Populismo, stalinismo, riformismo - I falsi amici del proletariato: “nuova” destra e vecchia “sinistra”

Da Prometeo #17 - Giugno 2017

Passata è la tempesta, odo augelli far festa”: così, se si fosse in vena di battute, si potrebbe sintetizzare il sospiro di sollievo tirato da gran parte della borghesia del vecchio continente, ma anche da coloro che, più o meno convintamente, hanno voluto fermare la marea nerastra del cosiddetto populismo, votando contro Marine Le Pen alle elezioni presidenziali francesi di maggio. La sconfitta del Front National – per ora: a giugno ci saranno le elezioni politiche – viene dopo quella dei suoi parenti politici olandese e austriaco, il che potrebbe far pensare, se non a un'inversione, almeno a una seria battuta d'arresto nella marcia trionfale di quei movimenti politici con radici saldamente piantate nella visione del mondo della destra estrema, che si presentano però come gli unici difensori del “popolo” ossia dei larghi strati sociali messi brutalmente sotto sopra, calpestati da trent'anni di “globalizzazione” e di crisi. Ma un risultato negativo sul terreno elettorale non significa affatto che siano scomparse le motivazioni per cui un segmento non secondario del proletariato e della piccola borghesia declassata o in via di declassamento affida le proprie speranze di riscatto sociale a partiti che nel loro DNA hanno inscritto non solo le espressioni tra le più odiose dell'ideologia borghese – il razzismo, la xenofobia, il culto dell'autoritarismo sbirresco ecc. - ma, va da sé, accettano interamente l'orizzonte economico del capitalismo, anche se, per ragioni di bottega, dicono di volerlo piegare agli interessi di “chi si alza presto la mattina”, del “popolo lavoratore”, appunto, devastato dalle élites finanziarie che dominano da Bruxelles e Francoforte.

La destra populista

Che chi si alza presto la mattina, cioè il mondo del lavoro salariato-dipendente, sia da decenni sotto attacco, non c'è alcun dubbio e di sicuro non c'è bisogno che venga a dircelo quella “gente”; ce ne sono molti di più, invece, sul fatto che essa abbia la soluzione economico-politica al dramma sociale che da anni vede il proletariato interpretare il ruolo del protagonista, vittima non di un destino cieco e crudele, ma delle leggi inesorabili del modo di produzione capitalistico. Il “populismo” non ha nessun titolo, se non quello del ciarlatano, per presentarsi come difensore degli oppressi e degli angariati dalle cosiddette élites economico-finanziarie e per diverse ragioni. Una, quella di base, l'abbiamo già detta in premessa, un'altra, persino banale, è che quando qualcuno dei partiti in cui si esprime entra al governo, da solo o in coalizione, continua, se non intensifica, l'aggressione sociale al proletariato, in perfetta continuità con l'azione degli esecutivi che l'hanno preceduto e che eventualmente lo seguiranno. Per non andare troppo lontano, che ha fatto la Lega Nord, pilastro dei governi di centro-destra dal 1994 in avanti? E' vero che la memoria storica è sottoposta a un bombardamento mediatico tale per cui anche fatti rilevanti tendono a essere facilmente dimenticati, ma non ci vuole molto a ricordare che quel partito, allora indossante la canottiera di Bossi senior, sostenne il secondo grande assalto, momentaneamente fallito, al sistema pensionistico al tempo del primo governo Berlusconi, sostenne e votò la cosiddetta Legge Biagi, che diede un'altra spinta decisiva, dopo la Legge Treu, alla precarizzazione della forza lavoro, ritornò alla carica contro le pensioni – in particolare delle donne – quando Maroni era ministro del lavoro ecc. ecc. Sebbene tutto ciò abbia la consistenza dei fatti e non la fumosità delle bugie di cui è imbevuta la propaganda populista, quest'ultima è riuscita a penetrare nell'ambiente proletario e a influenzarne strati significativi. Anche se le analisi sociologiche sul fenomeno populista sono da prendere con cautela, è indubbio che una parte della classe operaia (intesa in senso ampio) veda in quella corrente politica l'unico argine contro un presente e ancor più un futuro quanto mai fosco (1).

Privata della capacità di “sognare” (2) un mondo alternativo da quelli che sarebbero dovuti essere i suoi rappresentanti “naturali” cioè i partiti di sinistra - dopo che costoro dalle poltrone governative e dagli scranni dell'opposizione parlamentare hanno abbondantemente sostenuto o assecondato, col sostegno determinante del sindacato, le ininterrotte politiche dei sacrifici imposte al proletariato per conto del capitale - perché stupirsi se settori consistenti della nostra classe si buttano tra le braccia di chi promette loro ciò che per decenni ha caratterizzato i programmi elettorali della sedicente sinistra? Si tratta di promesse che, se mantenute, permetterebbero alla classe lavoratrice di riprendersi un po', di darle una qualche speranza di non rotolare ancora più in basso, nella palude mefitica della disoccupazione, della sotto-occupazione e del sotto-salario, della concorrenza al ribasso con altri segmenti di classe operaia che vivono fuori dai confini nazionali o che minacciano di entravi in massa e di “rubare” i pochi posti di lavoro rimasti. Che importa se questo presunto bengodi ha come presupposto l'esclusione dal “bengodi” stesso di una componente della propria classe, quella “colorata”, migrante ossia, in genere, quella più oppressa? Il pervertimento, fino alla sua sua eclissi (speriamo temporanea), di una coscienza di classe anche a livello elementare operato dalla “sinistra” è stato tale che l'economicismo, presente “naturalmente” nella classe operaia, è potuto dilagare senza freni ed essere captato in misura considerevole da chi non ha mai fatto della coerenza un problema e, con “ardite” capriole politiche, da paladino del neoliberismo si è riciclato in statalista con venature sociali o, se si vuole, nazional-socialiste. Il richiamo della foresta si è risvegliato nella tempesta della crisi e dello sbracamento filo-padronale dei tradizionali (ex) partiti operai.

Ci stiamo riferendo, in particolare, al programma del Front National (FN) francese, che forse più di altri partiti populisti contiene “punti”, cioè promesse, in grado di rispondere, apparentemente, all'angoscia e alla rabbia diffuse tra il “popolo lavoratore”. Inutile sottolineare che si tratta di demagogia pura e semplice, ottima per raccattare voti, ma destinata a sbattere violentemente contro il muro delle compatibilità del capitale in questa fase. Non per niente, il MEDEF – la Confindustria francese – e tutta una serie di economisti hanno definito il ricettario economico-sociale lepenista irresponsabile e retrogrado (3), temendo gli scombussolamenti che deriverebbero da una sua pur parziale applicazione. A questo proposito, per aprire una parentesi, è sintomatico il fatto che l'intellighenzia e i mass media della grande borghesia si siano schierati compatti contro gli “elisir di lunga vita” del FN, a dimostrazione, una volta di più, di come non esistano spazi per miglioramenti effettivi e duraturi della condizione proletaria nel bel mezzo di una crisi epocale del capitalismo. A dimostrazione, anche, lo ricordiamo, delle difficoltà della borghesia a gestire questo momento storico, visto che le sue espressioni politiche tradizionali, esecutrici dei sacrifici fatti ingoiare, ormai da decenni, al lavoro salariato, sono screditate o sempre meno credibili agli occhi di settori crescenti di elettorato.

Ritornando al programma lepenista, lasciando da parte gli aspetti apertamente carogneschi tipici dell'infame armamentario “culturale” di questo genere di formazioni politiche, ci sono alcuni punti che a fatica si potrebbero caratterizzare di destra, visto che hanno sempre fatto parte del bagaglio culturale dei “fu” partiti operai e, nonostante l'apparente paradosso, anche del variegato mondo radical-riformista, le cui radici affondano nella socialdemocrazia classica, nello stalinismo, comprese le sue eredità, e in parte persino nell'anarchismo. A qualcuno questa considerazione sembrerà la solita provocazione degli internazionalisti sputasentenze, grilli parlanti che si limitano a guardare le lotte con sufficienza e, in quanto tali, meritevoli di finire – più o meno metaforicamente – come il grillo parlante del romanzo. Ma, diceva un tale, i fatti hanno la testa dura, per cui basta andare a leggere il manifesto di Madame Le Pen. Ci sono almeno tre elementi che si possono considerare tranquillamente di sinistra, secondo l'accezione corrente della parola, più un altro che non tutta la sinistra accetta, ma sicuramente gran parte di quella che dai mass media viene chiamata, con termine insulso, “antagonista”. Quali sono queste “voci”? Non in ordine di importanza, l'abolizione della riforma del lavoro, la “Loi travail” che lo scorso anno ha innescato proteste anche dure in tutta la Francia, talvolta momentaneamente sfuggite al controllo sindacale. Come non essere d'accordo con l'abrogazione di una legge che estende e consolida la precarietà, rafforza il potere padronale, secondo una tendenza che va avanti da anni e interessa il mondo intero? Si è tentati di chiudere un occhio sull'animo fascistoide di Marine e tracciare un segno sul simbolo del FN. La tentazione diventa più forte quando propone di aumentare di duecento euro mensili i salari al di sotto del 1500 euro, ma è quasi irresistibile leggendo dell'intenzione di portare l'età della pensione a sessant'anni (con quaranta di contributi). Per quale motivo, proletari del nord-est francese, territorio di desertificazione industriale, di disoccupazione e sotto-occupazione, non dovrebbero aderire a un programma che, un tempo, sarebbe stato avanzato dai partiti di quella sinistra che, tanto dal governo centrale, quanto da quello locale, sono stati agenti attivi di quella catastrofe sociale? E il nemico di sempre, il padronato, non ha appunto definito irresponsabile quelle misure proprio come accadeva quando i “loro” partiti operai rivendicavano miglioramenti economici e normativi? Se il nemico è lo stesso, se si oppone, come sempre, all'attenuazione dello sfruttamento, forse allora appoggiare un partito che dice di difendere i tradizionali interessi operai è la scelta giusta e, tutto sommato, coerente con la storia personale e collettiva di molti lavoratori.

Il punto, però, è che il padronato ha ragione: se si accetta la società borghese, se non si ha altro orizzonte che il sistema capitalistico, come fanno il FN e i populismi di ogni genere, allora, oggi, quelle rivendicazioni sono un tragico inganno, perché, conti alla mano, non hanno nessuna possibilità di essere messi in pratica. Sul web si possono trovare molte analisi dettagliate, al centesimo si può dire, dei costi delle tre riforme “operaie” del FN e, anche calcolando quanto verrebbe risparmiato tagliando l'assistenza socio-sanitaria agli immigrati di immigrazione più o meno recente, a coloro che non possono vantare le origini “nazionali” di entrambi i genitori, rimarrebbero da trovare decine – se non centinaia – di miliardi di euro all'anno, reperibili solo con un'imposta fortemente progressiva sui redditi medio-alti; ma di questo, ovviamente, non c'è traccia nel manifesto elettorale di Madame. Anzi, si propone un abbassamento delle aliquote fiscali e l'estensione dell'imposta sul reddito anche a quelle fasce collocate nei gradini più bassi della scala sociale che ora ne sono esenti. Non è credibile neanche la dura lotta contro l'evasione-elusione fiscale (sbandierata), perché verrebbe colpita colpita quella piccola borghesia che anche grazie all'evasione riesce a mantenere il proprio tenore di vita, se non la propria sopravvivenza.

Per non dire, poi, dell'aggravamento del costo del lavoro derivante da un aumento di duecento euro dei salari più bassi. Questo, assieme all'abbassamento dell'età pensionabile, segnerebbe una netta inversione della tendenza in atto da decenni alla svalorizzazione della forza lavoro - cioè al peggioramento dei livelli salariali – ossia a una delle principali misure messe in atto dal capitale per contrastare la caduta del saggio medio di profitto, di cui il quadro economico attuale è figlio. La competitività dell'economia francese verrebbe compromessa, in particolare, notano certi economisti inorriditi dal programma economico lepenista, nel settore degli alberghi e ristorazione o in altri comparti dei servizi dove si concentrano bassi salari e, aggiungiamo, precarietà spinta. Ma questi sono proprio gli ambiti in cui il capitale ha più difficoltà ad aumentare la produttività (di plusvalore) mediante l'innalzamento del saggio di plusvalore relativo – semplificando: l'innovazione tecnologica – e, quindi, dove il ricorso al sotto-salario e alla rimozione degli ostacoli che possono intralciare l'utilizzo “a piacere” della forza lavoro sono, se possibile, ancora più determinanti che in altri settori.

Molto problematica – oltre che largamente insufficiente allo scopo – risulta essere anche l'applicazione di un'imposta doganale del 3% sulle merci importate, a protezione del “lavoro francese”, non solo perché il protezionismo è proibito dai trattati dell'UE, ma perché tale misura provocherebbe delle ritorsioni da parte degli altri paesi nei confronti dei prodotti francesi, restringendone i mercati di sbocco e renderebbe più care le merci importate. Il tutto si ripercuoterebbe, quindi, sia sui prezzi dei beni di consumo che di quelli che entrano come componenti nella filiera produttiva. Morale, aumento del costo della vita e delle difficoltà dei “beni” made in France nella lotta per battere la concorrenza; niente male, insomma, tanto per il proletariato, quanto – su un altro piano, va da sé – per il sistema economico francese. Solo dei volgari ciarlatani (categoria che abbonda nel personale politico borghese) o chi abbia deciso di andare a uno scontro, non solo diplomatico-economico, con altri segmenti della borghesia dal passaporto diverso, possono sostenere politiche economiche che aggraverebbero i problemi invece di risolverli.

Ma l' «arma segreta» che brandiscono i populismi – in variopinta compagnia, com'è noto - la vera e propria “baguette magique”, bacchetta magica che farebbe apparire crescita e benessere economici, sicurezza sociale, mentre restituirebbe la fierezza nazionale ai popoli schiacciati dal cosmopolitismo finanziario (mmh, che puzza di vecchia e infame terminologia antisemita...) è senz'altro l'uscita dall'euro. L'assioma è tanto semplice quanto falso: se l'origine di tutti i male è appunto l'euro, basta ritornare alle monete nazionali et voilà il gioco è fatto. Stiamo semplificando per comodità di discorso, ma la sostanza è quella.: basta rovistare nel bagaglio “teorico” della fatina buona Marine, dei maghi Merlino Salvini, Grillo e compagnia cantante per rendersene conto. In realtà, se mai un paese dovesse uscire dalla moneta unica, le conseguenze sarebbero disastrose, in primo luogo per il proletariato e ceti sociali contigui, su cui verrebbero scaricati interamente i costi dello sconquasso che ne deriverebbe. La nuova/vecchia divisa subirebbe una forte svalutazione e l'ipotetica maggiore competitività delle merci “nazionali” verrebbe ampiamente annullata dai maggiori prezzi di quelle importate, in primo luogo dell'energia. Il debito pubblico dovrebbe essere rimborsato ai creditori esteri in euro, o in dollari, gli interessi schizzerebbero verso l'alto, il che implicherebbe, per far fronte alla situazione, l'aumento delle tasse, il taglio brutale di ciò che è rimasto dello “stato sociale”, la compressione ancor più severa delle retribuzioni del settore pubblico. Ma anche gli stipendi del settore privato precipiterebbero, falcidiati dall'inflazione, dal rincaro dei beni importati, oltre che dall'iniziativa padronale tendente a schiacciare ancora di più il salario per compensare il maggior costo delle importazioni. Non crediamo di essere indulgenti vero il riformismo e, ancor meno, verso il personale politico della borghesia europea, ma le analisi apparse in questi mesi sugli scenari possibili di un'uscita dall'euro, per non dire della sua dissoluzione, sono credibili, proprio perché, almeno in questo caso, prendono in esame i meccanismi dell'economia capitalistica così come sono e non come alcuni vorrebbero che fossero (4). Certo, risulta meno credibile l'apprensione di P. Moscovici – uno degli autori delle analisi a cui ci riferiamo - per la sorte dei «meno abbienti», visto che in qualità di commissario europeo agli affari economici e finanziari si occupa proprio delle strategie dirette alla loro spremitura, ma questo non toglie che il quadro ipotizzato sia drammaticamente realistico.

Le permanenze dello stalinismo e del riformismo

Prima di chiudere questa veloce rassegna del cosiddetto populismo, vale la pena di spendere due parole anche sul frastagliato mondo della sinistra più o meno “antagonista”, dentro e fuori le istituzioni; non perché abbia un'influenza significativa sul proletariato (almeno, non in Italia: in Francia, con Mélenchon, è diverso), ma perché fa presa su di un mondo che, soggettivamente, si pone in un'ottica critica al capitalismo.

Anche in questo ambiente, l'uscita dall'Unione Europea, quindi dall'euro, è il prerequisito per impostare ogni discorso politico e, in particolare, per contrastare le misure di austerità imposte da Bruxelles, allo scopo di conquistare un terreno più favorevole alla classe lavoratrice. Con questo, non vogliamo dire che populismi di destra e “no-euro” di sinistra siano la stessa cosa, ovvio, ma certo qui e là le indicazioni date per uscire dalla crisi e attenuare le difficoltà delle classi sociali più basse non sono poi così diverse, nella sostanza. Non lo sono per il semplice motivo che la sinistra antieuropea, anche quella che utilizza un frasario marxiano o scende in piazza con determinazione (degna purtroppo di miglior causa), in fin dei conti si ferma a una critica di stampo riformista del sistema capitalistico, lo accetta di fatto, tralasciando di prendere in considerazione la possibilità che il vero problema non sia dentro o fuori dall'euro, ma dentro o fuori dal capitalismo, lavorando dunque per questa prospettiva. Se è vero che nei discorsi dei “no-euro” fanno capolino termini presi in prestito da Marx, è altrettanto vero che lo strumentario analitico e, a maggior ragione, le indicazioni politiche che ne conseguono non c'entrano nulla con l'impostazione marxiana. Tranne qualche eccezione, di solito non viene riconosciuta l'origine della crisi, la cui responsabilità è ricondotta quasi esclusivamente a cause di ordine finanziario, senza chiedersi il perché della crescita abnorme della speculazione finanziaria. A questo, in genere, si accompagna l'individuazione della stagnazione-arretramento dei salari – da cui il restringimento del mercato – come concausa, se non causa primaria, della crisi, arretramento dovuto all'introduzione dell'euro e alle politiche di austerità che quella ha implicato. Dunque, come nel gioco dell'oca, si ritorna al punto di partenza con il rifiuto dell'euro: solo così, con la ritrovata indipendenza monetaria, i governi potranno mettere in atto politiche espansive di sostegno alla domanda, di rilancio dell'occupazione e della crescita economica, più attenta al “sociale” e alla sostenibilità ambientale. A tutta questa gente, keynesiani più o meno consapevoli, non passa neanche per la mente che nel capitalismo le difficoltà nel consumo derivano da quelle presenti nella produzione ossia nell'insufficiente produzione di plusvalore, di conseguenza pensa di risolvere i problemi partendo dagli effetti – i bassi consumi dovuti ai bassi salari e all'austerità – e non dalle cause. L'impossibilità di ricorrere a politiche espansive da parte dello stato non dipende dalla volontà, cioè da scelte politiche possibili tra una vasta gamma di opportunità, perché, nella sostanza, sono determinate dalle condizioni in cui si trova il processo di accumulazione del capitale. Secondariamente, ma non per importanza, non è vero che l'euro in sé sia il responsabile dell'arretramento economico-sociale del proletariato, perché questo fenomeno drammatico è il risultato, come più volte abbiamo sottolineato nella nostra pubblicistica, del movimento del capitale a scala mondiale, cominciato ben prima della nascita della moneta unica e, per l'appunto, non solo in Europa. L'euro, le politiche di austerità assecondano quelle che sono le necessità e le strategie del capitalismo, in questo caso europeo, per fronteggiare la crisi. Tra queste, l'abbassamento del salario al di sotto del valore della forza lavoro è una delle vie principali, in una situazione generale che vede gli investimenti latitare a causa delle insoddisfacenti prospettive di redditività degli stessi (5). E difatti, nonostante gli accorati appelli del riformismo affinché gli imprenditori aumentino gli stipendi, perché i governi istituiscano redditi di cittadinanza (o comunque li vogliamo chiamare), effettuino corposi investimenti pubblici, né gli uni né gli altri ascoltano i “nostri” dispensatori di buoni consigli, i quali, del resto, parafrasando una nota canzone, elargiscono buoni consigli in quanto non possono dare cattivo esempio. Una volta al governo - Syriza insegna, ma la storia è piena di episodi simili... - non hanno tante alternative. Una è chiamare il proletariato e i diseredati allo scontro frontale con le istituzioni nazionali e sovranazionali della borghesia – cioè col capitalismo – per poter mantenere le promesse elettorali (ma questo li porterebbe ben oltre le loro intenzioni). L'altra lasciare cadere la pelle di leone con cui si travestivano e rinfoderare in men che non si dica zanne e artigli (che per altro non hanno mai avuto). A nostra conoscenza, il primo caso non si è mai verificato. Se il capitalismo, dentro e fuori l'Europa, persegue la svalorizzazione della forza lavoro non è dunque perché i capitalisti, nel complesso, non sappiano fare i propri interessi, ma appunto perché la fase odierna del processo di accumulazione non lascia altre possibilità. La borghesia sa benissimo che comprimendo il salario diretto, predando quello indiretto e differito (lo stato sociale) – le politiche di austerità – il mercato interno si restringe, ma questi “movimenti” sono necessari per cercare sui mercati esteri, cioè nelle esportazioni, quanto non può realizzare sul mercato domestico (6). Allo stesso tempo,

La scelta, per esempio, di costringere gli Stati membri ad accumulare enormi avanzi primari_ [ha lo scopo di] _assicurare che questi siano in grado di garantire il servizio degli interessi del debito pregresso,

cioè di assicurare i creditori – in primis banche, istituti finanziari di ogni tipo – che il debito venga effettivamente pagato. Com'è riportato nel libro da cui è stata presa la citazione,

Si tratterebbe addirittura del “più grande trasferimento di risorse dalle classi medio basse a quelle alte nella storia” (7).

Aggiungeremmo che forse è il più grande trasferimento della storia se si esclude il “trasferimento” che avviene normalmente nel rapporto di lavoro capitalistico, che su quello si fonda.

Se sul piano dell'analisi economica dei “no-euro” sinistrorsi si può, qui e là, trovare qualche spunto condivisibile o accettabile, su quello più propriamente politico ci si imbatte, maneggiando le carte dei cosiddetti sovranisti di sinistra, quasi esclusivamente nei più triti cascami della Terza Internazionale degenerata. Nazionalismo, richiamo ai miti della democrazia borghese: basta pescare a caso nel pozzo nero dei suddetti sovranisti, per tirare fuori vere perle antimarxiste, in tutto e per tutto degne della linea controrivoluzionaria che per comodità chiamiamo stalinismo, tra le cui infamie occupano un posto di primo piano le falsificazioni, fino alla deformazione, del marxismo.

Giusto per dare un esempio e scusandoci per la lunghezza della citazione, così Domenico Moro motiva la necessità di uscire dall'euro e dall'Unione Europea:

Mentre l'estrema destra si fa portatrice di illusorie istanze di settori capitalistici perdenti, la nostra uscita dall'euro è portatrice degli interessi dei salariati. Non per ritornare alla sovranità nazionale, bensì alla sovranità democratica e popolare [Moro e compari hanno mai letto la critica di Marx a Gotha sullo stato popolare libero?]. Qui, non si tratta di nazione, ma di società e di Stato [idem, oltre agli scritti di Engels e di Lenin sullo Stato]. Dobbiamo chiederci se continuare ad accettare organismi sovrastatali e una unione monetaria funzionale solo al capitale [perché, nel capitalismo, a chi sono funzionali? Alle mitologiche “masse popolari”?] oppure riaffermare le competenze dei parlamenti e delle costituzioni [qualcosa non ci torna: i trattati, tutti, non sono stati votati dai parlamenti nazionali e/o da quello europeo?], ritornando cioè a una dimensione statale dove è possibile opporsi ai processi capitalistici [a noi risulta che la cronaca degli ultimi quarant'anni almeno dica il contrario], proprio perché si situa a un livello maggiormente influenzabile dai lavoratori [come prima]. Solamente l'uscita dall'euro permette di ricreare condizioni di lotta in cui uno dei contendenti, il lavoro salariato, non sia perdente in partenza (8).

Ora, a parte che il discorso, come abbiamo visto, fa a cazzotti con l'ABC del marxismo e con la storia della lotta di classe, un'altra osservazione che ci scappa di fare è che il proletariato dovrebbe mobilitare tutte le sue energie, far saltare la strategia dei settori dominanti della borghesia europea e gli strumenti di cui essa si è dotata a tale scopo, per... conquistare un terreno più favorevole di lotta sindacal-democratica. Di fronte a tanta pochezza, si è tentati di commentare «non so se il riso o la pietà prevale».

Il “furore” sovranista dell'ambiente in cui pullulano le posizioni di cui abbiamo offerto un campione è anche – ma non da ultimo e, in ogni caso, in maniera coerente con la propria natura – impermeabile a qualsiasi discorso di stampo internazionalista, dell'internazionalismo vero, quello di classe, non del nazionalismo, magari in chiave terzomondista, spacciato come tale. In genere, ci si scaglia contro la Germania, che somministra ai “popoli” dell'Europa meridionale le famigerate misure di austerità per imporre i propri interessi. Ora, che la borghesia tedesca abbia un ruolo molto rilevante nel concerto della borghesia europea non c'è alcun dubbio, ma spesso i sovranisti “si dimenticano” di ricordare che il proletariato tedesco (senza distinzione di etnia) è stato tra i primi ad assaggiare l'austerità ordinata dal capitale al proletariato europeo. Giusto per richiamare alcuni dati, la riforma Hartz del mercato del lavoro, durante il governo del socialdemocratico Schroeder,

ha diminuito la disoccupazione [ma, aggiungiamo noi] ha allargato enormemente il bacino dei lavoratori precari, part-time, sottopagati […] col risultato che il monte ore totali è rimasto praticamente invariato […] a causa della riforma sono anche aumentati drammaticamente i livelli di povertà nel paese, che nel 2013 hanno toccato un nuovo record storico: il 16,1 per cento della popolazione totale, il 69 per cento dei disoccupati, il 35,2 per cento dei genitori single e il 5,7 per cento dei bambini. (9)

Dando per scontato che non siamo di fronte al quadro più drammatico del proletariato greco, a cui la “medicina” amarissima è stata somministrata dai governi greci, non da quello tedesco, rimane il dato incontrovertibile che anche in Germania esistono le classi, esiste una classe proletaria che forse, in termini quantitativi, soffre “meno” di altri segmenti del proletariato europeo, ma è pur sempre sfruttata, pur sempre schiacciata dalla borghesia, che abbia o meno anagrafe tedesca. Però, a memoria, molto raramente – e forse mai – ci è capitato di imbatterci in dichiarazioni di solidarietà classista col proletariato tedesco e sicuramente mai di leggere appelli che indichino nella lotta comune contro il capitalismo in tutte le sue espressioni la via d'uscita non da un'istituzione, non da una moneta, ma da un mondo che non ha più niente da dare all'umanità, bensì solo da prendere, indifferente alla povertà, alle guerre, alle tragedie umanitarie e alle catastrofi ambientali che la sua sopravvivenza esige.

Celso Beltrami

(1) A questo proposito, rimandiamo ad alcuni articoli apparsi sul sito: leftcom.org leftcom.org

(2) Lenin, “Bisogna sognare” in Che fare?

(3) Vedi la disanima del programma apparsa sul giornale conservatore Le Figaro: lefigaro.fr

(4) Vedere, per esempio, l'intervento di G. Lunghini, Le conseguenze di un'uscita dall'euro, sul manifesto del 23 settembre 2016, un altro, di autori vari, Via dall'euro non significa uscire dal liberismo, sempre sul manifesto, del 7 ottobre 2016, e un articolo di P. Moscovici, Le protezioni dell'euro e i difetti da correggere, su Il Sole24 ore del 5 maggio 2017.

(5) A questo proposito, vedi il volantino per il summit europeo del 25 marzo a Roma: leftcom.org

(6)

A partire dal2014, praticamente tutta la (modestissima) crescita del PIL dell'eurozona, su base annua, è arrivata dalle esportazioni nette.

T. Fazi - G. Iodice, La battaglia contro l'Europa, Fazi Editore, 2016, pag. 108

(7) Fazi-Iodice, cit., pag. 84.

(8) D. Moro, La disubbidienza ai trattati non è realistica. E' necessario uscire dall'euro, pubblicato originariamente su Controlacrisi e letto su www.sinistrainrete.info il 15 febbraio 2017.

(9) Fazi – Iodice, cit., pag. 58.

Lunedì, May 29, 2017

Comments

Complimenti per l'articolo.

Mi ricordo, quando ero ancora in Rifondazione, che Paolo Ferrero che portò un fac-simile formato gigante della sua scheda elettorale davanti all'ambasciata tedesca, volendo siginificare "tanto siete voi a decidere". Come se altrimenti fossero le "masse popolari" a decidere, tramite la sacrosanta "democrazia", e non la borghesia italiana. Da lì in poi hanno iniziato a suonarmi diversi campanelli d'allarme: entro qualche mese ero fuori dal partito.

Siamo stati giovani tutti, si sa: ma il movimento anticapitalista - se così vogliamo chiamarlo - uscirà mai dalla sua fase anale?

ciao compagno, e poi? che fine hai fatto?

Mi sono messo in contatto con voi ;-)

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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