Turchia, Siria, Isis, gas e nuovi equilibri imperialistici

L’imperialismo turco si è scatenato. Erdogan sta tentando la riedizione del sultanato ottomano combattendo i nemici interni e quelli internazionali. Collabora contemporaneamente con gli Usa in termini militari, con la Russia nella prospettiva della costruzione della Turkish Stream per diventare l’hub energetico più importante del Mediterraneo. Con l’Isis prima, contro l’Isis adesso. Contro il regime siriano, ma anche contro i curdi che lo combattono. Nel frattempo elimina fisicamente le opposizioni interne nel nome del costruendo “sultanato petrolifero” che per crescere ha assolutamente bisogno di ordine e di sicurezza dentro e fuori i suoi confini.

Secondo la vulgata politologica internazionale, la Turchia avrebbe cambiato atteggiamento nei confronti dell’Isis a causa di un attacco kamikaze avvenuto ai primi di luglio a Suruc, che ha causato la morte di 32 cittadini turchi. Precedentemente, l'atteggiamento della Turchia nei confronti dei jihadisti del Califfato era stato apparentemente quello di “non interferenza” nella questione “Siraq”, lasciando che le cose scorressero secondo i ritmi voluti da altri interpreti. Di fatto però ha consentito agli uomini del califfo di attraversare le sue frontiere, di contrabbandare petrolio e armi al di qua dei suoi confini, di allestire campi di addestramento, fungendo in pratica da base di appoggio alle operazioni militari e commerciali dell'Isis. L’esercito di Ankara non solo è rimasto spettatore, pur essendo schierato a poche centinaia di metri durante l’assedio di Kobane, ma ne ha consentito la conquista e il massacro di civili che ne è seguito. Inoltre aveva impedito agli Usa di usufruire delle sue basi aeroportuali per i raid aerei contro le strutture militari dell'Isis. L'unica sua preoccupazione sembrava essere l'abbattimento del regime di al Assad in Siria e, se le milizie dell'Isis stavano combattendo anche per questo, tanto di guadagnato. Poi improvvisamente il cambiamento di fronte. Ankara ha cominciato a bombardare le postazioni dell'Isis, ha concesso la base aerea di Incirlic alle forze aeree americane e, di fatto, si è collocata al fianco della Coalizione contro lo Stato Islamico.

Come al solito, la spiegazione non va ricercata nelle pieghe ideologiche, religiose o, come in questo caso, tragiche dell’atto terroristico che ha causato la morte di 32 cittadini turchi, bensì nel disegno dell’aspirante sultano neo-ottomano, Erdogan, di perseguire obiettivi imperialistici che, con il continuare a sostenere, anche se di nascosto e non ufficialmente, al Baghdadi, non avrebbe mai raggiunto o avrebbe raggiunto con maggiore difficoltà.

Problemi interni

Dalle elezioni del 7 giugno scorso Erdogan è uscito vincitore ma senza la maggioranza assoluta che gli avrebbe permesso, cosa in cui fortemente sperava, di avviare un percorso costituzionale verso una sorta di presidenzialismo ai limiti della dittatura. La parziale e non sufficiente, vittoria lo ha costretto a rivedere alcune posizioni tattiche, tra le quali quella di accaparrarsi i consensi delle forze politiche e di quei partiti anti jihadisti che, precedentemente, rappresentavano i suoi avversari politici. Una ripresa di credibilità in questo senso gli consentirebbe anche di affrontare con maggior successo lo scontro all'interno del suo stesso partito, lo AKP, con il vice presidente e acerrimo antagonista Arinc e il suo predecessore Abdullah Gull, nonché di ammansire alcune frange dell'esercito che, in alcuni casi, hanno mostrato insofferenza per le scelte di politica estera, e non solo, del presidente. In sintesi, l'obiettivo è quello di trasformare l'esercito in una Forza armata del partito AKP, ovvero in una sorta di milizia privata agli ordini del rinnovato Sultanato ottomano. Il tutto nella speranza che i piani in atto gli consentano alle prossime elezioni, già annunciate per il primo novembre, di ottenere quel consenso popolare che gli permetterebbe di essere il nuovo sultano della “nuova” Turchia ottomana.

Il cambiamento di rotta si giustifica anche per altri obiettivi interni altrettanto gravi e pressanti in funzione di una politica di violenta repressione delle opposizioni domestiche. Accanto e durante i peraltro pochi bombardamenti alle postazioni dell'Isis in territorio siriano, si sono aggiunti quelli ben più intensi alle postazioni curde siriane, le uniche, con qualche formazione filo iraniana, che al momento contrastano sul territorio l'avanzata del Califfato. Contraddizioni? Certo, ma sta di fatto che per Erdogan vale il continuare la lotta contro il regime di Bashar el Assad così come il colpire i suoi nemici, gli jihadisti di al Baghdadi e, contemporaneamente, l'indebolire i curdi siriani per lanciare un messaggio a quelli interni perché capiscano che per loro non ci sarà mai un futuro nazionalistico. Erdogan ha subito, non senza enormi preoccupazioni, la nascita di uno “Stato autonomo curdo” al nord dell'Iraq voluto dalle strategie petrolifere americane. Ha paura che dal possibile sfaldamento della Siria ne nasca un altro ai confini suoi e dell'Iraq, rinfocolando le mire autonomistiche del “suo” PKK.

All'interno di questo quadro domestico vanno letti altri due episodi di feroce repressione. Il primo riguarda proprio i bombardamenti di alcune postazioni del PKK in territorio turco, che di fatto hanno rotto la fragile tregua del 2012 tra il governo di Ankara e il partito di Ochalan. Le preoccupazioni di Erdogan di un comportamento del PKK più radicale rispetto agli accordi sottoscritti dal suo leader, hanno lasciato lo spazio ad azioni repressive e preventive che si sono concluse, al momento, in una serie di raid aerei sulle postazioni curdo-turche più cruenti di quelle perpetrati ai danni dei miliziani dell'Isis. Il che ha fatto pensare a non pochi osservatori interni e internazionali che la lotta contro l’Isis si configuri più come una “buona” scusa per combattere l’obiettivo interno, assai più vicino e pericoloso, che non il costituendo Stato Islamico.

Il secondo, sempre sul fronte interno, vede il costruttore del neo-impero ottomano cogliere la palla al balzo per eliminare dalla scena politica interna anche un altro scomodo interlocutore. Il 31 marzo scorso, un membro del sedicente Partito marxista turco (DHKP-C) si è introdotto nel palazzo di giustizia di Istanbul per sequestrare e successivamente uccidere il procuratore della Repubblica Selim Kiraz, responsabile dell'inchiesta sulla morte di un giovane manifestante durante le giornate di Gezi Park. La risposta del governo è stata dura. Mentre fervevano i bombardamenti sui jihadisti dell'Isis, sulle teste dei curdi siriani e dei curdi del PKK, la polizia segreta ha effettuato circa trecento arresti tra militanti di sinistra, aggiungendo anche un morto come effetto collaterale. Il che ha aperto la strada ad una serie di attentati sia da parte dei militanti curdi del PKK che di quelli del DHKP-C del 9 agosto, conclusisi con alcuni morti sia tra i militanti delle due organizzazioni che tra le forze dell’esercito. Certamente non saranno questi tragici episodi a fermare le ambizioni di Erdogan che, anzi, li userà a suo piacimento sul tavolo della repressione al terrorismo. O si muovono le masse, il mondo del lavoro e i proletari turchi nella costruzione di una prospettiva rivoluzionaria, oppure l’aspirante deposta avrà vita facile per i suoi giochi di politica interna.

Problemi internazionali

L'altro fattore che ha imposto al governo di Ankara il citato cambiamento di fronte è rappresentato dal mutato quadro internazionale, sia per ciò che riguarda alcune modificazioni degli equilibri imperialistici nell'area, sia per ciò che concerne il ruolo della Turchia all'interno del mutevole e redditizio mondo legato alla distribuzione del gas asiatico e alle sue vie di commercializzazione.

La più importante mutazione degli equilibri imperialistici nell'area è certamente rappresentata dai recenti accordi sul nucleare tra gli Usa e l'Iran. Per Obama l'aver convinto l'Iran del nuovo corso a sottoscrivere l'accordo è innanzitutto un successo di politica internazionale che mancava nel “carnet” del quasi pensionato presidente americano. Stando alle sue parole, l'accordo, che impone all'Iran di non pensare alla bomba atomica per dieci anni, renderebbe il mondo più sicuro, mantenendo inalterato il numero degli aderenti al club atomico. Come dire che la sua diplomazia ha raggiunto un importante risultato che altrimenti avrebbe lasciato le cose come stavano, cioè di crisi permanente. In realtà, il presidente uscente doveva passare il testimone al suo possibile successore democratico con qualche buon “risultato” in termini di politica estera. In più, la mossa di Obama ha il dichiarato obiettivo, se non di sottrarre l'Iran all'influenza russa, di indebolirne il rapporto con tutti gli effetti del caso sull'intera area. Tra i quali il tentativo di sottrarre l’Iran dall’intreccio strategico gas-petrolifero tra Russia e Cina, indebolendone il segmento caspico.

Per Rohani (presidente dell'Iran) l'accordo con gli Usa è la fine di un incubo. La rimozione delle sanzioni ridarà fiato all'economia degli ayatollah, sia sul piano commerciale sia su quello petrolifero, rilanciando l'Iran come potenza d'area ben oltre il ruolo che già sta giocando in Siria, in Iraq, sulla questione curda, nonché all'interno delle contraddittorie tensioni politiche e militari contro l'espansionismo dell'Isis.

Per la Turchia invece la firma degli accordi sul nucleare è l'inizio di un incubo. La prima preoccupazione è quella di perdere l'appoggio, sia pure logoro, contrastato e a volte contraddittorio, degli Stati Uniti. Il che provocherebbe un cambiamento degli equilibri nell'area e dei rapporti di forza a favore dell'Iran e, inevitabilmente, a sfavore della Turchia. E' probabilmente alla luce di questa nuova situazione che il governo di Erdogan si sta ponendo, in termini di politica internazionale, nella "terra di mezzo", tentando di ricucire i rapporti con gli Usa e con “l'alleato-nemico” Israele, rimettendo in piedi il vecchio rapporto di cooperazione militare voluto e realizzato a suo tempo dal Pentagono in chiave anti Russa e contro i suoi satelliti nel Mediterraneo. Anche se, va detto, in chiave elettoralistica Erdogan non ha lesinato attacchi verbali a Israele che, in molti, hanno definito di stampo antisemita Ma anche questo fa parte del gioco delle tre tavolette. Da qui l'inversione di rotta nei confronti dello Stato Islamico, l’ingresso di fatto all’interno della Coalizione anti Isis e la concessione della base aerea agli Usa, pur di alimentare la speranza di non perdere completamente il rapporto con il governo americano, e di continuare più tranquillamente a lavorare al fine di fare della Turchia il principale hub petrolifero sulle sponde del Mediterraneo. L’ormai più che probabile spostamento della politica americana verso l'Iran sarebbe una battuta d'arresto alle ambizioni di Erdogan e del suo protagonismo imperialista che meritano, almeno, un tentativo di riavvicinamento alle strategie di Washington, anche se comportano concessioni che precedentemente non erano nemmeno all’ordine del giorno. In linea con la nuova strategia, già nel marzo scorso, quando ormai era chiaro che l’accordo nucleare con l’Iran sarebbe andato in porto, il governo di Ankara si era portato avanti con il lavoro firmando un accordo militare con Riad in base al quale si sarebbero unite le forze contro il regime di Bashar el Assad, armando e finanziando tutte le formazioni militari di opposizione comprese, anche se di sotto banco, al Nusra e Ahrar al Sam e, contemporaneamente, combattendo lo jihadismo del Califfato. Mosse che, se vincenti, consentirebbero alla politica neo ottomana di Erdogan di riavvicinarsi agli Usa, di assorbire con danni accettabili il probabile ritorno sulla scena dell’Iran e, cosa più importante, di continuare a costruire il suo ruolo di fondamentale snodo petrolifero nel Mediterraneo.

Il Turkish Stream

Le variazioni della politica estera turca non finiscono qui. L’abilità nel tenere un piede in più scarpe ha trovato in Erdogan un interprete di prim'ordine. Dopo aver fatto marcia indietro con l’Isis per non inimicarsi l’imperialismo americano, dopo aver abbassato i toni nei confronti del suo acerrimo nemico del Caspio, l’Iran del nuovo corso sdoganato da Washington, e riaperto il dialogo con Israele, pur di perseguire sino in fondo le sue ambizioni imperialistiche nel bacino del “Mare Suum”, la Turchia ha messo un suo piedino anche nello scarpone russo.

La vicenda del Turkish Stream parte dall'impossibilità da parte della Russia di dare il via al vecchio progetto del South Stream, non voluto dall’Europa per non dipendere completamente dal gas russo, boicottato dagli Usa per ovvi motivi di concorrenza e reso impraticabile dal comportamento del governo bulgaro, ben istruito al riguardo dallo stesso governo americano.

La Russia non si è persa d’animo. Il 7 maggio 2015, l’amministratore delegato di Gazprom, Aleksej Miller, ha firmato un accordo definitivo con l’omologo della Compagnia turca Botas per la costruzione di un gasdotto (Turkish Stream) che dalle lontane lande della Siberia porterebbe il gas in Turchia attraversando il Mar Nero. Alla Gazprom Russkaja il compito di costruire la struttura, by-passando “l’infida” Ucraina, rendendola operante entro la fine del 2016. Il che significherebbe per la Russia costruire la grande opportunità di ripresentarsi quale affidabile fornitore di gas al sud dell’Europa e per la Turchia la concreta possibilità di costruirsi quale unico hub del Mediterraneo. Ma le ambizioni di Erdogan vanno oltre le risorse energetiche russe. Sempre per la teoria del piede in più scarpe, le risorse energetiche da amministrare sono anche quelle azere e, perché no, persino quelle del nemico iraniano, se gli Usa ci mettessero un buona parola, ma a mali estremi anche senza. Attualmente attraverso la Turchia passano le più importanti pipeline tra Oriente e l’Europa. In atto ci sono: l’Iraq-Turkish-Ceyhan che trasporta petrolio iracheno proveniente del Kurdistan di Barzani. Il BTC, ovvero il Baku-Tbilisi-Ceyhan. Il BTE, Baku-Tbilisi-Erzorum la Trans Anatolian pipeline, la Trans Adriatic pipeline, oltre al Blue stream. Con il Turkish Stream l’imperialismo turco farebbe “scala reale”, per cui accordi con tutti, alleanze che mutano a seconda dei percorsi gas-petroliferi già stabiliti e quelli in “fieri” e pugno di ferro contro chiunque possa rappresentare, anche lontanamente, un pericolo per il grande progetto neo ottomano al quale Erdogan sta lavorando da anni.

Nonostante le profonde divergenze con Mosca sull’Ucraina, sulla Siria e sul referendum in Crimea, non ancora approvato da Ankara, l’accordo del Turkish Stream, peraltro in aperto contrasto con le aspettative americane a cui, apparentemente e contraddittoriamente, Ankara sembra volersi adeguare, aprirebbe la porta ad altri business di grande interesse. Se la linearità delle aspettative fosse direttamente proporzionale alla contraddittoria oscillazione tra i vari poli imperialistici internazionali, ci sarebbe in cantiere anche la costruzione di una centrale nucleare ad Akkuyu sulla sponde del Mediterraneo, con la collaborazione dell’impresa russa Rosatom, e la firma di una lunga serie di accordi economico-commerciali tra Ankara e Mosca che porterebbero il livello degli scambi dagli attuali 33 miliardi di dollari ai 100 entro il 2020. Sulla scia di tutto ciò Mosca e Pechino, all’interno di una prospettiva imperialistica ancora più ampia, giocano la carta di inserire la Turchia all’interno della Cooperazione di Shanghai (SCO) nello scontro, ormai dichiaratamente aperto, tra l’asse euro-asiatico russo-cinese e quello euro-americano. Prospettiva che si configurerebbe come uguale e contraria a quella americana di sottrarre l’Iran all’influenza russo-cinese.

All’interno di questo scenario, eterogeneo per il numero e la “qualità” degli interpreti, altamente composito per gli interessi che li muovono e difforme per le ambiguità che lo caratterizzano, una cosa è chiara. A una Turchia che volesse contenere i danni dell’accordo americano sul nucleare con l’Iran ed esaltare il contratto con la Russia sul Turkish Stream, necessita un’opera di bonifica all’interno della sua struttura politica nazionale e nelle immediate vicinanze dei suoi confini. Non a caso Erdogan ha cambiato fronte sulla questione dello Stato Islamico, quando ha percepito che appoggiarne le ambizioni avrebbe comportato mantenere una pericolosa condizione di precarietà al suo più vicino esterno, sia nell’immediato che per il futuro. E per la stessa ragione ha pensato che, qualora i resti della Siria di Assad esplodessero definitivamente, ci sarebbe il rischio della nascita di uno stato curdo, il secondo dopo quello iracheno di Massud Barzani, che aumenterebbero le ambizioni nazionalistiche di un PKK più combattivo, nonostante il dietro front di Ochalan. Per cui indebolire al suo interno la componente curda e qualsiasi altra forma di opposizione è altrettanto importante quanto, se non di più, che combattere le ambizioni dell’Isis di al Baghdadi che bussa alle sue frontiere. Le azioni pressoché simultanee contro l’Isis, i curdi iracheni, siriani e contro i partiti della sinistra radicale sono, nei fatti, quel processo di bonifica atto a contenere il possibile allargamento del raggio d’azione dello sciismo iraniano e un atto di prevenzione tattica a difesa del costruendo Turkish Stream che, come tutti i grandi business, non ha bisogno di elementi e di situazioni di perturbazione che devono assolutamente essere rimossi radicalmente e al più presto. La posta in gioco è troppo alta perché possa essere disturbata da qualsivoglia elemento di disequilibrio politico o di tensione sociale. Imperialismo “oblige” perché le leggi del capitale lo impongono al di sopra di tutti e di tutto.

FD, Agosto 2015

PS. Il 10 di ottobre durante una manifestazione nel centro di Ankara, due esplosioni hanno ucciso 95 persone e ferite altre 245 in quello che gli analisti giudicano la più grave e criminale strage nella storia del paese. Le due esplosioni sono avvenute nelle vicinanze della stazione centrale di Ankara, prima dell’inizio di una grande manifestazione organizzata dai maggiori sindacati turchi e da alcune ONG e partecipata da consistenti spezzoni di organizzazioni di sinistra. Erano presenti anche i più importanti partiti dell’opposizione. La stragrande maggioranza dei partecipanti era formata da curdi del PKK e simpatizzanti dell’HDP, il principale partito curdo moderato che nelle precedenti elezioni di giugno ha ottenuto lo storico risultato di entrare in Parlamento e di diventare il terzo partito del paese superando lo sbarramento del 10% e disturbando non poco i sogni assolutistici del sempre più aggressivo presidente Erdogan. In Più c’era la presenza di tutto lo schieramento della sinistra, dai sindacati ai partiti tradizionali.

Immediatamente, senza che ci fossero informazioni attendibili, Ahmet Davutoğlu, primo ministro turco e leader dell’AKP, il partito di maggioranza relativa, nonché lo stesso presidente, hanno dichiarato che i responsabili potrebbero appartenere al PKK o ai militanti interni dell’Isis, oppure ad alcune formazioni terroristiche di estrema sinistra. Davutoğlu ha anche precisato che gli attentatori erano due suicidi, cosa che non rientra assolutamente nelle modalità comportamentali di nessuno dei gruppi e dei partiti precedentemente citati (Isis a parte) e che, peraltro, nessuno ha visto. Il leader dell’HDP e molti esponenti curdi presenti in piazza accusano invece lo “Stato”, i Servizi, le frange della destra più conservatrice in collaborazione con i nazionalisti di ogni risma e i gruppi jihadisti più estremisti di esserne i responsabili e gli organizzatori. Probabilmente non sapremo mai come sono andate veramente le cose ma il “cui prodest” è di facile interpretazione per la stessa dinamica dei tragici avvenimenti e per l’obiettivo politico degli attentati. Una bomba è esplosa durante il raduno dello spezzone del Partito Democratico Popolare, la seconda in mezzo ai partecipanti del Partito Partizan Kaldirak. Tra i morti e i feriti ci sono elementi del Partito del Lavoro, dei Sindacati Rivoluzionari e della Confederazione dei Sindacati dei lavoratori del Pubblico Impiego. Per quanto riguarda le modalità desta sospetto che in quella zona non ci fosse un solo poliziotto o agente in borghese a presidiare il territorio. Erano tutti da un’altra parte, come se sapessero del pericolo, e sono giunti sul luogo della strage solo dopo venti minuti, con calma e a cose fatte. Inoltre le Forze antisommossa hanno immediatamente cominciato a sparare lacrimogeni e proiettili di gomma contro i manifestanti come se loro fossero i responsabili della strage e non le vittime.

Se così sono andate le cose, e tutto lo fa pensare, la strage doveva lanciare un chiaro allarme per tutte le opposizioni e per quella curda principalmente. Doveva creare una situazione di panico e d’incertezza in tutta la popolazione in modo da scaricare le tensioni sociali, la rabbia e la disperazione delle masse sul terrorismo. Per cui lo Stato avrebbe avuto buon gioco a gridare al “lupo”, a pretendere che si facesse quadrato attorno alle istituzioni, invocando la necessità della mano pesante, arrogandosi il diritto di compiere atti istituzionali e repressivi pesanti ed eccezionali. Già a luglio si era rotta la tregua tra PKK e il governo di Erdogan. Polizia ed esercito curdo hanno ripreso le ostilità dopo che decine di militanti curdi del PKK sono stati uccisi in una imboscata in una città del sud della Turchia, a Suruc, al confine della Siria. Il partito di Ochalan ha accusato dell’eccidio, o quantomeno di complicità, il governo di Ankara e rispondendo con l’uccisione di tre poliziotti. Da qui la ripresa degli scontri e soprattutto l’inizio di una pesante compagna di bombardamenti contro le postazioni militari e i villaggi curdi. Il tutto non è successo per caso ma per calcolata funzione della tornata elettorale del 1° novembre, giorno che avrebbe dovuto sancire il nuovo successo di Erdogan e, quindi, la continuazione verso la costruzione del nuovo sultanato o, in caso contrario, il suo declino politico. Tutto doveva essere fatto a puntino, studiato nei mini particolari con i necessari effetti collaterali di decine di vittime. Così è stato e puntualmente la trappola è scattata: il 50% dell’elettorato si è rivolto all’uomo forte che avrebbe rimesso a posto le cose in mezzo a tanto caos e insicurezza sociale. Che avrebbe combattuto contro il terrorismo delle componenti estremistiche di sinistra, come quello jihadista dell’Isis. I primi effetti sul piano sociale e militare sono stati gli intensi bombardamenti dell’aviazione turca sui villaggi curdi in Siria Iraq e, ovviamente, del PKK. Le centinaia di arresti tra i militanti di sinistra, tra la popolazione civile curda e la chiusura di un paio di testate giornalistiche, ree di operare “falsa informazione” a favore del fronte politico dell’opposizione. Il resto non tarderà ad arrivare, come era, sin dall’inizio, nei programmi dell’aspirante sultano.

Le mosse di Putin

Al già tragicamente affollato scenario di guerra attorno al traballante regime di Bashar al Assad, e sempre ufficialmente contro il famigerato Stato Islamico, ci si è aggiunta anche la Russia dello “Zar” Putin.

In tempi “molto sospetti”, quando l’Urss del falso socialismo e del più vero dei capitalismi di Stato, si è sgretolato sotto il peso delle proprie contraddizioni, quasi tutti gli analisti internazionali si sono uniti in coro a cantare il “de profundis” dell’utopia comunista, stilando epigrafi sul fallimento del tanto temuto avversario politico e ideologico. Contemporaneamente si sono profusi in entusiastici panegirici sulla superiorità del sistema capitalistico, arrivando a sostenere che la caduta “dell’Impero del male” avrebbe aperto orizzonti di pace e prosperità per l’umanità intera. Come dire che eliminata la guerra fredda grazie al crollo di uno dei due contendenti, il cattivo nella vulgata borghese occidentale, non ci sarebbero più stati episodi di guerra guerreggiata e, finalmente, le enormi risorse spese per la guerre sarebbero state utilizzate per lo sviluppo economico, per la cura dell’ambiente, per la prosperità dei popoli, dando vita ad una sorta di paradiso terreste capitalistico che solo la “malvagità” del regime di Mosca aveva, per decenni, impedito.

Sempre in quei tempi “molto sospetti” ci siamo permessi di rispondere ai dotti analisti che 1) il crollo dell’Urss non rappresentava il fallimento del progetto comunista bensì la caduta di un regime economico e politico tutto all’interno dell’esperienza capitalistica dopo il fallimento, negli anni venti, della rivoluzione d’Ottobre; 2) che lo storico episodio altro non era che il crollo di uno dei fronti dell’imperialismo internazionale e che 3) le contraddizioni del capitalismo avrebbero continuato ad operare, lo sfruttamento del proletariato internazionale si sarebbe ulteriormente intensificato e che 4) le guerre si sarebbero susseguite al ritmo delle crisi economiche sempre più dilatate e sempre più devastanti.

Oggi possiamo dire che i fatti hanno fatto giustizia delle melense litanie dei cantori del capitalismo. Le crisi si sono drammaticamente ripresentate con il loro bagaglio di fame e disperazione. Le guerre non hanno mai smesso di mietere morte là dove gli interessi del capitale si sono manifestati in tutta la loro virulenza. La “guerra fredda”, dopo una pausa di pochi anni ha ripreso il suo corso anche se in uno scenario imperialistico più ampio e più complesso, caratterizzato da una serie di guerre per il petrolio, per le sue vie di transito e di commercializzazione, per i mercati monetari, di creazione di enormi bolle finanziarie tanto più grandi quanto maggiore era la difficoltà a reperire profitti adeguati in sede produttiva e con l’inevitabile ascesa e scomparsa di vecchie e nuove pedine imperialistiche, il cui muoversi, non si è minimamente concluso.

È all’interno di questo scenario che vanno collocate le attuali tragiche vicende siriane, l’ascesa dell’Isis, il ruolo degli Usa e la scesa in campo dell’altro antagonista imperialistico: la Russia di Putin.

Il piccolo dittatore siriano, suo malgrado, si è trovato al centro di uno scontro tra gli imperialismi dell’area e quelli ben più possenti del solito scacchiere internazionale. Per l’imperialismo americano spalleggiato da quello europeo (Francia in primis), l’eliminazione del regime di Bashar el Assad, come quello di Gheddafi ha significato e significa eliminare qualsiasi intoppo all’agibilità della sua VI flotta nel Mediterraneo. Significa togliere qualsiasi residuo appoggio politico e logistico nel piccolo mare alla vecchia Urss e al rinascente imperialismo di Mosca e significa riprendere con forza la leadership occidentale sull’Europa minando, contemporaneamente, il “monopolio” russo nei rifornimenti energetici all’Europa stessa. Teatri della “nuova guerra fredda” i paesi dell’est europeo, dalla ex Jugoslavia all’Ucraina passando per la Polonia, la Bulgaria e l’Ungheria sino all’Ucraina. I mezzi sono sempre i soliti: l’uso della Nato, la sua dilatazione ad est, il fomentare le guerre civili, le “rivoluzioni colorate” e l’imposizione di sanzioni economiche. L’importante era ed è di non consentire al vecchio orso russo di riprendere a ruggire a suon di barili di petrolio e di metri cubi di gas naturale, tagliandoli i tentacoli più pericolosi, le alleanze militari, quelle politiche che ancora rimangono, costringendolo ad un ruolo imperialistico di secondo piano.

Per il rinnovato imperialismo russo vale tutto il contrario. Innanzitutto gli è necessario rompere l’accerchiamento organizzato ai suoi confini dalle citate “rivoluzioni colorate” sotta la solita regia di Washington. Rotto l’accerchiamento deve poi tentare di riproporsi all’est europeo nel ruolo imperialistico che fu dell’Urss. Infine non può consentire che il solito avversario gli precluda l’accesso al mare Mediterraneo. Mentre le vicende belliche nelle quali si è trovato il governo di Assad toccavano i vertici di tensione militare e sociale più alti, Putin ha pensato bene di indire uno strumentale referendum sulla Crimea che consentisse a Mosca di avere quell’accesso al mare che, altrimenti, rischiava di perdere con la scomparsa dell’alleato di Damasco. La “riconquistata” Crimea è certamente meglio di niente, ma il percorso che separa Sebastopoli dallo stretto dei Dardanelli e dal Bosforo è ancora precario e operativamente dipendente dalle mutevoli alleanze con Ankara e dalle sue evidenti mire egemoniche sul Mar Nero, sia sopra che sotto il pelo dell’acqua. Oggi l’accordo sul Turkish Stream sembrerebbe spianare la strada ai “navigli” russi ma un domani, un recuperato rapporto con gli Usa o un qualsiasi altro “incidente” diplomatico o in drastico cambiamento di scenario politico sotto i cieli di Ankara, potrebbero renderla più difficile o definitivamente sbarrarla. Indipendentemente da questa precaria situazione, peraltro tutta ancora da costruire al pari del Turkish Stream, Putin non si può permettere il lusso di vedersi chiudere tre strategici porti siriani, come quello di Latakia, di Tartus e di Gabla. Il primo di importanza commerciale e militare per quanto riguarda la presenza di truppe di terra, irrinunciabile base aerea e, in futuro, possibile terminale petro- gassifero a favore della Russia assetata di sbocchi nel Mediterraneo. Il secondo porto è di strategica importanza militare che ha “da sempre” consentito alle navi da guerra russe di essere la controparte marittima alla presenza nel Mediterraneo della VI flotta americana dopo aver subito la cacciata dall’Egitto da parte di Sadat (1981) dai porti di Alessandria e di Marsa Matruh. Il terzo è una base in grado di ospitare i sottomarini russi sia nella versione “normale” che in quella atomica. Questo spiega la recente decisione di Putin di adire a vie di fatto contro l’Isis e di essere militarmente in Siria “a fianco” della Coalizione. In realtà Putin ha dato il via a una serie di raid aerei nella zona del nord est della Siria bombardando alcune postazioni militari del Califfato, ma concentrandosi anche sulle aree presidiate dagli oppositori di Assad, suoi veri obiettivi. Il fronte siriano serve a Mosca anche per costruirsi una sorta di patronato politico nei confronti del mondo sciita (Hezbollah libanesi, sciiti iracheni per arrivare sino ad alimentare i suoi rapporti con lo sciismo di Teheran), in chiave anti sunniti che agiscono sotto il patronato americano. In via subordinata la presenza militare russa in Siria opera anche contro le forze dello jihadismo ceceno che si è sommato ai jihadismi già presenti in loco, tutti sotto la guida dello Stato Islamico. Una opportunità per combattere anche in trasferta un nemico interno. Inoltre la permanenza nel Mediterraneo faciliterebbe gli sforzi di Putin di arrivare a “gettare l’ancora” nel delta del Nilo. L’attuale regime di al Sissi, parzialmente in crisi con gli Usa per i loro recenti trascorsi amichevoli con il governo dei Fratelli musulmani di Morsi e per la sospensione degli emolumenti all’esercito del Cairo, sta chiudendo con Mosca una serie di importanti contratti. Dopo tre viaggi a Mosca di al Sissi e uno di Putin al Cairo, i due paesi hanno concordato la costruzione di una centrale nucleare con tecnologia russa dell’impresa Rosatom e una alleanza politica contro il terrorismo interno e internazionale. Per al Sissi, ovviamente, il terrorismo è quello jihadista dei Fratelli musulmani e dei Salafiti: Per Putin è quello interno dei ceceni e quello internazionale che mina la stabilità del suo alleato siriano. Non molto ma è un mezzo per stabilire nel basso Mediterraneo gli avamposti di un impianto imperialistico ancora da costruire, ma se le basi sono queste per lo “Zar” le prospettive sono più che soddisfacenti. Inoltre ci sarebbe anche, ma a sud del Mediterraneo in area caspica, un approccio all’Arabia Saudita del neo re wahabita Salman per un ricco accordo da 100 miliardi di dollari a favore della solita Rosatom che dovrebbe costruire una ventina di impianti nucleari in grado di generare 20 mila megawatt di energia elettrica nel bel mezzo del deserto saudita. Così il quadro si completa. Lo Stato Islamico è diventato, per tutti gli attori militarmente presenti in Siria, il paravento dietro il quale nascondere, per quanto possibile, i rispettivi disegni imperialistici. Per gli Usa la “campagna contro lo Stato Islamico, un tempo foraggiato, finanziato ed armato, con la collaborazione dell’Arabia Saudita e del Qatar, poi scaricato quando è diventato ingombrante e politicamente “inopportuno”, è di fatto la scusa per sostenere la galassia jihadista e qualsiasi altra forza contro il regime di Assad. Per la Turchia, che ha fatto retromarcia rispetto alle posizioni iniziali, l’entrare all’interno della Coalizione, ha significato si bombardare le linee militari delle milizie del Califfato ma, soprattutto, è stato un ottimo pretesto per contrastare sul terreno siriano e iracheno i combattenti curdi, e sullo scenario interno quelli del PKK, nonché tutte le opposizioni domestiche di sinistra. La deriva presidenzialista di Erdogan ormai non ha più freni ed è pronta ad eliminare ogni intralcio alla sua nuova candidatura in vista delle prossime elezioni. Putin non sta facendo diversamente. Ufficialmente non entra nella Coalizione ma sta al suo fianco per combattere il terrorismo di al Baghdadi. Di fatto opera anche, se non prevalentemente, sul terreno della lotta ai nemici del suo alleato di Damasco. Non per niente sui raid russi si è immediatamente aperta una polemica tra Putin e Obama, il quale ha denunciato la Russia di essere presente in Siria non tanto per operare contro lo Stato Islamico quanto per combattere contro le forze che assediano il regime del dittatore di Damasco. L’imperialismo è capace anche di queste assurde polemiche in una sorta di infantile gioco alla giustificazione delle proprie criminali malefatte. Obama critica Putin di difendere il dittatore Assad. Putin accusa Obama di armare e finanziare i jihadisti “buoni” che lottano contro il regime di Damasco, come se i rispettivi obiettivi e i relativi giochi di parole non fossero sufficientemente chiari anche al più disattento degli osservatori. Per le note ragioni il primo combatte Assad attraverso la galassia jihadista presente in Siria, il secondo combatte per difendere il suo strategico alleato. Nel recente incontro tra Putin e Assad (Mosca 21/10) lo “Zar” ha proposto un piano B nell’eventualità che le cose si mettessero male per il suo alleato di Damasco. Il piano consisterebbe in un allontanamento guidato di Assad garantendo contemporaneamente la sua incolumità fisica e la nascita di un nuovo governo con le stesse propensioni di alleanza con Mosca. Intanto il presunto comune nemico, l’Isis, può godere di una relativa tranquillità. Non riceve più gli appoggi e i finanziamenti dei suoi esordi, se non da parte di qualche staterello del Golfo o di qualche emiro in lotta intestina con il potere politico che vorrebbe abbattere, in compenso i bombardamenti che subisce lo feriscono ma non l’uccidono perché, paradossalmente, senza di esso il complesso imperialistico che opera in Medio oriente dovrebbe inventarsi qualche altro “nemico” ufficiale da combattere per continuare a perseguire i propri interessi. Al momento va bene così, poi si vedrà. Non di meno la Turchia continua con il suo ambiguo programma di calzare più scarpe possibili con lo stesso piede. L’entrata in guerra della Russia sullo scenario medio orientale ha cambiato però molte cose e messo in crisi alcuni equilibri considerati stabili e creato nuove alleanze tutte da verificare. Gli equilibri si formano e si disfano a seconda dell’impellenza degli interessi che li sottendono. Lo stesso vale per le alleanze occasionali o strumentali che tali equilibri pongono in essere o cancellano. Sta di fatto che dopo i raid russi in territorio siriano Ankara si è immediatamente allineata alle critiche americane contro la Russia, sia per ricucire vecchi strappi con l’antico alleato, sia per difendere “l’onore” nazionalistico leso. La Turchia non accetta che il neo alleato russo usufruisca del suo spazio aereo senza chiedergli il permesso. Non digerisce che l’intervento di Mosca possa consolidare il potere di Assad e si rammarica che, così andando le cose, le sue ambizioni su alcuni territori strategici della Siria rimangano al vecchio padrone. Ha anche fatto la voce grossa provocando la reazione verbale di Mosca sia sugli approvvigionamenti di gas, sulla costruzione della centrale nucleare, sia sul progetto del Turkish Stream, ma non più di tanto per salvaguardare il lucroso business e l’alleanza strategica con Mosca. A Erdogan non piace che Putin bombardi le basi delle opposizioni ad Assad e rafforzi le posizioni di Damasco, ma deve anche consolidare il suo ruolo di hub petrolifero nel Mediterraneo reso ancora più forte dall’accordo con la Russia. Per cui marcia su tre binari paralleli con tutti i gravi rischi del caso che potrebbero lasciarlo da solo e in brutte acque. Non da ultimo deve aumentare il controllo di una situazione politica interna gravida di tensioni da lui stesso provocate. La situazione è di difficile amministrazione, pochi piedi in troppe scarpe, ma al momento sembrerebbe che il business abbia il sopravvento nei confronti delle frizioni siriane, a meno che la megalomania

dell’aspirante sultano non faccia saltare il banco, ma è molto difficile che ciò avvenga. A completare il quadro all’interno della Coalizione, tra i paesi arabi, solo l’Arabia Saudita sembra seguire, anche se in modo contraddittorio e moderatamente, gli input bellici provenienti da Washington, mentre il Qatar continua nella sua linea di condotta asimmetrica al pari del Kuwait e dello Yemen, peraltro in tutt’altre faccende affaccendato. La Francia è preoccupata dalla politica di Mosca perché potrebbe tamponare le aspettative di Parigi su di un suo reingresso in Siria dopo la caduta di Assad. Come se non bastasse in campo, a fianco della Russia ma con interessi autonomi, sono scesi gli Hezbollah libanesi e i pasdaran iraniani. Una piccola “guerra mondiale” combattuta su più fronti molto disomogenei dove vale il principio del “ognuno per sé e dio per tutti” e dove il dio è sempre il solito, quello del profitto, del vantaggio economico da conquistare con la forza, con la violenza, a costo di innescare una carneficina dietro l’altra, esodi biblici che non hanno riscontro nell’epoca del moderno capitalismo se non nei contorni cronologici della seconda guerra mondiale. E’ quel dio che l’imperialismo ha creato a sua immagine e somiglianza.

Sopra e dentro le trame dei piccoli e grandi imperialismi che regolano la storia del mondo al ritmo dei loro interessi, si muovono masse di diseredati che, senza un progetto di alternativa sociale, senza un punto di riferimento politico rivoluzionario, diventano i ciechi strumenti di questi obiettivi. In balia delle ideologie delle loro classi dominanti, queste masse di diseredati, di lavoratori sull’orlo della sopravvivenza, finiscono per cadere nelle reti di questo o quel jihadismo, sunnita o sciita che sia, ma sempre funzionale agli interessi della classe avversa. La reti possono essere anche quelle del nazionalismo laico o religioso, ma pur sempre sponda politica dell’avversario di classe che se ne serve in qualunque modo e producendo quegli “effetti collaterali” che sono la distruzione di interi villaggi, di città creando l’orrendo crimine delle morti di centinaia di miglia di civili e esodi biblici di milioni di profughi che scappano dalla fame, dalla morte e dalle guerre che le reti dell’imperialismo tessono continuamente.

È ora di rompere queste reti, di dare senso politico all’unica alternativa possibile al capitalismo, al suo essere imperialista, alle sue crisi devastanti e alle sue ancora più devastanti guerre. È ora di costruire il partito rivoluzionario internazionale quale condizione politica verso l’unica alternativa possibile: il comunismo.

FD, 22 ottobre 2015
Domenica, September 18, 2016

Prometeo

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