per altro già molto affollata), aumenti di produttività, deprezzamento dei capitali. Dietro tutto ciò andrebbe mantenuta una politica finanziaria espansionistica tendente a migliorare le condizioni di realizzazione del plusvalore, quello già esistente - sia chiaro - nelle merci prodotte che si fatica a vendere. E la produzione si sviluppa se trova compatibilità col reddito che "circola"; sta di fatto che altro plusvalore in giro non se ne vede se non andando a frugare in casa d'altri... Quindi, si alzano il coro: se la “domanda è insufficiente”, per aumentare l'occupazione si gonfino le bolle finanziarie: dopo tutto qualcuno ci guadagnerebbe seppure a spese di altri....

Sempre a proposito di queste riflessioni tanto serie quanto libere, si dice, da preconcetti ideologici (?), altri cori intonano le invocazioni sulla necessità di rilanci della domanda a livello globale, condizione perché riprendano slancio gli investimenti con la certezza di poter vendere gli incrementi della produzione di merci. Altri deplorano questo "capitalismo selvaggio" che non segue le..."regole classiche della economia di mercato" e finiscono col prendersela col Welfare State e lo statalismo economico: si vendano Ospedali, Scuole, Università, Musei ecc...per poi "incentivare i lavoratori di queste aziende a diventare azionisti delle stesse e autogestirle in una logica di mercato e di libera concorrenza". Solo "premiando il merito e punendo la negligenza e corruzione del mercato stesso" vivremo tutti (sfruttatori e sfruttati) felici e contenti nel Regno di Sua Maestà il Capitale: finalmente sarà soddisfatta la crescita economica complessiva di questo sistema economico!

Ma sulla "diseguaglianza distributiva", Krugman non fa alcun accenno, gettando nello sconforto quanti se la prendono - in Italia - col mancato rispetto di quell'articolo 53 della Costituzione definito "l'articolo redistributivo per eccellenza", fondato sui "Diritti e doveri sociali" che dovrebbero caratterizzare una società divisa in classi: classi contrapposte e che nessuno si sognerebbe mai di eliminare. Si rischierebbe la galera....

Così al capitale privato si dovrebbe consentire la possibilità, assicurandogli un "giusto" profitto, di potersi espandere in modo autonomo senza cioè rivolgersi al credito esterno al terreno aziendale. L'accumulazione verrebbe così finanziata direttamente senza il ricorso ad un aumento dei prezzi delle merci. In verità Krugman è tuttavia oggi favorevole ad un corso economico inflazionistico, dopo aver constatato una scarsa valorizzazione del capitale produttivo industriale: il tentativo sarebbe quello di evitare la "stagnazione" economica. In poche parole, l'espansione monetaria farebbe da antidoto alla attuale crisi di espansione del valore (per noi pur sempre dovuta alla tendenziale caduta del saggio di profitto). Sempre supponendo che poi le merci prodotte si vendano: a chi?

Keynes stesso propugnava una politica basata sul rialzo dei prezzi, segnale conseguente ad un aumento della domanda nei confronti dell'offerta. Ma perchè la domanda aumenti, occorre pur sempre l'intervento del credito, la sua espansione, per poter finanziare in generale le spese in aumento. Sempre che si tratti - precisava Keynes - di trattare con "creditori ragionevolmente solidi"... Oltretutto, difficilmente si può puntare ad una espansione della produzione se non si vedono i profitti già in aumento e le vendite di merci altrettanto. Gli investimenti devono in previsone essere fruttiferi, dare profitto, altrimenti non si fanno. E poi non solo si deve produrre plusvalore ma questo plusvalore deve anche essere realizzato. Diventa perciò indispensabile - recitano i neo-keynesiani - che lo Stato prenda una sua iniziativa in aiuto ad una piuttosto problematica espansione del credito privato; ed occorre che lo Stato finanzi investimenti pubblici con un credito pubblico. Si dovrebbe assicurare una riproduzione allargata del capitale con una politica finanziaria statale che aiuti l'estendersi della spesa.

Chiaramente, i pareggi di bilancio sarebbero un ostacolo su questa strada, mentre oggi l'inesistenza di una vincolante base aurea (anche per questo ci si accordò dopo il secondo conflitto mondiale) favorisce l'operazione prospettata. In effetti, quando esiste la valuta aurea, "il prezzo delle merci e della massa delle transazioni determina la massa del denaro effettivamente in circolazione". (Marx, Il capitale,Libro I°, cap. 3). Ed ecco che, senza la convertibilità in oro delle banconote, e con la carta-moneta statale a corso forzoso, si sciolgono quei legami. Allora i prezzi delle merci potrebbero anche aumentare; si avrebbe solo una modifica nominale dei valori di scambio delle merci mentre i prezzi subiscono aumenti indipendenti dai valori. Marx lo sapeva benissimo; quello della moneta aurea era solo un presupposto nella esposizione delle leggi della circolazione; quelle leggi restano valide comunque e non viene affatto messa in forse la teoria del valore e del denaro dopo la fine della convertibilità in oro. (Stiamo riassumendo da un "vecchio" saggio di C. Deutschman sulle teorie della crisi).

In sintesi: la carta moneta prende il posto dell'oro come mezzo di circolazione; lo Stato e la Banca Centrale attuano una politica monetaria (finanziaria e valutaria) "autonoma". Esistendo la forma di prezzo, permane la funzione del denaro come misura dei valori e misura dei prezzi. Quel che nel tempo è avvenuto altro non è che il tentativo di compensare l'accumulazione privata in regresso con espansioni forzate dello sviluppo economico. Certamente con le spese statali supplementari, finanziate attraverso la creazione di credito, non siamo in presenza di una produzione di valore; gli scopi risultano improduttivi poiché le merci (come nel caso di spese per armamenti: aerei, carri armati, missili, eccetera) non sono realizzate come capitale in quanto non rientrano nel processo di riproduzione. Sono merci che si "realizzano" con la distruzione del loro carattere di capitale. Esempio eclatante è appunto quello della industria bellica con un impiego "improduttivo" di valore delle forze produttive. La produzione di altre merci, nel settore riproduttivo vero e proprio, può però ricevere uno stimolo di riflesso. Per questo, in fondo, si preparano e si fanno le guerre....

Per concludere: con la sua teoria del valore-lavoro, Marx ha assegnato ai rapporti sociali di produzione, ai concetti fondamentali di sfruttamento e di opposizione tra lavoro salariato e capitale, una loro determinante oggettività. Ed è alla teoria del valore-lavoro che si collegano le leggi dell'accumulazione e della caduta tendenziale del saggio di profitto.

La possibilità di una ripresa, dopo una sua crisi, del processo di accumulazione, è stata nel secolo passato intrinsecamente conseguente ad una serie di distruzioni (specie nella seconda guerra mondiale) che hanno fornito al capitale, con le successive ricostruzioni, il terreno per forti investimenti. Sia prima dell'esplodere dei conflitti bellici, cioè durante la loro preparazione, che dopo la loro fine, si sono sviluppati vasti settori dipendenti dalla domanda iniziale, statale, di un forte incremento della produzione bellica. E' stato questo il movente fondamentale che ha consentito poi una ripresa della produzione nel settore privato (ricostruzioni, eccetera)

In attesa di un tragico rinnovarsi dei processi sopra menzionati, al momento attuale per il capitale le difficoltà aumentano. In attesa di passare ad un quadro mondiale di tipo bellico, rimane il fatto che una parte del plusvalore che la crisi ha reso inaccumulabile nel settore privato, viene impiegato per i "bisogni" dello Stato e delle sue principali funzioni nel tentativo di mantenere con le buone o con le cattive (quasi sempre con quest'ultime) il presente "stato di cose". Questo rende pur sempre il settore statale dipendente dalla produzione di merci da parte del settore privato, cioè dalla produzione di un plusvalore che verrà assorbito dalle "spese pubbliche". Non si risolve, anzi si finirà con l'aggravarlo, il problema della crisi in atto del ciclo di accumulazione, dove non si investe una quantità sempre maggiore di plusvalore come lo sviluppo capitalistico richiederebbe. Lo Stato si appropria di plusvalore "finanziandosi" con tasse e prestiti (buoni del Tesoro); non solo, ma poiché si sviluppa sempre più la produttività e di conseguenza l'esubero di forza-lavoro, lo Stato si trova alle prese con una stabilità sociale del sistema, sul quale si regge la sua stessa presenza e funzione, in estremo pericolo.

La disgressione fin qui fatta, ne siamo certi, non interessa certamente il pensiero di Krugman. E' esclusivamente ad uso e consumo di quanti inseguono altri e ben differenti pensieri.

DC
Venerdì, December 20, 2013