Appunti sull'eredità politica di Lenin - Parte 1

Scriveva il compagno Onorato Damen nel 1970:

In quest'epoca di confusione e di smarrimento politico, tutti si richiamano a Marx, a Lenin e al socialismo, e in tanta babele di lingue e di ideologie che impazzano sulla scena sociale e politica del mondo, si stenta a credere che il tuo Marx, il tuo Lenin, il tuo socialismo siano davvero non contaminati, e siano quelli che certamente conducono il proletariato e il suo partito verso una soluzione rivoluzionaria della crisi che dilania la società capitalista.

Ricollegava quindi la problematica “di principio” alle sue concrete conseguenze nell'agire di una avanguardia rivoluzionaria in seno alla classe:

Il partito deve pur calare in questa situazione non estranea alla sua lotta, ma come? Ecco il problema della tattica. Se per tattica si intende l'azione da svolgere in una situazione data per degli obiettivi intermedi a sé stanti, questa non è la nostra tattica perché romperebbe la linea di sviluppo di una visione strategica della lotta. Il momento tattico va sempre considerato come momento di sviluppo sulla linea generale di una strategia rivoluzionaria di classe. Questo momento della azione contingente, in quanto visto e risolto come proiezione verso il fine rivoluzionario, non è mai fine a se stesso ma in funzione di quel fine (1).

Affrontare il tema del lascito politico di Lenin oggi significa affrontare la teoria e la prassi del maggiore interprete del comunismo rivoluzionario del XX secolo.

Non un'icona, ma un uomo, un militante. Non un insieme di insegnamenti da memorizzare e ripetere, ma la vitalità di pensiero e d'azione di un comunista che ha saputo calare la prospettiva rivoluzionaria all’interno di situazioni concrete: all'imporsi di una nuova fase di sviluppo del capitalismo Lenin ha saputo più e meglio di ogni altro farsi interprete dell'istanza rivoluzionaria proletaria, fino all'unica vera realizzazione rivoluzionaria che fino ad oggi ci sia data, la Russia del 1917.

Ha senso tratteggiare alcuni elementi caratterizzanti il pensiero del Rivoluzionario seguendo un criterio materialistico, ossia considerando lo svolgersi della sua elaborazione politica alla luce dello svilupparsi del capitalismo come modo di produzione. Ricaveremo così una serie di posizioni politiche e metodologiche che riaffermano in maniera granitica i capisaldi di teoria e azione rivoluzionaria validi in tutto l'arco storico di sopravvivenza del capitale, tra queste le nuove acquisizioni che Lenin ha apportato alla teoria comunista seguendo l'irrompere della sua fase imperialista.

Secondariamente avremo una serie di posizioni tattiche che furono valide e vincenti in quella fase storica e che oggi risultano inadeguate considerando il secolo di sviluppo capitalista avutosi nel frattempo.

Infine ci saranno le posizioni politiche che il capo della Rivoluzione Russa ha assunto – e la Sinistra comunista italiana ha criticato fin da subito – in un quadro di profonda immaturità dell'avanguardia comunista in Europa, di gravissimo isolamento geografico della rivoluzione e di tremendo arretramento tecnico-produttivo nella neo-nata Repubblica Socialista Sovietica Federata Russa.

Non un profeta, non un capo infallibile e tanto meno il responsabile della degenerazione controrivoluzionaria che portò al capitalismo di stato, ma un rivoluzionario, un uomo che ha fatto della battaglia politica la sua vita, colui che più di ogni altro ha avuto vivo il sogno di un nuovo ordine sociale.

Il proletariato nella sua lotta per il potere ha soltanto un'arma: l'organizzazione. (2).

1. Capisaldi di teoria e pratica rivoluzionaria validi per tutto l'arco storico del capitalismo ed in particolare nella fase imperialista

L'internazionalismo proletario

Il comunismo nasce naturalmente internazionalista. La guerra mondiale, per la prima volta, presenta in maniera concreta la possibilità che un movimento rivoluzionario possa diffondersi in più nazioni. Il problema del socialismo in Russia è il problema della rivoluzione in Europa:

è possibile la vittoria del socialismo all'inizio in alcuni paesi capitalistici o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente. Il proletariato vittorioso di questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista, si solleverebbe contro il resto del mondo capitalista, attirando a sé le classi oppresse degli altri paesi, spingendole a insorgere contro i capitalisti, intervenendo, in caso di necessità, anche con la forza armata contro le classi sfruttatrici e i loro Stati. […] La libera unione delle nazioni nel socialismo è impossibile senza una lotta accanita, più o meno lunga, delle repubbliche socialiste contro gli Stati arretrati.

Questa frase, paradossalmente, è stata utilizzata strumentalmente per tentare di giustificare la controrivoluzione staliniana, ossia per dimostrare il contrario, la possibilità del socialismo in solo paese. Lenin con “rivoluzione socialista” intendeva la presa del potere da parte del proletariato, il che con tutta probabilità avverrà da principio in un solo paese. In ogni caso una cosa è prendere il potere, un’altra è “costruire il socialismo”; nessuno si era mai cimentato in tale impresa prima del 1917. Sarà solamente la rivoluzione, negli anni immediatamente successivi, a porre il problema di cosa si debba intendere per “economia socialista”. Su questo concetto ai tempi non vi era la chiarezza che possiamo avere oggi. Saranno solamente le difficoltà della guerra civile e degli anni che seguirono, fino al dispiegarsi della controrivoluzione, a chiarire in maniera netta e definitiva cosa si debba intendere per economia socialista ossia: non la semplice gestione dell’economia da parte di un'entità statale, seppure nata da una rivoluzione proletaria (statalizzazione, nazionalizzazione), ma il superamento delle categorie economico-sociali del capitalismo (capitale, salario, merci, mercato, prezzi e danaro). In ogni caso non vi è alcuno spazio nell’analisi di Lenin per un socialismo “in un paese solo” – vedi la sua insistenza sulla necessità che la rivoluzione si espanda, a partire dalla Germania – e che, oltretutto, questo socialismo possa sopravvivere per decenni in un oceano capitalista.

La vittoria finale del socialismo in un unico Paese è, naturalmente, impossibile. Il nostro contingente di operai e contadini che sostanzia il potere dei soviet è uno dei contingenti della più grande armata mondiale (3).

È assolutamente vero che senza una rivoluzione tedesca siamo perduti (4).

I bolscevichi sapevano che la rivoluzione non poteva scoppiare simultaneamente in tutto il mondo, rompendo il primo “anello della catena” avrebbero poi dovuto resistere per un certo periodo di tempo in attesa che la rivoluzione si espandesse in Europa. Questa era la loro impostazione. Ciò che non poterono prevedere è che, invece, nessuna nuova rivoluzione arriverà mai in loro aiuto. La rivoluzione è il prodotto dello scontro materiale tra le classi sociali, il periodo in cui le sue sorti si giocano è limitato: o, in quella fase, il processo rivoluzionario si espande e la rivoluzione, seppure con fasi altalenanti, alla fine trionfa, oppure il processo rivoluzionario rincula e, accartocciandosi su sé stesso, di sconfitta in sconfitta, va incontro all’inevitabile controrivoluzione.

La necessità della conquista rivoluzionaria del potere politico

Non esiste stato politico intermedio tra la dittatura della borghesia e la dittatura del proletariato, l'unico fine al quale i comunisti indirizzano il loro agire è la rottura rivoluzionaria.

La necessità di educare sistematicamente le masse in questa – e solamente in questa – idea della rivoluzione violenta, è alla base di tutta la dottrina di Marx e di Engels. La sostituzione dello Stato proletario allo Stato borghese non è possibile senza rivoluzione violenta (5).

Il partito è lo strumento politico della lotta di classe

La coscienza ha una genesi materiale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.

La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia con le sue sole forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionista, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai ecc.» (6).

Ma questa è la coscienza borghese della classe operaia, quella che si schiera sul fronte della rivendicazione dei “diritti borghesi”.

Non avendo il proletariato alcuna proprietà da difendere, se non la propria forza-lavoro, la lotta per la difesa dei propri interessi immediati non genera coscienza rivoluzionaria. Al massimo si sviluppa coscienza della propria capacità, se uniti, di vendersi meglio al padrone. La risultanza delle proprie azioni, quando vincenti, non porta alla necessità di rovesciare il sistema ma all'illusione di migliorarlo.

Di qui scaturisce di per sé il compito alla cui realizzazione è chiamata la socialdemocrazia (il termine era inteso allora come comunista oggi, ndr) russa: portare le idee socialiste e la coscienza socialista nella massa del proletariato e organizzare un partito rivoluzionario indispensabilmente legato al movimento operaio spontaneo (7).

O, con le parole che prende in prestito da Kautsky,

il compito della socialdemocrazia è di introdurre nel proletariato [letteralmente: di permeare il proletariato] la coscienza della sua situazione e della sua missione. Non occorrerebbe far questo se la coscienza emanasse da sé dalla lotta di classe.

Solo una minoranza di rivoluzionari che agiscono in seno alla classe come fattore di coscienza e organizzazione può agire come fattore dirigente di un processo rivoluzionario. Proletari tra proletari, ma portatori di qualcosa di differente: un programma politico di classe. La questione, onde evitare fraintendimenti, dovrebbe essere affrontata in maniera più estesa di quanto lo spazio qui disponibile permetta, per questo rinviamo ai nostri testi di riferimento in materia per il necessario approfondimento. (8)

Lenin nel “C_he fare?”_ prende come modello la socialdemocrazia tedesca e, al contempo, propone un modello di partito estremamente centralizzato e disciplinato. Una contraddizione solo apparente. Ancora una volta il problema, qui del partito, è posto in termini teorico-analitici, ma può essere risolto solamente nella pratica, a partire dalle condizioni determinate nelle quali il movimento di classe si esprime. Non le soluzioni contingenti che vennero trovate allora ma l'analisi del rapporto tra coscienza rivendicativa e coscienza rivoluzionaria, l'affermazione della necessità del partito, il suo carattere di partito di quadri, contenute nelle pagine del “Che fare?” rimangono un sicuro punto di riferimento per ogni rivoluzionario.

Il partito è di classe

Se aperture vennero fatte alle “lotte dei popoli” queste furono esclusivamente in funzione dello sviluppo di un autentico movimento di classe proletaria, guidato da un autentico partito rivoluzionario: mai Lenin intese il partito come qualcosa di diverso dall'organizzazione della minoranza cosciente dei militanti del proletariato.

Si trattava di creare una organizzazione accentrata di combattenti rivoluzionari al posto di una associazione basata su rapporti di accettazione formale, scarsamente formativa in evidente, profondo contrasto con uno svolgimento programmatico di tradizione parlamentare in cui il problema rivoluzionario rimaneva semplice attesa messianica che non si urtava con una visione del mondo e della storia in cui la dialettica era soltanto formale e le leggi del superamento legate alla gradualità più che alla lacerazione del tessuto della società capitalista da cui doveva uscire la nuova società (9).

Senza partito non esiste coscienza di classe rivoluzionaria. Nella Russia del 1902 il problema venne posto così:

L'organizzazione dei rivoluzionari deve comprendere prima di tutto e principalmente degli uomini la cui professione sia l'azione rivoluzionaria.
Non potrà esservi un movimento rivoluzionario solido senza una organizzazione stabile di dirigenti che assicuri la continuità nel tempo.
Più numerosa è la massa trascinata spontaneamente nella lotta, la massa che è la base del movimento e partecipa ad esso, tanto più siffatta organizzazione è urgente e tanto più deve essere solida (sarà facile altrimenti ai demagoghi trascinare con sé gli strati arretrati della massa).
Solo una organizzazione di tal genere darà alla socialdemocrazia militante l'agilità necessaria e cioè la capacità di adattarsi immediatamente alle più diverse condizioni, alle sempre mutevoli condizioni della lotta, la capacità da una parte, di evitare la battaglia in terreno scoperto con un nemico di forze superiori, che ha concentrato le sue forze su un solo punto, e dall'altra di approfittare dell'incapacità di manovra del nemico per piombargli addosso nel luogo e nel momento in cui meno se lo aspetta.
Se non sappiamo elaborare una tattica politica né stabilire un piano di organizzazione per un periodo lunghissimo e che assicurino, attraverso lo svolgimento stesso del lavoro, la capacità del nostro partito di trovarsi sempre al proprio posto e di fare il proprio dovere nelle circostanze più inattese, qualunque sia la rapidità degli avvenimenti, siamo soltanto dei miserabili avventurieri politici.
Il proletariato nella sua lotta per il potere ha soltanto un'arma: la organizzazione... e può diventare e diventerà una forza invincibile soltanto perché la sua unione ideologica, fondata sui principi del marxismo, è cementata dall'unità materiale dell'organizzazione che raggruppa i milioni di lavoratori in un esercito della classe operaia (10).

Non i vincoli di una statica gerarchia di potere, ma la disciplina rivoluzionaria liberamente accettata, fondata sulla comune adesione ad una piattaforma, in un ambiente che favorisca il confronto, il dibattito, l'elaborazione, la direzione politica, senza le quali non è concepibile la conquista armata del potere e la sua difesa.

Nessuna concessione ad annacquare il contenuto di classe del partito, quindi, come nel 1902 rispose a Plechanov:

“La socialdemocrazia internazionale è alla testa del movimento di emancipazione dei lavoratori e delle masse sfruttate...” Nient'affatto. È alla testa soltanto della classe operaia, soltanto del movimento operaio, e se a questa classe si uniscono altri elementi, questi sono soltanto degli elementi e non delle classi. E si uniscono completamente ed incondizionatamente soltanto quando “abbandonano il proprio modo di vedere” (11).

Tali problemi vengono sempre posti in rapporto alle fasi e ai momenti contingenti. Il comunismo

non lega il movimento a una qualsiasi forma di lotta determinata. Esso ne ammette le più diverse forme, e non le “inventa”, ma si limita a generalizzarle e a organizzarle, e introduce la consapevolezza in quelle forme di lotta delle classi rivoluzionarie che nascono spontaneamente nel corso del movimento. […] In secondo luogo, il marxismo esige categoricamente un esame storico del problema delle forme di lotta. Portare questo problema al di fuori della situazione storica concreta significa non capire l'abbiccì del materialismo dialettico (12).

L'analisi concreta della situazione è l'essenza stessa, l'anima viva del marxismo (13).

L’opportunismo e la socialdemocrazia sono la sinistra politica della borghesia

Le critiche spietate all'opportunismo traggono la linfa dal suo ruolo nefasto tra le fila proletarie.

Il fallimento della II Internazionale [4 agosto 1914. N.d.R.] è il fallimento dell'opportunismo, che si è sviluppato sul terreno delle particolarità del periodo storico trascorso, (periodo cosiddetto "pacifico") e in questi ultimi anni ha dominato di fatto nell'Internazionale. Da molto tempo gli opportunisti preparavano questo fallimento negando la rivoluzione socialista e sostituendo ad essa il riformismo borghese; negando la lotta di classe la necessità di trasformarla – in determinati momenti – in guerra civile e predicando la collaborazione di classe; predicando lo sciovinismo... (14).

Fino al 4 agosto 1914 tutti, opportunisti e rivoluzionari, erano socialdemocratici. Poi venne la guerra. Gli opportunisti si schierarono sui suoi fronti, i rivoluzionari posero il problema di tradurre sul piano concreto la parola d'ordine “Guerra alla guerra”, proclamata in congressi precedenti della II Internazionale. Da quel momento, quelli che fino al giorno prima erano stati socialdemocratici rivoluzionari, massimalisti, iniziarono a diventare comunisti. La rottura del fronte russo diventò un forte polo capace di accelerare, al di la di quanto possiamo immaginare noi oggi, il processo di selezione politica. Da quel momento “socialdemocrazia” diventa sinonimo di conservazione capitalista. I rivoluzionari comunisti non hanno più nulla a che spartire con essa. Le determinazioni della nuova fase economica si sono pienamente riflesse nell’ambito della sovrastruttura. Il Partito Comunista è lo strumento politico della lotta di classe proletaria. Nell’imperialismo il proletariato è solo, le altre classi sociali cessano di avere qualsivoglia funzione progressiva.

L'imperialismo

La prima guerra mondiale sancisce un salto di qualità all'interno della formazione economico-sociale capitalista, porta alle estreme conseguenze le contraddizioni sviluppatesi in un capitalismo che, dagli ultimi decenni dell’Ottocento, ha maturato sempre più i caratteri de “L'imperialismo, fase suprema del capitalismo”:

1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo "capitale finanziario", di un'oligarchia finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche (15).

Per quanto non citi la caduta del saggio di profitto come motore di questo processo, la definizione delle peculiarità fondamentali della nuova fase diventa la Sua arma. Vivere l'imperialismo significa affrontare le problematiche di classe in una dimensione sempre più materialmente internazionale. La tattica si adegua alla nuova fase che non vede più la rivoluzione democratico-borghese come passaggio strategico, se non nei paesi ancora arretrati. Nell’imperialismo maturo la borghesia è l’incontrastata classe dominante dell'universo mondo.

Marx nel 1847, prima dell’imperialismo, affermò che:

ogni riforma sociale resta un’utopia fino a che la rivoluzione proletaria e la controrivoluzione feudale non si siano misurate con le armi in una guerra mondiale (16).

La rivoluzione della borghesia era vista come una fase di passaggio, il proletariato l'avrebbe scavalcata come nel gioco della cavallina. Il tempo passò. L’imperialismo è il dominio politico-economico esclusivo della borghesia. In aree consistenti dell'Europa la controrivoluzione feudale veniva spazzata via, proprio la Russia ne rimaneva uno degli ultimi baluardi. L'imperialismo è il grande capitale finanziario che si erge a unico padrone del mondo intero. Nell’ultimo trentennio dell'Ottocento il capitalismo iniziò la sua nuova fase di sviluppo: l’imperialismo. Questa evoluzione materiale si riflesse nella composizione di classe della società intera. La lotta diventava sempre più frontale, classe contro classe, più l’aristocrazia usciva di scena più la borghesia smetteva di avere compiti democratico-progressivi da svolgere, meno il partito proletario aveva ragione di definirsi democratico:

L'onnipotenza della “ricchezza” è, in una repubblica democratica, tanto più sicura in quanto non dipende da un cattivo involucro politico del capitalismo. La repubblica democratica è il miglior involucro possibile per il capitalismo; per questo il capitale, dopo essersi impadronito di questo involucro – che è il migliore – fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell'ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo (17).

La fase imperialista genera la guerra e la guerra è il più grande fattore di accelerazione delle dinamiche storiche. Mentre i socialdemocratici votavano i crediti di guerra e si schieravano nei suoi fronti, gli internazionalisti ponevano il problema della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria.

O noi siamo realmente, fermamente convinti che la guerra sta per creare in Europa una situazione rivoluzionaria, che ogni congiuntura economica, sociale e politica dell'epoca imperialista porta alla rivoluzione proletaria, allora il nostro dovere indiscutibile è di esporre alle masse la necessità della rivoluzione, di chiamare le masse alla rivoluzione, di creare gli organismi indispensabili, di non temere di parlare nel modo più concreto dei diversi metodi di violenza e e della tecnica della violenza. La rivoluzione sarà assai forte per vincere? Si realizzerà dopo la prima o la seconda guerra imperialista? Il nostro dovere indiscutibile è indipendente da questa domanda. O noi non siamo convinti di avere una situazione rivoluzionaria e allora non c'è bisogno di parlare a vuoto di guerra alla guerra. Allora siamo di fatto dei politici operai nazionali liberali del tipo di Sudekum, Plekhanov o Kautsky (18).

La Rivoluzione Russa è rivoluzione proletaria

Chi ha parlato di una “rivoluzione contro Il capitale”, semplicemente, non ha capito Il capitale, perché questa avvenne in sintonia con i principi del materialismo storico e dialettico. Mentre fior di intellettuali socialdemocratici spiegavano che per salvare la situazione il proletariato avrebbe dovuto starsene buono, Lenin argomentava che:

...in Russia, in conclusione, con la formazione dei monopoli capitalistici si è avuto un immenso sviluppo della fusione del capitale bancario con quello industriale (19).

La più sviluppata borghesia internazionale investiva in attività produttive avanzate, in mezzo ad un mare di contadini poveri che garantivano salari bassissimi, con le garanzie di un regime autocratico. Ma poi le cose cambiarono.

Accanto al governo provvisorio, al governo della borghesia, si è costituito – ancora debole, embrionale, ma cionondimeno reale e in via di consolidarsi – un altro governo: il Soviet dei deputati operai e soldati.
Qual'è la composizione sociale di quest'altro governo? Il proletariato e i contadini (in uniforme). Qual è il suo carattere politico? La dittatura rivoluzionaria, cioè un potere che poggia direttamente sulla conquista rivoluzionaria, sull'iniziativa immediata delle masse popolari dal basso e non sulla legge emanata dal potere statale centralizzato. […] nella misura in cui questi Soviet esistono, nella misura in cui costituiscono un potere, esiste in Russia uno stato del tipo della Comune di Parigi (20).

Lo spettro che aleggiava per le strade dell'Europa del 1848 prese forma concreta nella Russia del 1917. Il comunismo non è altro che: “la dottrina delle condizioni della liberazione del proletariato.” (21)

La rivoluzione impose la nascita della nuova internazionale. Il proletariato non ebbe più il compito di spingere alle estreme conseguenze la rivoluzione democratica borghese, non ebbe più senso denominarsi socialdemocratici, la borghesia era la sola classe dominante. L'imperialismo pone immediatamente il problema della rivoluzione comunista.

Niente repubblica parlamentare – ritornare ad essa dopo i Soviet dei deputati operai sarebbe un passo indietro – ma Repubblica dei Soviet di deputati degli operai, dei salariati agricoli e dei contadini in tutto il paese, dal basso in alto.
Prendere l'iniziativa della creazione di un'Internazionale rivoluzionaria contro i social-sciovinisti e contro il “centro”.
Invece di “socialdemocrazia”, i cui capi ufficiali (“difensisti” e “kautskiani” tentennanti), hanno tradito il socialismo in tutto il mondo, passando alla borghesia, dobbiamo chiamarci Partito comunista (22).

I consigli sono per lui gli strumenti del potere proletario che, nel momento in cui fanno proprio il programma politico di cui è portatore il partito, diventano lo strumento della distruzione della vecchia società, della costruzione del nuovo ordine sociale.

Naturalmente, nelle situazioni gravissime della Russia del tempo, non mancarono quelli che, ma solo con il senno di poi, possiamo vedere come errori dei bolscevichi.

Essi assunsero che il punto fondamentale era che il partito crescesse fino ad avere abbastanza sostegno da “prendere il potere”. In breve, ciò ancora rifletteva largamente la concezione socialdemocratica che il partito rappresenta la classe e conduce la rivoluzione in nome di essa. Perciò quando il Governo Provvisorio – costituito da socialdemocratici di varie salse – fu rovesciato, invece di conferire il potere al Comitato Esecutivo del Congresso Panrusso dei Soviet di tutta la Russia, si decise di porre sopra di esso un nuovo governo, il Consiglio dei Commissari del Popolo (Sovnarkom). E una volta che i Socialisti Rivoluzionari di sinistra lo abbandonarono, esso divenne un governo monopartitico. Così il partito prese ad essere lo Stato, senza separazione alcuna. Pochi all'epoca videro il pericolo insito in ciò, non solo per la rivoluzione ma anche per l'idea di partito rivoluzionario, specialmente dopo che le conseguenze dell'isolamento della rivoluzione sarebbero diventate evidenti (23).

In quella fase convulsa ci furono numerose difficoltà, l’immaturità politica di fronte alla prima esperienza di rivoluzione proletaria fu, inevitabilmente, notevole. Solamente la riflessione a posteriori permise di distinguere tra dittatura del partito e dittatura del proletariato, termini che allora venivano percepiti come sinonimi. La massa enorme di dati e insegnamenti che ci arrivano da quell’esperienza sono, oggi, un solidissimo punto di riferimento, la “garanzia maggiore” per il successo della prossima rivoluzione che dovrà sì affrontare problemi nuovi e inediti, ma che avrà dati a sufficienza almeno per evitare gli errori in cui, indipendentemente dalla loro volontà e preparazione, incorsero i rivoluzionari di quei tempi eroici.

Lotus

Continua nella “Parte 2”: leftcom.org

(1) Battaglia comunista 12/1970

(2) Lenin, Un passo avanti e due indietro, 1904

(3) Lenin, Rapporto sull’attività del consiglio dei commissari del popolo, Terzo congresso panrusso dei soviet dei deputati operai, soldati e contadini, gennaio 1918

(4) Lenin, Rapporto politico del comitato centrale, VII congresso del Partito comunista russo (bolscevico) marzo 1918.

(5) Lenin, Stato e rivoluzione, 1917

(6) Lenin, Che fare?, 1902

(7) Lenin, I compiti urgenti del nostro movimento, 1902

(8) Si veda, tra gli altri, Approccio alla questione partito, Prometeo 1985. Va inoltre sottolineato che qui Lenin non intende “una generica coscienza politica”, ma la coscienza politica socialdemocratica, ossia, oggi, comunista.

(9) Lenin, L'attualità di Lenin, Prometeo, 1963

(10) Lenin, Che fare, 1902

(11) Lenin, Osservazioni al secondo progetto di programma di Plekhanov, 1902

(12) Lenin, La guerra partigiana, 1906

(13) Lenin, Komunismus

(14) Lenin, La guerra e la socialdemocrazia russa, 1914

(15) Lenin, Imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916.

(16) Marx, Lavoro salariato e capitale, 1847

(17) Lenin, Stato e rivoluzione, 1917

(18) Lenin, Contre le courant.

(19) Lenin, Imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916

(20) Lenin, Sul dualismo di potere, aprile 1917.

(21) Engels, principi del comunismo, 1847

(22) Lenin,Tesi di aprile, 1917

(23) Dall’introduzione della CWO alle tesi di BC su Ruolo e struttura dell’organizzazione rivoluzionaria, 1978, leftcom.org

Venerdì, January 5, 2018

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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