Sugli ultimi tagli alla sanità

“Pagherete caro, pagherete tutto” era uno dei più frequenti slogan che si alzava durante i cortei militanti della sinistra extraparlamentare degli anni ’70 e li accompagnava soprattutto nelle occasioni di manifestazioni di protesta per l’uccisione di militanti politici caduti o sotto il fuoco neofascista o delle forze dell’ordine.

A tantissimi anni da quegli eventi, la legge del contrappasso storico, quasi come una beffa, ne ha rovesciato esattamente il significato in senso borghese, costituendo l’ossatura con cui i vari provvedimenti di smantellamento dello “Stato Sociale” hanno significato per la classe proletaria e lavoratrice l’erosione via via più accentuata di accesso gratuito alle varie prestazioni del Welfare, sostituito con la costruzione di un sistema “gabellare” che di fatto sta portando all’esclusione dalle stesse.

Ma se questo ne è l’aspetto più macroscopico, quello più immediatamente sentito e percepito nelle condizioni di vita della classe proletaria e lavoratrice, l’attacco al salario nelle sue diverse forme ( diretto-il netto in busta paga; indiretto-le prestazioni sociali; differito- le pensioni;), in realtà si va ad affermare attraverso la compressione del salario al di sotto del suo valore e, insieme all’aumento del grado di sfruttamento diretto del lavoro, come una delle principali controtendenze che insieme ad altre si oppongono nella crisi capitalistica alla caduta tendenziale del saggio di profitto, materializzando la tendenza all’abbassamento progressivo di tutti i fattori di produzione e, nel caso specifico, di riproduzione della forza lavoro.

Per questo l’attacco allo “Stato Sociale” , inteso quest’ultimo come strumento entro cui veicolano le condizioni e le modalità di soddisfacimento dei “bisogni necessari” alla condizione di riproduzione della classe proletaria e lavoratrice nella forma capitalistica, non può che riflettere la tendenza sopracitata all’abbassamento del valore della forza-lavoro e, per dirla con Marx, “del valore dei mezzi di sussistenza necessari per la conservazione del possessore della forza-lavoro” stesso.

La materializzazione di questo processo si può toccare con mano guardando all’aumento dei prezzi dei servizi pubblici, alla loro dismissione progressiva e ai processi di razionalizzazione capitalistica da cui sono investiti ( di cui le “ privatizzazioni” ne sono un aspetto), alla sostanziale diminuzione della “protezione sociale” che portano con sé, alla progressiva esclusione dal loro accesso di fette sempre più larghe di proletariato.

La recente approvazione del decreto legge sugli Enti Locali, in continuità con le precedenti misure di razionalizzazione della spesa pubblica, ha portato con sé un ulteriore taglio di fondi al servizio sanitario nazionale di 7 miliardi di euro nel triennio 2015-2017.

Scorrendo le voci colpite, ci si rende conto come spazino dalle prestazioni di base, alle cure fisiche e riabilitative ( le più colpite), alle cure odontoiatriche, ai soliti tagli ai posti letto e ai tempi di degenza media ospedaliera, riduzione per l’edilizia ospedaliera e tagli alle centrali operative del 118, nonché ad una riduzione dei “ livelli essenziali di assistenza” che definiscono a livello generale l’intervento dello Stato a “garanzia” della salute della popolazione.

Il vero salto di qualità che è stato introdotto in questo provvedimento è il criterio di “ appropriatezza delle prestazioni sanitarie” (da stabilire in un successivo decreto ) con cui lo Stato stesso su parametri economicisti stabilisce ciò che è necessario o meno per la salute dei propri cittadini. Finito il tempo della rincorsa al sistema delle “esenzioni”,che non dava risultati certi sul piano delle compatibilità dei tetti di spesa, il criterio di “appropriatezza” si configura, su questo piano più stringente, l’escamotage che articola il concetto che le cure sanitarie per caratteristiche e quantità devono strettamente compatibili con i fondi sanitari nazionali. Tutto il resto rimane fuori. Con il paradosso, ma poi non tanto, di voler abbattere le liste di attesa delle prestazioni cancellando le stesse prestazioni: un ottimo espediente, non c’è che dire.

Di fronte ad una condizione proletaria sempre più precaria e verso una tendenza all’impoverimento non solo ciò significa che tutto quello che rimane fuori da tale criterio deve essere pagato di tasca propria, ma più sostanzialmente spinge sempre più persone a curarsi sempre di meno o alla peggio come si può ( altro che malasanità).

Per questo l’affermazione del criterio di “appropriatezza delle prestazioni” nella sua essenza reale, essendo espressione materiale della mercificazione della salute umana in regime capitalistico, calandosi concretamente in una fase di profonda crisi del capitale stesso, non può che trovare il suo risvolto nel processo di vera e propria messa in mora della condizione e della salute delle classi lavoratrici a tutti i livelli.

Quest’ultimo decreto, stabilisce di seguito un ulteriore taglio sulla voce “ beni e servizi” che stabiliscono il funzionamento concreto delle strutture sanitarie. Anche qui si segue una linea già segnata da lungo tempo. Nel corso degli anni la maggior parte delle strutture sanitarie, per la riduzione dei costi imposta, ha visto articolare un processo di esternalizzazione dei propri servizi (da quelli alberghieri, alle forniture, fino a quelli direttamente sanitari) che spesso sono poi stati alla base di veri e propri scandali nelle stipule dei relativi contratti di assegnazione, con relativo giro di mazzette.

Ciò che non è mai cambiata, se non in peggio, è la condizione dei lavoratori impiegati in questi servizi, spesso alla mercè di ditte e cooperative che facevano dei bassi salari, del supersfruttamento e del ricatto lavorativo il proprio modus operandi.

Il decreto legge sugli enti locali non solo implementa i processi di esternalizzazione, ma lo fa a costi ancora più bassi degli attuali. Cosa ciò significhi per i lavoratori è abbastanza chiaro. Nell’immediato c’è il rischio di veri licenziamenti di massa per tutti quei lavoratori che sono impiegati in questi servizi con costi che alla stipula dei relativi contratti risultassero più alti di quelli richiesti oggi. Oppure l’accettazione di peggiori condizioni di sfruttamento e ancora più bassi salari per loro o per chi prenderà il loro posto.

In ultima istanza, tutto ciò dimostra che sempre più quello che può offrire questo sistema si oppone decisamente alle più basilari esigenze delle classi proletarie e lavoratrici. Il “diritto” alla salute, al lavoro, all’abitare, ecc…, divengono vuote parole di fronte alla logica del capitale. La stessa condizione umana diviene semplicemente una “variabile dipendente” dalle sue necessità, aprendo spazi enormi alla regressione sociale e materiale di gran parte delle donne e degli uomini dell’intero pianeta.

Sta alla classe di avanguardia, il proletariato, riconquistare la coscienza dei suoi interessi generali di classe e contrapporli a quelli della borghesia per l’affermazione di un sistema sociale e politico, il socialismo, che materializzi e dia spazio alle esigenze umane, liberando l’umanità prima di tutto dalle catene del lavoro salariato e dalla logica del profitto che ne è alla base: socialismo o barbarie.

EG
Mercoledì, August 26, 2015

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

Abbonamento annuale: € 15,00 (10 numeri)