La composizione di classe nella crisi

La “profezia” di Hobson

È noto che Lenin, nei suoi lavori sull'imperialismo, ha tratto molto materiale e anche spunti analitici dal social-liberale (come lo definisce Lenin stesso) Hobson, l'autore di una delle più celebri opere sull'argomento, l'«Imperialismo», appunto. Per ben due volte, il rivoluzionario russo cita lo stesso passo di quel libro in cui si azzardava una “profezia” sulla sorte della classe operaia europea, nel caso in cui la Cina fosse stata spartita dai segmenti più forti dell'imperialismo o, se si preferisce, delle maggiori potenze lanciate in corsa sfrenata alla spartizione del mondo (1). Se questo fosse avvenuto, dice Hobson, il grosso della produzione agricola e industriale sarebbe stata spostata nell'ex Celeste Impero, mentre nei paesi europei sarebbero rimaste solo le industrie dedite alla lavorazioni terminali del processo produttivo, ai trasporti e alla logistica in genere. Contemporaneamente, si sarebbe estesa enormemente una massa di “servitori addomesticati” al servizio di una ristretta élite di redditieri-finanzieri straricchi, e della classe più numerosa dei commercianti, dei funzionari di vario genere e via dicendo, beneficiari, sia pure in seconda battuta, dei profitti giganteschi prodotti dallo sfruttamento della Cina (cioè dei suoi operai). Hobson aggiungeva che, pur tenendo conto del margine di aleatorietà presente in ogni previsione, soprattutto se fatta all'inizio di un processo storico, la tendenza di fondo era indubbiamente quella, se non avesse incontrato ostacoli al proprio cammino. Lenin, tra le altre cose, commentava:

Il social-liberale Hobson non vede che “l'ostacolo” di cui parla non può essere suscitato che dal proletariato rivoluzionario, e solamente nella forma di una rivoluzione sociale (2).

Sappiamo come sono andate le cose: il proletariato rivoluzionario ha cercato, tra il 1917 e i primi anni '20, di rovesciare il capitalismo, ma il suo slancio è stato sconfitto dalla borghesia, non da ultimo con la complicità della socialdemocrazia e del sindacato, la cui opposizione all'imperialismo era stata, fino alla guerra, quanto meno controversa, anche perché alcuni suoi settori vedevano di buon occhio la redistribuzione di una parte dei proventi dello sfruttamento coloniale (le famose briciole) a certi strati della classe operaia.

Che cosa è rimasto, allora, della “profezia” di Hobson, esattamente cent'anni dopo le acute analisi leniniane della fase suprema del capitalismo? Le cose non sono andate esattamente nei modi prospettati , anche se la Cina è stata a un passo – e qualcosa di più – dall'essere smembrata dalle grandi potenze, ma la sconfitta dell'assalto rivoluzionario nel primo dopoguerra ha “regalato” all'umanità un'altra spaventosa guerra imperialista, cui è seguito il boom economico ossia l'avvio di un nuovo ciclo di accumulazione su scala mondiale che dopo qualche decennio inevitabilmente ha cominciato a fare i conti con le contraddizioni insanabili del capitale, in primo luogo con la caduta tendenziale del saggio del profitto. Le risposte che il capitalismo ha dato al proprio inceppamento strutturale, dalla metà circa degli anni Settanta del secolo scorso, hanno profondamente rimescolato la composizione della classe, non solo nei paesi del “centro” capitalistico, ma in tutto il mondo. Perché se è vero che il capitalismo domina il pianeta da oltre un secolo, avendo sottomesso alle proprie leggi anche ciò che rimaneva dei precedenti modi di produzione (avviandoli rapidamente alla decadenza e all'esaurimento storico), è anche vero che l'inclusione della forza lavoro in un unico mercato mondiale, al di là di barriere politico-statali, è avvenuta pienamente solo con l'implosione dell'impero sovietico e la cosiddetta “rivoluzione neoliberista” (3). Sia l'una che l'altra sono le manifestazioni tra le più importanti della crisi e della risposta alla crisi stessa da parte del capitale, assieme alle modificazioni profonde nell'organizzazione del lavoro prodotte dall'introduzione delle tecnologie informatiche.

Dopo alcuni decenni di attacchi generalizzati al mondo del lavoro salariato-dipendente per estorcergli in ogni modo possibile plusvalore – la linfa senza la quale il sistema non potrebbe vivere – la condizione complessiva del proletariato presenta qualche somiglianza con il quadro “pessimistico” delineato da Hobson all'inizio del Novecento. Le delocalizzazioni hanno in qualche modo preso il posto delle colonie, le tendenze di fondo del capitalismo non si sono arrestate, tra cui, in primo luogo, l'innalzamento della produttività (di plusvalore) legato al rinnovamento tecnologico, che ha reso “superflui” strati sempre più ampi di forza lavoro industriale, trasferendoli nel settore dei servizi, che se, in linea di massima, genera profitti per il singolo imprenditore, nell'insieme lo fa a scapito di quel plusvalore primario che può sorgere unicamente dal processo produttivo. Inevitabilmente, quando questa fonte ha cominciato a inaridirsi, le conseguenze hanno investito anche quel settore, che è venuto a trovarsi coinvolto – né poteva essere diversamente – in una tendenza in atto da alcuni decenni ossia lo scivolamento verso il basso della forza lavoro mondiale. È un peggioramento relativo e assoluto, sia per quanto riguarda il salario che la vivibilità in “fabbrica”. La messa in concorrenza verso il basso della forza lavoro planetaria, la sua “manchesterizzazione”, come l'avevamo definita una ventina d'anni fa (4), vale a dire la tendenza al ritorno di condizioni di lavoro ottocentesche, confermano così l'analisi teorica di Marx (5), secondo la quale la situazione della classe operaia (intesa in senso lato) è destinata a peggiorare mano a mano che procede l'accumulazione capitalistica (e lo sviluppo delle forze produttive), qualunque sia la condizione di partenza, alta o bassa. Una tendenza individuata teoricamente da Marx e attestata da una massa enorme di dati, sfornati dagli stessi centri studi della borghesia e ovviamente nella sua ottica.

Non è la prima volta che sottolineiamo come la “parte salariale”, cioè l'ammontare complessivo dei salari e degli stipendi (terziario compreso, dunque) sia caduta e stia cadendo rispetto al reddito nazionale, tanto nel “centro” quanto nelle cosiddette economie emergenti, benché in certe aree di questi paesi, e in alcuni settori, ci sia stato un aumento dei salari, strappato dopo lotte dure che, a volte, hanno assunto i colori della rivolta. Di fatto, la diminuzione della quota del salario nei redditi nazionali, contrariamente a coloro che ritenevano il peggioramento delle condizioni di vita proletarie un aspetto passeggero del capitalismo ottocentesco, costituisce un impoverimento assoluto. Se questo non si mostra ancora in maniera drammatica è perché, come abbiamo detto altre volte, il salario, benché in calo o stagnante, può comprare grosso modo gli stessi valori d'uso di un tempo, sebbene non di rado di qualità scadente o più scadente, come, per esempio, il cibo consumato da molti “working poors” degli USA e non solo. Dunque, la drammaticità dell'impoverimento è finora in qualche misura attutita, almeno in “Occidente” (e non per tutti) anche dalla disponibilità di valori d'uso quotidiano a prezzo relativamente basso. Tale prezzo è dovuto sia allo sviluppo tecnologico che al super sfruttamento, sicuramente per quanto riguarda la brutalità delle forme, nelle delocalizzazioni e negli “emergenti”. Così la fioritura dei «vecchi orrori del periodo d'infanzia delle factories inglesi» (6) agevola – in quello che potrebbe sembrare un paradosso – il degrado delle condizioni della classe operaia nei paesi del “centro”, più che consentire l'esistenza di un'aristocrazia operaia, a meno che non si consideri in blocco “aristocrazia” la classe salariata dei paesi “avanzati” che, mediamente, “godono” di salari superiori. A scanso di equivoci e consapevoli di scendere ai gradini più bassi della discussione teorica, val la pena di specificare che la classe operaia “occidentale” non è in alcun modo corresponsabile dello sfruttamento brutale condotto sugli altri spezzoni della classe operaia mondiale, come ogni tanto si sente ancora dire in giro: non lo è e non può esserlo, visto che il potere è in ben altre mani. Non solo il proletariato “occidentale” è oggetto di sfruttamento esattamente come le altre “sezioni” del proletariato, anzi, in termini di saggio di plusvalore (sfruttamento), non di brutalità delle forme, lo è anche di più, ma l'esportazione di capitale verso i paesi “emergenti” o “in transizione” (ex blocco sovietico), che crea o sviluppa interi settori industriali, ha ricadute negative sulla classe operaia (intesa sempre in senso lato) del “centro”. L'investimento là

dove il lavoro è più abbondante e a buon mercato e la “composizione organica del capitale” è più bassa, [...] costituisce un'importantissima influenza operante contro la tendenza alla caduta del saggio del profitto nella madrepatria.

Per più motivi, tra cui:

Non soltanto implica che il capitale esportato nella colonia [leggi: negli “emergenti”, ndr] venga investito a un tasso più alto che se fosse stato investito in patria; ma crea anche una tendenza del saggio del profitto in patria a rimanere più elevato di quanto sarebbe altrimenti. Quest'ultimo effetto si verifica perché viene ridotta l'abbondanza di capitali in cerca di investimento nella madrepatria a causa del redditizio sbocco coloniale [delle delocalizzazioni, ndr], viene allentata la pressione sul mercato del lavoro e il capitalista può acquistare forza lavoro nella madrepatria a un prezzo più basso. L'esportazione di capitale, in altre parole, rappresenta un mezzo per ricreare l'esercito industriale di riserva nella madrepatria, aprendo nuovi campi di sfruttamento all'estero. Il capitale guadagna così doppiamente: attraverso il più alto tasso di profitto che ottiene all'estero e attraverso il più alto “tasso di plus-valore” che può conservare nella madrepatria (7).

In breve, come diceva Lenin, il capitale prende la via dell'estero (8) non perché “in patria” non possa ottenere profitti, ma perché là i saggi del profitto sono più alti, perché la composizione organica del capitale è più bassa che nei paesi detti maturi o comunque la composizione in valore è più favorevole al capitale medesimo per via di un costo del lavoro molto più basso. Per esempio, in certe fabbriche dell'Europa orientale “tirate su” da capitale estero (tedesco, francese cc.), la tecnologia è modernissima, ma il salario un terzo, un quarto o anche meno di quello pagato “in patria”. Dunque, ciò che cambia, qui, non sono sostanzialmente gli elementi tecnici del processo produttivo (macchinari ecc.) e il loro rapporto quantitativo, ma il valore della forza lavoro. Qui, nelle delocalizzazioni, nelle aree industriali dei “paesi in via di sviluppo”, rinascono le grandi fabbriche – anche di dimensioni gigantesche – fortemente ridimensionate negli stati di vecchia industrializzazione, dove si trova una composizione organica che consente saggi di profitto superiori rispetto alla “metropoli”. Giusto per citare un esempio abbastanza noto, a Ciudad Juarez (9), città messicana al confine con gli USA, sono concentrati 360.000 operai – in parte non piccola operaie – di cui il 35% è occupato nell'elettronica, e una quota consistente di questa forza lavoro nella famigerata Foxxcon, la quale presenta «catene di montaggio tecnologicamente povere, tranne qualche dispositivo elettronico per controllare il funzionamento del prodotto finale» (10). La paga base è di 100 euro al mese, ma con gli straordinari si può arrivare ai 140-150; è un salario diventato concorrenziale rispetto a quello cinese, che, come si diceva più indietro, negli ultimi anni è aumentato (non dappertutto), dopo una serie di lotte molto dure.

A questo proposito, è utile fare o ribadire qualche osservazione, in particolare a beneficio di coloro, e non sono pochi, che ritengono sempre – o giù di lì – pagante sul piano economico-normativo la lotta “sindacale”, purché condotta con la necessaria determinazione, magari sotto la guida di un sindacato “alternativo” e dunque vero”, indipendentemente dalla fase storica del processo di accumulazione (che di solito non prendono nemmeno in considerazione).

Per prima cosa, non sempre l'aumento nominale del salario, strappato con grandi sacrifici e grande abnegazione degli operai, corrisponde all'aumento effettivo, non solo e non tanto perché rispetto alla quota maggiore che va a finire in busta paga spesso c'è un taglio netto del salario indiretto, come successe, appunto, alla Foxxcon di Shenzen. Lì, in seguito a scioperi molto determinati e anche per rifarsi l'immagine, dopo una drammatica serie di suicidi da parte di operai spezzati nel morale e nel fisico dai ritmi disumani imposti dal padrone, vennero sì concessi notevoli incrementi in busta paga,

a fronte tuttavia della riduzione degli alloggi gratuiti e dei buoni pasto, così come delle numerose strutture ricreative prima messe a disposizione (11).

Inoltre, benché possa sembra paradossale, anche il capitale “cinese” ha cominciato a delocalizzare là dove può pagare la forza lavoro a un prezzo ancora più basso (per esempio, Viet Nam, Birmania ecc.). L'alternativa sarebbe, come sempre, l'investimento in più avanzato capitale costante, con l'inevitabile innalzamento della composizione organica, cosa che evidentemente risulta sconveniente rispetto ai saggi di profitto realizzabili mediante la svalorizzazione della forza lavoro e la sua sottomissione a una dittatura di stampo terroristico in fabbrica, non attenuata nemmeno formalmente dai limiti di tipo sindacale. Tra l'altro, per quanto in tutto o in parte inefficaci, si stanno indebolendo o stanno scomparendo in tutto il mondo (12).

In secondo luogo, ma non per importanza, in Cina o in altre aree dove il salario è cresciuto, si partiva da un livello estremamente basso, che permetteva a malapena la sopravvivenza (se la permetteva), dunque la forza lavoro era sottoposta a uno sfruttamento straordinario, se ci si passa il termine, al di sopra di quello medio – in termini di plusvalore – così che il padrone poteva intascare una sorta di sovrapprofitto. La lotta operaia ha potuto rodere la quota di sovrapprofitto, arrivando a toccare il limite di quella specifica composizione organica, di quel determinato segmento del capitale globale impiegato in quella regione, in quella fabbrica, dentro le condizioni determinate dall'attuale fase del processo di accumulazione mondiale. Per dare un esempio più vicino geograficamente, si può fare un parallelo coi facchini della logistica, protagonisti in questi anni di grandi lotte. Pagando tutto quello che si può pagare durante uno scontro, per certi aspetti esemplare, col nemico di classe, dal licenziamento all'arresto fino alla vita, hanno ottenuto sicuramente delle vittorie, anzi, delle grandi vittorie sul piano sindacale, mettendo fine, in molti casi, a un regime prossimo allo schiavismo. Ma, e non appaia un giudizio snobistico, il risultato finale – sempre suscettibile di essere attaccato dalla controffensiva padronale – è che ora i facchini sono sottoposti a uno sfruttamento “normale”, “medio”, che nessun sindacato “rosso” o “di classe” riuscirà sostanzialmente a intaccare (13). Dunque, è possibile, secondo quanto rilevava un recente rapporto dell'ILO, che nei paesi baltici, in Bulgaria e in altre regioni nell'ultimo anno il salario abbia avuto un aumento del 7-10%, perché vale il discorso appena fatto. In un articolo apparso tempo fa sul “manifesto (“Gli schiavi bulgari della griffe”, 13-11-2014), si descrivevano le condizioni di lavoro delle operaie dell'abbigliamento in Bulgaria, ma anche in alcuni paesi dell'ex URSS e della Turchia: non avevano niente da invidiare, per così dire, alle “factories” inglesi della prima rivoluzione industriale o alle “factories” italiane del dopoguerra, dove regnavano precarietà, bassi salari e strapotere padronale. In Bulgaria, il salario mensile era di 129 euro, in Moldavia di 81, in alcune regioni della ex Jugoslavia e a Istanbul si arrivava al massimo ai 300 euro, ma in certe zone della Turchia venivano (e vengono) impiegate rifugiate curde e siriane per quindici ore al giorno o anche più, in caso di ordini urgenti, in nero e per 130 euro.

Proletariato femminile e immigrato, da sempre il più oppresso dal capitale

Donne e per di più migranti o migranti e per di più donne: da sempre i due settori del proletariato a cui il capitale fa pagare il costo più salato del processo di accumulazione e dai quali, non a caso, in questi ultimi decenni la borghesia sta attingendo abbondantemente, a volte a scapito del proletariato maschio e “bianco” (14). Infatti, l'occupazione femminile, in linea di massima, è aumentata un po' dappertutto, anche se non omogeneamente, ma non perché il capitalismo abbia acquisito una coscienza femminista, bensì perché di solito il salario è più basso di quello maschile e i posti di lavoro occupati si caratterizzano, oltre che per scarsa qualificazione, per un'alta dose di precarietà. Giusto per fare un esempio, il parti-time imposto è appannaggio quasi esclusivo delle donne.

Lo stesso si può dire del proletariato migrante: dopo un forte calo dei flussi migratori attorno agli anni Settanta, c'è stata una ripresa potente, tanto che interi settori lavorativi non possono più fare a meno degli immigrati, nonostante le carognesche campagne della destra fascio-populista (Lega Nord, Front National ecc.), con le quali sta costruendo la propria ascesa elettorale.

Gli immigrati sono una risorsa per la borghesia e il suo stato, sia perché in “fabbrica” ricevono un salario più basso (in Italia, mediamente del 23%, più o meno come le donne) e per occupazioni poco ricercate dai “locali”, sia perché in servizi ricevono meno di quanto versano alle casse statali attraverso le trattenute in busta paga e le tasse (15). Negli USA, tra il 1910 e il 1970, la quota dei migranti sulla forza lavoro era scesa dal 21% al 5%, mentre secondo dati ufficiali nel 2010 era risalita al 16%. Come tutte le medie, può dire poco o non dire abbastanza: in California è più di un terzo, a New York più di un quarto di tutta la forza lavoro (16). Senza contare, naturalmente, i clandestini, che negli USA sono circa dodici milioni.

Anche per l'Italia, va da sé, la media può essere puramente indicativa di una realtà molto più articolata. Se la forza lavoro immigrata è circa l'11% di quella complessiva, in certi settori ha un peso schiacciante, come, appunto, la logistica o nei servizi personali alla famiglia (l'80%, di cui il 78,3% donne) (17), mentre nell'industria è del 20% (ma anche qui, in certi settori gli immigrati sono maggioranza o quasi). Più difficile quantificare il peso effettivo nell'agricoltura, perché dalla California all'Italia imperversa il lavoro nero che utilizza con metodi schiavistici gli immigrati senza permesso di soggiorno. Anche qui è certo che senza la loro presenza interi comparti produttivi incontrerebbero grosse difficoltà, almeno fino a quando la crisi non avrà reso “attraente” anche per una parte della forza lavoro “autoctona” il lavoro da schiavi svolto finora quasi unicamente dai migranti. Altra cosa certa è che l'immigrato, così come non si appropria di risorse pubbliche che spetterebbero “agli italiani”, secondo la sgangherata leggenda ululata a ogni piè sospinto in particolare dalla destra fascio-populista, allo stesso modo non ruba nessun posto di lavoro ai “nostri connazionali”, almeno nei paesi del “centro”, benché le peggiori condizioni di lavoro cui sono costretti gli immigrati contribuiscano ad aggravare le condizioni di tutta la forza lavoro. Al solito, però, la responsabilità non è in alcun modo del proletariato immigrato. Altra cosa, invece, in molti paesi della “periferia”, dove la borghesia ha buon gioco nello spingere allo scontro fisico immigrati e locali, perché i due segmenti del proletariato “competono” per gli stessi posti di lavoro e, inutile dirlo, quello immigrato è disposto a lavorare per salari più bassi, ritmi più intensi, minori tutele ecc. Forse si ricorderanno gli scontri di qualche anno fa tra proletari sudafricani e proletari provenienti dai paesi vicini che provocarono morti e feriti: era una lotta fratricida, cosa non infrequente, purtroppo, nella storia del movimento operaio, che rafforza il dominio di classe della borghesia.

Qualche considerazione

Una parte della borghesia, in primo luogo i suoi settori più reazionari, ha sempre imputato ai disoccupati “nazionali” e in particolare ai giovani, la colpevole responsabilità di spalancare le porte alla “invasione straniera” per la scarsa “voglia di lavorare”, in quanto il lavoro ci sarebbe (vedi appunto gli immigrati), ma verrebbe rifiutato per mancanza della volontà di darsi da fare. Anche questa è una leggenda sgangherata, perché storicamente l'immigrazione ha convissuto con una quota più o meno alta di disoccupazione del paese ospitante. Posto che nessuno ha mai visto i fustigatori dei figli altrui mandare i propri in fonderia o nei campi in agosto per due euro all'ora, al fine di dare il buon esempio, è normale che chi ha dietro le spalle una copertura, per quanto corta o cortissima, della famiglia, aspiri a trovarsi un posto di lavoro più remunerato, meno faticoso, meno sporco e meno pericoloso, anche se ormai da qualche decennio, sotto le spinte della crisi, l'impiego che si trova se mai soddisfa gli ultimi tre requisiti, non il primo; in ogni caso, è precario. Inoltre, visto il degrado accelerato che investe da più punti di vista il mondo del lavoro dipendente, molti disoccupati preferiscono, giustamente, “godere” del sussidio di disoccupazione piuttosto di accettare un posto che quasi sicuramente offre condizioni di lavoro peggiorative rispetto all'occupazione precedente, mentre gli immigrati, in genere, non hanno nessun tipo di “paracadute” (sociale o familiare) che attutisca l'impatto con un mercato del lavoro sempre più duro. In ogni caso, proprio per stimolare i disoccupati “indolenti” ad accettare un impiego purchessia (cioè ad alto tasso di sfruttamento, precarietà e a basso o bassissimo salario), i governanti stanno riformando ossia riducendo i cosiddetti ammortizzatori sociali. È quello che viene definito workfare, la riedizione, in termini moderni, dei sistemi spietati messi in atto un tempo dalla borghesia di sua maestà britannica per costringere i “poveri” a farsi sfruttare bestialmente nelle fabbriche della rivoluzione industriale, che tanto assomigliano a quelle disseminate nelle “economie emergenti” del mondo intero. In ogni caso, chi perde un lavoro operaio o “garantito”, prima o poi non può fare altro che accettare “quello che viene”, ma questo è “quello che è”, non di rado nei servizi, nella grande distribuzione, dove lavoratori (ma spesso lavoratrici) angariati in mille maniere, pagati con stipendi da sopravvivenza, gestiscono la vendita di merci prodotti dai loro fratelli e dalle loro sorelle di classe in condizioni ancora peggiori. Un reportage giornalistico sul Nord-Est della Francia – fino a pochi decenni fa uno dei perni del sistema industriale francese, prima di subire una ristrutturazione radicale – dà un quadro preciso della sorte toccata alla “nuova” forza lavoro, una sorte che tocca milioni di persone in tutto il mondo:

Al confronto [col lavoro operaio tradizionale, ndr] il personale di servizio, i cassieri, i guardiani e i camerieri di oggi sono cottimisti precari e flessibili […] si è passati a una specie di Far West dove tutto è permesso [molti] vivono situazioni vicine a quelle dei disoccupati [dato che] la pauperizzazione non è più appannaggio dei senza lavoro (18).

La “profezia” di Hobson, sembra dunque in un certo qual modo avveratasi, si diceva, ma i “servitori addomesticati” di cui parlava non servono come domestici al servizio personale di pochi redditieri, bensì sono a tutti gli effetti lavoratori salariati indispensabili al funzionamento della società borghese e comunque produttori di plusvalore per il capitale operante nel terziario, che si appropria e redistribuisce tra altri capitali parte del plusvalore primario estorto nel processo di produzione industriale nonché agricolo, là dove si impiega manodopera salariata.

Vero anche che negli ultimi trent'anni circa, la classe operaia strettamente intesa è molto cresciuta al di fuori dei paesi di vecchia industrializzazione e costituisce ormai la parte numericamente preponderante della classe operaia mondiale (19), ma questo non ha portato nessun beneficio sul piano economico alla classe salariata del “centro”, proprio perché il processo è frutto di una crisi strutturale, storica del capitalismo, in cui le condizioni complessive del proletariato non possono che degradarsi. Per il momento, tutto questo sta creando enormi problemi anche sul piano politico, ma non è l'unico fattore e forse nemmeno il primo, per importanza, che rende così difficile il radicamento della prospettiva comunista dentro la classe “mondializzata”. Il rimescolamento della composizione di classe, la disoccupazione, il ricatto della precarietà – ormai non più elemento atipico, ma strutturale – indubbiamente possono agire, come agiscono, in senso fortemente paralizzante, col carico di frustrazione, paura, incertezza estrema del domani, fino alla perdita della propria identità, in quanto individui e in quanto classe (20): chi potrebbe negarlo? Ma in un altro contesto, questi aspetti, ora fattori di smarrimento, se non di vero e proprio annichilimento, potrebbero costituire un trampolino di lancio per una risposta classista di ampia portata. Detto in altro modo ancora, questo enorme materiale sociale oggettivamente esplosivo potrebbe non essere bagnato dall'acqua della demoralizzazione o, peggio, utilizzato dalle fazioni della borghesia in lotta tra di loro e fatto esplodere, non solo metaforicamente, in faccia al proletariato stesso per affermare gli interessi dei suoi nemici di classe. Che portino la barba lunga del fanatismo jiahdista, che indossino le camicie verdi di una “Padania” inventata o inneggino ai valori della laicità di “Marianna”, il risultato per il proletariato è sempre lo stesso, sempre drammatico. La radice di questa tragedia storica sono la perdita del “sogno” in una società diversa, il discredito caduto su tutto ciò che abbia il nome di comunismo, dopo il crollo del sedicente socialismo reale, nonché l'esaurirsi, tra crisi economico-sociale e corruzione, di esperienze politiche che dal suddetto “socialismo” avevano ricevuto, almeno all'inizio, sostegno e protezione.

Il fondamentalismo islamista, appoggiato dagli USA e dai suoi alleati d'area, aveva scarso seguito quando i regimi “laici” mediorientali, usciti dalle guerre di liberazione nazionale spalleggiate dall'URSS, promettevano benessere e sembravano realizzarlo, sulla scia della crescita economica mondiale. Gli immigrati “arabi” arrivati nell'Ile de France o a Molenbeeck (Bruxelles), senza abbandonare la propria religione si integravano, in un certo qual modo, nella vita del nuovo paese. I siderurgici, i minatori del Nord-Pas de Calais, forti del loro numero e della “fede” nel mondo nuovo preconizzato dal PCF, non erano nemmeno sfiorati dal nazionalismo oltranzista di personaggi apertamente fascisti, ora sulla cresta dell'onda elettorale col partito, il Front National, da loro diretto. Lo stesso vale, come dinamica storica, per molti proletari, un tempo elettori o gravitanti attorno al PCI e ora finiti tra le braccia della Lega Nord. Lo sappiamo: la crisi ha spazzato via le condizioni materiali che permettevano e promettevano “benessere” per tutti. A Molenbeeck la metà dei giovani, figli e nipoti di quegli immigrati, è disoccupata, l'altra metà deve vedersela spesso con una quotidianità fatta di precarietà; nei tanti Pas de Calais d'Europa (e del mondo occidentale), la deindustrializzazione ha spalancato le porte, come si è appena accennato, a un'occupazione che un tempo si sarebbe chiamata correttamente sottoccupazione, schiacciata dal tallone di ferro di un padronato sempre più imbaldanzito; il Nord Africa e il Medio Oriente vedono, secondo l'ILO, gli indici più alti di disoccupazione giovanile nel mondo (21). Specularmente, molti giovani del “centro” – e sicuramente in Italia – pur lavorando, quando lavorano, per stipendi che sono poco più di un rimborso spese, vivono nell'indifferenza una vita “riempita” dalla ricerca di distrazioni consumistiche, sostenuti, finché dura, dal cosiddetto welfare familiare. Non pochi sono – per la famiglia d'origine – piccolo borghesi declassati o proletarizzati che dir si voglia, e nella classe in cui sono stati oggettivamente collocati dalle trasformazioni indotte dalla crisi del processo di accumulazione portano un “alternativismo” che recupera in chiave moderna le vecchie illusioni del riformismo di sempre: autodeterminazione di sé dentro la società borghese, umanizzazione dei meccanismi del capitale, giusto salario, giusto compenso per le prestazioni lavorative e via dicendo.

C'è da stupirsi se giovani condannati a un'esistenza vuota, priva di significato, votata all'insicurezza e all'esclusione, privi, soprattutto, di un punto di riferimento classista, si lascino incantare da falsi profeti (è proprio il caso di dirlo) dell'islamismo integralista, reazionario, borghese e anticomunista per eccellenza? C'è da stupirsi se masse di proletari che hanno visto cadere il velo che ricopriva quello che credevano essere il “sol dell'avvenire”, disorientati e confusi si sono fatti ipnotizzare da ciarlatani che indicano nei più poveri di loro, in chi fugge dagli orrori di una delle tante guerre imperialiste, la causa del proprio acuto malessere sociale, il nemico da combattere? Il proletariato o è rivoluzionario o è nulla, diceva un tale che la sapeva lunga (22); e un altro, che per tutta la vita ha camminato nella direzione tracciata dal primo, osservava che quando il proletariato perde la coscienza di classe si riduce a plebe, cieco strumento della borghesia e delle sue trame (23).

Ecco, questo è il vero dramma della nostra epoca, ma non è un evento naturale né una maledizione degli dei: è un prodotto storico e come tale può essere superato.

Troppe individualità preferiscono dibattere sul web del sesso degli angeli... “comunista”, troppi esitano a impegnarsi nella militanza attiva oltre la tastiera o il circolo privato: noi abbiamo l'ambizione di porci come punto di riferimento e di aggregazione politica anche per costoro, di contribuire alla formazione dell'organismo senza il quale non ci sbarazzeremo mai di questo mondo disumano ossia il partito mondiale della rivoluzione proletaria.

CB

(1) Lenin, L'imperialismo, fase suprema del capitalismo, capitolo 8 e Lenin, L'imperialismo e la scissione del socialismo, ottobre 1916, in Lenin – Zinoviev, _Contre le couran_t, ed. Maspero, 1970, tomo II, pag. 259.

(2) Lenin, Contre le courant, cit.

(3) Non solo la forza lavoro è sempre più integrata in un unico mercato mondiale, ma è sempre più legata alla medesima “catena del valore”, cioè è parte di una stessa linea produttiva, per così dire. Secondo un rapporto dell'ILO del 19 novembre 2015 si legge «Secondo le stime del rapporto Occupazione et questioni sociali nel mondo 2015_, in 40 paesi, rappresentanti l'85 per cento del prodotto interno lordo mondiale et approssimativamente i due terzi della manodopera del mondo, il numero degli impieghi legato alle catene di fornitura è aumentato del 53 per cento (ossia 157 milioni di posti) tra il 1995 e il 2013, per raggiungere un totale di 453 milioni nel 2013_» in Catene di fornitura mondiali e lavoro decente... (in francese), www.ilo.org

(4) Vedi le nostre tesi del VI congresso, Prometeo n. 13, 1997 e sul nostro sito.

(5) Karl Marx, Il capitale, libro I, settima sezione, capitolo 23, edizione Einaudi.

(6) Karl Marx, cit., sesta sezione, capitolo 20, pag. 688.

(7) Maurice Dobb, Imperialismo, in Economia politica e capitalismo, Torino, Bollati Boringhieri, 1977, pag. 224-225. Che Dobb non sappia distinguere il socialismo dal capitalismo di stato, non sia in grado di riconoscere nell'URSS l'esistenza delle stesse categorie economiche del capitale che crede circoscritte all'Occidente, fa parte del dramma storico della controrivoluzione staliniana.

(8) Anche se oggi è sempre più complesso attribuire una “nazionalità” al capitale. Tra l'altro, in questo articolo non trattiamo volutamente del capitale fittizio e del ruolo abnorme della speculazione finanziaria, che ha un ruolo primario nell'aumento dello sfruttamento e nel peggioramento della situazione della classe operaia e salariata.

(9) La città è tristemente conosciuta anche per l'assassinio di migliaia di donne da parte di organizzazioni criminali di vario genere.

(10) Il manifesto, 11 – 12 – 2014.

(11) Guy Standing, Precari, la nuova classe esplosiva, Bologna, ed. Il Mulino, 2012, pag. 53.

(12) L'aumento dello sfruttamento o il suo mantenimento a livelli particolarmente brutali tramite il dispotismo padronale, non implica un innalzamento significativo della composizione organica, a tutto vantaggio del saggio di profitto.

(13) Per chi ci legge in buona fede, al fine di evitare fraintendimenti, rimandiamo su queste questioni a due articoli presenti sul nostro sito: leftcom.org leftcom.org

(14) Almeno nei primi anni successivi allo scoppio della bolla dei subprime, è stato proprio quel settore della forza lavoro a essere colpito più duramente per quanto riguarda la disoccupazione, perché i posti lasciati liberi venivano eventualmente occupati da forza lavoro immigrata. È un fenomeno abbastanza diffuso, ma per quanto concerne l'Italia, sebbene non sia del tutto assente, è di dimensioni inferiori a quello che vede la forza lavoro immigrata più colpita dalla crisi del resto degli occupati.

(15) Per l'Italia, fonti ufficiali calcolano un attivo medio di oltre tre miliardi – circa 3,9 – all'anno, almeno fino al 2012-2013. È possibile che ultimamente sia calato, a causa della perdita del posto di lavoro di molti immigrati dovuta alla crisi, pur rimanendo largamente positivo per le casse dello stato.

(16) G. Standing, cit., pag. 146.

(17) Mauro Biani, Tracce di migranti, edito da il manifesto, 20015, pag. 121; il dato è del 2012.

(18) Le Monde diplomatique – il manifesto, maggio 2016.

(19) Secondo l'ILO, dati del 2013, la forza lavoro industriale tra il 1980 e il 2005 è cresciuta nei paesi “emergenti”del 120%, mentre è diminuita del 19% nei paesi “avanzati”. A questo proposito, bisogna però dire che molte mansioni e lavorazioni, un tempo svolte direttamente in fabbrica, sono state esternalizzate, così che gli addetti adesso figurano non più tra i lavoratori industriali, ma dei servizi, quindi il calo effettivo deve essere ridimensionato. Michael Roberts, economista marxista accademico, riporta alcuni dati contenuti nel libro di John Smith, Imperialism in the twenty-first century, che recensisce:

Nel 2010, il 79%, ovvero 541 milioni, di lavoratori industriali del mondo, viveva nelle "regioni meno sviluppate", rispetto al 34% del 1950 ed il 53% del 1980, confrontato con i 145milioni di lavoratori industriali, ovvero il 21% del totale, che nel 2010 viveva nei paesi imperialisti (p.103). Per i lavoratori dell'industria manifatturiera, questo cambiamento è stato ancora più drammatico. Ora, l'83% della forza lavoro manifatturiera del mondo vive e lavora nelle nazioni del Sud globale.

Non ci soffermiamo, qui, sulle posizioni di Smith, riedizione di un certo terzomondismo. La recensione e un saggio di John Smith, sintesi del suo libro, si trovano facilmente sul web. Noi ci siamo rifatti al sito Sinistrainrete.

(20) Come diciamo da sempre, la crisi è condizione necessaria, ma non sufficiente per la “radicalizzazione” delle masse. A questo proposito, Trotsky, in uno scritto del gennaio 1930, in polemica con il cosiddetto “Terzo periodo” teorizzato dalla Terza Internazionale ormai stalinizzata, osservava:

... La disgrazia sta nel fatto che l'aumento dello sfruttamento non comporta in ogni circostanza una maggiore combattività del proletariato. Così, in una congiuntura decrescente, in un periodo di sviluppo della disoccupazione, soprattutto dopo aver perduto delle battaglie, l'aumento dello sfruttamento provoca non la radicalizzazione delle masse, ma, al contrario, l'abbattimento, lo sbandamento, la disgregazione.

Lev Trosky, Crisi del capitalismo e movimento operaio, ed. Savelli, 1975, pag. 44.

(21) Vedi il rapporto ILO del 24 agosto 2016: La disoccupazione giovanile nel mondo è di nuovo in crescita.

(22) Karl Marx, lettera a Schweitzer del 13 febbraio 1865.

(23)

"Il proletariato tornerebbe al rango di plebe se perdesse le sue caratteristiche di classe antagonista al capitalismo; e le sue possibilità di classe sfruttata, che lotta per la sua difesa e liberazione, verrebbero frustrate e rese nulle se dal suo seno e dalla sua lotta non si originassero i motivi e le forze fisiche di una direzione rivoluzionaria." (Onorato Damen, Premessa alle “5 lettere”, nel libro da noi pubblicato Bordiga al di là del mito, pag. 31.)

Venerdì, January 5, 2018

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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