Rojava: la guerra popolare non è guerra di classe

Da Prometeo 12, novembre 2014

Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa. […] La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi […] La rivoluzione sociale […] non può trarre la propria poesia dal passato, ma solo dall’avvenire. Non può cominciare a essere se stessa prima di aver liquidato ogni fede superstiziosa nel passato. Le precedenti rivoluzioni avevano bisogno di reminiscenze storiche per farsi delle illusioni sul proprio contenuto. Per prendere coscienza del proprio contenuto, la rivoluzione[…] deve lasciare che i morti seppelliscano i loro morti.

Karl Marx, Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte

Contesto storico della guerra di Spagna

L’articolo di David Graeber “Why is the world ignoring the revolutionary Kurds in Syria?” (Perché il mondo ignora i rivoluzionari curdi di Siria) è stato ampiamente diffuso dalla stampa anarchica e di sinistra. Vi si denuncia la “scandalosa” congiura del silenzio riguardo la “rivoluzione sociale” del Kurdistan occidentale (a Rojava) anche da parte di una non meglio identificata “sinistra rivoluzionaria”. L’autore sceglie di cominciare con una nota volutamente personale, raccontandoci come suo padre partì quale volontario delle Brigate Internazionali per la Guerra di Spagna nel ’37. Sentiamo:

Un colpo di stato di ispirazione fascista fu temporaneamente impedito da una sollevazione dei lavoratori, guidati da anarchici e socialisti. In gran parte della Spagna seguì una genuina rivoluzione sociale, che portò alla gestione di intere città coi metodi di democrazia diretta, al controllo operaio delle fabbriche e a un radicale rafforzamento del potere femminile. I rivoluzionari spagnoli speravano di creare un’immagine di società libera che potesse ispirare ed essere seguita dal mondo intero. Invece, le potenze mondiali scelsero una politica di “non intervento”, ed applicarono un rigoroso embargo verso la Repubblica, persino dopo che Hitler e Mussolini, che pure avevano aderito al blocco, cominciarono ad inviare truppe e armamenti per rafforzare il fronte fascista. Ne risultarono anni di guerra civile che finirono con la soppressione della rivoluzione e alcuni dei più sanguinari massacri del secolo. Non avrei mai creduto che avrei rivisto accadere la stessa cosa nel corso della mia vita.

È chiaro che il nostro professore di antropologia avrebbe bisogno di un più attento ripasso di storia. Il golpe militare del 18 Luglio 1936 ai danni della Seconda Repubblica Spagnola fece seguito ad anni di lotta di classe, e se il governo del Fronte popolare composto da socialisti e liberali non seppe come rispondervi, ci pensarono i lavoratori. Quando il governo liberale rifiutò di fornire loro le armi, essi attaccarono le caserme del regime e si armarono da sé; ciò diede il “la” a una rivoluzione sociale che in molte parti della Spagna assunse effettivamente i caratteri dipinti da Graeber, senza però veramente toccare il potere politico della borghesia nella Repubblica. Lo Stato non fu distrutto; la dirigenza anarchica del CNT della FAI decise in primo tempo di appoggiare il governo regionale catalano del borghese Luis Companys e poi, appena cinque mesi dopo, di entrare a far parte del governo madrileno assieme a liberali e stalinisti. Gli anarchici decisero di anteporre la “lotta contro il fascismo” alla rivoluzione sociale; ossia di consegnare la rivoluzione alla borghesia, abbandonando completamente qualsiasi programma autonomo della classe lavoratrice. Che si sia trattato dell’episodio più vergognoso della storia anarchica è un fatto su cui concordano anche la maggior parte degli storici anarchici. (2)

Ma Graeber si appella alla storia mistificandola a suo uso e consumo: secondo lui è stato l’appoggio di Hitler e Mussolini, che armarono Franco, a portare alla disfatta della rivoluzione. Al contrario fu l’abbandono della rivoluzione sociale per le esigenze militari dell’antifascismo a portarne la responsabilità. La rivoluzione sociale del Luglio 1936 aveva galvanizzato le masse, che avevano preso a lottare per le proprie esigenze e per una società nuova. Dato l’isolamento del tempo, non possiamo affermare che avrebbero sicuramente vinto, ma ci avrebbero lasciato un’eredità di ispirazione ben diversa da quella che invece ce ne rimane. Infatti la storia del proletariato spagnolo è stata così diversa da quella del resto d’Europa (la borghesia spagnola non ha per esempio partecipato alla prima guerra mondiale) che i lavoratori spagnoli si sono trovati a combattere da soli. Il resto della classe operaia europea non si è mai ripresa dalla sconfitta dell’ondata rivoluzionaria che aveva fermata la prima guerra mondiale; sconfitta che aveva ormai già consentito al fascismo di affermarsi in Italia e in Germania.

Manipolazioni imperialiste

Tutto ciò ha definito il contesto in cui ha preso luogo la guerra civile spagnola. Graeber è poco preciso anche quando sostiene che tutte le grandi potenze si siano accordate per il non-intervento. Tale è stata l’ipocrita politica delle classi dominanti francese e britannica (che speravano di indurre le potenze dell’Asse ad attaccare l’Unione Sovietica per potersene poi spartire i pezzi) e che hanno coinvolto Mussolini nell’accordo nel tentativo, fallito, di rompere l’Asse.

In vista della seconda guerra mondiale anche l’URSS di Stalin stava cercando una maniera per guadagnarsi delle alleanze. Aveva già fatto dell’“antifascismo” il proprio slogan nel novembre del ’35. E su queste basi interclassiste aveva contribuito alla formazione di Fronti Popolari in Spagna e Francia. L’intento era convincere le democrazie occidentali che potevano fidarsi del reietto stato sovietico. Così, fu l’URSS ad armare segretamente la Repubblica spagnola fin dall’inizio (a parte il Messico, l’unico altro stato a farlo); e naturalmente come finanziatore si prese i suoi vantaggi di azionista di maggioranza. Nel ’36 il PCE (Partito Comunista Spagnolo) aveva solo 6000 membri, ma fu subito rimpinguato dalla defezione dell’organizzazione giovanile del partito socialista guidata da Santiago Carillo. E crebbe ancor più significativamente ostacolando l’autentica rivoluzione sociale che aveva avviato la resistenza. La meschina borghesia spagnola della Repubblica vi si appoggiò subito come a una difesa contro gli anarchici. Ben presto giunsero a Madrid funzionari comunisti e il PCE prese in mano il SIM, l’apparato di sicurezza. Burattini stalinisti come Palmiro Togliatti (il “compagno Ercoli”) ed Ernö Gerö furono spediti in Spagna per condurre una caccia alla streghe verso gli autentici rivoluzionari. Questa ebbe luogo specialmente dopo il disastro di Barcellona del maggio 1937, che vide scontrarsi il CNT e il POUM da una parte e gli stalinisti dall’altra. Si concluse una tregua, ma con gli stalinisti assisi ai posti di potere (unico vero scopo della “lotta antifascista”) e altri massacri degli oppositori di parte repubblicana. Ad ogni passo gli stalinisti giustificavano l’occupazione degli apparati con l’esigenza di rendere la lotta contro il fascismo più efficace, ma tutto ciò che fecero fu di demoralizzare le masse, sabotandone le iniziative e spianando la strada alla vittoria finale di Franco e ad ulteriori massacri. Graeber ha ragione a dire che la rivoluzione fu stroncata, non però tanto da Franco, quanto dagli antifascisti che vorrebbe che noi emulassimo.

È questo un punto che tanta sinistra, che va dagli anarchici del genere di Graeber, ai trotzkisti, fino gli stalinisti, non riesce a comprendere: l’antifascismo è stata l’ideologia degli anni ‘30 mercé la quale uno dei fronti imperialisti intese mobilitare la popolazione per la guerra imperialista. Non si può dire che non abbia funzionato; il padre di Graeber non fu l’unico volontario delle Brigate Internazionali. Mio padre, che fu poi metalmeccanico, si offrì di partire nel ’38, quand’era ancora un sedicenne garzone di macellaio, senza una precisa visione politica. Grazie al cielo fu rifiutato per via dell’età, ma la sua reazione è stata proprio quella su cui contava il blocco Alleato nella Seconda guerra mondiale per mobilitare il proletariato per una nuova carneficina, dopo che “la guerra per non aver più guerre” era terminata nel 1918. Nessuno sarebbe stato più disponibile a morire “per il Re e per la Patria”, ma si sarebbero mossi per combattere il malvagio fascismo.

E ancora una volta la storia, almeno in parte, si ripete, rifacendo in farsa quel che fu tragedia. I vari Graeber, così come gli stalinisti e i trotzkisti, rivestono i vecchi panni, invitando ad appoggiare i nazionalisti curdi di Rojava contro i “fascisti” o “criptofascisti” del Daesh, o Stato Islamico che dir si voglia. Ora, se è certo che i Daesh rappresentano una forza mostruosamente reazionaria, che perpetra atrocità peggiori di quelle di Gengis Khan e le sue orde mongole, non basta scegliere di lottare per o contro di loro, al di fuori di una prospettiva di politica autonoma di classe. Dobbiamo prestare attenzione al contesto imperialistico di Siria, Turchia e Iraq, prima di invitare a precipitarsi a combattere per il PYD (3). Il PYD è in realtà dominato dal PKK ed è solo per ragioni diplomatiche (il PKK è internazionalmente condannato in quanto “organizzazione terrorista”) che lo si nega. E la svolta “democratica” o “mutualistica” del PKK è più che altro una mossa di facciata, tesa a guadagnare supporter in occidente, proprio come lo furono l’”antifascismo” e il “fronte popolare” per l’imperialismo sovietico negli anni ’30.

Il Daesh è una creatura di quella stessa coalizione, schiettamente imperialista, che ora lo bombarda. (4) Senza lo smembramento dello stato iracheno guidato dagli USA del 2003, non ci sarebbe stato spazio praticabile per lo Stato Islamico. Senza l’iniziale supporto in termini di armamenti da parte di Arabia Saudita e Quatar, l’IS non sarebbe nulla. Il regime curdo dell’Iraq settentrionale è stato il principale beneficiario delle politiche americane; il Partito Democratico Curdo di Barzani è uno stretto alleato tanto degli USA quanto della Turchia, verso la quale sta esportando il petrolio della regione attraverso una pipeline recentemente ultimata. L’IS, che si è procurato le sue autonome fonti di denaro, ha rotto i legami coi suoi originari manovratori imperialisti e sta perseguendo un’agenda politica propria. Anche qui si possono fare paralleli cogli anni ’30, ma non del genere a cui possono pensare i nostri antifascisti odierni. Nel 1939 Stalin abbandonava la parola d’ordine dell’”antifascismo” per siglare un patto con Hitler (5), col più fascista tra i fascismi che si era detto i lavoratori spagnoli dovessero combattere fino alla morte. Allora come ora, le necessità dell’imperialismo vengono spacciate per cause le più nobili; a dispetto delle chiacchiere di Graeber e compagnia di giro, le attuali lotte in Siria sono lotte per il controllo imperialistico del territorio.

L’ “esperimento sociale” di Rojava

Del resto quel che sta accadendo a Rojava non è poi così meraviglioso come sostiene Graeber, che non fa che ripetere la propaganda del PYD. Si ha l’impressione, dato lo spazio che vi dedica, che sia rimasto soprattutto colpito dall’improvvisa conversione dello stalinista Ocalan alle idee del “municipalismo libertario”, teorizzazione del tardo Murray Bookchin, ideologo vicino al cuore di Graeber.

Il PKK dichiara che non si interessa ormai più alla creazione di uno stato curdo. Ha invece adottata la visione di un “municipalismo libertario”, almeno in parte ispirato dalle idee dell’anarchico ed ecologista sociale Murray Bookchin, ed esorta i curdi a creare libere comunità di autogoverno, che si basino sul principio della democrazia diretta, che finalmente si uniranno al di là dei confini nazionali - che si suppone diverranno via via sempre più insignificanti. Per tal modo le lotte curde potranno fare da modello per un movimento mondiale verso la democrazia genuina, l’economia cooperativa e la graduale dissoluzione degli stati-nazione burocratici.

Magari fosse vero! Il PKK ha rivista la propria strategia; ha richiamato i propri combattenti attraverso le frontiere turche fino in Iraq e ha smorzato i toni stalinisti per cercare di presentarsi come “democratico”. Ma lo stesso Graeber deve riconoscere che rimangono alcuni “tratti autoritari”, che però non sviscera. Volendolo aiutare possiamo ricordare che, a detta dello stesso PYD, esiste una forma di dualismo di potere tra l’ormai celebre auto-governo comunitario e un apparato di tipo parlamentaristico interamente controllato dal PYD. Non è difficile immaginare chi detenga i veri atout in questa partita; il PYD dispone del monopolio di fatto degli armamenti (6); è, di fatto, lo Stato. Così in Iraq, come in Iran, così in Siria, la borghesia curda locale ha organizzato la propria esistenza nazionale in questi termini. Possono non essere riconosciuti dagli imperialismi internazionali, ma sono in tutto Stati, tranne che nel nome; sotto molti aspetti influiscono sulla vita degli individui più di quanto non faccia lo Stato in Gran Bretagna. Ad esempio per i maggiori di diciotto anni c’è la coscrizione obbligatoria (7). Quanto al preteso internazionalismo del PYD, il suo leader, Salih Muslim, ha minacciato di espellere tutti gli arabi dai territori “curdi” di Siria, senza riguardo per il fatto che la maggior parte di costoro sono nati in quei luoghi. (8) Le donne saranno magari più libere in Kurdistan che nei territori limitrofi, ma è appunto una faccenda relativa. Non mancano le accuse di stupri e sessismo tra i peshmerga, che lo stesso Ocalan non solo non condanna, ma pare anche riconoscere. Nulla di tutto ciò viene discusso nella decisamente troppo breve descrizione delle meraviglie di Rojava che ci dà Graeber.

La parola che manca nel resoconto di Graeber è “classe”. Secondo lui quello di Rojava è un movimento popolare, come lo è stato il movimento “occupy”. Anche la seconda guerra mondiale è stata spacciata da parte alleata per una “guerra popolare”.Ma il “popolo” non è qui altro che la nazione. Lo slogan della classe capitalista era che loro rappresentavano “il popolo” contro l’ordine feudale. Ma noi sappiamo che “popolo” è un concetto che appartiene alla classe dominante. Nel “popolo” sono inclusi tanto gli sfruttatori quanto gli sfruttati: perciò noi poniamo la questione di classe, contro tutte le idee del genere di “popolo” o “nazione”. Il nazionalismo è nemico della classe lavoratrice, che non possiede proprietà privata e non ha da sfruttare alcuno. Così Marx: “I lavoratori non hanno patria”; la guerra di classe non è guerra popolare.

Sappiamo che molti lavoratori hanno bisogno di esempi ispiratori di organizzazione sociale cui guardare. In questo senso noi ci rifacciamo alla Comune di Parigi del 1871 o alla Russia del 1905. Così anche guardiamo alla Spagna dell’estate del ’36 e alla Russia dell’inverno 1917-18. Nessuna di queste esperienze fu perfetta, ma tutte ci hanno mostrato qualche aspetto di ciò di cui è capace la classe dei lavoratori. Tutte furono alla fine schiacciate da interventi dell’imperialismo, ma andarono molto più in là sulla strada della reale autonomia di classe di quanto non stiano facendo oggi a Rojava o in qualunque altra zona del Kurdistan. Siamo abituati a vedere le ali sinistre del capitalismo (trotzkisti così come stalinisti o maoisti) correre in soccorso di questo o quel “male minore”, o ad applaudire questo o quel “socialismo effettivamente realizzato (Venezuela, Bolivia, Cuba, Vietnam eccetera eccetera): ciò che fanno in realtà non è che fare il gioco della propaganda imperialista dei nostri dominatori. Una vera rivoluzione sociale non può prendere piede in un solo paese: la storia degli anni ’20 e ’30 ce lo ha mostrato. Se vogliamo vedere lo sviluppo di un autentico movimento autonomo di classe, capace di creare una società senza classi né sfruttamento, senza stati né guerre distruttive, dobbiamo combattere là dove viviamo e lavoriamo. Sul lungo periodo dovremo creare una larga organizzazione della nostra classe, con comitati dei luoghi di lavoro, o consigli, o collettivi, o qualunque altra forma si adatti alla lotta, ma sempre inserendoli in una prospettiva di lotta cosciente contro il capitalismo in sé, in ogni sua forma. Ciò significa che la creazione di un movimento politico internazionale e internazionalista, che si opponga a tutti i progetti solo nazionali, è oggi una parte essenziale della lotta. Dovrà essere capace di guidare e unire coscientemente in senso rivoluzionario ampie fasce delle masse lavoratrici. Non è un compito facile, né forse di immediata gratificazione come lo strombazzare slogan su questo o quel presunto paradiso dei lavoratori, ma è l’unica strada per l’emancipazione dell’umanità. È la lotta cui noi della Tendenza Comunista Internazionalista siamo dedicati.

Jock

(1) Per una recensione del lavoro di Graeber sul debito vedi:

leftcom.org

(2) Per una versione estesa di quest’analisi oltre che al materiale reperibile sul sito, rimandiamo all’opuscolo Spain 1934-39: From Working Class Struggle to Imperialist War.

(3) Il PYD, Partito Unione e Democrazia, è l’emanazione siriana de turcol PKK. La sua ala militare è il PYG (Unità di Protezione del Popolo) A questo proposito rimandiamo all’articolo Revolutionary Defeatism Today: The Bloodbath in Syria.

(4) Per una disamina delle attività imperialiste in quest’area vedi:

leftcom.org

(5) Per approfondire leftcom.org

(6) Anche i sostenitori più appassionati del PKK/PYD devono ammettere che “l’opposizione vuole creare il suo proprio esercito, ma il PYD non glielo consente”.

anarkismo.net

(7) Vedi aranews.net

(8) Vedi Kurdish News Weekly Briefing, 3, del 29 novembre 2013, che scrive:

Il leader del Partito di Unione Democratica (PYD) Salih Muslim ha avvertito che la prossima guerra curda sarà con gli arabi che si sono trasferiti nelle aree curde sotto gli auspici del regime siriano: “Verrà il giorno che quegli arabi che sono stati portati nei territori curdi dovranno esserne espulsi”, ha dichiarato Muslim in un’intervista al canale televisivo Serek. Il leader del PYD sostiene che la situazione è particolarmente esplosiva a Kamishlié e ad Al Hasakah e che “se andrà avanti così, ci sarà guerra tra curdi e arabi”. Kamishlié è la più grande città curda di Siria, mentre Al Hasakah quella che procura i più grandi introiti petroliferi. Le forze armate personalmente in capo a Muslim, le Unità di Protezione Popolare (YPG) hanno detenuto il controllo dei territori curdi di Siria nell’ultimo anno e mezzo. Notizie tratte da un sito vicino al PKK: peaceinkurdistancampaign.com

Giovedì, March 24, 2016

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