A cent'anni dalla Prima Guerra Mondiale

Da Prometeo #13, giugno 2015

Pubblichiamo ampi stralci di un ottimo articolo dei compagni inglesi della CWO sul primo conflitto imperialistico mondiale. La versione completa, che contiene riferimenti specifici sulla situazione britannica, è pubblicata su Revolutionary Perspectives #4 e potete trovarla nella sezione inglese del sito.

La socialdemocrazia, la Prima Guerra Mondiale e la classe operaia in Gran Bretagna

Per i marxisti laPrima guerra mondiale segna uno spartiacque nella storia del capitalismo. A differenza delle guerre precedenti, questa guerra ha coinvolto l'intero globo ed è stata il risultato diretto della rivalità imperialista tra le "grandi potenze", una rivalità che non è stata solo il risultato di politiche bellicose da parte di particolari governi, ma una conseguenza inevitabile del processo di accumulazione del capitale. Con l'inizio del ventesimo secolo, la concentrazione e centralizzazione del capitale avevano raggiunto proporzioni da monopolio e la concorrenza economica tra le imprese all'interno dei confini nazionali stava sempre più diventando concorrenza tra capitali nazionali, in cui gli interessi economici, politici e militari convergevano in un unico interesse: l'interesse dello Stato.

In breve, come Lenin sottolineò per primo, il capitalismo aveva raggiunto una nuova fase del suo sviluppo da cui non si sarebbe più potuti tornare indietro. Con le sue leggi economiche ormai operanti su scala mondiale, le cicliche crisi del sistema non potevano più essere risolte con i vecchi mezzi quali fallimenti, chiusure e accorpamenti di aziende. Da allora in poi erano necessarie svalutazioni molto più massicce del capitale, il tipo di svalutazione che può venire solo dalla distruzione in massa di capitale costante operata della guerra moderna.

Anche per la classe operaia, la Prima Guerra Mondiale segna uno spartiacque. Per chi ha occhi per vedere, ha rivelato l'impossibilità per il capitalismo di essere trasformato pacificamente e gradualmente in socialismo. Il movimento operaio si trovava di fronte all'assurdità dell'idea che le stesse forze espansive che avevano portato all'imperialismo capitalista avrebbero portato il capitale verso una sorta di sistema centralizzato mondiale, in cui la guerra sarebbe stata una cosa del passato. Pochi hanno scelto di confrontarcisi. Al contrario, quando nel 1914 la guerra scoppiò, la Seconda Internazionale crollò, perché la maggior parte dei partiti suoi affiliati abbandonarono ogni finzione di internazionalismo proletario.

In realtà, nonostante il suo impegno di fare "guerra alla guerra", nel periodo fino al 1914, la Seconda Internazionale non fu mai in grado di raggiungere un accordo su ciò che la classe operaia internazionale avrebbe dovuto fare nel sempre più probabile caso di una guerra inter-imperialista.

La guerra imperialista e la Seconda Internazionale

Solo una minoranza, associata alle figure di Lenin e Luxemburg, vedeva una tale guerra come un'opportunità per la classe operaia di rovesciare il capitale. Nel 1907, per esempio, avevano ottenuto che il seguente ulteriore paragrafo fosse aggiunto alla risoluzione sulla guerra adottata dal Congresso Socialista Internazionale riunitosi a Stoccarda:

Nel caso in cui la guerra dovesse scoppiare, è suo (della classe operaia) dovere intervenire in favore della sua rapida fine e utilizzare con tutte le sue forze la crisi economica e politica creata dalla guerra per sollevare le masse e accelerare quindi la caduta del dominio di classe capitalista.

Però, come indicano le parole iniziali della frase, la maggior parte della Seconda Internazionale non considerava seriamente la possibilità che una guerra avvenisse realmente, né tanto meno la possibilità per la classe operaia di cogliere l'occasione per "accelerare la caduta del dominio di classe capitalista”.

Un aspetto fondamentale del pensiero socialdemocratico era la convinzione che la democratizzazione della società esistente avrebbe inevitabilmente portato il proletariato alla conquista del potere politico (in quanto si era ipotizzato che la classe operaia fosse maggioritaria in una società capitalistica avanzata) e quindi al socialismo. L'avvento del socialismo era visto come la logica conseguenza della rivoluzione democratica.

All’interno del partito socialdemocratico tedesco, la SPD, roccaforte della socialdemocrazia, questa era vista come una 'rivoluzione' che sarebbe avvenuta attraverso le urne; ciò, nonostante il sistema sostanzialmente antidemocratico della Germania sotto il Kaiser.

In realtà non vi erano prove convincenti del fatto che, prima o poi, chi deteneva il potere politico in Germania avrebbe dovuto tener conto della forza elettorale della classe operaia. Nel 1912 la SPD poteva proclamare di avere 110 seggi su 397 nel Reichstag, il risultato di 4,5 milioni di voti alle urne. Ma una cosa è che il capitale sia pressato a concedere riforme politiche, un'altra la conquista del potere da parte della classe operaia e il rovesciamento del capitalismo.

Ma quello che oggi sembra lampante non era così evidente a coloro che vivevano sotto regimi autocratici come quello della Germania guglielmina o della Russia zarista. L'istituzione della democrazia borghese, una sorta di sistema parlamentare con eventualmente una monarchia costituzionale, avrebbe comportato una rivoluzione nell’aspetto politico di questi stati.

Mentre una tale rivoluzione era inconcepibile in Russia, dove occorreva il rovesciamento violento dello zar, in Germania, capitalisticamente più avanzata, la trasformazione pacifica dello stato capitalista era vista come una possibilità concreta da parte della destra 'revisionista' della SPD.

Questo in realtà non ha comportato una divisione netta tra riformisti e rivoluzionari, almeno dal punto di vista della rivoluzione proletaria. La posta in gioco era la rivoluzione democratico-borghese, non quella socialista. Kautsky, per esempio, non riteneva che il sistema politico della Germania guglielmina avrebbe potuto essere trasformato pacificamente e in questo senso è stato un anti-revisionista. Arrivò tuttavia a teorizzare che le forze centripete del capitale internazionale avrebbero potuto portare ad un mondo capitalista 'super-imperialista' in cui le guerre sarebbero state inutili e che avrebbe fornito la base di partenza per il socialismo internazionale.

Implicitamente, il socialismo internazionale sarebbe stato istituito gradualmente e pacificamente, ma il pieno significato di tutto ciò non era chiaro. Per il momento - cioè fino al 1914 - la distinzione tra il programma massimo di lungo periodo (il socialismo) e il programma minimo (riforme immediate) consentiva ai socialdemocratici di conservare l'illusione che revisionisti, riformisti e rivoluzionari stessero tutti lavorando per lo stesso obiettivo finale.

Ma è stata un’illusione, alimentata dalla apparente unanimità delle forze della Seconda Internazionale contro la guerra e dalla loro capacità di mobilitare i lavoratori in manifestazioni contro la guerra.

Durante la prima guerra balcanica (1912), l'Ufficio Internazionale Socialista (ISB) produsse un manifesto contro la guerra in cui si riconosceva che:

Il conflitto balcanico può diventare in qualsiasi momento un conflitto generalizzato [... e si faceva appello al proletariato europeo a] agire contro la guerra e contro la propagazione del conflitto balcanico ...con tutta la sua forza organizzativa, con l'azione di massa.

Ci furono manifestazioni di massa in Germania anche prima che il manifesto fosse pubblicato il 29 ottobre 1912. Il 20 ottobre 150.000 lavoratori avevano dimostrato a Berlino e dimostrazioni di massa si erano diffuse in tutta Europa. Il 17 Novembre, su richiesta della SPD, furono organizzate grandi manifestazioni di protesta in tutte le capitali europee in cui erano presenti partiti affiliati all'Internazionale.

In questa occasione i rappresentanti dei vari partiti socialisti, Jaurès e Renner a Berlino, MacDonald, Vandervelde e Scheidemann a Parigi, hanno preso la parola avvertendo i governi che 'non avrebbero potuto dare fuoco all'Europa impunemente'... A Pré-Saint-Gervais, vicino a Parigi hanno dimostrato oltre 100.000 persone. Tutta la stampa socialista continuava a ripetere: 'Noi non siamo impotenti, perché i governanti non possono cominciare una guerra se si rendono conto che il popolo non la vuole'.

In questo contesto si tenne un congresso straordinario dell’ISB a Basilea. Secondo Jean Longuet (francese, destra socialista), il congresso era destinato ad essere

una potente dimostrazione della unità del movimento socialista nella lotta contro la guerra, una espressione armoniosa della potenza dell’Internazionale.

Eppure, nonostante la retorica e l'atmosfera inebriante generatasi a Basilea, i socialdemocratici erano più lontani che mai dal concordare una strategia concreta nel caso che la guerra fosse effettivamente scoppiata. La maggior enfasi al congresso di Basilea fu messa sul prevenire la guerra facendo pressione sui governi. Alexandra Kollontaj (una menscevica) ha annotato così in una lettera le sue impressioni sul Congresso:

Si sentiva la necessità di spaventare l'Europa, di minacciarla con lo 'spettro rosso', la rivoluzione, nel caso i governi avessero rischiato la guerra. E in piedi, sul tavolo che fungeva da piattaforma, io ho minacciato l'Europa ... E' stato tremendo, la protesta dei popoli contro la guerra, e la voce meravigliosa di Jaurès, e la meravigliosa e bianca vecchia testa del mio amato Keir Hardie, e il grande organo, e le canzoni rivoluzionarie, le riunioni ... Sono ancora stordita da tutto quello che ho vissuto ...
La paura della classe dominante di una rivoluzione proletaria come conseguenza di una guerra mondiale si è dimostrata essere una vera garanzia di pace.

Manifesto di Basilea, 1912

La maggioranza socialdemocratica non solo considerava la prospettiva della rivoluzione proletaria come uno strumento di minaccia contro i governi piuttosto che qualcosa per cui lavorare direttamente, ma a Basilea l’ISB aveva anche deliberato di intensificare la campagna contro la guerra da "con una propaganda sempre più energica, con proteste sempre più ferme", che si dovevano estendere per includere, a fianco della classe operaia, anche la classe media e i pacifisti in generale. In altre parole, l'azione della classe operaia contro la guerra doveva essere limitata a manifestazioni e trasformata in un movimento populista. Qualsiasi riferimento al fatto che la guerra imperialista fosse intrinseca al capitalismo fu completamente respinto.

L’obiettivo esplicito dell’Internazionale era ora l'instaurazione di un capitalismo pacifico attraverso il disarmo e non del socialismo attraverso la rivoluzione. Di conseguenza, l’ISB respinse il seguente emendamento proposto della Luxemburg alla bozza del Manifesto di Basilea riguardo all’azione di massa.

Tale azione deve essere rafforzata in forma e intensità come aumenta la minaccia della guerra, così che, nel caso della catastrofe finale, possa culminare in una decisiva azione di massa rivoluzionaria.

Allo stesso modo è rimasta inascoltata l'opposizione di Pannekoek, Radek e Lensch all’allineamento della classe operaia con la piccola borghesia pacifista, così come la loro critica che considerava utopica la politica dell’Internazionale di premere sulla borghesia per il disarmo.

Anche se l’ISB aveva continuato a chiamare i socialisti ad organizzare incontri e dimostrazioni fino all'inizio della guerra, una volta che questa politica di minacciare i governi con la rivoluzione fallì e la guerra infine scoppiò, il nazionalismo dimostrò di essere il più forte sentimento presente nelle fila della socialdemocrazia.

Quando ominciò la guerra, tra i parlamentari socialdemocratici dei paesi belligeranti solo i serbi votarono contro i crediti di guerra, mentre in Russia i deputati Menscevichi e Bolscevichi (con gran rabbia di Lenin) si astennero. Schorske, per i socialdemocratici tedeschi disse: «Alla fine è stato abbandonata la parola d’ordine 'Nè un uomo né un soldo per questo sistema', per lo slogan suo rivale fin dal 1907: 'Nell'ora del pericolo non lasceremo la Patria vacillare'». In Francia Guesde e in Belgio Vandervelde (leader del Partito Socialista e Presidente dell’ISB) si unirono ai consigli di guerra subito dopo l'inizio della stessa guerra. In Gran Bretagna Arthur Henderson e J.H. Thomas aderirono al governo Lloyd-George nel maggio 1915.

La guerra imperialista e la classe operaia britannica.

I marxisti rivoluzionari hanno in genere spiegato il sostegno di massa dato dalla classe operaia alla Prima guerra mondiale in termini di tradimento del socialismo da parte dei leader. Questo è strettamente legato a quanto avvenne in Germania, dove migliaia di giovani reclute, assicurate dalla leadership SPD che questa era una guerra di legittima difesa nazionale contro l'attacco dello zarismo reazionario russo, partirono per la guerra, cantando canzoni socialdemocratiche. In Gran Bretagna il Partito Laburista, a differenza dell’Indipendent Labour Party (ILP), era composto in gran parte di sindacalisti che in genere non avevano mai dichiarato di essere socialisti, oppure da Fabiani, che respingevano apertamente l'idea della rivoluzione proletaria e sostenevano che il socialismo avesse qualcosa a che fare con l'estensione del controllo dello stato sulla società (ovvero il capitalismo di stato).

In ogni caso la concezione marxista del socialismo come risultato della lotta di classe era un anatema per i laburisti che, parole di Engels, hanno agito politicamente come la coda del Partito Liberale, e l’idea che "i lavoratori non hanno patria” (Manifesto del Partito Comunista) non è mai entrata loro teste.

Per l'imperialismo britannico non c’era penuria di carne da cannone in questa classe operaia che "pensa alla politica in generale, nello stesso modo dei borghesi" (Engels, 1882). Dopo solo cinque settimane dall’inizio della guerra, 175.000 uomini avevano risposto alla chiamata alle armi di Kitchener. In tutto, il sistema volontario durò fino alla fine del 1915, portando 2,5 milioni di reclute. La maggior parte erano proletari e molti avevano lasciato posti di lavoro relativamente ben pagati per andare al fronte. Nel settore del carbone, per esempio, ... in 191.170, quasi un quinto della forza lavoro totale, si era unita all’esercito nel febbraio 1915. Nei primi giorni, in ogni caso, vi era senza dubbio un entusiasmo popolare per la guerra, entusiasmo incoraggiato da sindacati e dirigenti laburisti che, non solo accettarono di sospendere le lotte durante la guerra, ma incoraggiarono i lavoratori a rischiare la loro vita. L'ampio sostegno per la guerra tra la classe operaia non può essere spiegato semplicemente in termini di un desiderio di avventura e di cambiamento per sfuggire alla monotonia del lavoro e della vita in casa. E neanche la disoccupazione è una risposta esaustiva, i volontari proletari infatti non provenivano esclusivamente dalle fila dei disoccupati. Visto che il 20 % della popolazione maschile in età militare (20-rispose volontariamente agli appelli "ad aiutare il paese in questo momento critico", è chiaro che i valori patriottici pervadevano la classe operaia inglese tanto quanto il resto della società. Il patriottismo faceva parte dell'ideologia imperialista: un’ideologia che, come disse successivamente Lenin, "penetra anche la classe operaia. Non c’è una muraglia cinese che la separa dalle altre classi" (L'imperialismo, fase suprema del capitalismo). Oggi questo può apparire ovvio, ma non era così evidente nell’agosto 1914. In primo luogo, nonostante l’uso da parte di Lenin dello slogan “i lavoratori non hanno patria”, non c'era alcun fermo principio anti-patriottico nella socialdemocrazia. Se non altro si assumeva che gli interessi della classe operaia rappresentassero gli interessi della nazione (nel senso della maggioranza della "popolazione"), indipendentemente dal fatto che 'la nazione' si stesse sempre più identificando con lo stato imperialista. Così Rosa Luxemburg potè ancora formulare in termini di "abbandono della patria" il suo attacco ai socialdemocratici tedeschi per la mancata opposizione alla guerra.

Sì, i socialisti avrebbero dovuto difendere il loro paese in caso di grandi crisi storiche... il più alto dovere della Socialdemocrazia verso la sua patria era di evidenziare il carattere imperialista di questa guerra, di squarciare il velo di menzogne ​​politiche che acceca gli occhi del popolo. Era loro dovere parlare forte e chiaro per denunciare al popolo della Germania che in questa guerra vittoria e sconfitta sarebbero state ugualmente fatali, opporsi allo stato di assedio che imbavaglia la patria, chiedere che fosse il popolo da solo a decidere sulla guerra e la pace, richiedere una seduta permanente del Parlamento per il periodo della guerra, assumere un controllo vigile sul governo tramite il Parlamento, e sul Parlamento tramite il popolo, richiedere la rimozione immediata di tutte le disuguaglianze politiche, visto che solo un popolo libero può governare adeguatamente il suo paese, e, infine, di opporre il programma di Marx, di Engels e Lassalle alla guerra imperialista sostenuta dalle forze più reazionarie d'Europa. Quella era la bandiera che avrebbe dovuto sventolare per tutto il paese. Questo sarebbe stato veramente nazionale, veramente libero, in armonia con le migliori tradizioni della Germania e la politica internazionale di classe del proletariato.

Ecco in poche parole la concezione socialdemocratica di internazionalismo: un incontro di nazioni o popoli distinti. Non quindi il superamento del sentimento nazionalista all'interno della classe operaia attraverso la una lotta contro il capitale che si estenda oltre le frontiere nazionali.

Era un concetto che aveva le sue radici nella democrazia radicale e, in Gran Bretagna in particolare, in un periodo precedente dello sviluppo del capitale. Qui, ma soprattutto in Inghilterra, c’è stata una tradizione di patriottismo radicale all’interno della classe operaia.

La risposta dei socialisti in Gran Bretagna

La spaccatura che verificatasi all'interno della socialdemocrazia europea sulla questione del sostegno alla guerra ebbe solo una debole eco nel movimento socialista britannico.

Per il partito laburista britannico nel suo complesso, che non disse mai di essere socialista e che fu ammesso all’Internazionale solo nel 1908 con risoluzione speciale, non si pose mai la questione se opporsi alla guerra o no. Le discussioni avvennero tutte al di fuori degli ambiti del movimento operaio organizzato, all'interno dei circoli delle sette socialiste, senza mai raggiungere la maggioranza dei lavoratori. Ma ancora peggio del loro isolamento politico, era la confusione nella testa della maggioranza dei socialisti inglesi, cresciuti nella propria peculiare tradizione radicale Lib-Lab e per la maggior parte senza una minima adesione al marxismo o al concetto della necessità del rovesciamento politico del capitalismo. In breve, rispecchiavano la mentalità nazionalista e riformista della maggioranza della sinistra britannica, garantendo così che sfuggissero ai più questioni come la natura della guerra e la possibilità di una lotta di classe contro di essa.

[...]

Alcune osservazioni conclusive

Come abbiamo detto all'inizio di questo articolo, la Prima guerra mondiale segna una svolta storica sia per la borghesia che per il proletariato. Per capire il motivo per cui la maggioranza dei lavoratori in Gran Bretagna non vedeva alcun motivo per opporsi alla guerra, dobbiamo guardare più in là del tradimento operato dai leader politici socialdemocratici. Una tale svendita può avvenire solo quando vengono gettati a mare i principi fondamentali. Nonostante i suoi collegamenti con l'ILP, il Partito Laburista non era per il socialismo. Essendo parte di un'alleanza di sindacalisti ancora impegnati in accordi con i liberali per evitare che i conservatori fossero eletti nelle circoscrizioni della classe operaia, la maggior parte dei laburisti non era interessata alla formazione di un partito socialista di alcun tipo. La ragione di questo va cercata nella situazione materiale e nella particolare storia della classe operaia inglese. Marx ed Engels avevano denunciato la "nullità politica dei lavoratori inglesi" (Engels) causata dallo standard di vita relativamente elevato di cui essi godevano, data la dominazione del capitale britannico sul mercato mondiale. Il risultato era che i lavoratori in generale tendevano ad associare i propri interessi con quelli dello stato imperialista. Nel 1883, Engels scrisse in una lettera a Bebel che questa situazione sarebbe continuata fino a quando sarebbe durato il monopolio mondiale del capitale britannico. Allo stesso modo, fino a quando sarebbe continuato il movimento spontaneo della classe operaia contro la caduta del suo tenore di vita, movimento che i socialisti potevano tenere sotto controllo, il socialismo sarebbe rimasto "un guazzabuglio confuso di sette, resti del grande movimento degli anni quaranta, e niente più".

Engels non contava sul partito laburista, lo vedeva infatti come quella peculiare forma britannica del riformismo la cui esistenza pregiudicava la formazione di un partito indipendente della classe operaia.

Dato il crollo della Seconda Internazionale nel 1914 e il fatto che i rivoluzionari di oggi non facciano parte di un movimento 'socialista' di massa, ma, al contrario, in qualunque paese si trovano sianno isolati dalla massa della classe operaia, potrebbe sorgere la domanda di quale significato abbia per noi oggi l'assenza di un chiaro periodo socialdemocratico nella storia della classe operaia britannica. In senso generale è vero che i rivoluzionari di oggi sono tutti nella stessa barca, arroccati in attesa di un cambiamento nella marea della passività della classe operaia di fronte alla crisi del capitalismo. Tuttavia ogni sezione 'nazionale' della classe operaia mondiale ha la sua eredità storica. Questa eredità in Gran Bretagna consiste in un partito che non ha mai fatto altro che difendere gli interessi dello Stato britannico e che si è sempre accodato ai partiti dichiaratamente capitalisti (prima liberali, poi Tory). E’ riuscito però a proclamarsi come il legittimo 'movimento operaio', al di fuori del quale ci sono solo sette.

Il fallimento dei laburisti ad operare per gli interessi dei lavoratori non è una novità: oggi questo ​​è solo più evidente. Il laburismo, e il sindacalismo gretto che gli si accompagna, sono ancora oggi per i lavoratori in Gran Bretagna le barriere che impediscono a questi ultimi di raggiungere una visione più chiara di dove stanno i loro veri interessi. E così era cento volte di più ai tempi della Prima Guerra Mondiale e degli sconvolgimenti rivoluzionari venuti nella sua scia. Questo non accadeva solo perché il partito laburista poteva apparire come qualcosa che non era (vista l’inclusione di forze 'socialiste' come l'ILP), ma anche perché proprio l'assenza di un partito socialdemocratico di massa in Gran Bretagna significava che le questioni politiche, di cui altrove si discuteva davanti a tutta la classe operaia, semplicemente per il Labour non erano tali, e spesso non lo erano neanche per l’ILP. Ciò non è insignificante. L'assenza di un ampio dibattito politico ha contribuito a rafforzare il laburismo e il generalmente basso livello di consapevolezza politica nella classe operaia in Gran Bretagna. Anche se i rivoluzionari sono sempre stati una minoranza all'interno dell'Internazionale, in tutti i dibattiti più importanti (se il socialismo potesse essere raggiunto gradualmente; se fosse corretto entrare nei governi borghesi; sulla differenza tra scioperi politici di massa e sindacalismo; sulla natura di una organizzazione politica rivoluzionaria della classe operaia; sulla questione di come opporsi alla stessa guerra imperialista) almeno questi problemi erano riportati e discussi di fronte a un vasto pubblico operaio. Così non fu in Gran Bretagna, dove le aspiranti frazioni politiche rivoluzionarie rimasero nella posizione di sette. Elementi di queste sette socialiste indicarono al movimento operaio, che cresceva quando il disagio materiale della guerra aumentò e quando lo stesso esempio della rivoluzione russa ispirò anche i lavoratori in Gran Bretagna, di guardare al di là del Labour per arrivare alla formazione del Partito Comunista della Gran Bretagna. Eppure, nella mente della maggioranza della classe operaia britannica il Partito Laburista èrimase 'il partito dei lavoratori', mentre il relativamente piccolo Partito Comunista divenne l’adattabile portavoce del Comintern quando la controrivoluzione prese piede in Russia. Colpisce anche il modo in cui questo partito prese di nuovo in mano la bandiera del radicalismo popolare negli anni trenta e quaranta, quando il gruppo Communist Party Historians, guidato da Dona Torr, e comprendente persone come Christopher Hill, produsse una serie di opere sotto il titolo di 'Storia del popolo', 'La nostra storia', 'La gente comune’ per rafforzare l'idea che la lotta di classe è una lotta di un popolo e quindi di una lotta nazionale. Fu rianimata la teoria di Norman Yoke per dimostrare che il compito della classe operaia inglese era, nelle parole di Dona Torr, "di vincere la battaglia della democrazia", una battaglia che si estende in un "ininterrotta tradizione rivoluzionaria inglese da John Ball a Tom Mann". E Christopher Hill, in un volume intitolato “La democrazia e il movimento operaio”, spiegava ai lettori che:

Il marxismo ha sussunto ciò che ha valore nella teoria di Norman Yoke - il riconoscimento della basi di classe della politica, del profondo senso di inglesità della gente comune, della orgogliosa continuità delle loro vite, istituzioni e lotte con quelle dei loro antenati, la sua insistenza sul fatto che una classe dirigente possidente è, per la natura della sua posizione, fondamentalmente estranea agli interessi della massa del popolo.

Continuava poi sostenendo che la classe operaia deve presentarsi come un difensore della nazione. Molto comoda giustificazione per le buffonate del fronte popolare del Partito Comunista negli anni Trenta e per il suo invito ai lavoratori a partecipare alla Seconda guerra imperialista mondiale sotto la bandiera della lotta di popolo contro il fascismo.

Per i rivoluzionari oggi il significato della Prima Guerra Mondiale rimane che la classe operaia inglese è parte della classe operaia mondiale e 'la nostra storia' ci insegna che non abbiamo alcun interesse a sacrificare noi stessi per l’imperialismo. Il crollo della Seconda Internazionale nel 1914 ha segnato la fine di un'epoca; la fine di ogni possibilità di un'alleanza politica progressiva tra borghesia e proletariato. Nella fase imperialista del capitalismo non ci sono più guerre capitaliste progressive e non c'è spazio per il radicalismo popolare o il patriottismo ad esso associato. Ciò che ci mostra la Prima guerra mondiale è anche che la lotta di classe non finisce una volta che la guerra è dichiarata. Al contrario, come capì Lenin, una guerra imperialista a tutto campo implica lil manifestarsi di una crisi politica per la classe capitalista, in cui la durezza delle condizioni di vita, la morte e le distruzioni che la accompagnano forniscono la spinta materiale per lo sviluppo di un movimento operaio spontaneo contro la guerra e l'ordine politico esistente. Nel momento in cui questo secolo trascina il terzo ciclo di accumulazione del capitale alla sua inesorabile conclusione, la guerra mondiale è ancora tornata all'ordine del giorno della storia e i rivoluzionari devono affrontare la necessità di formulare una risposta. Certamente non possiamo aspettarci che la classe operaia si muova in massa allo scoppio della guerra. Se la testa dei lavoratori era satura di ideologia borghese nel 1914, quanto maggiore e più sofisticato è oggi il controllo del capitale sul pensiero oggi? Solo i sognatori credono che la presa ideologica del capitale sulla classe operaia possa essere incrinata unicamente dalla forza della propaganda rivoluzionaria. Fino a quando l’ordine esistente resiste al peso delle proprie contraddizioni materiali, la classe operaia in generale rimarrà insensibile alle idee rivoluzionarie. Nonostante decenni di crisi economica e nonostante l'emarginazione di ampi settori della classe operaia, i lavoratori delle metropoli capitaliste sono ancora relativamente benestanti. E’ possibile quindi che l'impulso materiale alla rivolta venga ancora una volta dalle privazioni della guerra. In ogni caso, la risposta dei rivoluzionari non sarà di sospendere le attività durante il corso della guerra, di predicare l'obiezione di coscienza o il pacifismo. Il loro compito sarà quello di lavorare per la continuazione della lotta di classe con l'obiettivo di trasformare la guerra tra gli Stati capitalistici in una guerra contro la propria borghesia, in preparazione di una lotta rivoluzionaria per una nuova società. Questa è la base per l'internazionalismo proletario, non il pacifismo né il patriottismo del Labour.

Martedì, February 2, 2016

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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