Non c’è soluzione capitalista a una crisi economica sempre più profonda

Da Prometeo 16 - Novembre 2016

Introduzione

La crisi economica esplosa nel 2007/2008 domina ancora l'economia mondiale. Tutti i tentativi di sfuggire alla sua presa e di far cominciare un nuovo periodo di crescita sono falliti. La crisi al contrario sta determinando conseguenze politiche tali che i nostri governi rischiano di perdere il controllo della situazione. La crisi dell'euro, i salvataggi dei paesi periferici dell'UE e la recente crisi dei rifugiati sono tutte conseguenze di questa ultima fase della crisi economica. Nel Regno Unito la sua più recente espressione è la crisi politica innescata dal voto sulla Brexit, voto che ha svelato l’impotenza della classe dirigente nel produrre un risultato referendario che si adatti agli interessi del capitale britannico. Tutto ciò ha provocato una crisi politica anche nella stessa UE. La forza che sta dietro a queste convulsioni è la crisi economica che i governi non riescono risolvere; via via che fallisce ogni tentativo, il loro spazio di manovra si restringe.

La Tendenza Comunista Internazionalista (TCI) ha sempre sostenuto che il tallone d'Achille del sistema capitalistico sia la caduta tendenziale del saggio di profitto e i problemi nella sfera finanziaria, che hanno colpito con forza devastante nel 2008, ne sono l’ultima l’espressione. I tentativi di ripristinare la redditività del capitale si sono ridotti quasi esclusivamente alla riduzione dei consumi della classe lavoratrice tramite l'austerità, la riduzione dei salari e la riduzione del salario differito (tagli ai sistemi sanitari, alle pensioni e all'istruzione). Anche i tentativi di stimolare l'economia attraverso le manovre monetarie delle banche centrali sono naufragati. Le misure adottate negli ultimi 8 anni non hanno precedenti nella storia del capitalismo. Inizialmente le banche centrali hanno operato salvataggi delle banche commerciali, sono seguite iniezioni di denaro nel sistema finanziario tramite i vari Quantitative Easing (QE) e, più recentemente, hanno imposto tassi di interesse negativi sui depositi a breve termine e sui titoli di Stato. Tutte queste misure straordinarie non sono però riuscite a produrre una crescita degli investimenti o della domanda. Ora si dice che le banche centrali dovrebbero ricorrere all’ “helicopter money”, denaro lanciato dall’elicottero (1), il che significa distribuire elettronicamente soldi alla popolazione per stimolare la domanda. Queste ipotesi sono il segno della disperazione.

Lo stato dell'economia globale

L'economia capitalistica procede in cicli di accumulazione. Nella prima fase di ciascun ciclo l'economia è sana perché i profitti sono alti. Per i lavoratori c’è quasi la piena occupazione, il commercio si espande e l'accumulazione di capitale procede attraverso gli investimenti. La misura generale di tutto questo è il tasso di crescita che tende a esprimere indirettamente il saggio medio di profitto. Con la crescita si ha una maggiore produttività per lavoratore e l'aumento del commercio internazionale; è una situazione in cui la sfera finanziaria opera per facilitare il commercio e gli investimenti. In base a questi parametri l'economia mondiale di oggi si trova in uno stato pietoso.

Abbiamo dimostrato in articoli precedenti che il tasso medio di profitto è in diminuzione (2) e argomentiamo di seguito che questo è il vero motivo per cui gli investimenti sono bloccati. Lo sfruttamento dei lavoratori nella produzione è l'unica fonte di profitto per il capitalismo e non sorprende che la disoccupazione mondiale sia aumentata. Secondo l’International Labour Organisation (organismo dell'ONU, ndr) la disoccupazione globale è aumentata di 27 milioni di unità dal 2007 e raggiunge attualmente i 200 milioni. (3)

Il tasso di crescita dell’economia degli Stati Uniti è oggi del 2%, la metà rispetto a vent'anni fa (4). A livello mondiale c’è stato un calo nel tasso di crescita: dal 6,4% nel 1973 al 2,5% nel 2014 (5). La crescita della produttività per lavoratore è molto bassa o inesistente, nell'UE è attualmente dello 0,25%, negli Stati Uniti siamo all’1,2%, mentre nel Regno Unito a zero. Un rapporto del Financial Times ha ben espresso il pericolo che la borghesia vede nella bassa produttività:

Senza un miglioramento della produzione per ogni ora di lavoro, le economie possono crescere solo se le persone lavorano di più, più a lungo o più persone trovano lavoro (6).

Questa produttività stagnante può essere spiegata, come illustriamo più avanti, dalla mancanza di investimenti in nuovi mezzi di produzione. Tuttavia, anche se il lavoro dovesse diventare più produttivo, questo porterebbe in ultima analisi a un ulteriore calo del saggio medio di profitto. Tutto ciò indica stagnazione economica.

Anche i dati commerciali mondiali indicano stagnazione. Il commercio globale, in percentuale del PIL mondiale, era circa il 50% del PIL nel 2007. Dopo la crisi del 2007 si è contratto bruscamente al 30% e da allora è rimasto fermo attorno al 40%. (7)

Il sistema di commercio istituito dall'Organizzazione mondiale del commercio (WTO) è esso stesso in crisi. Il fallimento del Doha Round nei negoziati commerciali ha ridotto il WTO a un mero corpo arbitrale per le contese. Inoltre gli Stati Uniti ignorano i suoi verdetti quando questi vanno contro di loro e tentano di rimuoverne i giudici quando questi gli appaiono ostili (8). Gli USA stanno ora negoziando rapporti commerciali unilaterali, come il Trans Pacific Partnership (TPP) e il Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), che assicurano maggiori benefici ai loro capitali.

Dalla fine del boom del dopoguerra, quando nel 1973 avvenne crollo dell’ordine mondiale di Bretton Woods (9), il peso del settore finanziario è costantemente aumentato rispetto all’economia globale. Nel periodo precedente la crisi del 2007, i profitti finanziari degli Stati Uniti, per esempio, si avvicinavano al 50% del totale dei profitti aziendali. La finanza non produce nuovo valore, il suo ruolo è di riciclare il plusvalore prodotto nell'economia reale. Una delle sue attività principali è il riciclaggio del capitale in surplus investendo in debito pubblico e raccogliendo gli interessi. Dopo la crisi del 2008 è stata generalmente accettata la necessità di un "de-lever", ovvero di ridurre il debito totale rispetto al PIL. Il capitalismo mondiale non è stato in grado di farlo e di fatto è accaduto l'opposto. Il debito totale, la somma di debito privato, aziendale, governativo e finanziario, è passato da 142.000 mld di dollari nel 2007 a 199.000 mld nel 2014 (10), superando di gran lunga la crescita economica. I tentativi da parte di alcuni governi, in particolare del Regno Unito, di raggiungere il pareggio di bilancio, e quindi limitare l'aumento del debito sovrano, sono falliti. Dal 2010 il Regno Unito ha regolarmente rinviato la data in cui il famoso equilibrio doveva essere raggiunto, il debito in rapporto al PIL nel frattempo aumentava inesorabilmente. Sulla scia del voto sulla Brexit questa ambizione sembra esser stata del tutto abbandonata e si prevede un aumento del debito pubblico dall‘attuale livello dell’ 84% sul PIL al 100% entro il 2020.

I salvataggi delle banche richiedono tali esborsi da parte degli stati che le agenzie di rating hanno declassato i debiti sovrani (11). I debiti pubblici stanno diventando insostenibili e per i paesi più piccoli come la Grecia questo è stato riconosciuto anche dal FMI. Per il timore delle turbolenze che scatenerebbe, la borghesia è però terrorizzata dalla cancellazione del debito. Ma una situazione insostenibile non può essere sostenuta all’infinito. L'aumento costante del debito, che è un altro sintomo del calo della redditività del capitale, punta dritto a un nuovo e catastrofico collasso quando i default sui debiti cominceranno.

Manovre monetarie

Come già accennato, la borghesia ha risposto alla crisi del 2007 con una serie di manovre monetarie senza precedenti e finalizzate a pompare denaro nell'economia. Per lo schieramento keynesiano degli economisti borghesi il problema è dato dalla carenza di domanda che è ancora al di sotto del livello pre-crisi 2008 (12). A questa conseguirebbe la mancanza di investimenti. Secondo loro ci sarebbe un eccesso di risparmio a livello mondiale. Eppure le banche centrali di tutto il mondo hanno sicuramente preso adeguate misure contro questo problema. La Banca centrale europea (BCE), per esempio, ha un programma di acquisto di bond (QE) che in previsione dovrebbe elargire 1000 mld di euro al ritmo di 60 mld al mese. In marzo si è saliti a 80 mld al mese. Ha inoltre fornito alle banche della zona euro "offerte di finanziamento mirate a lungo termine" (TLTROs) fino al 30% del loro portafoglio senza interessi per 4 anni.

Se queste banche, oltre il loro assegno TLTRO, prendono a prestito somme aggiuntive al fine di concedere ulteriori prestiti, la BCE paga loro interessi dello 0,4% su tali somme aggiuntive. Questo si basa sul fatto che il tasso di deposito presso la BCE è negativo al – 0,4%, ma dato che si tratta di prestiti che le banche distribuiscono e non di depositi, la BCE paga alle stesse interessi al + 0,4%. Questo è il mondo a testa in giù in cui stiamo vivendo. Ci si chiede cos’altro potrebbero fare le banche centrali (13). Anche altre banche centrali sono state molto generose. La Federal Reserve ha distribuito 4.500 mld di dollari in tre turni di QE, mentre la Banca d'Inghilterra ha elargito 375 mld di sterline. Eppure, nonostante le somme astronomiche elargite dalle banche centrali e i tassi di interesse ultra-bassi o negativi, queste misure non sono riuscite a stimolare né la domanda né gli investimenti. Questi fallimenti indicano chiaramente la situazione di stallo in cui si trova il capitalismo. Il meglio che si può dire per tali manovre monetarie è che nei paesi in cui sono state applicate hanno stabilizzato la situazione e hanno impedito ulteriore caos. Nel contesto globale i QE e i tassi di interesse a zero hanno indebolito le valute nei paesi in cui sono stati applicati, aumentando in tal modo le esportazioni a scapito dei loro concorrenti. Tuttavia per i keynesiani questo significa solo che i programmi non sono stati applicati con sufficiente vigore, da qui la proposta di “denaro dall’elicottero” e di investimenti diretti nelle infrastrutture. In definitiva però queste misure non aiutano a curare il capitalismo mondiale in quanto non incidono sul problema della redditività.

In regime capitalistico si investe solo se vi è una stimolante prospettiva di profitto, se il tasso di profitto è basso, l’investimento non si farà. Anche gli economisti borghesi riconoscono questo dato di fatto quando sostengono, nei loro termini, che c’ è una "carenza di opportunità di investimento." È per questo motivo che le grandi società non finanziarie stanno accumulando capitale. Nel 2015 le prime 100 aziende del Regno Unito erano sedute su una montagna in denaro: 177 mld di sterline, pari al 10% del PIL. Nella zona euro, la cifra corrispondente era di 14.000 mld di euro, circa il 7% del PIL, negli Stati Uniti invece 1.640 mld di dollari, pari al 10% del PIL. Invece di essere investiti, questi fondi sono utilizzati per riacquistare azioni dagli azionisti o sono corrisposti agli azionisti in dividendi più elevati, oppure vengono riciclati in titoli di stato, o vanno alla speculazione in una forma o nell'altra. Questo ha spinto il rendimento sul debito pubblico ai livelli più bassi nella storia del capitalismo e alcune nazioni, come la Germania, la Danimarca e la Svizzera, hanno emesso obbligazioni con tassi di interesse negativi. In febbraio il Financial Times ha riferito che ci sono 5.700 mld di dollari investiti in obbligazioni sovrane con rendimenti negativi (14). Il fatto che i capitalisti preferiscano comprare debito pubblico e pagare per tenerselo, dimostra che siamo di fronte ad acquisti speculativi. Chi compra questi debiti spera che il valore nominale del debito salga in risposta a ulteriori QE. Ciò dimostra anche che si ritiene che qualsiasi altro investimento abbia prospettive peggiori. È una chiara indicazione di quale disastrosa visione abbiano dello stato dell'economia e del suo futuro. La speculazione tuttavia rischia solo di creare ulteriori bolle speculative, che, come abbiamo visto nel 2008, alla fine esploderanno con forza devastante.

Quanto sopra è una rappresentazione empirica del pessimo stato del capitalismo mondiale. Le ragioni teoriche di tutto ciò sono oggetto di dispute accese. L'idea abbracciata dai neo-liberisti che il libero mercato risolverà questi problemi è stata già screditata dal collasso 2007/2008. L'idea che il controllo statale dell'economia, o capitalismo di stato, potrebbe riportare in salute il sistema ha riguadagnato invece terreno, questo nonostante il fatto che tali misure abbiano ampiamente fallito con i disastri degli anni ‘70. Economisti come Thomas Piketty (15), ora consulente del leader dell'opposizione laburista britannico Jeremy Corbyn, vedono il capitalismo come una nave diretta contro la scogliera. Piketty sostiene che lo scoglio su cui il capitalismo si abbatterà è la disuguaglianza e chiede allo Stato di salvare il capitalismo con riforme fiscali e redistribuzione della ricchezza. La disuguaglianza però è solo il risultato dell’accumulazione del capitale. Lui e i suoi consiglieri (16) confondono i sintomi con le cause. La realtà è che una maggiore accumulazione di capitale si traduce in tassi di profitto più bassi come previsto da Marx. L'esistenza di un calo del tasso medio di profitto è però furiosamente negata da tutto lo spettro dell'economia borghese e anche da molti marxisti accademici. Illustriamo brevemente di seguito perché riteniamo che Marx avesse visto giusto.

La teoria del valore-lavoro e la caduta del saggio di profitto

Marx analizza il sistema capitalista in termine di valori. Il valore è distinto dal prezzo ma valori e prezzi formano un unico sistema, Marx sostiene infatti che la somma dei prezzi sia pari alla somma dei valori. Tutto il valore è prodotto dal lavoro umano e la misura del valore è il tempo di lavoro. La teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto si deduce direttamente dalla teoria del valore-lavoro.

In regime capitalistico il valore è estratto dalla classe operaia dividendo l'orario di lavoro in una parte di lavoro degli operai che produce il valore del loro salario e una parte di lavoro non pagato, di cui si appropria il capitale, che produce quello che Marx chiama il plus-valore. Questo lavoro non pagato produce un surplus di prodotto il quale incorpora il plusvalore. Il plusvalore è la fonte di ogni profitto capitalistico. Il profitto quindi esiste quando, e solo quando, esiste il plusvalore.

Il lavoro umano è costituito da molti tipi di lavoro che Marx descrive come lavoro utile, concreto. I vari tipi di lavoro concreto però sono valutabili sul mercato e devono pertanto contenere un elemento comune che consenta tale valutazione. Marx chiama questo elemento lavoro umano astratto, ovvero il lavoro in generale, astratto dalle varie forme in cui esiste come lavoro concreto e utile. Marx dimostra che un'ora di lavoro astratto produce la stessa quantità di valore, indipendentemente dalla produttività del lavoro.

Nonostante possa variare la forza produttiva, lo stesso lavoro, esercitato in periodi di uguale durata, produce sempre la stessa quantità di valore (17).

Da ciò consegue che aumenti della produttività che riducono la quantità di lavoro in un’economia, riducono il tempo totale di lavoro in tale economia e, dato che il lavoro è la fonte del plusvalore, riducono di conseguenza la quantità di plusvalore prodotto. Anche il rapporto tra plusvalore ricavato e capitale complessivo impiegato, ovvero il saggio di profitto, diminuisce di conseguenza. Come Marx spiega:

La progressiva tendenza del saggio generale del profitto a diminuire è quindi solo un'espressione, peculiare del modo di produzione capitalistico, dello sviluppo progressivo della produttività sociale del lavoro (18).

Marx la chiamava legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. Questa legge vale per un settore dell’economia, ma dal momento che il capitale migra verso settori o regioni in cui il tasso di profitto è più alto, alla fine sarà vera per l'economia mondiale nel suo complesso. Vi è quindi una tendenza del tasso di profitto a diminuire inesorabilmente. Ciò è dovuto al processo contraddittorio che si trova al cuore dell’accumulazione capitalistica. Marx sostiene che questa tendenza può essere interrotta solo in crisi periodiche in cui il commercio e la produzione crollano, a questo seguono i fallimenti, il capitale è azzerato e i salari sono ridotti. L'effetto chiave di queste crisi è la svalutazione dei mezzi di produzione o, nei termini di Marx, del "capitale costante". Il fatto che il sistema capitalistico possa sopravvivere solo distruggendo nelle crisi la ricchezza che ha creato in precedenza, è indice della natura storicamente limitata del capitalismo e della necessità per l'umanità di sostituirlo con un sistema di produzione superiore.

Si deve sottolineare che la caduta tendenziale del saggio di profitto è una conclusione che deriva logicamente dalla teoria del valore-lavoro. Il rigetto dell’una implica il rifiuto dell'altra.

Nel corso dell'ultimo secolo la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto di Marx è stata aspramente contestata, ed è ancora oggi contestata, non solo dagli economisti borghesi, ma anche dai marxisti accademici. Mentre gli economisti borghesi respingono la teoria del valore-lavoro e quindi la base della teoria, i marxisti accademici cercano di salvare la teoria del valore-lavoro pur respingendone la conclusione. Marx avrebbe commesso errori e il suo lavoro sarebbe incoerente e contraddittorio (19). Durante il boom del dopoguerra negli anni ‘60, quando il capitalismo sembrava aver risolto i suoi problemi, e il capitale si accumulava più rapidamente che in qualsiasi periodo precedente, l’accademico giapponese N. Okishio elaborò un teorema, con cui avrebbe dimostrato algebricamente che, aumentata la produttività, il saggio di profitto sarebbe sempre cresciuto, non diminuito. La teoria di Marx quindi non sarebbe stata corretta. Un ulteriore errore di Marx sarebbe che i prezzi non potrebbero derivare ​​dai valori. Questo teorema è stato generalmente accettato dagli studiosi marxisti i quali in seguito hanno dedicato le loro energie a correggere quelli che consideravano errori di Marx. Tuttavia, con il ritorno della crisi capitalistica degli anni ’70, questa analisi è stata contestata. Lavori accademici più recenti (20) hanno dimostrato che il sistema di Marx non è contraddittorio, che le conclusioni derivano dalle premesse e che non c’è quindi alcun errore teorico. A questo si è arrivati dimostrando che, se gli ingressi e le uscite nel ciclo di produzione capitalistico sono valutati a scadenza temporale piuttosto che contemporaneamente e che se il prezzo e il valore sono trattati come un unico sistema correlato, allora tutte le conclusioni di Marx sono conseguenti. In particolare Il teorema di Okishio, che si basa sulla valutazione simultanea di ingressi e uscite per il processo di produzione, non riesce a confutare le conclusioni di Marx.

Le conclusioni di Marx restano valide, in particolare:

  • il plusvalore è l'unica fonte del profitto;
  • la somma dei valori nell'economia è uguale alla somma totale dei prezzi;
  • la somma di tutto il plusvalore prodotto è uguale alla somma complessiva dei profitti;
  • gli incrementi della produttività del lavoro portano ad una diminuzione del saggio di profitto.

Mentre il capitale si accumula, facendo così aumentare anche il capitale costante, la produttività cresce e il lavoro umano è estromesso dal processo produttivo. Ciò elimina la fonte del plusvalore (il lavoro umano) e fa quindi sì che il plusvalore prodotto diminuisca. Questo declino è assoluto o relativo al crescente capitale costante. L'economia perciò subisce la tendenza alla diminuzione del saggio di profitto. A sua volta questa tendenza aumenta la concorrenza e accelera il processo.

Le misure che può mettere in campo la borghesia per invertire la caduta del saggio di profitto sono le seguenti.

  1. Aumento dello sfruttamento del lavoro. Il metodo più diretto è quello di allungare la giornata o la settimana lavorativa in modo da avere a disposizione più lavoro non pagato. Questo può anche essere ottenuto aumentando l'intensità del lavoro tramite l’accelerazione della produzione o la riorganizzazione del sistema di lavoro. È quello che Marx chiamava l’aumento del “plusvalore assoluto”. Un'alternativa è aumentare la produttività dei lavoratori installando macchine più produttive. Ciò equivale a ridurre il tempo di lavoro che un lavoratore impiega per produrre il suo salario e aumentare di conseguenza la parte non pagata che va a favore del capitale. Questo si traduce in un aumento di ciò che Marx chiama il “plusvalore relativo”. Il problema però è che questo implica l’espulsione di lavoratori dalla produzione e l’installazione di macchinari, o capitale costante, di valore più elevato, il che e alla fine porta comunque alla caduta della redditività.
  2. Aumento della velocità di circolazione del capitale. Ogni ciclo di produzione è finanziato con del capitale che paga i mezzi di produzione e i salari dei lavoratori e che viene rigenerato e accresciuto quando le merci sono vendute sul mercato. Se il numero di cicli all'anno aumenta, il valore annuale dei salari dei lavoratori (che resta costante) si riduce relativamente all’aumento dei ricavi e di conseguenza aumenta il saggio di profitto.
  3. Svalutazione del capitale costante. Se il valore del capitale costante può essere ridotto mantenendo invariato il plusvalore, il tasso di profitto aumenterà. La svalutazione del capitale avviene durante le crisi, quando i mezzi di produzione sono distrutti o svenduti per una frazione del loro valore nominale. Nel 19° secolo le crisi svalutavano il capitale costante in misura sufficiente a ristabilire i saggi di profitto e così avviare un nuovo ciclo di accumulazione. Nel 20° secolo la massa di capitale accumulato su scala mondiale era così vasta che si è potuta produrre una sufficiente svalutazione solo attraverso le guerre mondiali. Il capitale costante non era rimpiazzato, la concorrenza era sospesa e i prodotti dell'industria erano distrutti in guerra, questo è stato l'effetto economico delle due guerre mondiali. In particolare la ripresa e i trent'anni di crescita che hanno seguito la seconda guerra mondiale sono stati resi possibili dall’enorme svalutazione e dalla distruzione di capitale avvenuta nei sei anni di guerra. Tuttavia gli anni della ricostruzione sono stati un periodo di accumulazione di capitale e di aumento massiccio della produttività del lavoro, è quindi diminuito il saggio medio di profitto che ha prodotto l'inizio della lunga crisi che si trascina dai primi anni '70 a oggi.

Quello di cui il capitalismo ha veramente bisogno è una massiccia svalutazione del capitale, come indicato nella terza opzione di cui sopra, una svalutazione che può però essere ottenuta solo con la guerra generalizzata. I nostri governanti, naturalmente, non vanno in guerra per svalutare il capitale. Vanno in guerra per motivi imperialistici, ma le ambizioni imperialiste hanno le loro radici nella crisi economica. Vanno in guerra per distruggere i loro concorrenti, per svalutare il capitale dei loro concorrenti e aumentare così la loro quota di plusvalore estratto dai lavoratori di tutto il mondo. Anche se il sistema ha generato una miriade di guerre locali e anche se le controversie che potrebbero portare a una nuova guerra mondiale sono in aumento, una nuova guerra globale non è oggi all'ordine del giorno. Ciò significa che al momento sono disponibili per la borghesia solo le prime due opzioni. Entrambe queste opzioni hanno i loro limiti. La lunghezza della giornata o della settimana di lavoro non possono essere estese oltre un limite massimo e anche l’aumento del tasso di circolazione del capitale, senza un aumento del capitale costante, ha i suoi limiti. Il capitale ha già aumentato molto il tasso di circolazione ed è discutibile se lo possa ancora fare. Studi sulla rotazione annua del capitale circolante nei Paesi Bassi e in Giappone hanno scoperto che, mentre il numero medio di cicli annui di produzione era pari a 5 nel 1965, nel 2005 era salito a 12 (21). Tali drastici aumenti non potrebbero essere raggiunti senza l’introduzione di migliori mezzi di produzione. Ciò significa un aumento del capitale costante e un aumento della produttività dei lavoratori, quindi un calo del saggio di profitto.

Tralasciando le manovre nella sfera monetaria, che come abbiamo visto non sono riuscite a stimolare gli investimenti o la domanda, ai nostri governi resta solo l'opzione 1.

Attacco ai salari e alle condizioni di vita della classe operaia

La globalizzazione della produzione ha aperto la strada sia a attacchi diretti che indiretti contro la classe lavoratrice nei paesi del centro del capitalismo mondiale. Attacchi il cui obiettivo principale è di aumentare il plusvalore assoluto estorto alla classe stessa. Anche i salari più bassi presenti nei paesi periferici, in particolare in Asia, fanno sì che il prezzo della forza-lavoro tenda a ridursi a un livello medio in tutto il mondo. Questo ha permesso alla borghesia di imporre tagli diretti ai salari, maggiore flessibilità sul posto di lavoro e tagli del salario indiretto (sanità, pensioni, istruzione, ecc…). È il ripudio del compromesso sociale tra capitale e lavoro che ha seguito la seconda guerra mondiale. Gli attacchi sono stati codificati in una serie di nuove leggi sul lavoro in tutta Europa. Esempi ne sono la legge Hartz IV in Germania, il Jobs-act in Italia, la legge Peeters in Belgio, numerose modifiche alle leggi sul lavoro nel Regno Unito e la recente legge El Khomri che ha provocato un'ondata di lotta di classe in Francia. Tutto ciò ha lo scopo di ridurre la quota del prodotto sociale che va alla classe operaia e di aumentare quella che va a beneficio del capitale.

Sono stati ampiamente applicati tagli ai salari diretti, nel Regno Unito e negli Stati Uniti i salari reali hanno cominciato a diminuire a partire dalla fine del boom del dopoguerra nella metà degli anni ‘70. Nel Regno Unito si è registrato dal 2008 un calo medio dei salari dell'8%. Il dato per i dipendenti del settore pubblico è ancora più elevato, siamo al 10%. Nel Regno Unito la manodopera a basso costo, importata in particolare dall'Europa dell'Est, ha permesso che i salari nel settore dei servizi rimanessero al livello del salario minimo. C’è stato inoltre un aumento della tassazione sui principali articoli di consumo della classe operaia.

Alla forza lavoro è stata imposta maggior "flessibilità”, uno dei modi in cui questo è stato fatto nel Regno Unito è attraverso i contratti a "zero ore". Ai lavoratori non è garantito alcun lavoro, ma devono andare a lavorare quando il capo li chiama e sono pagati solo per le ore di lavoro. Nel Regno Unito ci sono oggi circa 1 milione di lavoratori con contratti di questo tipo. La Confederation of British Industry stima che questo tipo di lavoro flessibile impedisca a 500.000 lavoratori di chiedere il sussidio di disoccupazione. In Germania c'è una versione simile di questo accordo chiamata “mini-jobs”, si stima che vi siano impiegati 7 milioni di lavoratori. La disoccupazione nel Regno Unito è stata tenuta bassa con la nuova flessibilità e i tagli dei salari, questo ha portato all’aumento nullo della produttività cui abbiamo accennato sopra. Complessivamente nell'Unione europea il 10% della popolazione è disoccupata. I disoccupati costituiscono l’esercito di riserva del capitale, ma il capitalismo è ormai incapace di integrarli in un lavoro produttivo. La sua strategia è quella di confinarli nei ghetti, o in prigione, o di reclutarli nell’esercito.

Parallelamente è stato tagliato il salario indiretto, con tagli ad assistenza sociale, istruzione e prestazioni sanitarie. E poi aumenti dei costi per gli studenti dell'università, tagli alle pensioni e innalzamenti dell'età pensionabile, nonché tagli selvaggi alle prestazioni di invalidità.

Come abbiamo scritto nel nostro commento agli scioperi francesi contro la legge El Khomri:

Le leggi dell’epoca precedente che ancora" limitavano" e "regolamentavano" lo sfruttamento dei lavoratori non sono più compatibili con il capitalismo nel suo stato attuale. La profonda crisi del sistema economico mondiale rende i padroni più feroci, li porta a far pressione sui loro governi per eliminare tutto ciò che impedisce la realizzazione di un profitto adeguato, un profitto cioè sufficiente a stimolare gli investimenti necessari per continuare il processo di accumulazione con l'attuale composizione organica del capitale. Insomma, dietro la guerra della borghesia contro il proletariato e gli strati sociali a questo più vicini non ci sono solo fattori sociali, ma anche una delle più gravi crisi del capitalismo, di cui le guerre imperialiste, con i loro tragici effetti collaterali, come la fuga di milioni di esseri umani in condizioni disperate, sono "solo" l'altro faccia della medaglia.
Il welfare è finito, è il momento del workfare, ovvero il prelievo obbligatorio sui salari differiti e indiretti deve proseguire, ma una parte sempre minore di questa imposta sui salari va effettivamente a finanziare i servizi sociali (pensioni, sanità, istruzione, ecc), mentre in misura sempre maggiore è aspirata dalle "istituzioni" economiche e finanziarie della borghesia (o meglio, le loro aziende) ovunque e comunque queste operino (22).

L'effetto di tutto questo è stata la riduzione del tenore di vita della classe operaia e lo svilupparsi di un forte disagio sociale. Un rapporto OCSE ha rilevato che nel Regno Unito l’ 8,1% della popolazione ha difficoltà a comprare cibo. Un terzo dei comuni in Inghilterra e Galles riferiscono di aver finanziato banche alimentari e, secondo il Trussel Trust che gestisce 400 banche alimentari, 1,1 milioni di persone (23) hanno ricevuto sostegni alimentare di emergenza per almeno 3 giorni da una delle loro banche nel corso dell'ultimo anno.

Abbiamo già accennato ai limiti dell’estrazione di plusvalore assoluto dalla classe operaia. Questi sono insuperabili e dovuti al fatto che il giorno ha solo 24 ore e che i lavoratori hanno bisogno di un pausa minima per nutrirsi e dormire al fine di riprodurre la loro capacità lavorativa. A lungo termine le misure di austerità non funzioneranno. Nel breve termine però queste misure stanno riuscendo a trasferire il peso della crisi sulle spalle della classe operaia e, finché la classe operaia le accetta, produrranno un certo aumento dei profitti fornendo al sistema quel po' ossigeno che serve per mantenerlo in vita. La vera domanda è: quanto a lungo la nostra classe tollererà l'austerità che le viene imposta prima di tornare ad esprimere la lotta contro l'intero sistema? Una simile svolta richiederà una rinnovata consapevolezza del suo ruolo di classe (per sé) su scala internazionale,, una classe conscia di avere nelle proprie mani la storica missione di creare un sistema di produzione sociale superiore.

CP, 23 agosto 2016

(1) Cfr Adair Turner, ex presidente della Financial Services Authority, sul Financial Times del 23/05/16

(2) Vedi Revolutionary Perspectives 06, serie 4 “Piketty, Marx and Capitalism’s dynamics” e Revolutionary Perspectives 62, Serie 3 “The Tendency of the Rate of Profit to Fall, the Crisis and its Detractors”

(3) Cfr ILO ilo.org

(4) Citato nel Financial Times del 30/05/16

(5) Cfr Banca Mondiale, data.worldbank.org

(6) Financial Times 26/05/16

(7) Financial Times 3/03/16

(8) Gli Stati Uniti stanno tentando di bloccare la riconferma di Mr. Seung Wha Chang dopo alcune sentenze che andavano contro di loro. Vedi bna.com

(9) Prende il nome dal luogo in cui si tenne negli Stati Uniti la riunione della Conferenza Monetaria e Finanziaria delle Nazioni Unite nel luglio 1944. In questa occasione furono fondate la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale e si stabilì il dollaro come asse centrale del sistema monetario internazionale.

(10) Financial Times 5/02/15

(11) “Sovereign downgrades surge to record levels” Financial Times 8/07/16 p.32. Finora quest'anno Fitch ha declassato il debito di 14 paesi (tra cui il Regno Unito), S&P, di 16 e Moody, di 24.

(12) Nella UE la domanda è del 2,4% inferiore rispetto al 2008, vedi Financial Times 7/07/16

(13) Financial Times 11/03/16

(14) Financial Times 18/02/16

(15) Piketty è un consulente di Jeremy Corbyn, per una critica del suo libro, "Il capitale nel XXI secolo" vedere Revolutionary Perspectives 06, Serie 4

(16) Tony Atkinson, ex professore di economia all'Università di Oxford, ha iscritto sulla disuguaglianza sin dal 1960. Il suo libro recente "Inequality: What can be done " raccomanda che a ogni diciottenne sia data una dote e un impiego pubblico garantito.

(17) Marx, Capitale Volume 1.

(18) Marx Capitale Volume 3.

(19) Ad es. il mensile statunitense scuola Review School.

(20) Vedi per esempio A. Kliman " Reclaiming Marx’s Capital ", Michael Roberts " The Next Recession ", e Paul Mattick Junior, Business as Usual: The Economic Crisis and the Failure of Capitalism ", tra i tanti. Non approviamo necessariamente le loro idee politiche, ma sull’analisi della crisi hanno lo stesso nostro approccio.

(21) Cfr E Maito gesd.free.fr

(22) Vedi leftcom.org

(23) Cfr Rapporto Trussel trusselltrust.org

Martedì, November 1, 2016

Prometeo

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