Giornate nere per la Borsa “rossa” di Shanghai

Il dragone cinese in crisi

Fine agosto – Proseguono, aggravandosi, le “turbolenze” finanziarie cinesi, e con esse la crisi che si sta allargando nel settore economico-produttivo del Paese, fino a ieri la “fabbrica del mondo” con quasi il 50% della “crescita globale”. L’azionariato “capital-socialista” sta franando: cadute giornaliere della Borsa di Shanghai fino all’8,5%: in tre giorni perdite del 25% (50% da giugno). “Bruciati” migliaia di mld dollari. Allarmata l’Agenzia Statale Xinhua che vede dimezzati i miliardi investiti in un anno (yuan, dollari ed euro); centinaia i titoli sospesi mentre la Banca Centrale (People Bank of China) pompa denaro (centinaia di mld dollari per sostenere la Borsa e lo yuan), taglia i tassi di interesse su prestiti e depositi, abbassa il coefficiente di riserva obbligatoria per le Banche e “consiglia” ai Fondi pensione pubblici investimenti in Borsa per un 30% (circa 565 mld dollari) del loro capitale…

Lo yuan è stato svalutato (circa il 4%, dopo che l’ancoraggio al dollaro lo aveva sopravvalutato) (1). I capitali ora lamentano in Cina una scarsa “remunerazione”: la Security Mingheng stima una “fuga” di 800 mld yuan (125 mld dollari, ma altre fonti parlano di 400 mld!); l’incidenza sulla liquidità interna e sulle riserve valutarie preoccupa Pechino (2) al pari dell’eccessivo shopping all’estero di prodotti di lusso, anziché risparmiare per investire in Patria… (3)

Quella cinese si rivela ben più che una “recessione” provocata da un eccesso di “sofferenze bancarie” che rallenterebbero la concessione di altri crediti alle aziende di Stato le quali fino a ieri sono state clienti privilegiate ricevendo il 70% dei prestiti bancari. La globalizzazione esige alta competitività nella produzione di merci da collocare sui mercati: o si aumenta l’efficienza produttiva in campo nazionale o si va in crisi! (4) Frana il mito di “una domanda illimitata per una crescita illimitata”. E il listino di Shanghai piange con perdite del 40% in due mesi… Attorno al solo settore immobiliare cinese, da mesi entrato in crisi, ruotava il 15% dell’economia. La Borsa si è vista costretta a gonfiare una nuova bolla, con un giro di azioni che da 500 mld dollari (giugno 2014) era cresciuto a 6.500 mld nel maggio 2015.

Il capitale cinese si è dissanguato (a spese del proletariato) costruendo acciaierie senza sbocchi di mercato, città fantasma, palazzi enormi e fila di villette a schiera disabitate, autostrade vuote (le vendite di auto sono in calo e la loro produzione rallenta). E il costo lavoro si è fatto più “interessante” (per il capitale) nel Sud Est asiatico.

Dietro il boom azionario, le quotazioni superavano ogni riferimento rispetto ai loro fondamentali; fiorivano le operazioni di margin financing, (l’indebitamento per l’acquisto di titoli, non solo per casa o auto, inseguendo lo status delle borghesie occidentali). In un anno il margin credit è passato da 400 mld di RMB (3,1 per cento della capitalizzazione di mercato di Shanghai) a 2.100 mld (6,7 per cento di capitalizzazione). D’altra parte, il denaro rincorre il mito illusorio della capitalizzazione finanziaria quando i profitti industriali scendono: dal +11,4% (gennaio-giugno 2014) al –4,2% (primi due mesi 2015 e –0,7 nel semestre gennaio-giugno 2015. Il fatturato è sceso dal +8,6% (primo semestre 2014) al +1,4% (primo semestre 2015). La Banca Centrale si è vista costretta ad incrementare i flussi di credito agli enti locali fortemente indebitati, incoraggiando le banche a comprare le obbligazioni che questi ultimi emettono. Le spese in infrastrutture vanno alimentate per attenuare i “rallentamenti” nel settore immobiliare e manufatturiero. Anche se poi queste “spinte” (monetarie-creditizie) hanno dato il via, grazie anche al settore finanziario “informale”, alle ultime speculazioni azionarie: secondo Pechino questa era la strada da percorrere verso una “economia evoluta”…

La polverizzazione di 3mila mld dollari di capitalizzazione è stata come un’onda d’urto da tsumani orientale. Il debito privato e pubblico cinese è cresciuto dal 140% a più del 240% del Pil (senza quello delle Banche). (5)

La People’s Bank of China cerca di “aggiustare” la crisi sostenendo le… “forze del mercato” e chiede al Fmi di qualificare lo yuan (dandogli più competitività) come moneta di riserva internazionale accanto a dollaro, sterlina, euro e yen. Si aprirebbe così la porta ai Diritti Speciali di Prelievo (Dsp). A 15 anni dalla sua ammissione al Wto, la Cina chiede di essere considerata una economia di mercato senza alcuna limitazione commerciale.

Il capitale cinese scalpita dopo essersi già attivato nei Paesi Brics, ponendosi obiettivi quali la realizzazione di infrastrutture e investimenti “produttivi” verso la zona Mediorientale, compresa India e Russia, che con la Cina rappresenta un mercato di tre miliardi di abitanti. (Il problema, per il capitale, è che più della metà di questi non ha “reddito”!) Circolano “proposte” di costruzione di oleodotti, gasdotti, ferrovie, porti, strade, aeroporti, corridoi industriali. Gli Emirati Arabi Uniti, a loro volta, stanno investendo 75 mld di dollari per “opere pubbliche” in India. Ma si ha notizia che l’Arabia Saudita ricerca capitali sui mercati finanziari anziché offrirli!

Aumentano le preoccupazioni per la stabilità sociale ed economica in molti Paesi e per gli assetti geopolitici mondiali. Le manovre attorno a blocchi politici, economico-finanziari, si intensificano specie nell’area mediorientale. Anche se i mercati di Turchia, Iran, Egitto stanno venendo meno alle aspettative in loro riposte.

Un rialzo dei tassi di interesse della Fed (dopo 10 anni di ribassi) rischia di accelerare la crisi ed è diventato un incubo per la massa di liquidità prestata nel mondo, specie ai “Paesi emergenti” e ai gruppi industriali locali: dopo 5 anni i debiti superano i 4.500 mld dollari. Inoltre un calo delle obbligazioni denominate in locali monete, sarebbe molto “sensibile” rispetto al dollaro che, rafforzandosi, comporterebbe una scarsa remunerazione degli asset finanziari e dei bond dei “Paesi emergenti” (tali fino a ieri…), oltre che delle loro valute.

La realtà ha travolto le “speranze” riposte sui Paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina, SudAfrica); la loro carica di dinamismo avrebbe dovuto lanciare il “capitalismo in veste popolare” ma quello che si è diffuso è un “malessere” a effetto domino in campo economico e sociale del mondo intero, aggravato dal calo dei prezzi delle materie prime, specie il petrolio (il barile di crude ha toccato i 38,1 dollari, 45 il Brent!) ma anche rame, grano e legumi, fonte di profitto per molti di loro, ed oggi ai valori più bassi dal 1999. Anche il prezzo dell’oro è in calo, mettendo in difficoltà i rapporti di cambio valutario che miravano a una de-dollarizzazione (6).

Gli “analisti” del capital-socialismo cinese si spremono le meningi: come “stimolare” la domanda interna, creando “catene di valore aggiunto”?

Il proletariato cinese potrebbe cominciare a chiedersi: ma che razza di socialismo è questo?

DC

(1) Anche la lira in Turchia è stata svalutata del 17%, e la Borsa è in perdita del 20%. Deprezzata la rupia indiana, scesa a 66,49 rispetto al dollaro: la Reserve Bank of India si prepara all’utilizzo delle riserve come freno. Lo stesso per won coreano, real brasiliano (al minimo degli ultimi 12 anni rispetto al dollaro), rublo, dollaro di Taiwan e Singapore, bat thailandese, rigget malese. Altre svalutazioni in Brasile, Venezuela, Messico, Colombia, Cile, Equador, Perù, Sud Africa, Indonesia. Le valute “scivolano” e si temono inflazioni anti-competitive. L’America Latina è quasi alle corde.

(2) Le riserve monetarie cinesi si riducono di mese in mese e potrebbero persino esaurirsi entro il 2018, secondo calcoli dell’analista Charlene Chu.

(3) Nel 2014, 50 mld dollari sono stati spesi per acquistare “turisticamente” il 29% dei prodotti mondiali della “fascia lusso”. 290 mld dollari quelli spesi dalla borghesia cinese, in casa e fuori casa, in abbigliamento, gioielli, orologi, auto.

(4) L’indice manifatturiero cinese è in calo ai minimi degli ultimi sei anni; in aumento gli stock di merci invendute. Fino al 2007 la Cina aveva esaltato il

Pil due cifre (+14,6), l’aumento degli investimenti e dei “risparmi” delle famiglie borghesi. Oggi l’aumento del Pil si è dimezzato: a fine anno lo si “prevede” ottimisticamente al +6,7%. Calano esportazioni e importazioni, e il consumo di merci all’interno del Paese è rimasto pressoché stazionario.

(5) Le sole imprese private hanno un debito pari al 160% degli 11 trilioni dollari del Pil nazionale. Ad oltre 20 trilioni di dollari è stimata, nei prossimi 4 anni, la necessità di piazzare titoli di debito, nuovi e vecchi da rinnovare. La politica espansiva del credito doveva sopperire al diminuito “giro di affari” commerciali con l’estero.

(6) In giugno Pechino ha acquistato 600 tonnellate di oro.

Sabato, September 12, 2015

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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