Turchia, Isis, gas e nuovi equilibri imperialistici

L’imperialismo turco si è scatenato. Erdogan sta tentando la riedizione del sultanato ottomano combattendo i nemici interni e quelli internazionali. Collabora contemporaneamente con gli Usa in termini militari, con la Russia nella prospettiva della costruzione della Turkish Stream per diventare l’hub energetico più importante del Mediterraneo. Con l’Isis prima, contro l’Isis adesso. Contro il regime siriano, ma anche contro i curdi che lo combattono. Nel frattempo elimina fisicamente le opposizioni interne nel nome del costruendo “sultanato petrolifero” che per crescere ha assolutamente bisogno di ordine e di tranquillità.

Secondo la vulgata politologica internazionale, la Turchia avrebbe cambiato atteggiamento nei confronti dell’Isis a causa di un attacco kamikaze avvenuto ai primi di luglio a Suruc, che ha causato la morte di 32 cittadini turchi. Precedentemente, l'atteggiamento della Turchia nei confronti dei jihadisti del Califfato era stato apparentemente quello di "non interferenza" nella questione "Siraq", lasciando che le cose scorressero secondo i ritmi voluti da altri interpreti. Di fatto però ha consentito agli uomini del califfo di attraversare le sue frontiere, di contrabbandare petrolio e armi al di qua dei suoi confini, di allestire campi di addestramento, fungendo in pratica da base di appoggio alle operazioni militari e commerciali dell'Isis. L’esercito di Ankara non solo è rimasto spettatore, per essendo schierato a poche centinaia di metri durante l’assedio di Kobane, ma ne ha consentito la conquista e il massacro di civili che ne è seguito. Inoltre, aveva impedito agli Usa di usufruire delle sue basi aeroportuali per i raid aerei contro le strutture militari dell'Isis. L'unica sua preoccupazione sembrava essere l'abbattimento del regime di al Assad in Siria e, se le milizie dell'Isis stavano combattendo anche per questo, tanto di guadagnato. Poi improvvisamente il cambiamento di fronte. Ankara ha cominciato a bombardare le postazioni dell'Isis, ha concesso la base aerea di Incirlic alle forze aeree americane e, di fatto, si è collocata all'interno della Coalizione contro lo Stato Islamico.

Come al solito, la spiegazione non va ricercata nelle pieghe ideologiche, religiose o, come in questo caso, tragiche dell’atto terroristico che ha causato la morte di 32 cittadini turchi, bensì nel disegno dell’aspirante sultano neo-ottomano, Erdogan, di perseguire obiettivi imperialistici che, con il continuare a sostenere, anche se di nascosto e non ufficialmente, al Baghdadi, non avrebbe mai raggiunto.

Problemi interni

Dalle elezioni del 7 giugno scorso Erdogan è uscito vincitore ma senza la maggioranza assoluta che gli avrebbe permesso, cosa in cui fortemente sperava, di avviare un percorso costituzionale verso una sorta di presidenzialismo ai limiti della dittatura. La parziale, e non sufficiente, vittoria lo ha costretto a rivedere alcune posizioni tattiche, tra le quali quella di accaparrarsi i consensi delle forze politiche e di quei partiti anti jihadisti che, precedentemente, rappresentavano i suoi avversari politici. Una ripresa di credibilità in questo senso gli consentirebbe anche di affrontare con maggior successo lo scontro all'interno del suo stesso partito, lo AKP, con il vice presidente e acerrimo antagonista Arinc e il suo predecessore Abdullah Gull, nonché di ammansire alcune frange dell'esercito che, in alcuni casi, hanno mostrato insofferenza per le scelte di politica estera, e non solo, del presidente. In sintesi, l'obiettivo è quello di trasformare l'esercito in una Forza armata del partito AKP, ovvero in una sorta di milizia privata agli ordini del rinnovato Sultanato ottomano. Il tutto nella speranza che i piani in atto gli consentano alle prossime elezioni, già annunciate, di ottenere quel consenso popolare che gli permetterebbe di essere il nuovo sultano della “nuova” Turchia ottomana.

Il cambiamento di rotta si giustifica anche per altri obiettivi interni altrettanto gravi e pressanti in funzione di una politica di violenta repressione delle opposizioni domestiche. Accanto e durante i bombardamenti alle postazioni dell'Isis in territorio siriano, si sono aggiunti quelli alle postazioni curde siriane, le uniche, con qualche formazione filo iraniana, che al momento contrastano sul territorio l'avanzata del Califfato. Contraddizioni? Certo, ma sta di fatto che per Erdogan vale il continuare la lotta contro il regime di Bashar el Assad così come il colpire i suoi nemici, gli jihadisti di al Baghdadi e, contemporaneamente, l'indebolire i curdi siriani per lanciare un messaggio a quelli interni perché capiscano che per loro non ci sarà mai un futuro nazionalistico. Erdogan ha subito, non senza enormi preoccupazioni, la nascita di uno “Stato autonomo curdo” al nord dell'Iraq voluto dalle strategie petrolifere americane. Ha paura che dal possibile sfaldamento della Siria ne nasca un altro ai confini suoi e dell'Iraq, rinfocolando le mire autonomistiche del “suo” PKK.

All'interno di questo quadro domestico vanno letti altri due episodi di feroce repressione. Il primo riguarda proprio i bombardamenti di alcune postazioni del PKK in territorio turco, che di fatto hanno rotto la fragile tregua del 2012 tra il governo di Ankara e il partito di Ochalan. Le preoccupazioni di Erdogan di un comportamento del PKK più radicale rispetto agli accordi sottoscritti dal suo leader, hanno lasciato lo spazio ad azioni repressive e preventive che si sono concluse, al momento, in una serie di raid aerei sulle postazioni curdo-turche più cruenti di quelle perpetrati ai danni dei miliziani dell'Isis. Il che ha fatto pensare a non pochi osservatori interni e internazionali che la lotta contro l’Isis si configuri più come una “buona” scusa per combattere l’obiettivo interno, assai più vicino e pericoloso, che non il costituendo Stato Islamico.

Il secondo, sempre sul fronte interno, vede il costruttore del neo-impero ottomano cogliere la palla al balzo per eliminare dalla scena politica interna anche un altro scomodo interlocutore. Il 31 marzo scorso, un membro del sedicente Partito marxista turco (DHKP-C) si è introdotto nel palazzo di giustizia di Istanbul per sequestrare e successivamente uccidere il procuratore della Repubblica Selim Kiraz, responsabile dell'inchiesta sulla morte di un giovane manifestante durante le giornate di Gezi Park. La risposta del governo è stata dura. Mentre fervevano i bombardamenti sui jihadisti dell'Isis, sulle teste dei curdi siriani e dei curdi del PKK, la polizia segreta ha effettuato circa trecento arresti tra militanti di sinistra, aggiungendo anche un morto come effetto collaterale. Il che ha aperto la strada ad una serie di attentati sia da parte dei militanti curdi del PKK che di quelli del DHKP-C del 9 agosto, conclusisi con alcuni morti sia tra i militanti delle due organizzazioni che tra le forze dell’esercito. Certamente non saranno questi tragici episodi a fermare le ambizioni di Erdogan che, anzi, li userà a suo piacimento sul tavolo della repressione al terrorismo. O si muovono le masse, il mondo del lavoro e i proletari turchi in chiave rivoluzionaria, oppure l’aspirante deposta avrà vita facile per i suoi giochi di politica interna.

Problemi internazionali

L'altro fattore che ha imposto al governo di Ankara il citato cambiamento di fronte è rappresentato dal mutato quadro internazionale, sia per ciò che riguarda alcune modificazioni degli equilibri imperialistici nell'area, sia per ciò che concerne il ruolo della Turchia all'interno del mutevole e redditizio mondo legato alla distribuzione del gas asiatico e alle sue vie di commercializzazione.

La più importante mutazione degli equilibri imperialistici nell'area è certamente rappresentata dai recenti accordi sul nucleare tra gli Usa e l'Iran. Per Obama l'aver convinto l'Iran del nuovo corso a sottoscrivere l'accordo è innanzitutto un successo di politica internazionale che mancava nel "carnet" del quasi pensionato presidente americano. Stando alle sue parole, l'accordo, che impone all'Iran di non pensare alla bomba atomica per dieci anni, renderebbe il mondo più sicuro, mantenendo inalterato il numero degli aderenti al club atomico. Come dire che la sua diplomazia ha raggiunto un importante risultato che altrimenti avrebbe lasciato le cose come stavano, cioè di crisi permanente. In realtà, il presidente uscente doveva passare il testimone al suo possibile successore democratico con qualche buon “risultato” in termini di politica estera. In più, la mossa di Obama ha il dichiarato obiettivo, se non di sottrarre l'Iran all'influenza russa, di indebolirne il rapporto con tutti gli effetti del caso sull'intera area. Tra i quali il tentativo di sottrarre l’Iran dall’intreccio strategico gas-petrolifero tra Russia e Cina, indebolendone il segmento caspico.

Per Rohani (presidente dell'Iran) l'accordo con gli Usa è la fine di un incubo. La rimozione delle sanzioni ridarà fiato all'economia degli ayatollah, sia sul piano commerciale sia su quello petrolifero, rilanciando l'Iran come potenza d'area ben oltre il ruolo che già sta giocando in Siria, in Iraq, sulla questione curda, nonché all'interno delle contraddittorie tensioni politiche e militari contro l'espansionismo dell'Isis.

Per la Turchia invece la firma degli accordi sul nucleare è l'inizio di un incubo. La prima preoccupazione è quella di perdere l'appoggio, sia pure logoro, contrastato e a volte contraddittorio, degli Stati Uniti. Il che provocherebbe un cambiamento degli equilibri nell'area e dei rapporti di forza a favore dell'Iran e, inevitabilmente, a sfavore della Turchia. E' probabilmente alla luce di questa nuova situazione che il governo di Erdogan si sta ponendo, in termini di politica internazionale, nella "terra di mezzo", tentando di ricucire i rapporti con gli Usa e con "l'alleato-nemico" Israele, rimettendo in piedi il vecchio rapporto di cooperazione militare voluto e realizzato a suo tempo dal Pentagono in chiave anti Russa e contro i suoi satelliti nel Mediterraneo. Da qui l'inversione di rotta nei confronti dello Stato Islamico, l’ingresso di fatto all’interno della Coalizione anti Isis e la concessione della base aerea agli Usa, pur di alimentare la speranza di non perdere completamente il rapporto con il governo americano, per continuare a lavorare al fine di fare della Turchia il principale hub petrolifero sulle sponde del Mediterraneo. L’ormai più che probabile spostamento della politica americana verso l'Iran sarebbe una battuta d'arresto alle ambizioni di Erdogan e del suo protagonismo imperialista che meritano, almeno, un tentativo di riavvicinamento alle strategie di Washington, anche se comportano concessioni che precedentemente non erano nemmeno all’ordine del giorno. In linea con la nuova strategia, già nel marzo scorso, quando ormai era chiaro che l’accordo nucleare con l’Iran sarebbe andato in porto, il governo di Ankara si era portato avanti con il lavoro firmando un accordo militare con Riad in base al quale si sarebbero unite le forze contro il regime di Bashar el Assad, armando e finanziando le formazioni militari di opposizione come al Nusra e Ahrar al Sam e, contemporaneamente, combattendo lo jihadismo del Califfato. Mosse che, se vincenti, consentirebbero alla politica neo ottomana di Erdogan di riavvicinarsi agli Usa, di assorbire con danni accettabili il probabile ritorno sulla scena dell’Iran e, cosa più importante, di continuare a costruire il suo ruolo di fondamentale snodo petrolifero nel Mediterraneo.

Il Turkish Stream

Le variazioni della politica estera turca non finiscono qui. L’abilità nel tenere un piede in più scarpe ha trovato in Erdogan un interprete di prim'ordine. Dopo aver fatto marcia indietro con l’Isis per non inimicarsi l’imperialismo americano, dopo aver abbassato i toni nei confronti del suo acerrimo nemico del Caspio, l’Iran del nuovo corso sdoganato da Washington, e riaperto il dialogo con Israele, pur di perseguire sino in fondo le sue ambizioni imperialistiche nel bacino del Mediterraneo, la Turchia ha messo un suo piedino anche nello scarpone russo.

La vicenda del Turkish Stream parte dall'impossibilità da parte della Russia di dare il via al vecchio progetto del South Stream, non voluto dall’Europa per non dipendere completamente dal gas russo, boicottato dagli Usa per ovvi motivi di concorrenza e reso impraticabile dal comportamento del governo bulgaro, ben istruito al riguardo dallo stesso governo americano.

La Russia non si è persa d’animo. Il 7 maggio 2015, l’amministratore delegato di Gazprom, Aleksej Miller, ha firmato un accordo definitivo con l’omologo della Compagnia turca Botas per la costruzione di un gasdotto (Turkish Stream) che dalle lontane lande della Siberia porterebbe il gas in Turchia attraversando il Mar Nero. Alla Gazprom Russkaja il compito di costruire la struttura, by-passando “l’infida” Ucraina, entro il 2016. Il che significherebbe per la Russia la grande opportunità di ripresentarsi quale affidabile fornitore di gas al sud dell’Europa e per la Turchia la concreta possibilità di costruirsi quale unico hub del Mediterraneo. Ma le ambizioni di Erdogan vanno oltre le risorse energetiche russe. Sempre per la teoria del piede in più scarpe, le risorse energetiche da amministrare sono anche quelle azere e, perché no, persino quelle del nemico iraniano, se gli Usa ci mettessero un buona parola. Attualmente, attraverso la Turchia passano le più importanti pipeline tra Oriente e l’Europa. In atto ci sono: l’Iraq-Turkish-Ceyhan che trasporta petrolio iracheno proveniente del Kurdistan di Barzani. Il BTC, ovvero il Baku-Tbilisi-Ceyhan. Il BTE, Baku-Tbilisi-Erzorum la Trans Anatolian pipeline, la Trans Adriatic pipeline, oltre al Blue stream. Con il Turkish Stream l’imperialismo turco farebbe “scala reale”, per cui accordi con tutti, alleanze che mutano a seconda degli accordi gas-petroliferi già stabiliti e quelli in “fieri” e pugno di ferro contro chiunque possa rappresentare, anche lontanamente, un pericolo per il grande progetto neo ottomano.

Nonostante le profonde divergenze con Mosca sull’Ucraina, sulla Siria e sul referendum in Crimea, non ancora approvato da Ankara, l’accordo del Turkish Stream, peraltro in aperto contrasto con le aspettative americane a cui, apparentemente e contraddittoriamente, Ankara sembra volersi adeguare, aprirebbe la porta ad altri business di grande interesse. Se la linearità delle aspettative fosse direttamente proporzionale alla contraddittoria oscillazione tra i vari poli imperialistici internazionali, ci sarebbe in cantiere anche la costruzione di una centrale nucleare ad Akkuyu sulla sponde del Mediterraneo, con la collaborazione dell’impresa russa Rosatom, e la firma di una lunga serie di accordi economico-commerciali che porterebbero il livello degli scambi dagli attuali 33 miliardi di dollari ai 100 entro il 2020. Sulla scia di tutto ciò Mosca e Pechino, all’interno di una prospettiva imperialistica ancora più ampia, giocano la carta di inserire la Turchia all’interno della Cooperazione di Shanghai (SCO) nello scontro, ormai dichiaratamente aperto, tra l’asse euro-asiatico russo-cinese e quello euro-americano. Prospettiva che si configurerebbe come uguale e contraria a quella americana di sottrarre l’Iran all’influenza russo-cinese.

All’interno di questo scenario, eterogeneo per il numero e la “qualità” degli interpreti, altamente composito per gli interessi che li muovono e difforme per le ambiguità che lo caratterizzano, una cosa è chiara. A una Turchia che volesse contenere i danni dell’accordo americano sul nucleare con l’Iran ed esaltare il contratto con la Russia sul Turkish Stream, necessita un’opera di bonifica all’interno della sua struttura politica nazionale e nelle immediate vicinanze dei suoi confini. Non a caso Erdogan ha cambiato fronte sulla questione dello Stato Islamico, quando ha percepito che appoggiarne le ambizioni avrebbe comportato mantenere una pericolosa condizione di precarietà al suo più vicino esterno, sia nell’immediato che per il futuro. E per la stessa ragione ha pensato che, qualora i resti della Siria di Assad esplodessero definitivamente, ci sarebbe il rischio della nascita di uno stato curdo, il secondo dopo quello iracheno di Massud Barzani, che aumenterebbero le ambizioni nazionalistiche di un PKK più combattivo, nonostante il dietro front di Ochalan. Per cui indebolire al suo interno la componente curda e qualsiasi altra forma di opposizione è altrettanto importante quanto, se non di più, che combattere l’Isis di al Baghdadi. Le azioni pressoché simultanee contro l’Isis, i curdi iracheni e siriani e contro i partiti della sinistra radicale sono, nei fatti, quel processo di bonifica atto a contenere il possibile allargamento del raggio d’azione dello sciismo iraniano e un atto di prevenzione tattica a difesa del costruendo Turkish Stream che, come tutti i grandi business, non ha bisogno di elementi e situazioni di perturbazione che devono assolutamente essere rimossi radicalmente e al più presto.

Sopra e dentro le trame dei piccoli e grandi imperialismi che regolano la storia del mondo al ritmo dei loro interessi, si muovono masse di diseredati che, senza un progetto di alternativa sociale, senza un punto di riferimento politico rivoluzionario, diventano lo strumento di questi obiettivi. In balia delle ideologie delle loro classi dominanti, queste masse di diseredati, di lavoratori sull’orlo della sopravvivenza, finiscono per cadere nelle reti di questo o quel jihadismo, sunnita o sciita che sia, ma sempre funzionale agli interessi della classe avversa. La reti possono essere anche quelle del nazionalismo laico o religioso, ma pur sempre sponda politica dell’avversario di classe.

E’ ora di rompere queste reti, di dare senso politico all’unica alternativa possibile al capitalismo, al suo essere imperialista, alle sue crisi devastanti e alle sue ancora più devastanti guerre. E’ ora di costruire il partito rivoluzionario internazionale quale condizione politica verso il comunismo.

FD, agosto 2015
Sabato, August 29, 2015

Prometeo

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