Sulla transizione: rottura rivoluzionaria e partito di classe

Introduzione

Da qualche tempo a questa parte, ha avuto più visibilità la discussione sulla transizione dal capitalismo al comunismo. Noi stessi abbiamo ripreso i fili di una riflessione che, con minore o maggiore intensità, non è mai stata abbandonata. Se ritorniamo sull'argomento non è certo perché riteniamo che il comunismo sia dietro l'angolo (purtroppo), cioè non pensiamo che sia possibile attuarlo “qui e ora”, come si pretendeva, in maniera piuttosto infantile, sul finire degli anni settanta del secolo scorso, anzi. Proprio perché la prospettiva di un mondo radicalmente diverso da quello borghese probabilmente non ha mai subito un'eclissi così forte, è necessario ribadire quanto la società senza sfruttamento e senza oppressione non solo non abbia avuto niente a che vedere con il fu “socialismo reale”, ma ne sia l'esatto contrario. Come ripetiamo spesso, se di fronte a una delle crisi più profonde del sistema capitalistico la lotta di classe proletaria latita o si esprime a livelli inadeguati, questo è dovuto anche – ma non da ultimo – alla perdita della speranza che si possa vivere (noi e il “Pianeta vivente”) in maniera diversa da ciò che prescrivono non solo i “mercati” (il “neoliberismo”), ma le leggi di una formazione sociale che la “gente” e i riformismi in tutte le salse vorrebbero più o meno consapevolmente ritoccare, correggere, migliorare: mai spezzare. E' banale ricordarlo, ma quanti, oggi, appartenenti al mondo del lavoro salariato, riconoscono nel salario in sé, nel rapporto padrone-operaio un rapporto di sfruttamento, dunque inconciliabilmente antagonistico? Quanti, di fronte alla disoccupazione, alla precarizzazione dilaganti, all'impoverimento crescente vanno al di là della richiesta di un posto di lavoro, di un salario che almeno tenga il passo col costo della vita? Pochi, pochissimi. Addirittura c'è chi, credendo di essere più “furbo” della legge del valore, pretende, spesso in buona fede, una precarietà assistita da un reddito garantito non si sa bene da chi, non si sa bene come, in quanto unico modo per la realizzazione di sé nella società della conoscenza e del lavoro immateriale. Illusioni, persino sciocchezze che non varrebbero nemmeno lo spreco di un po' di inchiostro, se non facessero breccia in settori di società colpiti dalla crisi, ma fino a ieri relativamente al riparo dagli effetti più dirompenti, nonché inevitabili, dei meccanismi di accumulazione del capitale. L'ovvio riferimento è al cosiddetto ceto medio, sospinto, almeno in parte, sulla via della proletarizzazione o dell'impoverimento. A scanso di equivoci, non di rado interessati, la lotta per la difesa del posto di lavoro, delle condizioni di vita elementari, per un'esistenza libera dal peso della precarietà, non solo è necessaria, ma indispensabile, anzi è, o dovrebbe essere, la normalità, benché spesso anche questa sia difficile da ritrovare. Naturalmente, non si sta facendo l'elogio del buon tempo andato, di una specie di Eden della lotta di classe, dove l'operaio, armato della coscienza di classe, avrebbe lottato senza un attimo di tregua contro il capitale per il sol dell'avvenire. Sappiamo bene che le cose non sono mai andate in maniera così lineare – o, per meglio dire, caricaturale – ché, anzi, nella storia del movimento operaio le sconfitte superano abbondantemente le vittorie, e se così non fosse, non saremmo qui a discutere di queste cose; anche perché, a voler essere precisi, per il proletariato c'è una sola, vera vittoria ed è quella che mette negli archivi o, a piacere, nella pattumiera della storia il modo di produzione capitalistico. Nessuna lode del buon tempo antico, certo, ma solo la constatazione che raramente il livello della coscienza anticapitalistica del proletariato ha toccato livelli così bassi, almeno in Occidente. La depressione politica in cui vegeta la classe potenzialmente portatrice di un mondo alternativo è uno degli elementi, e non di quelli secondari, che spiegano come il capitalismo possa rimandare a data, finora, da destinarsi i conti con le sue proprie leggi, pompando plusvalore con la forza di una turbina dai quattro angoli del pianeta, gettando sul tavolo della sua economia da casinò le vite presenti e future del proletariato e degli strati sociali ad esso vicini. La crescita enorme del parassitismo e della speculazione finanziaria, elemento caratteristico di un ciclo di accumulazione inceppato, ha come presupposto la crescita dello sfruttamento della forza lavoro, che non deve più sottostare solo alle “normali” esigenze del profitto industriale, ma soddisfare, appunto, gli escamotages di un capitale illuso (e che illude) di poter creare denaro dal denaro, saltando il ciclo produttivo. Dunque, se la borghesia finora amministra la crisi senza grossi problemi, lo si deve anche, come si diceva, al fatto che il proletariato non “sogna” più o “sogna”, alla Orwell, solamente i sogni suggeritigli dalla borghesia stessa, che ha avuto buon gioco nel “dimostrare” che il “comunismo realizzato” era un incubo. Un incubo, d'accordo, solo che si trattava della variante di quel capitalismo che domina il mondo; allora, il “sogno” è, nonostante le apparenze, intatto: sta quindi ai rivoluzionari il compito non facile di dimostrare che lungi dall'essere una bella fantasia, è l'unica alternativa concreta alla barbarie capitalista.

Fisica e metafisica della dittatura proletaria

Il punto è come “dare corpo al sogno”, come imboccare la strada che ci porti a realizzare effettivamente quell'alternativa, con quali strumenti, dando per scontato che l'intervento della volontà sulle cose è importante tanto quanto l'emergere di condizioni materiali che rendano possibile a quella volontà di esprimersi senza scadere nel volontarismo.

Altro elemento importante da sottolineare è che, per forza di cose, dobbiamo procedere per ipotesi, con la consapevolezza, anche questa scontata, che la realtà spesso e volentieri è più ricca, nonché imprevedibile, di qualunque congettura. Detto questo, siamo convinti che non si possa prescindere dall'analisi dell'esperienza storica del movimento comunista – oltre che della formazione sociale borghese – purché quell'esperienza non venga trasposta in maniera acritica all'oggi. Per quanto ci riguarda, abbiamo sempre evitato – o cercato di evitare – questo modo di procedere, tenendoci lontani tanto dall'apologia inutile (e stupida) di tanti nostalgici, quanto da coloro che, pur avendo condiviso per anni il metodo di analisi della Sinistra comunista “italiana” (1), ora la dichiarano morta, peggio, fallita (come se fosse un esercizio commerciale), per non aver saputo, nella sostanza, fare... la rivoluzione. Infatti, mentre ostentano sicumera nel redigere l'atto di morte politica della “Sinistra”, da veri dottori metafisici non indicano una che una causa del decesso della corrente politica (2) che ha tenuto alta la bandiera del comunismo sotto il fuoco micidiale di un nemico potentissimo. La sopravvalutazione di alcuni fattori, la sottovalutazione di altri hanno fatto perdere la bussola rivoluzionaria fin lì seguita. C'è chi si limita semplicemente a tirare i remi in barca, altri, invece, incapaci di darsi una spiegazione del perché la realtà non combaci con le proprie elucubrazioni cervellotiche, partono alla ricerca del Santo Graal della rivoluzione, che, ovviamente, non troveranno mai. Non è un fenomeno nuovo: dopo le sconfitte (quelle vere) patite sul terreno della lotta di classe, durante le fasi di depressione politica della classe, immancabilmente c'è chi crede di aver trovato un difetto nel manico della teoria rivoluzionaria, candidandosi a inventore di nuove chiavi con cui aprire le porte al comunismo. Di solito, invece, si tratta del riscaldamento di vecchie minestre cucinate dall'intellettualità borghese, prive di sapore e persino inacidite. La smania di innovare è talmente acuta che spinge i presunti innovatori a contendere il podio della ciarlataneria ai più consumati politicanti borghesi, in genere insuperabili nell'offrire alla cosiddetta opinione pubblica le “soluzioni” più semplicistiche alle questioni più complesse; nella “rete” si possono leggere cose a cavallo tra il dilettantismo e l'infantilismo più disarmanti, relativamente all'oggetto della nostra discussione, cioè la fase di transizione. Per esempio, la dittatura del proletariato diventa una bacchetta magica con la quale abolire le categorie economiche del capitalismo dall'oggi al domani, una volta che, ben inteso, la dittatura si sia stabilizzata e la borghesia, mansueta come un agnello, abbia smesso di opporsi alla propria collocazione in discarica. Grazie tante, ma è proprio questo il punto dolente: le difficoltà nel periodo di passaggio da un modo di produzione all'altro stanno esattamente nel fatto che l'attuale classe dominante non sarà affatto disposta a farsi civilmente da parte come una vecchia signora che ormai ha fatto il suo tempo. L'esperienza storica ci dice il contrario e niente, ma proprio niente, ci induce a credere che per il futuro – se mai ci sarà un futuro rivoluzionario – l'attuale classe dominante si ritiri in buon ordine lasciando il posto a un'epoca di superiore umanità. Non è un caso che Marx ed Engels, dal Manifesto al Capitale, dall'Ideologia tedesca all'Anti-Duhring, passando per i Grundrisse e la Critica al Programma di Gotha, abbiano tracciato solo le linee generali della società libera dalle categorie economico-sociali del capitale, guardandosi bene dal «prescrivere ricette (comptiane?) per l'osteria dell'avvenire» (3). Non poteva essere che così. Infatti, conosciamo il punto di partenza, sappiamo dove vogliamo arrivare, ma non possiamo sapere come sarà la strada che porta alla meta, quanto sarà tortuosa, le deviazioni eventuali da prendere per imboccare gli ostacoli più impegnativi, gli stalli e persino i ritorni all'indietro momentanei. In assoluto, non si può escludere che l'incendio rivoluzionario si propaghi come un lampo da un capo all'altro del pianeta, permettono di chiudere la partita con la borghesia in una mano sola e passare così direttamente all'edificazione della nuova società, ma, realisticamente, si ha il dovere di prendere in considerazione altri scenari, meno favorevoli e meno immaginifici, scenari che vedono l'espandersi dell'ondata rivoluzionaria in maniera meno trionfale. Per noi è scontato che il processo rivoluzionario dovrà avere carattere internazionale, che dovrà coinvolgere in tempi relativamente brevi più paesi, altrimenti sarà inevitabilmente sconfitto; ma non si può pensare che si svolga con l'automatismo del domino, dove, caduta la prima tessera, cadono inevitabilmente tutte le altre. Né, sulla base di un menscevismo “risorgente e tenace”, si può pensare che solo oggi, un secolo in più di capitalismo abbia finalmente posto le premesse economiche per un'insorgenza rivoluzionaria generalizzata, inesistenti nel 1917. Che cent'anni di capitalismo abbiano il loro peso è persino banale, che però la sussunzione capitalista della società giochi di per sé a favore della rivoluzione è una sciocchezza, se separata da altri elementi, quali la presenza del partito. Intanto, perché l'internazionalizzazione dell'economia alla vigilia della prima guerra mondiale era a uno stadio già molto avanzato; poi, la guerra aveva unificato nel sangue e nelle privazioni l'Europa – a cominciare dal proletariato e dai contadini – su di un terreno quanto mai favorevole, nella sua tragicità, a un'esplosione rivoluzionaria generalizzata, come in effetti fu. A questo proposito, e sempre in riferimento alle “Vispe Terese” della rivoluzione (da salotto), è forse utile ricordare che dal 1871 in poi gli assalti rivoluzionari sono nati da una condizione estrema ossia in concomitanza di una guerra, con tutto quello che ne consegue in termini di devastazioni materiali, alle quali oggi si dovrebbero aggiungere quelle ambientali. Benché non sia sottoscrivibile interamente (per esempio, la parte relativa alle guerre di liberazione nazionale), Lenin, nel suo discorso al VII congresso del partito bolscevico, ha fatto alcune considerazioni metodologiche che, nelle linee generali, si possono considerare ancora valide:

... in Russia non siamo ancora che nella prima fase di transizione dal capitalismo al socialismo. La storia non ci ha dato quella situazione di pace che noi teoricamente concepivamo per un certo tempo e che ci avrebbe permesso di superare rapidamente queste fasi di transizione. Abbiamo subito visto quali difficoltà ha creato alla Russia la guerra civile e come la guerra civile si sia intrecciata con tutta una serie di guerre. I marxisti non dimenticano mai che la violenza accompagnerà sempre il crollo del capitalismo in tutto il suo corso e segnerà la nascita della società socialista (4).

Da notare che nella relazione di Lenin sembra che la guerra civile appartenga ormai al passato, quando invece il peggio doveva ancora venire. Detto per inciso, anche il settore del partito molto critico nei confronti della maggioranza “leniniana”, condivideva lo stesso punto di vista. Nikolai Osinsky, uno degli esponenti dei “comunisti proletari” (come si definivano), meglio conosciuti come comunisti di sinistra, scriveva, sul primo numero della rivista Kommunist:

Il periodo acuto dello schiacciamento armato delle forze militari della borghesia (la Guardia bianca, le forze di Kaledin ecc.) è finito. Quello del sabotaggio da parte della borghesia e dell'intellighenzia, anche. Allo stesso modo si è concluso il periodo acuto della distruzione dell'ordine statale ed economico borghese, della vecchia giustizia, degli zemstvo [assemblee provinciali dell'epoca zarista, istituite nel 1864, ndr] e delle municipalità, delle banche, dell'economia capitalista e dei proprietari fondiari, ecc. (5).

Si può essere più o meno d'accordo con le critiche che i compagni di Kommunist rivolgevano alla direzione del partito6, certo è che tutti, purtroppo, si sbagliavano profondamente sulla fase che si stava aprendo e che avrebbe complicato tremendamente le cose. Sarebbe ingeneroso, e persino stupido, imputare ai compagni di quel tempo il non aver saputo prevedere quello che sarebbe accaduto o l'aver frainteso quello che stava accadendo (noi abbiamo il vantaggio della retrospettiva storica), sicuro è che la prospettiva politica cambia a seconda degli scenari che vengono delineati...

Una “complicazione” tra le più importanti fu senz'altro il rimescolamento della classe operaia, nocciolo duro della rivoluzione. Prima di proseguire, occorre premettere che rimane per noi un'acquisizione teorica fondamentale il seguente passo dell'Ideologia tedesca:

che tanto per la produzione in massa di questa coscienza comunista quanto per il successo della cosa stessa è necessaria una trasformazione in massa degli uomini, che può avvenire soltanto in un movimento pratico, in una rivoluzione; che quindi la rivoluzione non è necessaria soltanto perché la classe dominante non può essere abbattuta in nessun'altra maniera, ma anche perché la classe che l'abbatte può riuscire solo in una rivoluzione a levarsi di dosso tutto il vecchio sudiciume e a diventare capace di fondare su basi nuove la società (7).

Caposaldo teorico irrinunciabile, appunto, ma la classe operaia non è tutta uguale né sempre uguale a se stessa e se è vero che solo in un “movimento pratico”, nel processo rivoluzionario le masse proletarie sono in grado di compiere il salto qualitativo che le porta a rifiutare attivamente la vecchia società e a lottare per una nuova, è anche vero che possono rimanere (come storicamente è sempre avvenuto) sacche di arretratezza e/o di passività tra la classe medesima, possono manifestarsi regressioni nel livello di coscienza e di combattività di fronte a difficoltà materiali via via crescenti. Se vengono strappati alla classe gli elementi di avanguardia, a maggior ragione se organizzati nel partito rivoluzionario, dagli impegni pressanti della rivoluzione o della repressione borghese, il proletariato, privato della guida politica che ha saputo esprimere nei momenti più alti, può facilmente regredire nel livello di coscienza, abbandonarsi alla demoralizzazione, lasciar riemergere le concezioni corporative, aziendalistiche – in breve, riformistico-borghesi – che sono il brodo di coltura in cui prosperano il sindacalismo e ogni altra espressione del riformismo controrivoluzionario. Chiunque abbia o abbia avuto esperienza di lavoro dipendente, in particolare di fabbrica, sa che la presenza di elementi decisi e combattivi, più coscienti, fa la differenza tra una fabbrica pacificata e una conflittuale. Banalmente, non è forse vero che l'eliminazione o la sterilizzazione politica di quegli soggetti è la prassi seguita dal padrone quando vuole introdurre un cambiamento peggiorativo (per gli operai), quale l'aumento dei carichi di lavoro, licenziamenti, ristrutturazioni del processo produttivo? Fabbriche che erano di esempio per ampi settori della classe operaia, una volta purgate dei “sovversivi”, diventano addirittura un laboratorio delle “nuove” forme di dominio capitalistico sulla forza lavoro. Ritornando quindi alla rivoluzione bolscevica, è noto come le città della Russia, mano a mano che le difficoltà della vita materiale crescevano, vedessero un ritorno alla campagna di molti operai che non sapevano più come tirare avanti di fronte alla disoccupazione dilagante. A questo si aggiunge che gli operai rivoluzionari, per lo più aderenti al partito bolscevico, partivano in massa per i fronti aperti dalla controrivoluzione, dove saranno decimati, o cercavano di amministrare le strutture del potere sovietico, costantemente sabotate dalla piccola borghesia, di cui in gran parte non si poteva fare, in quel momento, a meno (8). Come se non bastasse, tra le file della classe operaia si insinuavano elementi di origine piccolo borghese, declassati dalla guerra e dalla rivoluzione; ma, a parte questo, le privazioni divenivano così acute che avevano buon gioco i riformisti di ogni risma, collusi con la borghesia, a sfruttare politicamente gli errori del partito bolscevico e le difficoltà medesime. La classe operaia aveva mille ragioni per lamentarsi, per scioperare, ma è proprio nello sfilacciamento dei rapporti tra la classe e il partito che riemergono le tossine, non ancora smaltite, della vecchia società, torna a prevalere la mentalità “economicista”, tra cui la pretesa di considerare la fabbrica come un affare privato da gestire in proprio, indipendentemente e persino contro gli interessi generali del proletariato:

lo Stato, l'Armata rossa, il partito continuano ad assorbire le forze migliori di questa classe operaia spossata. Gli scioperi causati dalla carestia si moltiplicano fino alla grande ondata della primavera seguente (1919) (9).

Naturalmente, per noi che non abbiamo mai coltivato il feticismo del partito, è vero anche il contrario e cioè che se il partito, per diverse ragioni, allenta o riduce ai minimi termini l'interscambio con la classe, si fa schiacciare dalla situazione e perde lucidità, rischia di degenerare politicamente tanto quanto la classe stessa (10), per approdare a rive che niente hanno a che fare col comunismo, anzi, ne sono la negazione. I due elementi non vanno mai disgiunti, se non si vuol cadere nell'idealismo, che, facendo astrazione dalla realtà, si immagina una situazione come gli piacerebbe che fosse e non come è. L'elemento, per così dire, soggettivo, la volontà cosciente e organizzata (il partito rivoluzionario) è dunque non meno determinante della spontaneità della classe, del suo esprimersi, che è «condizione necessaria dell'azione organizzata del partito» (11). Ma se le condizioni economico-sociali per il muoversi in massa del proletariato sono un prodotto spontaneo del movimento di accumulazione del capitale, indipendenti dai rivoluzionari, la nascita, il radicamento e lo sviluppo del partito rivoluzionario fino alla conquista della direzione politica delle masse in fermento dipendono invece dall'azione dei comunisti e non si improvvisano né possono avvenire a ridosso della crisi rivoluzionaria, quando i tempi si accelerano enormemente e l'organizzazione ha un ruolo decisivo. Ma l'organizzazione non è un'astrazione, un sito web o un salotto letterario, è formata da individui in carne ed ossa, portatori di un programma e di indicazioni politiche, sintesi, a loro volta, di ciò che ribolle nella classe: se questi non ci sono o, come si diceva prima, vengono strappati dal corpo proletario, non c'è nessuno Spirito santo che scenderà su di esso a indicargli la via del paradiso. Ovvietà? Per noi sì, ma per quanti, anche? Non certo per gli adoratori dello spontaneismo, tanto meno per certi pretesi innovatori che nell'innovare cominciano col falsificare il “vecchio”, a partire, inutile dirlo, da Lenin, che, invece, aveva ben presente la “delicatezza” dello strumento-partito: «se lasciamo scannare la parte migliore della classe operaia e del nostro partito, è chiaro allora che non ci riprenderemo più» (12). Queste parole, al di là del momento specifico in cui vennero pronunciate (13), furono purtroppo profetiche, ma non perché i quadri del partito e la “parte migliore della classe operaia” perissero in una guerra rivoluzionaria contro gli Imperi centrali, bensì perché furono travolti dalle condizioni materiali in cui cercava di sopravvivere una rivoluzione isolata. Falciati dalla guerra civile, assorbiti dalla gestione di un apparato che, a sua volta, tentava di amministrare una situazione che si muoveva in senso opposto alle loro intenzioni, i “veterani” bolscevichi non potevano essere sostituiti in breve tempo da nuove reclute piene di entusiasmo, ma di scarsa preparazione politica e, dopo i momenti più difficili, spinte anche da considerazioni opportunistiche.

Di fronte a drammatici dilemmi

Non è solo la Russia del 1918 a sottolineare il ruolo insostituibile del partito rivoluzionario, anche il 1919 in Germania e in Ungheria conferma e rafforza questo dato dell'esperienza. Là, le masse proletarie, indipendentemente e persino contro le loro “istituzioni” (partito socialdemocratico e sindacato), travolsero due imperi – a dimostrazione del fatto che la spontaneità operaia può, eccome, esprimersi anche in assenza dell'organizzazione rivoluzionaria – ma la loro energia venne prima imbrigliata e poi soffocata, proprio perché il partito della rivoluzione era troppo debole per interpretare un ruolo dirigente sugli avvenimenti. La debolezza portò con sé errori politici gravissimi, quali, in Ungheria, lo scioglimento del partito comunista, nato da poco, e la sua fusione col partito socialdemocratico, convertitosi improvvisamente al comunismo. Erano le masse operaie che spingevano all'unità d'azione, d'accordo, quelle stesse masse, però, che a ranghi sempre più serrati abbandonavano schifate la socialdemocrazia (e spostavano a sinistra certi rami del sindacato, quanto mai putrido e opportunista, che era tutt'uno con la socialdemocrazia) per sostenere il partito comunista. Va da sé che l'adesione dei socialdemocratici al comunismo era solo il tentativo opportunistico – purtroppo riuscito – di salvare se stessi sabotando la rivoluzione. Dunque, la risposta dei comunisti alla comprensibile spinta all'unità proletaria non doveva essere quella di oscurare la propria identità, abbracciando oscenamente i nemici più subdoli del proletariato, se mai di accogliere selettivamente e individualmente gli ex (?) socialdemocratici, senza smettere neppure per un istante di denunciare la natura controrivoluzionaria di socialdemocrazia e sindacato.

Se la riflessione sulle esperienze storiche può finire nella cassette degli attrezzi per la trasformazione del presente, ci si potrebbe chiedere come dovrebbero comportarsi oggi le debolissime forze rivoluzionarie – che non hanno avuto il tempo di radicarsi nella classe – di fronte a una svolta improvvisa della storia, messe davanti a una situazione in cui le masse, del tutto disarmate politicamente dal punto di vista classista, rompessero con l'ordine sociale borghese. Forse, ovviamente in modo diverso, sarebbero animate dalla stessa aspirazione – ma ancor più confusa – all'unità di tutte le forze considerate alternative. A titolo d'esempio: “fiommini” radicalizzati ma pur sempre con l'imprinting sindacale, militanti o simpatizzanti dei vari partitini di sinistra, portatori delle tare tipiche della terza Internazionale decadente, “cognitari” vari, sindacalisti “di base” e via dicendo. Si tratterebbe di una situazione molto complicata, ma, d'altra parte, ai comunisti raramente è concesso il lusso di scegliere il campo di battaglia. Ci si potrebbe chiedere, allora, se sarebbero ancora valide le considerazioni – attualizzate – di Radek relative alla rivoluzione ungherese:

Dappertutto i comunisti possono essere messi dagli avvenimenti davanti alla necessità di una coalizione, e dappertutto allora essi verranno spinti dalle masse, aspiranti all'unità, non solo a coalizzarsi coi socialdemocratici, ma anche a fondersi con essi. E l'esperienza ungherese dice allora: ci si unisce soltanto coi comunisti […] il monito [è] che la nuova epoca, in cui non si tratta più di parlamentare e di discutere, ma di rischiare la testa, esige dei partiti comunisti ben connessi e forti, che nella tempesta sappiano tener ben fermo in pugno il timone (14).

Sulle conclusioni politiche l'accordo non può essere che totale, ma sull'ipotesi iniziale è doveroso pronunciarsi con molta cautela, in quanto l'alleanza tattica con forze politicamente confuse è un fattore oggettivo di debolezza, una debolezza che può essere fatale. In ogni caso, la natura di quelle forze – e non riguardano l'esempio fatto sopra – dovrebbe essere inequivocabilmente classista; e comunque, al di là di etichette puramente indicative, la fattibilità o meno della cosa andrebbe valutata al momento e ogni possibile alleanza tattica dovrebbe essere fatta sulla base del programma rivoluzionario, sul quale dovrebbero essere portati gli eventuali alleati, non viceversa. Di sicuro noi sappiamo che l'unica esperienza rivoluzionaria sopravvissuta oltre le poche settimane di vita (la Russia, ovviamente) ha visto operare un partito che ha saputo realizzare l'unità della classe operaia (della sua parte pensante e attiva) attorno alle proprie posizioni, delimitandosi con la maggiore chiarezza possibile da tutte le altre forze politiche, proletarie di nome, di fatto circoscritte dentro il campo borghese. Così come sappiamo che i consigli, unici organi del potere proletario, devono essere conquistati al programma del comunismo prima della presa del potere, non dopo, anzi, la loro conquista politica è essa stessa premessa indispensabile di ogni vera rottura rivoluzionaria. Questo non avvenne a Monaco di Baviera (a Berlino il consiglio degli operai e dei soldati, egemonizzato dai socialdemocratici, addirittura escluse la partecipazione di Liebknecht e della Luxemburg), dove venne proclamata una repubblica consiliare, ma in maniera dilettantesca e avventurista, contro le condizioni oggettive, da un pateracchio di socialdemocratici maggioritari, socialdemocratici indipendenti e anarchici. Non per niente, i comunisti i «più decisi fautori dell'idea dei Consigli» (15) non entrarono nel governo, pur sostenendo e incitando l'iniziativa operaia, se non quando un tentativo di colpo di mano controrivoluzionario mise il partito comunista di fronte alla drammatica alternativa: che fare? Da una parte, gli operai delle – poche – grandi fabbriche aderivano in massa alle posizioni comuniste, in un clima di generale e rapida radicalizzazione della classe, la quale chiedeva un'azione decisa contro gli intrighi controrivoluzionari e le truppe del socialdemocratico Noske, il macellaio del proletariato rivoluzionario tedesco. Una volta di più, il partito, appena nato e in via di rapido rafforzamento, non è ancora abbastanza forte per affrontare adeguatamente i compiti immani della rivoluzione ed è costretto dalle circostanze a fare una scelta, nella consapevolezza che la situazione presenta difficoltà pressoché insuperabili. Tra l'altro, la Guardia rossa, formata in stragrande maggioranza dagli operai delle grandi fabbriche e quasi esclusivamente da comunisti, di fronte ai tentennamenti rivoltanti dei capi del governo consiliare, dichiarò che:

L'esercito rosso fu creato non come strumento di politica ma come organo della difesa della dittatura del proletaria e della repubblica dei Consigli dalla controrivoluzione delle Guardie bianche. Fedele a tale missione, il Comando supremo dichiara che difenderà a qualunque costo il proletariato rivoluzionario e che nessuno, neppure da' [dai, ndr] Consigli, si lascerà indurre a tradire la rivoluzione sociale (16).

La conclusione che, allora, trassero i compagni fu la seguente:

Certo, in Baviera non vi erano le condizioni di esistenza per uno stato proletario, e quindi la sua sorte dipendeva dall'andamento della rivoluzione tedesca. In una maniera o nell'altra la classe lavoratrice doveva allora andare avanti, e questo movimento in ogni caso doveva tendere a uno scopo che oltrepassasse la posizione già raggiunta, passando nel nostro caso dalla repubblica dei Consigli per burla alla vera dittatura del proletariato. In tali casi un partito non può ritirarsi in un canto [in un angolo, ndr] con la sua saggezza politica, ma deve essere pronto a morire col proletariato rivoluzionario, per poter vivere come partito della rivoluzione.» (17).

Nel luglio del 1917, a Pietrogrado, il partito bolscevico, rischiando l'impopolarità, riuscì riuscì a evitare una presa del potere prematura; a Monaco, quasi due anni dopo, i comunisti non ci riuscirono, non potevano riuscirci, perché il partito, sorto nel pieno della rivoluzione, mancava delle radici, dell'esperienza necessarie per poter affrontare la tempesta. Ovunque in Germania – e non solo – cresceva la simpatia del proletariato per il partito comunista, ma esso non aveva forze sufficienti per organizzare come le circostanze richiedevano “la parte migliore della classe operaia”, forze che spesso venivano falciate dai boia socialdemocratici e persino dalla sorte avversa (18).

Se, e lo ripetiamo per l'ultima volta, ci riferiamo alle esperienze storiche del proletariato rivoluzionario, non è perché crediamo che i problemi della futura (sperabile) rivoluzione saranno tali e quali quelli affrontati dai compagni (e dalle compagne) di allora, ma perché costituiscono parte del materiale di analisi e di bilancio critico, i conti, per così dire, della contabilità politica. Del futuro poco o niente possiamo dire con precisione: come gli esploratori che, giunti a un punto determinato, prima di riprendere il cammino possono presumere, sulla base del territorio attraversato, che si troveranno davanti pianure e montagne, fiumi e deserti, ma non potranno sapere effettivamente se, quanti e come saranno, né dove. Esperienza e attrezzatura adeguata diventano allora indispensabili per poter affrontare l'ignoto.

La nostra esperienza ci dice che nel 1919 errori – in parte inevitabili – e ritardi – un po' meno – indebolirono l'azione di quello che riteniamo essere lo strumento politico irrinunciabile della lotta di classe proletaria: il partito rivoluzionario. Anche in Italia fu commesso un errore, poiché si rimandò, in nome della purezza astensionista (secondaria, se correttamente inquadrata) la formazione del partito comunista, lasciando così privo il proletariato, nel biennio 1919 – 1920, della sua guida politica. Consigli senza partito (o partito troppo debole) nel 1919; partito senza “consigli” nel 1921: allora, il partito internazionale va formato prima, perché se non c’è il partito, non potrà esserci rivoluzione; è una condizione necessaria. Questo è il più grande insegnamento dell'esperienza rivoluzionaria che, per quanto sta alle nostre forze, vogliamo mettere a frutto.

Celso Beltrami

(1) Tralasciamo volutamente, in questo contesto, le divergenze profonde che riguardano le sue “anime”. Diciamo solo che abbiamo indicato più volte le cause che, dal nostro punto di vista, hanno portato una di quelle “anime” ad arenarsi nelle secche di una visione allo stesso tempo meccanicistica e idealistica, a riproporre vecchi schemi ampiamente superati e smentiti dalla storia.

(2) Assieme alla Sinistra tedesco-olandese, benché, com'è noto, non condividiamo l'idealismo di fondo che la porta e sottovalutare o addirittura a negare – per quanto riguarda il consiliarismo, che ne è una ramificazione – il ruolo del partito.

(3) Karl Marx, Il Capitale, Libro primo, Poscritto alla seconda edizione.

(4) Lenin al VII congresso del PC (b)R , marzo 1918, riportato in Victor Serge, L'anno primo della rivoluzione russa, Einaudi, 1967, pag. 192.

(5) N. Osinsky, La costruzione del socialismo, Kommunist, n. 1, Mosca, aprile 1918, in Boukharine – Ossinski – Radek – Smirnov, Moscou-1918 La revue Kommunist Les communistes de gauche contre le capitalisme d'Etat, Edizioni Smolny 2011, a cura di Marcel Roelandts e Michel Roger, pag. 97.

(6) Non è questa la sede per sviluppare una discussione che sarebbe, per altro, molto interessante. Per un'analisi più estesa del periodo post rivoluzionario rimandiamo a Fabio Damen, I nodi politici ed economici dello stalinismo, in I nodi irrisolti dello stalinismo alla base della prestrojka, Edizioni Prometeo, 1989.

(7) Karl Marx – Friedrich Engels, L'Ideologia tedesca, Ed. Riuniti, 1983, pag. 29.

(8) Qui sarebbe interessante sviluppare una riflessione sul ruolo che potrebbe avere, oggi, tanta piccola borghesia, inquadrata nel lavoro dipendente, che ha perso il prestigio sociale di cui godeva un tempo e che percepisce uno stipendio-reddito non lontano da quello operaio, se non addirittura inferiore. Una parte di essa è sensibile alle teorizzazioni riformiste dell'ideologia “cognitaria” e del riformismo in generale. Tecnici, appartenenti alle “professioni” (medici, ingegneri ecc., un tempo per lo più indipendenti) e “creativi” di ogni tipo, che furono in genere ostili al potere sovietico, come si comporteranno?

(9)

I salari sono duplicati o triplicati; il prezzo del grano sul mercato libero (clandestino, ma al quale il proletariato fa necessariamente ricorso per procurarsi almeno la metà dei suoi viveri) è aumentato 7 volte. Le entrate al di fuori del salario nel bilancio dell'operaio assumono un'importanza crescente: dal 3,5% del 1913 passano al 38% nel 1918. Provengono dal saccheggio delle fabbriche e delle scorte. L'alimentazione assorbe i 7/10 (al posto della metà) del guadagno dell'operaio. Questo stato di cose determina il ritorno dei proletari nelle campagne: le fabbriche di Kalomensk nel dicembre 1918 non hanno più di 7203 operai registrati (ma quanti sono realmente presenti?) invece di 18000; su 5779 registrati, soltanto 1978 si recano al lavoro una mattina di aprile del 1919; lo Stato...

Victor Serge, cit., pag. 338.

(10) Si può essere armati della teoria migliore, ma le condizioni oggettive possono far deragliare anche il partito politicamente più agguerrito, come è accaduto ai bolscevichi. A questo proposito, Rosa Luxemburg, nel suo scritto sulla rivoluzione russa redatto in carcere presumibilmente nell'ottobre del 1918, in buona o mala fede eletto a campione della polemica antibolscevica da tanti “sinistri”, così si esprimeva:

Sicuramente anche i bolscevichi procederebbero esattamente in questi termini [ampia partecipazione proletaria, secondo le regole della democrazia sovietica, nella gestione del processo rivoluzionario, ndr] se non soffrissero della spaventosa guerra mondiale, dell'occupazione tedesca e di tutte le abnormi difficoltà connesse, che non possono non sviare qualunque politica socialista pur traboccante delle migliori intenzioni [...] Hanno voglia di gridare i socialisti governativi tedeschi, che il dominio bolscevico è una caricatura della dittatura del proletariato. Se è stato o se è vero lo si deve all'atteggiamento del proletariato tedesco, di cui quello bolscevico non è che una conseguenza, e che è stato una caricatura della lotta di classe socialista. Stiamo tutti sotto le ferula della storia, e l'ordinamento socialista è attuabile solo internazionalmente. I bolscevichi hanno mostrato che essi possono tutto quanto un partito schiettamente rivoluzionario è in grado di fare nei limiti delle possibilità storiche...

Rosa Luxemburg, La rivoluzione russa, in Scritti scelti, Einaudi, 1975, pagg. 605-606.

(11) Victor Serge, cit., sintetizzando Lenin, pag. 88.

(12) Lenin, riportato in Serge, cit., pag. 157.

(13) La considerazione venne fatta durante la polemica rovente, all'interno del partito, che precedette e accompagnò la firma del trattato di Brest Litovsk, nel marzo del 1918, tra chi voleva firmare subito, chi, come Trotsky, era per la non-firma e la non-guerra, e chi, come i comunisti di sinistra, era per il rifiuto di qualsiasi accordo con l'imperialismo austro-tedesco a cui si voleva opporre la guerra rivoluzionaria.

(14) Karl Radek, prefazione a Béla Szànto, Le lotte di classe e la dittatura del proletariato in Ungheria, Milano, Società Editrice Avanti!, 1921, ristampa anastatica B. Szanto, La rivoluzione ungherese del 1919, La Nuova Sinistra Samonà e Savelli, s.d., pagg. 11-12.

(15)

La repubblica bavarese dei Consigli non fu fondata dai comunisti, dai più decisi fautori dell'idea dei Consigli. Essa fu il risultato delle mistificazioni e degli intrighi dei socialisti governativi, del donchisciottismo anarchico, e della politica opportunista del Partito indipendente […] In essa i comunisti non potevano vedere che un'impresa sbagliata; ma la dialettica del processo storico costrinse poi le masse ad agire, e indi il Partito comunista ad assumere il potere […] la storia della repubblica bavarese dei Consigli offre un variopinto quadro di ridicolaggine e di severa grandezza, di debolezza e di incrollabile risolutezza, di perfido tradimento e di eroica abnegazione,

P. Werner, La repubblica bavarese dei consigli, Libreria Editrice del Partito Comunista d'Italia, 1922, ristampa anastatica P. Werner (Paul Frholich) La repubblica bavarese dei consigli operai, La Nuova Sinistra Samonà e Savelli, 1970, pag. 11. In questa edizione c'è un errore, perché Frolich si scrive senza la “h” dopo la “erre”.

(16) P. Werner, cit., pagg. 88 – 89.

(17) P. Werner, cit., pag. 10.

(18)

All'inizio di gennaio [1919] i comunisti [a Brema] persero la guida di Johann Knief che, ammalatosi gravemente, morì il 6 aprile dopo un intervento chirurgico. L'organizzazione degli internazionalisti di Brema, cresciuta rapidamente per l'afflusso di molti militanti nuovi e pertanto privi di una solida formazione politica, avrebbe ben presto sentito la mancanza di questo compagno insostituibile; [… e ad Amburgo:] i Linksradicale [radicali di sinistra, già appartenenti alla SPD, contribuirono alla nascita della KPD] avevano già molta influenza sul movimento; ma non godevano di una forza organizzata anche solo parzialmente adeguata alla loro influenza e gli effetti di questa carenza furono presto evidenti,

Paul Frolich, Rudolf Lindau, Albert Schreiner, Jacob Walcher, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania 1918 – 1920, edizioni Pantarei, 2001. Che gli autori di questo saggio storico siano poi tutti finiti malamente, dal punto di vista politico, la dice lunga sugli effetti devastanti che la controrivoluzione può produrre anche nei compagni, all'origine, più sperimentati. Non ci soffermiamo, inoltre, sul ruolo quanto meno ambiguo di uno dei capi più influenti dei Linksradicale, Heinrich Laufenberg, in seguito teorico del “nazional-bolscevismo”.

Lunedì, June 30, 2014

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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