I “problemi economici del socialismo” in Russia nei “pensieri” di Stalin

Stalin è stato il principale artefice e ideologo della controrivoluzione in Russia, contribuendo dall’alto del suo autoritarismo – di nome e di fatto – a “costruire” non solo un capitalismo di Stato spacciato per socialismo ma anche attuando una profonda falsificazione, formale e sostanziale, della critica della economia politica che Marx sviluppò ed espose nel Capitale.

Gli scritti che dallo stesso Stalin furono dedicati ai problemi di una definizione e di una propagandistica presentazione dell’economia dominante in Russia, sono importanti nel mostrare e confermare come le fondamentali leggi dell’accumulazione capitalistica, della produzione di plusvalore mediante valori di scambio, fossero le fondamenta di quell’accumulazione, questa volta etichettata come “socialista”, che fino alla sua morte, Stalin e i suoi discepoli (dopo di lui) spacciavano per “l’utilizzazione di una parte del reddito netto della società, fatta di mezzi di produzione e di consumo”. Bestemmia finale: “Marx riteneva la propria teoria della riproduzione valida anche per la produzione socialista, cioè per un regime socialista” (Stalin, I problemi economici del socialismo in Urss). Così Stalin avallava la presenza, nel “socialismo in un solo paese”, di tutte le categorie della economia capitalistica ovviamente osannate come “categorie economiche socialiste”.

La Russia di Stalin

Nel 1952, gli scritti riguardanti i Problemi economici del socialismo in Urss furono pubblicati e presentati come il “testamento economico-politico” di Stalin, lasciato ai posteri nel tentativo di definire quelle che avrebbero dovuto essere le ”leggi oggettive“ del socialismo, in vista di una stabilizzazione della società in quel momento presente in Russia e, nonostante i successi in termini di sviluppo statistico, già alle prese con crescenti difficoltà di natura economico-sociale.

Si trattava di quattro scritti, datati dal 1 febbraio 1952 al 28 settembre dello stesso anno: 1. Osservazioni sulle questioni economiche relative alla discussione del novembre 1951; 2. Risposta al compagno Aleksandar Il’ic Notkin; 3. Sugli errori del compagno Jaroscenko; 4. Risposta ai compagni A. V. Sanina e V. C. Vensger. Gli scritti furono pubblicati in Italia nel supplemento al n. 9/1952 di Rinascita. Li citiamo da una edizione De Donato, Bari, 1976.

Stalin apriva i suoi interventi affrontando la discussione allora in corso nell’Urss attorno al progetto di un manuale di economia politica per la formazione “comunista” dei quadri; una pubblicazione che era stata sollecitata in una direttiva del Pcus fin dal 14/11/1938. L’obiettivo era quello di puntualizzare teoricamente l’esperienza della “costruzione del socialismo in un solo paese”, dando sviluppo “creativo” al dibattito in corso. Gli economisti sovietici – per ammissione della rivista Problemy Ekonomiki (n. 3 - 1939) – si muovevano fra incertezze teoriche caratterizzate da ripetizioni di formule scopiazzate dai classici del marxismo e da esposizioni per lo più statistiche dei risultati industriali conseguiti. Mancava, a detta del partito stesso, uno studio particolareggiato “delle leggi dello sviluppo della società, delle leggi di movimento della nostra società sovietica” (vedi: AA.VV., Istorija politiceskoj ekonomii socializma, Università di Leningrado, 1983, pp. 25-26)

Il progetto del manuale non fu concluso dall’Accademia delle Scienze russa, mentre agli inizi del 1943 la rivista Pod znamenem marksizma (Sotto la bandiera del marxismo) pubblicò un articolo nel quale si insisteva sulla necessità di specificare il contenuto oggettivo dell’economia politica, da considerarsi “scienza dello sviluppo dei rapporti di produzione tra gli uomini”. Oltre a spiegare la peculiarità delle leggi economiche del socialismo, si sosteneva che “negare l’esistenza di tali leggi economiche significa scadere nel più volgare volontarismo, il quale, in luogo di un processo regolare, conforme alla legge dello sviluppo o della produzione, pone l’arbitrio, la casualità, il caos. È chiaro che con tale approccio alla questione si perde ogni criterio per valutare la correttezza di questa o quella linea, di questa o quella politica, si perde la comprensione della regolarità di questi o quei fenomeni nel nostro sviluppo sociale”. (da Alcune questioni dell’insegnamento dell’economia politica). (1)

La “economia politica” del socialismo

Va subito precisato che giustamente contraria era stata a suo tempo la posizione di Bucharin, il quale nel suo libro Economia del periodo di transizione sosteneva che l’economia politica poteva essere considerata una scienza – il cui compito è quello di svelare l’essenza che si cela dietro il fenomeno – soltanto per il modo di produzione capitalistico, basato sull’occultamento dei reali rapporti di produzione (il libero acquisto nella sfera della circolazione della merce forza-lavoro cela l’estorsione di pluslavoro che si attua nella sfera della produzione). Ma nel socialismo si doveva invece parlare non più di economia politica bensì di scienza dell’organizzazione (Cfr. Bucharin, Economia del periodo di trasformazione, Jaca Book, 1970). Pertanto, Bucharin – in vita – si oppose all’inserimento, nel nuovo manuale, di un “capitolo speciale su Lenin e Stalin quali fondatori dell’economia politica del socialismo”. (Problemi economici del socialismo, op. cit., p. 103) (2)

“Liquidato” più tardi, fisicamente, l’incomodo Bucharin, Stalin (1951) fece diverse osservazioni alla bozza di un manuale di economia politica, centrandole in particolare sulla inevitabilità della ubbidienza verso leggi oggettive, presenti anche nel socialismo russo, e che “riflettono le leggi di sviluppo dei processi della vita economica, i quali si compiono indipendentemente dalla nostra volontà”. Da ciò la conferma di una legge economica – a suo dire “obiettiva” – ovvero quella dello “sviluppo pianificato, proporzionale, dell’economia nazionale”, che doveva però rispettare anche “le leggi economiche esistenti”.

Innanzitutto, base portante doveva essere una teoria del calcolo economico, basato sulla legge del valore, unico strumento per fissare i prezzi. Da notare che la Costituzione russa del 1936 aveva già annunciato la vittoria dei rapporti di produzione socialisti: il risultato era quello di un enorme sviluppo delle forze produttive. Ma così non era – né si poteva nasconderlo più di tanto – per i rapporti di produzione e per le contraddizioni che si evidenziavano nel paese, con un ritardo più che evidente di quegli stessi rapporti a fronte dello sviluppo delle forze produttive. Come avveniva e avviene in ogni modo di produzione capitalistico e in ogni società borghese…

Gli sviluppi industriali visti da Trotsky

Facciamo un passo indietro per constatare che anche lo stesso Trotsky fu uno dei principali ed entusiasti elogiatori dello sviluppo dell’industria di Stato in Russia – dopo il Primo piano quinquennale – considerando quello sviluppo come “la meravigliosa musica storica del socialismo che cresce” sullo sfondo (che lo stesso Trotsky aveva ritenuto necessario) di un proletariato che stava cominciando, pure in Urss, a subire uno sfrenato sfruttamento della propria forza-lavoro. Anche il grande Trotsky, purtroppo, si basava sull'equivoco che la pianificazione statale e la proprietà statale dei mezzi di produzione (per lui equivalente alla socializzazione dei mezzi di produzione) fossero la base essenziale del socialismo. Questa sua convinzione non teneva in alcun conto il fatto che sia Lenin sia Bucharin (quest’ultimo nei primi tempi) avessero già identificato la crescita e la potenza dello Stato capitalista come una delle principali caratteristiche del capitalismo nella sua fase imperialista.

Nel suo Imperialismo ed Economia Mondiale (1915) Bucharin scriveva:

Il modo di produzione capitalista è basato sul monopolio dei mezzi di produzione nelle mani dei capitalisti all’interno del sistema generale dello scambio di merci. Non c’è differenza alcuna in questo principio rispetto al fatto che ci sia un monopolio diretto del potere statale oppure che questo monopolio sia organizzato in maniera privata. In ogni caso ecco che rimangono l’economia mercantile (al primo posto il mercato mondiale) e, cosa più importante, i rapporti di classe tra borghesia e proletariato.

Ed Engels, fin dal 1880, aveva scritto:

…Come all’inizio il modo di produzione capitalista rimpiazzava i lavoratori, così ora rimpiazza i capitalisti, relegandoli tra la popolazione superflua anche se non certamente nell’esercito industriale di riserva… Né la loro conversione in società per azioni conglomerate né quella in proprietà statale priva le forze produttive della loro natura di capitale… Lo stato moderno, qualunque sia la sua forma, è allora lo stato dei capitalisti, l’organo collettivo, ideale di tutti i capitalisti. Più forze produttive raccoglie come sua proprietà, più esso diventa l’organo collettivo reale dei capitalisti, più cittadini esso sfrutta. I lavoratori rimangono salariati, proletari. I rapporti capitalistici non sono aboliti, ma portati all’estremo…

Anti-Duhring

Nonostante si consolidasse la presenza in Russia di ben precisi rapporti tra capitale e lavoro – alla base della definizione marxista di capitalismo – e di una classe dirigente in formazione, che disponeva collettivamente del surplus di prodotto, cioè del plusvalore estorto al proletariato, Trotsky continuava a scrivere (La Rivoluzione tradita):

La nazionalizzazione della terra, dell'industria, dei trasporti e degli scambi, insieme al monopolio del commercio estero, costituiscono la base della struttura sociale dei soviet. Attraverso questi rapporti, stabiliti da una rivoluzione proletaria, la natura dell’Unione Sovietica come stato operaio è per noi fondamentalmente definita.

Trotsky si sforzava di fare la quadratura del cerchio fra uno Stato che, quasi miracolosamente, si riteneva continuasse a rimanere uno Stato operaio pur in presenza di tutto ciò che per il marxismo – in quanto critica dell’economia politica – identifica il modo di produzione e distribuzione capitalista. Sostenendo quel punto di vista, Trotsky si fermava alle caratteristiche esteriori della struttura sociale del capitalismo classico: proprietà individuale dei mezzi di produzione, inalienabilità giuridica della proprietà privata, diritto di eredità, ecc. Caratteristiche che in Russia apparivano superate, ma che certamente non potevano indicare un avvio verso il socialismo.

Non sono infatti i titoli di proprietà a qualificare come capitalistico o meno un modo di produzione il quale in realtà è una forza sociale, la quale si consolida in un sistema che consente al lavoro morto di dominare quello vivo. Ed infatti la pianificazione attuata in Russia aveva limiti e regole che si adattavano a un processo di forzata industrializzazione, in un paese arretrato, i medesimi strumenti e indicatori economici (quelli monetari innanzitutto) propri dell’economia capitalista. La massa monetaria, l’ammontare dei salari, i valori e i prezzi delle merci erano i cardini del sistema contabile col quale si misureranno, registreranno e stabiliranno gli strombazzati successi da un piano all’altro. Piani il cui ritmo di incremento quinquennale doveva statisticamente convalidare la supposta esistenza del “socialismo mercantile” nell’Urss. Proprio là dove i produttori continuavano a subire la sottrazione capitalistica del prodotto del loro lavoro, la sua appropriazione da parte del capitale, privato o statalizzato, e che avveniva attraverso quella forma di merce valorizzante il prodotto del lavoro.

Ancora una volta – in linea con quanto sostenevano e sostengono tutti gli economisti borghesi… riformatori (di “sinistra” ma in realtà controrivoluzionari) – si dichiarava possibile una trasformazione dei rapporti di distribuzione senza mettere in discussione i rapporti di produzione. Quando invece, per un marxista, è persino elementare che sono i rapporti di produzione a determinare la natura del modo di produzione e di distribuzione; gli uni non si possono separare dagli altri. La distribuzione capitalistica, mercantile e monetaria. non può essere distrutta senza distruggere le basi di quella stessa distribuzione, cioè i rapporti di produzione dettati dal capitale. La produzione, quindi, determina l’essenza della distribuzione e delle forme ideologiche che la giustificano.

Trotsky, purtroppo, arrivò ad ammettere la seguente assurda possibilità:

la coesistenza di un modo di produzione socialista con un modo di distribuzione borghese.

Un vero e proprio non senso, dal punto di vista marxista, secondo il quale, invece,

i rapporti e i modi di distribuzione appaiono quindi meramente come il complemento della produzione. La struttura della distribuzione è determinata completamente da quella della produzione.

Marx, Grundrisse

In estrema sintesi: i rapporti di proprietà costituiscono l’espressione giuridica dei rapporti di produzione; con il diritto di appropriarsi di lavoro altrui non retribuito si caratterizza la proprietà borghese. Così Marx nelle pagine di Per la critica dell’economia politica e del Capitale, definendo chiaramente il rapporto sociale di produzione:

Nella produzione sociale della loro esistenza gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali.

Editori Riuniti, 1969, p. 5

Rimaneva da spiegare un'altra assurda conclusione di Trotsky, secondo la quale sarebbe stata la sovrastruttura politica (stalinismo) ad impedire la realizzazione di una compiuta transizione al socialismo, nel medesimo tempo e in prima persona introducendo tutte le misure di nazionalizzazione e industrializzazione che Trotsky per primo immaginava avrebbero dato alla Russia una definitiva base socialista.

Va quindi ancora una volta ripetuto quello che per noi, così come per Marx, Engels e Lenin, è un assunto fondamentale che dovrà caratterizzare la transizione verso il socialismo: la semplice “espropriazione della borghesia” non basta a definire come socialista un nuovo modo di produzione e distribuzione. Senza l’abolizione del lavoro salariato non si può parlare di socialismo. Il capitale non è soltanto, nella sua essenza, una massa di macchine o mezzi di produzione, la cui natura cambierebbe miracolosamente grazie al fatto che essa venga definita come “proprietà delle masse”, anche dopo l’abolizione politica di una casta avida e parassitaria di funzionari statali.

Questa era ancora la prospettiva di Trotsky di fronte alle involuzioni innegabili che stavano avvenendo in Russia, mentre il capitale va considerato come una forma storica di rapporti sociali basati sull’esclusione e separazione del lavoro vivo dai mezzi di produzione (il lavoro morto, il lavoro accumulato) trasformando così la forza lavoro in una merce vendibile in cambio di un salario. E nel socialismo sarà finalmente il lavoro vivo a dominare quello morto, accumulato, in direzione di una produzione finalmente ed esclusivamente rivolta a soddisfare i bisogni di tutti i membri della nuova società.

Se permangono i rapporti sociali, quelli che si evidenziavano in Russia, continuerà a svilupparsi di fatto l’antagonismo tra produttori e proprietari (indipendente dalle forme giuridiche di proprietà dei mezzi di produzione); tra capitale e forza lavoro; tra quelli (borghesia) che controllano i mezzi di produzione, di distribuzione e lo stesso Stato, con quelli (proletariato) che non hanno altra alternativa all’infuori del vendere la loro forza-lavoro per un salario. Questo rapporto conferisce il carattere di capitale alla totalità delle forze produttive della società.

Un altro principio di base, per il marxismo è che lo Stato non è la società, sebbene lo Stato abbia il suo fondamento nella società. Ogni società nella quale è presente una organizzazione statale, con tutte le funzioni che essa svolge, è una società di classe, in cui lo Stato agisce negli interessi della classe dominante, li difende e li rafforza attraverso lo sfruttamento della classe dominata. Quando devono stabilire la natura di classe della società, i marxisti non cominciano con l’esaminare le forme giuridiche e legali dello Stato per concludere che esse possano o meno costituire “la base proletaria dello Stato”. Giungendo poi a definire “socialista” un regime come quello stabilitosi in Russia, perché esso

…salvaguarda la proprietà espropriata e nazionalizzata contro l’imperialismo, indipendentemente dalle forme politiche, ed è la dittatura del proletariato.

Trotsky, In difesa del marxismo

La pianificazione

I risultati del primo Piano quinquennale in Russia (1928-1932) videro – secondo le cifre ufficialmente comunicate – un indice annuo medio di incremento della produzione industriale pari al 24%. Va notato che anche nei periodi antecedenti (1920-27) si erano registrati aumenti annui medi attorno al 37%. Da allora in poi, i ritmi di “sviluppo” continuarono a diminuire fino a circa il 10% durante il VI° piano (1956-1960) (3).

Per quanto riguarda il “volume monetario” del primo Piano, esso sarebbe stato del 43% come media annua: l’unità monetaria rublo si stabilizzava sempre più come un’esigenza capitalistica che nulla aveva a che vedere con una “edificazione socialista”.

Va notato anche l’alta percentuale di investimenti (l’85% del totale) come capitale fisso (costruzioni, impianti, ecc.), cioè mezzi per la creazione del valore. Proprio là dove, scrive Marx nel Capitale (Editori Riuniti, 1964-1965, Libro III°, pag. 407-408),

nella produzione del capitale fisso si ha che il capitale si pone come fine a se stesso, e manifesta la sua efficacia come capitale, ad una potenza superiore a quella che ha nella produzione di capitale circolate. In questo senso perciò anche la dimensione che il capitale fisso già possiede e che la sua produzione assume nella produzione complessiva, costituisce il parametro dello sviluppo della ricchezza basata sul modo capitalistico di produzione.

Tornando alla realizzazione del primo Piano quinquennale, essa fu completata con un alto costo di vite umane. Stalin celebrò la conclusione, addirittura anticipata, del piano esaltando l’avvenuta crescita industriale soprattutto nell’industria pesante. Si tenga presente però il lavoro forzato di centinaia di migliaia di prigionieri, per lo più condannati per dissensi politici; lavori svolti in condizioni bestiali e utilizzati su grande scala per la costruzione di reti ferroviarie, strade, canali e altre infrastrutture. Opere portate avanti anche con lo sterminio di interi villaggi contadini, le deportazioni, i gulag e le code davanti ai forni per avere un pezzo di pane…

La popolazione fu costretta per la maggior parte in condizioni di esistenza al limite della sopravvivenza; gran parte dei prodotti, anche alimentari come riso, grano e zucchero, era destinata in forma di merci all’esportazione per acquistare in cambio macchinari e tecnologie e per raccogliere capitali necessari a finanziare i piani industriali nell’Urss. Accordi con i capitalisti d’Occidente (come quelli stipulati con l’americana Ford) aiutarono i progetti russi di sviluppo industriale; in alcuni casi con la diretta partecipazione di tecnici statunitensi, come per la grande fabbrica di trattori realizzata a Stalingrado. (4)

L’autarchia dell’epoca dei piani quinquennali, negli anni Trenta, era in realtà una forma di competizione che necessitava di una feroce intensificazione dello sfruttamento della forza-lavoro. Una competizione che, sempre più dura a livello internazionale, significò anche l’adozione del taylorismo e di nuove tecniche di gestione del lavoro alienato per accrescerne al massimo la produttività. L’amministrazione dei rapporti di produzione e il controllo dell’ordine sociale erano svolti dal Partito-Stato, nel quale si consolidava un nuovo ceto composto da funzionari e burocrati, grazie appunto alle funzioni di gestione e di controllo, con le quali essi si rapportavano con il capitale “socialista”.

Per ultimo va aggiunto che la rivoluzione d’Ottobre, con Lenin in vita, non si prefiggeva affatto una “costruzione” del socialismo entro i confini nazionali della Russia, e che il passaggio ad un capitalismo di Stato, sull’esempio tedesco e in attesa della rivoluzione internazionale, era l’unico obiettivo da perseguire, mantenendo fermo il potere proletario, la dittatura del proletariato e non di un partito passato su posizioni controrivoluzionarie. (5) Ricordiamo in conclusione quanto Engels nella sua Critica al programma del Partito socialdemocratico (in Marx-Engels, Opere scelte - Editori Riuniti 1966, pag. 1172) molto chiaramente scriveva: la futura società socialista

non ha nulla in comune con il cosiddetto socialismo di Stato, con il sistema della statalizzazione a scopi fiscali, che pone lo Stato al posto dell'imprenditore privato e riunisce così in una mano sola la potenza dello sfruttamento economico e dell'oppressione politica.

E scrivendo a Bernstein il 6 marzo 1881, e sempre condannando «l'abominio del socialismo di Stato», così si esprimeva:

È una mistificazione molto interessata dei borghesi manchesteriani presentare come 'socialismo' ogni intervento dello Stato nella libera concorrenza.

Produzione mercantile e legge del valore nel socialismo

Conciliare il mercantilismo con il socialismo fu una dominante preoccupazione del “teorico” Stalin, nonostante Engels avesse categoricamente dichiarato che

con la presa di possesso da parte della società di tutti i mezzi di produzione è eliminata la produzione di merci e con ciò il dominio del prodotto sui produttori.

Altrettanto chiaramente Marx scrisse:

Già nella semplice determinazione del valore di scambio e del denaro è contenuta in forma latente l’antitesi tra lavoro salariato e capitale._ [...] _È desiderio tanto pio quanto sciocco che il valore di scambio non si sviluppi in capitale o che il lavoro che produce il valore non si sviluppi in lavoro salariato.

Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La Nuova Italia, vol. I°. pagg. 218-219

Ed anche una Rosa Luxemburg ricorderà che

nella economia capitalista lo scambio domina la produzione e, in considerazione della concorrenza, fa dello sfruttamento spietato, cioè del predominio totale degli interessi del capitale sul processo produttivo, la condizione per l’esistenza dell’impresa. Ciò si manifesta in pratica nella necessità di rendere il lavoro il più possibile intensivo, di abbreviarlo o allungarlo a seconda della situazione di mercato, di ingaggiare la forza-lavoro o licenziarla o metterla sul lastrico a seconda delle richieste del mercato dello smercio, in una parola nel mettere in pratica tutti i metodi conosciuti che rendono un’impresa capitalista capace di essere concorrenziale.

E a proposito del passaggio alle cooperative di produzione, la Luxemburg notava che in esse

ne deriva la necessità contraddittoria per i lavoratori di governare se stessi con tutto l’assolutismo che si richiede, di svolgere con se stessi il ruolo dell’imprenditore capitalistico.

Riforma sociale o rivoluzione? – Newton Compton, pag. 51

Merce, salario e proprietà privata

I prodotti del lavoro degli uomini assumono la forma di merci (valori di scambio) quando anche il lavoro è considerato una merce.

Salario e proprietà privata sono la stessa cosa poiché il salario, anche nella misura in cui il prodotto, l’oggetto del lavoro, retribuisse il lavoro stesso, non è che una conseguenza necessaria della estraneazione del lavoro.

Marx, Manoscritti economico-filosofici

L’illusione, assai più vecchia di Stalin e portata avanti dai Lassalle e dai Proudhon, secondo la quale basterebbe spostare ai salari il profitto e il plusvalore, assegnandoli come un supplementare “reddito” per i membri della società, non faceva che – ridiamo la parola a Marx – «trasformare il rapporto dell’operaio di oggi col suo lavoro in un rapporto di tutti gli uomini col lavoro». Avremmo un aumento del salario ma non l’abolizione della schiavitù salariale; nient’altro che una «migliore remunerazione degli schiavi». Scomparirebbe la figura fisica del capitalista, ma non il capitale: «l’intera società viene concepita come un astratto capitalista _(…) la comunità come capitalista generale_». (Manoscritti economico-filosofici)

Presenza di lavoro salariato e presenza dei mezzi di produzione come capitale sono fra di loro strettamente interdipendenti. L’uno presuppone l’altro e viceversa; entrambi fanno parte del modo di produzione capitalistico. Siamo in presenza di

forme determinate di distribuzione che presuppongono determinate caratteristiche sociali delle condizioni della produzione e determinati rapporti sociali fra agenti della produzione. Un determinato rapporto di distribuzione è, di conseguenza, solo l’espressione di un rapporto di produzione storicamente determinato.

Marx, Il Capitale, Editori Riuniti 1970, pag. 289

Ne consegue che

lasciar sussistere il lavoro salariato e nello stesso tempo sopprimere il capitale è dunque una rivendicazione che si auto contraddice e si distrugge.

Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica – La Nuova Italia 1968, vol. I°. pag. 296

Cestinando le affermazioni di Marx, Stalin proclamava l’impossibilità della esistenza nell’Urss di una produzione capitalistica, pur in presenza di rapporti di scambio mercantili, motivando sempre tale “conquista socialista” con la inesistenza della proprietà privata. E si giustificava così anche la persistente necessità del calcolo economico nel socialismo, proprio per rispondere alla sopravvivenza di tutte le categorie economiche su cui si basa l’esistenza del capitale e del suo modo di produzione! Chi criticava queste posizioni era colpevole di ignorare le categorie dialettiche della transizione, e perciò di pensare “strutturalisticamente” ritenendo che immediatamente vi debba essere o capitalismo o socialismo senza passare attraverso… il calcolo monetario e mercantile.

La contraddizione che si presentava nell’economia sovietica tra la natura sociale della produzione e l’alienazione del prodotto sociale del lavoro, nel rispetto di tutte le categorie che danno vita al capitalismo (ma anche a tutte le sue contraddizioni), si traduceva nel dominio della legge del valore.

Al XVII Congresso del PCUS, nel 1934, contro chi ancora azzardava la prospettiva di una possibile eliminazione del commercio e del denaro in Urss, veniva stabilito che la “disciplina finanziaria”, la pianificazione e le relazioni tra città e campagna dovevano continuare a dipendere completamente dalla attuazione del calcolo economico, da applicarsi in ogni fase della economia nazionale.

La permanenza del valore non poteva più essere negata, anche se la si dichiarava, in fondo, come una eredità del capitalismo, trasformatasi (?) però nel regime socialista attraverso un approfondimento delle categorie del mercato, anch’esse utilizzate con nuove finalità (?) nel sistema socialista targato Mosca. Più specificatamente, le relazioni commerciali sarebbero state inevitabili nel settore dei beni di consumo presentati sotto forma di merci sui banchi dei mercati colcosiani e come tali vendute ai singoli acquirenti. Inoltre, nel commercio con l’estero, tutti i prodotti venivano trattati apertamente come merci.

Con Stalin, tuttavia, si farà ancora qualche tentativo per confondere le… idee a proposito di un generale o particolare carattere mercantile della produzione, in particolare là dove i mezzi di produzione risultavano di proprietà statale, cioè di “tutto il popolo”. Sarebbe stata questa la discriminante che faceva della Russia un paese socialista, vale a dire la pseudo “socializzazione” dei mezzi di produzione amministrativamente distribuiti sulla base di esigenze economico-sociali presentate come rispondenti all’interesse di tutto il “popolo”. Ed era in base a questo “principio”, che la validità della legge del valore sarebbe stata ufficialmente tale soltanto nel settore delle cooperative agricole, nelle fattorie collettive colcosiane oltre che nel commercio estero.

Sempre secondo lo stalinismo, il sistema poggiava su una forma monetaria in seguito allo scambio di prodotti che si svolgeva in dipendenza dell’alleanza con la produzione mercantile attuata dalle cooperative di contadini, nate dalla vittoria del potere sovietico sui ceti capitalistici delle campagne. I contadini delle cooperative non erano proprietari dei mezzi di produzione che appartenevano allo Stato (e quindi si dichiarava che non avevano in sé alcun valore…); tuttavia i contadini dei Kolcos disponevano del loro prodotto che, in quanto proprietari, potevano scambiare con i prodotti del settore statale solo in forma mercantile, contrattuale e monetaria.

Pur in presenza di relazioni che venivano definite “monetario-commerciali”, la mancanza della proprietà privata nei settori industriali sarebbe stata sufficiente per garantire – sempre secondo Stalin & C. – il socialismo e non più l’esistenza del capitalismo. Mancando i capitalisti privati (nella grande industria, mentre nella piccola erano presenti anche aziende in mano a privati imprenditori), la logica staliniana proclamerà che la forza-lavoro non poteva più presentarsi come una merce da comperare e sfruttare nel processo di produzione: i mezzi di produzione nelle mani dello Stato e non dei privati decretavano la fine della schiavitù salariata e dei conflitti antagonistici di classe… Questo nonostante Engels avesse indicato la tendenza dello Stato a diventare il «capitalista collettivo». (6)

In Russia lo Stato, rafforzato in tutte le sue funzioni (in primis quelle oppressive e poliziesche) si presentava dunque come proprietario, imprenditore e banchiere. E così Stalin negava l’esistenza sia del lavoro necessario che del pluslavoro, dal momento che gli operai lavoravano per se stessi, anche se salariati, cioè scambiando la loro forza-lavoro con una somma prestabilita di denaro che consentiva all’operaio di comperare i prodotti reperibili sul mercato per la sua sussistenza. Attraverso la legge del valore e sulla base del lavoro salariato, lo sviluppo della produzione “sociale” non poteva assumere nessun’altra forma all’infuori di quella dello sviluppo della produzione di plusvalore: il capitale come valore che si valorizza attraverso l’estorsione e la “realizzazione” di plusvalore, di nuovo trasformato in capitale. La riproduzione allargata si realizzava come unità del processo di produzione e di circolazione del capitale, poiché l’accumulazione di valori si può svolgere soltanto se nella circolazione quello che è l’equivalente generale, il denaro, ritorna in quantità maggiore là dove è stato “anticipato”: D - M - D’.

E il plusvalore, che con il lavoro salariato si estraeva dalla manodopera, andava tutto nelle mani dello Stato. Il quale, accrescendo e “retribuendo” adeguatamente il suo burocratico apparato, civile e militare, si comportava come un perfetto operatore economico che, misurando le entrate e le uscite dei rubli controllava l’esecuzione dei suoi piani di produzione e distribuzione (mercantile) sempre sulla base di una valutazione e di un riscontro di masse di merci e di denaro.

Categorie economiche inamovibili

In fondo, si poteva (e doveva) trarre come conclusione “politica” che bene aveva fatto Stalin a fucilare un Bucharin, e non solo, il quale aveva pur sostenuto (seguendo allora Lenin) come inevitabile nel socialismo la liquidazione delle categorie mercantili: ed era ciò che avevano chiaramente indicato un Marx e un Engels i quali, forse… incautamente – così si diceva – si sarebbero lasciati andare ad affermazioni quanto meno “imprecise” (?) come queste:

Una volta che la società entrerà in possesso dei mezzi di produzione, sarà eliminata la produzione mercantile e con essa il dominio dei prodotti sopra i produttori.

Engels, Antiduhring

Nella società fondata sui principi del collettivismo, della proprietà collettiva dei messi di produzione, i produttori non scambiano i propri prodotti, e il lavoro erogato per la produzione non si manifesta qui_ come valore _poiché ora, al contrario di quanto avviene nella società capitalista, il lavoro individuale non in via indiretta, ma immediatamente esiste come parte componente del lavoro complessivo.

Marx, Critica al programma di Ghota

La risposta che davano gli economisti russi puntava invece sulla “necessaria distinzione fra teoria e pratica”, tanto più che a Bucharin, in particolare, si potevano imputare “concezioni meccanicistiche e socialisteggianti del marxismo”… (7)

Stalin, grazie al suo profondo “pensiero”, continuava a giustificare – come già abbiamo detto – la persistenza delle categorie mercantili nel socialismo russo attribuendola, come abbiamo visto sopra, al fatto dell’esistenza di due tipi di proprietà, quella agricola e quella industriale. I nuovi rapporti di produzione instaurati in Russia, sempre secondo uno Stalin che teoricamente si barcamenava su un sottile filo, non necessariamente richiedevano categorie mercantili che però venivano usate per “facilitare” la necessaria contabilità. Quanto alla legge del valore, il Grande Padre con un classico colpo al cerchio e uno alla botte continuerà a predicare che “la sua sfera d’azione comprende prima di tutto la circolazione delle merci (…) Ma essa esercita la sua influenza anche sulla produzione” (Problemi del socialismo nell’Urss - 1952). Affermando poi che, in fondo, “la circolazione delle merci è in contraddizione con la prospettiva del passaggio dal socialismo al comunismo”… Per il momento, tuttavia, non solo veniva mantenuta ma si tendeva a rafforzarla…

Riassumendo, le giustificazioni ufficialmente avanzate sia da Stalin che dai suoi ossequiosi “economisti” erano di questo tipo: tutte le categorie della “economia del valore”, che permangono all’interno della pianificazione socialista, hanno solo una validità formale essendo al servizio di rapporti sociali di produzione non più etichettabili come capitalistici. Il fatto che quelle categorie, gira e rigira, pur sempre peculiari al capitalismo, condizionassero ancora i rapporti sociali presenti nel “paese del socialismo”, non andava assolutamente interpretato come una condizione che eguagliasse fondamentalmente l’Urss ai paesi con dichiarata economia capitalistica. Chi affermava che ciò che in Russia si contrapponeva al capitalismo privato dei paesi occidentali altro non era che un capitalismo di Stato, si meritava una deportazione nei gulag o il ritiro in appositi ricoveri psichiatrici. Entrambi costruiti col plusvalore proveniente dallo sfruttamento del lavoro salariato o di quello “forzato” degli oppositori ivi detenuti…

Non era certamente semplice giustificare il trasferimento delle categorie presenti nel capitalismo (merce, moneta, capitale, salario, profitto, ecc.) in quel sistema che ufficialmente veniva presentato come una “realizzazione del socialismo”. Nel 1943 ci provò anche il russo Leontiev con la sua Political Economy in the Soviet Union: era necessario, egli scriveva, riprendere in Russia l’“insegnamento della economia politica” per spiegare ai dubbiosi che quelle categorie avevano un’esistenza anteriore al capitalismo stesso e quindi in ogni periodo storico assumevano “significati differenti”. Erano certamente presenti anche nel capitalismo, dunque, ma attenzione: nel capitalismo esiste lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, mentre in Russia non essendovi la proprietà privata ma statale, era stato abolito ogni sfruttamento!

Un altro passo teorico in avanti fu fatto dagli economisti di Stalin mettendo mano ad una “riorganizzazione” del Capitale di Marx, a cominciare dalle sue prime pagine. Vale a dire da quella analisi della merce che, mantenuta al primo posto come metodo di studio, sarebbe stata – secondo Leontiev - una “ridicola e nociva pedanteria”. E ancora Leontiev, in un suo articolo, spiegava disinvoltamente come fosse noto il

tentativo – da parte dei nemici del socialismo di varie marche (pirati economisti borghesi, restauratori del capitalismo provenienti dal campo del trotskismo-bucharinismo, agenzia del fascismo) – di estendere all’economia socialista le leggi dell’economia capitalista. Per soddisfare i loro fini controrivoluzionari, essi hanno in modo diffamatorio snaturato i caratteri dei rapporti socialisti che sono stati introdotti da noi, falsificandoli, respingendoli coi colori dei rapporti capitalistici.

Leontiev: Il Capitale di Marx. Un aiuto allo studio della Economia politica – edizione inglese, 1946

Un Lenin di comodo

Gli stalinisti si spingevano fino a chiamare in causa lo stesso Lenin il quale, all’XI Congresso del Partito comunista russo, aveva ammesso la necessità della «adozione di una contabilità commerciale da parte delle aziende di stato» e quella di «aumentare la produttività del lavoro e di garantire la stabilità economica di ogni azienda di stato». Questo, chiaramente, non aveva nulla a che vedere con una realizzazione del socialismo: si trattava di un regime economico misto, (…non era nemmeno misto) addirittura volto ad un momentaneo potenziamento (dichiarato) del capitalismo di Stato, e tale da richiedere la permanenza attiva di organismi in difesa degli interessi operai di fronte al sorgere di conflitti fra gli operai stessi, da una parte, e «direttori, tecnici, comitati e uffici economici» dall’altra. Tanto più nel caso – purtroppo verificatosi – di «una degenerazione burocratica della macchina statale». Così Lenin sulla Pravda, 17 gennaio. 1922.

La situazione si sarebbe poi aggravata con l’introduzione dei piani quinquennali che ufficializzarono il sistema della contabilità commerciale delle aziende secondo l’imperante regime mercantile, con l’esasperazione del ritmo di aumento della produttività del lavoro e il dilagante potere assunto dalla burocrazia. Lo Stato-padrone ingloberà al proprio servizio anche i Sindacati i quali avevano ora come unico scopo quello di un costante incrementò della produzione industriale attraverso l'aumento della produttività del lavoro, con “la partecipazione delle masse” al loro diretto sfruttamento! Fino a giustificare la diminuzione del tasso reale dei salari con la necessità di una «disciplina finanziaria» e di una totale ubbidienza alle decisioni degli organi amministrativi aziendali, alle direzioni tecniche ed economiche. Fino a denunciare, da parte del Sindacato, come una «deviazione “di sinistra” ed opportunista» la pretesa da parte di «alcuni compagni di fabbrica» di voler fissare i salari «a parità con la direzione economica» annullando le giuste decisioni dei «funzionari economici» (Trud, 8 luglio 1933).

Con lo stakhanovismo e l’«emulazione socialista», l’intensificarsi dello sfruttamento della forza-lavoro raggiunse vette esasperate e la disciplina del lavoro si fece ferrea, vincolando gli operai al posto di lavoro; condizionando ogni assistenza sociale, come in caso di malattia, alla anzianità di permanenza nella medesima azienda.

Il compito dell’assicurazione sociale consiste in una vasta, incessante, quotidiana battaglia per l'aumento della produttività del lavoro... È questo il punto d'onore di tutti i funzionari e di tutti gli organi della vita sociale.

Voprosy Truda, aprile-maggio 1932

Per quanto riguarda le forti sperequazioni esistenti nelle retribuzioni salariali, nel 1938 il personale dirigente dell’industria riceveva da 15 a 25 volte più dell’operaio non qualificato: lo stesso rapporto era in Ame rica di 1 a 8/12 e in qualche caso di 1 a 20 (P. Drucker, Wages and incomes in So viet industry, in World Review, nov. 1945). Il salario medio di un manovale era ridotto al livello minimo della sussistenza e appena sufficiente a coprire il consumo di due pasti nelle mense aziendali, con l’aggiunta di qualche facilitazione di tipo assistenziale.

Avremo occasione nei prossimi numeri di Prometeo di analizzare e commentare criticamente i risultati economico-sociali che nel secondo dopoguerra (e fino all’implosione del “socialismo in un solo paese” avvenuta in Russia alla fine degli anni Ottanta) caratterizzarono quei “problemi” che Stalin pretendeva risolvibili con un “arricchimento creativo del marxismo-leninismo” condotto – manco a dirlo – con metodo… scientifico.

Davide Casartelli

(1)

I Problemi economici del socialismo nell’URSS _del compagno Stalin rappresentano un nuovo, inestimabile contributo alla teoria del marxismo-leninismo. Il compagno Stalin, sviluppando in modo creativo la scienza marxista-leninista, ha elaborato per il partito e per il popolo sovietico la teoria del carattere delle leggi economiche del capitalismo contemporaneo e del socialismo, la teoria delle condizioni che consentono di attuare il passaggio dal socialismo al comunismo. (…) I capi del Partito, Lenin e Stalin, hanno sempre avuto cura di conservare la purezza delle file del partito. I nemici del partito, i traditori trotzkisti-bukariniani, hanno cercato più volte di portare la divisione nelle file del partito e indebolirne l’unità. Il nostro partito, sotto al guida di Stalin, ha fatto fallire tutti i tentativi dei nemici del leninismo di infrangere l’unità delle file del partito. (…) Evviva il saggio capo del partito e del popolo, l’animatore e l’organizzatore di tutte le nostre vittorie, il compagno Stalin!.

Così (al XIX Congresso del PCUS – Mosca, ottobre 1952) Krusciov elogiava quello che Mikoyan, commosso, definiva

il più grande genio dell’umanità, Stalin, il grande edificatore del comunismo, che illumina le nostre vite con la vivida luce della scienza.

(2) Si deve a Bucharin il lancio teorico della tesi del “socialismo in un solo paese”, fatta propria da Stalin che avrà poi lo stesso Bucharin al suo fianco. Un Bucharin che dopo il 1926 finì a capo della destra del partito russo (dopo essere stato alleato con Kamenev e Zinoviev), e promotore del sostegno ai contadini con una parziale libertà di commercio in agricoltura. Sua fu la parola d’ordine: “Contadini, arricchitevi!”, che suscitò le proteste della Krupskaja. Bucharin poi si schierò a fianco del “centro”, il gruppo dirigente guidato da Stalin. Ed ancora a proposito della formula del “socialismo in un solo paese”, fu proprio Bucharin a diffonderla agli inizi di aprile 1925 in un suo discorso a Mosca. La questione fu poi ripresa nella XIV Conferenza del Partito e inserita in una delle risoluzioni.

(3) Naturalmente riportiamo le statistiche ufficiali che non vanno certo prese per oro colato, poiché la burocrazia non sarebbe stata tale se non avesse mostrato la tendenza a falsificare o quanto meno addomesticare i dati negativi o poco gradevoli alla dirigenza statale.

Era un vanto propagandistico del sistema sovietico-stalinista quello di aver dimostrato una grande efficacia nella strategia di sviluppo industrializzato in un breve periodo storico e con saggi di incremento eccezionali. Risultati che comunque erano presenti negli sviluppi capitalistici di tutti i maggiori Paesi nel loro periodo “giovanile”. Sta di fatto che la sbandierata e costante crescita di uno sviluppo industriale e di una produzione di merci che si poneva (o avrebbe dovuto porsi) in termini concorrenziali con quella degli stessi Stati Uniti, comincerà ad attenuarsi di anno in anno. L’incremento medio annuo nel periodo 1945/1965 era stato dell’11,4%, ma negli ultimi 8 anni (periodo 1957/1965) era calato al 9,2%. Impressionante la massa dei miliardi di rubli (da 155 a 234) coi quali si esprimeva l’aumento della produzione globale industriale tra il 1960 e il 1965. (Rapporto di Kossyghin sulle Direttive per il Piano di sviluppo 1966-1970). Riguardo alla produttività del lavoro, come media annuale si era registrato un incremento del 6,5% nel periodo 1956/1960, con un successivo calo al 4,6% nel 1961/1965. E sempre con forti sproporzioni tra agricoltura e industria, soprattutto quella pesante. Vanno anche segnalati gli squilibri che si registravano tra produzione e consumo, con un accumulo di merci invendute o messe in vendita sotto costo, come nel 1964 accadde per il 60% di alcuni generi di consumo. (Koganov, in Moskva-Ekonomica, 1966)

(4) Anche con l’Italia fascista l’Urss ebbe proficui rapporti commerciali durante il periodo del primo piano quinquennale. Roma ottenne numerose commesse per fornire attrezzature industriali in Russia. Nel 1933 fu addirittura firmato, tra Mosca e Roma, un trattato commerciale seguito da un patto di non aggressione…

(5) Lenin nel 1918 aveva detto:

È assolutamente vero che senza una rivoluzione in Germania noi moriremo... Il fatto che siamo arretrati ci ha spinti in avanti e siamo destinati a perire se non potremo reggere sino al momento in cui potremo valerci del possente appoggio degli operai insorti degli altri paesi.

E nel 1920:

Il capitalismo, se lo si considera sul piano mondiale, continua ad essere più forte del potere dei Soviet, non solo militarmente, ma anche dal punto di vista economico. È da questa considerazione fondamentale che si deve partire senza mai dimenticarla.

Ancora al III Congresso della Internazionale:

Si è creato un equilibrio estremamente fragile, estremamente instabile... in virtù del quale la Repubblica Socialista può esistere, certo non a lungo, circondata dal capitalismo... Era chiaro per noi che senza il sostegno della rivoluzione internazionale il trionfo della rivoluzione proletaria era impossibile.

E se la rivoluzione mondiale non era venuta a breve, immediata scadenza,

nonostante questa convinzione abbiamo fatto il possibile per conservare in ogni circostanza e ad ogni costo il potere dei Soviet, perché sapevamo di lavorare non solo per noi stessi, ma per la rivoluzione internazionale.

(6) Il capitale non è una forma di proprietà ma è un rapporto sociale. Ma pure quella capitalistica è una forma, un “tipo” di proprietà sociale, anche se certamente ancora di classe. Già con la concentrazione dei mezzi di produzione, avviene una trasformazione degli stessi mezzi in «poteri sociali della produzione» (Marx). Con la scomparsa del produttore immediato, cioè l’individuo capitalista, nel capitalismo di Stato il capitale assume anche una forma di proprietà sociale. E quando tutto il lavoro viene trasformato in lavoro salariato, la società si presenta come un «astratto capitalista». Nei Manoscritti del 1844, Marx aveva scritto:

La comunità_ (in tal caso – n.d.r.) non è altro che una comunità del lavoro, con l’eguaglianza (inesistente in Urss – n.d.r.) _del salario il quale viene pagato dal capitale comune, dalla comunità in quanto ‘capitalista’ generale. Entrambi i termini del rapporto vengono elevati ad una universalità rappresentata: il lavoro in quanto è la determinazione in cui ciascuno è posto, il capitale in quanto è la generalità e la potenza riconosciuta dalla comunità...
Né la trasformazione in società per azioni né la trasformazione in proprietà di Stato, elimina la qualità di capitale delle forze produttive.

Engels, Antidhuring

(7) Ancora più avanti negli anni, i fedeli propagandisti dell’Urss disprezzavano gli autori che criticavano l’economia dominante in Russia usando quelle che dagli stalinisti venivano definite come “categorie vuote, derivate da una concezione dogmatica e meccanicistica del marxismo”. Fra i “colpevoli” non mancava l’indicazione di Bordiga quale autore di “affermazioni singolari” e tali da mostrare “di che classico del marxismo si tratti”. Cosi scriveva, su Critica marxista del 1967, un P. Ciofi membro del C.C. del Pci e reduce dagli studi di economia presso l’Università Lomonosov di Mosca. In seguito, il “compagno” Ciofi farà parte dell’Associazione Articolo Uno, ovvero uno strenuo difensore dell’Italia, “una repubblica democratica fondata sul lavoro”…

Mercoledì, January 18, 2017

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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